21 aprile 2016

Angelo Montechiari detto “Chiarino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Erano i tempi di “primo secolo” come le nostre mamme rammentavano. Con musiche alla Lizza, con quattro bande, con il teatro dei Rozzi che riscuoteva l’attenzione della cittadinanza. Erano gli anni che in Siena alloggiava un presidio, per quei tempi sostanzioso, di lancieri e fanteria che ogni mese sfilava in parata: degna occasione di spettacolo applaudito perché rappresentava la patriottica utopia nascente dopo le rovinose sconfitte coloniali. Una specie di tardo arrivo dell'unità piemontese.
Vittorio Emanuele III era salito al trono e il Palio di quell'anno, il 2 luglio 1903, fu vinto dopo furiosa lotta con il Valdimontone da Alduino Emili detto “Zaraballe” per il giubbetto del Drago. Era capitano Gerry Elbridge (di stirpe straniera e quindi quanto mai degno di considerazione) e priore Giovanni Grisaldi del Taja con il cavallo “Colombina” di Natale Turillazzi . 
Fu un'estate calda, bella, piena. Il prefetto era Pietro Gandin che non era per niente d'accordo, da persona intelligente, con le sbruffonate acide e scriteriate che un giornaletto liberal giacobino lanciava contro le Contrade. Aveva per titolo “Il Libero Cittadino” e soprannominò i capitani “mangioni” e i tenenti (vera qualifica) o fiduciari, “mangini”. Questo termine è usato anche oggi con sciatta noncuranza e ignoranza. A chi chiede spiegazione, gli vien risposto con tribolato torpore, “che si è sempre chiamato così”
La stessa gazziloresca risposta dell'avvocato Fausto Casini, incaricato di far da guida a Vittorio Emanuele in occasione della sua visita il l° aprile 1904 per inaugurare l'ancor famosa “mostra di arte antica”, in occasione della quale fu corso un “Palio straordinario”. Quando il re chiese: “Perché la Giraffa è tirata con le redini da un moro?”, il senese rispose:“L'ho sempre vista così, maestà!”. Il piccolo, intelligente re lo guardò con candida commiserazione.


16 aprile 2016

Simone Martini, pittore tra Italia e Francia (ca. 1284-1344)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Simone Martini 
nato a Siena nel 1284 ca.
morto ad Avignone nel luglio 1344

Simone, come Duccio, fa uscire la pittura senese dal suo raffinato, ma ristretto ambito provinciale, e la introduce di prepotenza nell'olimpo della cultura artistica europea. Ma forse non è esatto restare nel solo campo dell'arte, in quanto Simone, fin dalle sue primissime opere, si impone come un protagonista dell'intera civiltà del Trecento europeo. È chiaro, infatti, che non si può comprendere appieno lo spirito e il senso di tale civiltà, ove ci si limiti a studiare gli apporti che ad essa dettero, ad esempio nel campo letterario, Dante, Petrarca e Boccaccio, oppure nel campo filosofico, S. Tommaso d'Aquino; occorre includere nel contesto considerato anche l'opera dei massimi artisti figurativi, ad esempio Nicola e Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio nella scultura, e ancora, Giotto e i maggiori Senesi nella pittura. E non v'è dubbio che Simone Martini si pone tra i protagonisti di quel periodo storico, non solo per la sensibilità e l'attualità della sua cultura, ma anche per le illuminanti novità delle intuizioni formali da lui proposte. D'altro canto, la pittura di Simone, proprio per la sua originalità, può apparire isolata nel contesto dell'arte toscana e italiana del suo tempo, chiusa in un mondo di astratte eleganze formali; e limitato può sembrare il suo messaggio, visto che a Siena Simone non ebbe, tra i numerosi seguaci, nessuno che lo comprendesse e sviluppasse pienamente il suo esempio. 
In realtà la sua pittura è di capitale importanza storica e si pone quale nodo di sviluppo di tutta la pittura europea nella fase tarda del gotico; il linearismo decorativo, la raffinatezza coloristica, il particolare "realismo" di Simone, sono infatti il punto di partenza per ricerche irradiatesi, da Avignone, in tutta Europa. L'arte prodotta da Simone, in antitesi con quella di Giotto, si volge a creare figurazioni di sogno e di fiaba, immerse in un colore irreale e splendente.

Simone Martini - La Maestà
Siena, Palazzo pubblico - Sala del Mappamondo

10 aprile 2016

Domenico Fradiacono detto "Scansino"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Esile, minuto, ma con la posa decisa e lo sguardo vispo di chi con il mestiere riesce a sopperire alle scarse doti fisiche. Domenico Fradiacono detto Scansino appare così in questa foto che risale ad un anno magico per la contrada della Torre. È il 1896 e il fantino si merita la foto solenne perché in quell’estate riesce a vincere due Palii per la contrada di Salicotto. Eppure non sarà cappotto. Vedremo perché.
Rimanendo alla foto, non si sa su quale dei due cavalli vincenti in quell'anno, sia stato immortalato Scansino: se Farfallino, con il quale vinse il 2 luglio o Febo su cui trionfò il 25 agosto. Domenico Fradiacono passerà alla storia anche perché il 1896 fu l'anno del suo esordio: appena arrivato in Piazza, vinse due Palii in cinquanta giorni. Un record incredibile: molti fantini hanno vinto al primo approccio, ma nessuno certamente ha bissato in modo così repentino. E in più c'è da considerare che l'anno successivo, il 4 luglio 1897, Domenico Fradiacono conquistò la sua terza vittoria nella Giraffa. Scansino disputò trenta carriere a cavallo fra i due secoli, vincendone sette prima di concludere la sua avventura in Piazza nel 1919 sul Bruco. Ovviamente, come per tutti i protagonisti di quest'epoca, c'è da considerare la sosta forzata dovuta alla Prima Guerra Mondiale, che cancellò il Palio - ma non la vita delle contrade - dal 1915 al 1918. 
Scansino vinse, oltre che per la Torre e la Giraffa, nel Nicchio (2 luglio 1901), Tartuca (16 agosto 1902 e 16 agosto 1910) e Lupa (4 luglio1909).


26 marzo 2016

Mario Bernini detto "Bachicche"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Quel signore con il copricapo piumato, il giubbetto di ordinanza e gli scarponcini ai piedi, l'unico che non si sia piegato a guardare verso l'obiettivo del fotografo, è uno dei più grandi fantini della storia del Palio: Mario Bernini detto Bachicche. 
L'immagine è stata scattata nel 1883, in occasione dell’unica carriera corsa da Bachicche per la contrada della Torre. E il fotografo ha immortalato proprio il connubio fra il fantino e i maggiorenti di Salicotto. La circostanza, abbastanza inusuale, è comprensibile proprio se si considera la statura paliesca del personaggio: Bachicche a quel momento aveva infatti già vinto dodici carriere in venti anni di attività. L'ultimo successo era stato conseguito da Mario Bernini proprio l'anno prima, il 3 luglio, quando aveva trionfato per la Chiocciola con il cavallo morello di Romualdo Bruni.
Ma le speranze della Torre, in quel Palio, andranno deluse: Bachicche non vincerà e per centrare il tredicesimo cencio, l'ultimo della carriera, dovrà attendere ancora due anni e il ritorno nella contrada della Chiocciola.


9 marzo 2016

Piazza del Campo sì, ma a Genova …

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena


“Il Campo” di Siena, universalmente conosciuto però come “Piazza del Campo”, è di sicuro tra le piazze più note ed apprezzate in tutto il mondo e non solo per il Palio. Ma, mettiamoci l’animo in pace (si fa per dire), non abbiamo l’esclusiva del toponimo, sia pure “contaminato”. Anche nel centro di Genova esiste una piccola “Piazza del Campo”.

Piazza del Campo a Genova

Costituita quasi da un semplice slargo dell’adiacente Via del Campo (sì, proprio quella magistralmente cantata da Fabrizio de André) è piccola (certamente non adatta a corse di cavalli) ma adornata da ben due tabernacoli, chiusa al traffico e dotata di bar e negozio di frutta. Tutto sommato possiamo dire accogliente …
Cerchiamo altre “analogie” tra Siena e Genova? Genova in genovese si dice “Zena” e l’assonanza mi sembra evidente. Un altro collegamento, stavolta biografico: il vostro “cantore di cose senesi” è in realtà nato, sia pure quasi per caso, a Genova, in Via Berghini. Motivi di lavoro di mio padre mi hanno privato dell’I726 nel codice fiscale, a cui noi senesi teniamo.
A completamento di questo articolo, che spero non abbia urtato la suscettibilità di nessuno, invito a segnalare altre Piazze del Campo sparse per il mondo ed altri collegamenti tra Siena e Genova. Grazie in anticipo.


Crediti fotografici
Foto di Paola Chiarella su Panoramio

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi

7 marzo 2016

I calanchi e le biancane di Leonina (Asciano)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


In questo articolo si propone, a chi ama il trekking, un agevole percorso nella valle del borro Biena. Il paesaggio in questa zona delle Crete senesi è fatto di grandi spazi che ogni stagione mutano di colore: verdi in primavera, diventano color oro in estate, grigio striato dalle bruciature delle stoppie in autunno e grigio scuro uniforme in inverno, quando la natura pare ferma.


La strada delle Biancane parte da Leonina e arriva fino al podere Fiorentine. Si chiama così perché attraversa le “Biancane”, piccole colline rotondeggianti di creta, altrimenti dette “mammelloni”, che in estate e sotto il sole diventano di un colore bianco abbagliante.
Da Siena si raggiunge Arbia, dove si prende la statale Luretana verso Asciano. Poco oltre il ponte sulla Biena, a sinistra, si imbocca il bivio per Leonina. Entrati sullo sterrato si parcheggia l'auto nello spiazzo sulla destra e ci si incammina verso il castello di Leonina per la strada bianca costeggiata da cipressi.

23 gennaio 2016

Andrea De Gortes detto “Aceto“ e Angelo Meloni detto “Picino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Angelo Meloni detto “Picino” appare in questa fotografia nel costume di parata dell'Oca. Infatti su cinquanta Palii disputati dal 1901, esclusi quelli dell’Ottocento perché aveva debuttato il 2 luglio 1897 nel Nicchio, ben quattro ne aveva vinti per la Contrada di Fontebranda.
Di Ettore Fontani, tenente per oltre sessanta anni, era divenuto amico. Senza farci guidare dalla retorica che anche oggi spumeggia soprattutto nel politichese e sindacalese, è doveroso ricordare quanto siano esigui gli amici, quelli che una massima antica definisce “tesori”. Ebbene, “Picino” lo era. Mai tradì l 'Oca e, quindi, il dottor Fontani. Mai operò contro le sue aspirazioni. Anche quando correva in altre contrade, con il pieno accordo del suo amico per la pelle. Tirò sempre a vincere e vinse ben nove volte con altri giubbetti diversi dall'Oca, sempre con Fontebranda consenziente e felice.  
Come fece per trentacinque anni Andrea De Gortes detto “Aceto”, è bene non dimenticarlo mai. Aveva il braccio sinistro anchilosato, eppure la sua bravura, la sua sicurezza, la miracolosa simbiosi con il cavallo era tale, da farne un centauro senza difetti.
“Picino” gustò la vittoria la prima volta nel Palio straordinario del 28 settembre 1902 effettuata in onore del XII Congresso della Società Dante Alighieri. Indossava il giubbetto del Valdimontone. Scattò primo all'abbassarsi dei canapi e primo rimase per i tre giri. Giunse seconda la Torre con un ottimo cavallo montato da Ermanno Menichetti detto “Popo” parato a nerbate dalla Pantera su cui cavalcava Domenico Fradiacono detto “Scansino”. Per questo, dopo la corsa, ci fu un robusto tafferugIio fra Torre e Pantera.
Meloni vinse anche nel Leocorno, nel Drago, nel Valdimontone altre due volte, nell'Istrice, nella Chiocciola e nell'Onda. Corse l'ultimo Palio il 2 luglio 1933. Nel 1934, tormentato dalla nostalgia, fece una prova nella Civetta.

da sinistra: Andrea De Gortes detto “Aceto" e Angelo Meloni detto “Picino”

16 gennaio 2016

Pio III, Papa per 27 giorni (1439-1503)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni
Francesco Todeschini Piccolomini 
nato a Siena forse il 9.5.1439
morto a Roma il 18.10.1503


Francesco fu nipote di Pio II, in quanto nato da Nanni Todeschini e da Laudomia Piccolomini, sorella del grande Pontefice di Pienza. Compì gli studi a Siena e a Perugia, dove divenne anche Maestro nella locale Università, quindi intraprese la carriera ecclesiastica. 
Divenuto presto Vescovo di Piacenza e Protonotario Apostolico, il Piccolomini (che non era sacerdote, bensì solo diacono!) fu poi nominato Arcivescovo Giurisdizionale di Siena il 19.2.1460, e addiritura Cardinale il successivo 6 marzo, col titolo di Cardinale diacono di Sant'Eustachio. 
Nel periodo seguente, il Piccolomini acquisì grande fama di pietà, ed anche di capacità, dimostrata in importanti missioni amministrative e diplomatiche (tra l'altro, fu legato in Germania, nel 1471, e a Perugia, nel 1488). 

Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta - Gabella
Pio II impone il cappello cardinalizio al futuro Pio III (1460)
Siena, Archivio di Stato

Antonio Salmoria detto "Leggerino"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Antonio Salmoria detto “Leggerino” è tutto in questa foto scattata in occasione del suo debutto che coincise con la vittoria per il Valdimontone il 16 agosto 1875. Sembra un folletto, uno gnomo delle favole, con gli occhi buoni, forse anche sentimentali e con una voglia di avventura incredibile e balzo felino.
Non per niente in undici anni vinse sei volte. Più di una ogni due anni. Forse era toccato dalla fortuna per ricompensarlo della piccolissima statura e dell'emarginazione delle ragazze che sono sempre state spietate sotto tutti i cieli e tutti i tempi. Poi, con l'avvento della gloria, le cose cambiarono (e soprattutto con l 'avvento dei quattrini). E, a quanto raccontano i bisnonni ai nonni, “Leggerino” fu un “tombeur des femmes” quale non si era mai visto, né più si vedrà, fra i fantini di Siena. I compensi che intascava se li spendeva tutti a letto. 


Il Palio del 16 agosto 1875 fu bellissimo a detta dei cronisti. Scapparono primi quattro concorrenti e il mucchietto affrontò San Martino con l'Istrice e l'Onda che si erano già distaccati di mezzo cavallo. Fra i due si accese un duello a nerbate fino al Casato dove passò in testa il fantino bianco-celeste di Malborghetto che mantenne la posizione fino all'inizio del terzo giro. All'altezza della fonte, fu passato dalla Tartuca e dal Valdimontone. “Leggerino” riuscì a sbriciolare piano piano, con grande accellerazione, il distacco e ce la fece a vincere. Era capitano Silvio Bellaccini e la cavallina, baia, era di proprietà di Angelo Franci. 

15 gennaio 2016

La Pieve di Ponte allo Spino (Sovicille)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


La Pieve di San Giovanni Battista costituisce uno degli edifici romanici di maggiore interesse della provincia senese. Si trova in località Ponte allo Spino (Sovicille), nella piana alluvionale del Piano dello Spino, bagnata dal torrente Rigo e dai fossi Serpenna e Arnano. Questo luogo era una tappa della via imperiale che collegava la via Cassia all'Aurelia a partire da Porta San Marco, attraverso Costalpino, Bagno a Soma, la Pieve per poi proseguire verso Radicondoli, Montieri, Monterotondo e il mare.

Il vialetto d'ingresso alla Pieve

La chiesa è menzionata a partire dal 1050. Secondo la tradizione, l'edificio che ci è pervenuto fu costruito, nel secolo successivo, dai monaci Vallombrosiani di Torri. Pochissime tracce dell'antica chiesetta rimangono nella costruzione più recente: le sculture dei capitelli, il fonte battesimale ed il campanile, il cui basamento coesiste con la costruzione più antica almeno fino all'imposta del primo ordine di lesene.

Il complesso della Pieve nel Piano dello Spino