28 dicembre 2015

28 dicembre 1771: il dormitorio per le balie del Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 dicembre 1771 il rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala chiese al granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, il permesso di “fare in questo ospedale un nuovo dormentorio per le balie, e che fosse capace di una ventina di letti, giacchè il convento delle medesime destinato a lattare gli esposti era tanto ristretto ed angusto che non permette potervi ritenere che nove letti, quali sono obbligati continuamente a dare ricetto a due balie e quattro esposti per ciascheduno e qualche volta, nell'affluenza di detti esposti, è convenuto ritenere fino a quattro balie per letto”

La lapide posta sul dormitorio delle balie

Una situazione insostenibile, dunque, a causa delle cattive condizioni igieniche e del sopraffollamento che portava al diffondersi delle malattie. Non a caso la mortalità infantile, in questi anni, arrivava al 70%. 
L’ospedale si pose come priorità allargare il dormitorio, in modo contiguo a quello esistente fin dall’inizio del XVII secolo in via dei Fusari, che avesse almeno venti letti. La spesa stimata fu di circa 800 scudi.

Via dei Fusari n. 48

Il 26 marzo del 1772 il granduca, in visita a Siena, verificò di persona la necessità dei lavori richiesti dal rettore e concesse il suo permesso per aprire “la nuova fabbrica delle Balie”, con la possibilità per l’istituto ospedaliero di esporsi anche con un investimento di notevole entità per eseguire le opere al meglio e in sicurezza.


Crediti fotografici
La memoria sui muri: iscrizioni ed epigrafi sulle strade di Siena, Associazione culturale per la valorizzazione delle opere minori dei centri storici, 2005

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

27 dicembre 2015

27 dicembre 1837: nasce Luciano Banchi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 dicembre 1837, a Radicofani, nasce Luciano Banchi. Figlio di Luigi e della sua seconda moglie Barbara Modesti, che Luigi sposò già incinta di Luciano e da cui ebbe altri due figli: Adele, morta dopo soli otto giorni di vita, e Vittorio. 
Durane la sua infanzia Luciano è costretto a spostarsi di frequente a seguito del padre, prima ad Arezzo e poi a Pisa. Nel 1848 Luigi va in pensione e decide di trascorrere il resto della sua vita a Siena. Muore però due anni dopo, lasciando la moglie e i due figli in precarie condizioni economiche. 
La vedova riesce comunque a far condurre studi regolari sia a Luciano sia a Vittorio, affidandone l'istruzione ai padri scolopi del Collegio Tolomei. Mentre Luciano, avviato allo studio dei classici, della lingua francese e di quella tedesca si sarebbe dedicato agli studi universitari, il fratello Vittorio aderisce all'Ordine calasanziano e quindi, come padre scolopio, si dedicherà per tutta la vita all'attività educativa. 


Luciano Banchi

Iscrittosi nel 1854 al corso di notariato presso l'Università senese, Luciano Banchi approfondisce gli studi giuridici, anche se, dopo alcune esperienze come insegnante, a trenta anni è già direttore dell’Archivio di Stato di Siena, carica che manterrà fino alla morte. La posizione gli permise di pubblicare una vasta serie di statuti medievali, sui quali studiamo ancora, come: il “Breve degli Officiali del Comune di Siena del 1250”, lo “Statuto della Gabella di Siena” e, soprattutto lo “Statuto dello Spedale di Siena”
Di pensiero moderno, negli studi storici e archivistici combatterà sempre contro il dilettantismo. Forte anche la sua passione e il suo impegno politico: dopo un’iniziale adesione ai liberali conservatori, si schiera con il “Partito dell’Avvenire”, di stampo liberale progressista, e grazie a questo è eletto Sindaco di Siena in vari mandati. 
Tra le molte cariche ricoperte nel 1874 il Consiglio comunale lo nomina deputato del Monte dei Paschi, ruolo che mantiene fino al 1877 come Presidente della Deputazione; nel 1875 è “Arcirozzo” dell’Accademia dei Rozzi, mentre già dal 1870 è Presidente dell’Accademia dei Fisiocritici, carica ricoperta fino alla morte. 
Colpito da emorragia celebrale muore giovanissimo il 4 dicembre 1887. In segno di lutto le porte di Palazzo Pubblico furono chiuse e si celebrarono funerali solenni. La salma è tumulata al cimitero della Misericordia.


Crediti fotografici
Sito web rp.gruppo.mps.it

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26 dicembre 2015

26 dicembre 1690: l’inventario del “Saloncino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 dicembre 1690, in previsione della concessione del granduca di Toscana Francesco de’ Medici alla Congrega dei Rozzi della sala teatrale conosciuta come il Saloncino, posta nell’ala incompiuta della cattedrale, viene redatto un inventario dettagliato che ci descrive perfettamente lo spazio rappresentativo: il Saloncino è rettangolare, con platea a gradoni, sulla parete di accesso e sulle lunghe pareti laterali corre una “ringhiera” sostenuta da un parapetto, il soffitto e il sipario sono in tela dipinta, tutto nella sala (panche della platea, gli stessi gradoni e parapetti, la recinzione dello spazio dell’orchestra) è in legno coperto di tela dipinta, come pure il “frontespizio”, l’arco scenico. 

Il Saloncino in una foto di fine '800

L’inventario elenca dettagliatamente anche il corredo scenico: per la maggior parte quinte del tipo “a libricciuolo” (tipo paravento), fondali (“fori”) e “arie”; non c’è alcuna evidenza di un meccanismo con canali sul palco per il cambio delle scene a vista. 
Dopo la concessione, ratificata il 28 dicembre (nella stessa data si stabilisce anche che i Rozzi diventino Accademia), i Rozzi ne migliorarono la capienza con la costruzione di sedici palchetti e gli assegnarono un custode fisso. Il “nuovo” Saloncino viene inaugurato nel 1691 con l’opera in musica “L’onestà degli Amori” di Alessandro Scarlatti.


Crediti fotografici
Particolare di una foto di P. Lombardi che documenta l'edificio addossato al Facciatone non più esistente. Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari

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25 dicembre 2015

25 dicembre 1726: inaugurato in Duomo il monumento sepolcrale di Marco Antonio Zondadari

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il giorno di Natale del 1726 viene inaugurato nel Duomo di Siena il sepolcro dedicato all’illustre senese Marco Antonio Zondadari, Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano in Malta. 

SMOM - Serie "I Gran Maestri"
15 grani - Fra' Marc Antoine Zondadari (1981)

Nell’urna, scrive Giovanni Antonio Pecci, “è stato riposto il di lui cuore, da Malta a Siena trasportato, come nell’iscrizione si legge, la statua è stata scolpita da Giuseppe Mazzuoli scultore sanese, sebbene coll’ornamento (…) rifinita da Bartolomeo di lui nipote, a spese del Vescovo di Malta monsignor Gasparo Gori Mancini di questa città”
Marco Antonio Zondadari era morto a Malta nel 1722 e benché, per testamento, avesse stabilito di essere sepolto a La Valletta, nell’isola che lo aveva accolto come Gran Maestro, nella chiesa conventuale dell’Ordine Gerosolimitano intitolata a San Giovanni, stabilì che il suo cuore fosse riportato nella sua città natale, Siena. 

Duomo di Siena: il monumento sepolcrale

Racconta ancora Pecci che nell’ottobre del 1725 era iniziata nella cattedrale la “demolizione del sepolcro del celebre cardinal Riccardo Petroni, situato accosto la cappella di S. Giovanni Battista, per scorciarlo e alzarlo per dar luogo alla statua del Gran Maestro Zondadari, fabbricata in Roma da Giuseppe Mazzuoli, sebbene per la di lui morte (avvenuta il 6 giugno 1725, n.d.r.) rifinita da Bartolomeo”
Bartolomeo Mazzuoli, figlio del fratello di Giovanni, (nato il 17 marzo 1674 e morto il 29 giugno 1749) proseguirà la tradizione artistica di famiglia come scultore e stuccatore, realizzando una serie di opere, come gli eremiti e le figure mitologiche nel parco di Villa Cetinale ed altre nella basilica di Sant'Agostino, in duomo e nella chiesa di San Cristoforo. 


Crediti fotografici
1. Sito ibolli.it
2. Sito it.wikipedia.org. La foto è stata elaborata dal Tesoro di Siena.

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24 dicembre 2015

24 dicembre 1924: muore lo scultore Emilio Gallori

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 dicembre 1924, nella sua casa di Siena, muore lo scultore Emilio Gallori. Nato a Firenze nel 1846, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti della sua città, dedica la sua vita alla scultura.  Deve la sua celebrità all’aver vinto, nel 1883, il concorso per il monumento a Garibaldi sul Gianicolo a Roma, inaugurato il 20 settembre 1895.

Emilio Gallori, monumento equestre a Giuseppe Garibaldi
Roma, Colle del Gianicolo

Negli ultimi anni di vita Gallori si trasferisce a Siena. Viene nominato, nel 1890-1892, membro della giuria per concorso per il monumento a Garibaldi della Lizza, che sarà vinto da Raffaello Romanelli. Nel 1891 risulta esaminatore all'istituto d'arte e nel 1902 è membro della commissione nominata dal ministero per il restauro della facciata della basilica di San Francesco. 

"Tristitia" di Emilio Gallori
Siena, Palazzo pubblico, Sala del Risorgimento

A Siena esegue un “Bassorilievo per Baldassarre Peruzzi” e un medaglione in bronzo col ritratto del conte Guido Chigi Saracini (1924), conservato nell'omonima collezione. 
Di abitudini borghesi e modeste, fu massone e amico dei garibaldini, in particolare di Ettore Socci. Credette nell'arte come consolatrice ed educatrice: negli ultimi anni della sua vita istituì un premio per i giovani scultori all'Accademia delle belle arti di Firenze, a somiglianza del premio Ussi per la pittura. 
Alla Galleria degli Uffizi si conserva il suo “Autoritratto” (busto in bronzo). All’artista fiorentino il Comune di Siena, nel 1960, ha intitolato una strada ai Cappuccini.


Crediti fotografici
1. Sito radiomarconi.com
2. Foto del Tesoro di Siena su Flickr

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23 dicembre 2015

23 dicembre 1931: il nuovo stradario di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 dicembre 1931 viene pubblicato il manifesto con le denominazioni del nuovo stradario di Siena voluto dal podestà Fabio Bargagli Petrucci. Lo stradario sarebbe entrato in vigore a decorrere dal 1 gennaio 1932. Il podestà aveva preso al volo una disposizione governativa firmata il 1 agosto 1931 da Benito Mussolini, con la quale si ordinava, per festeggiare il decimo anniversario della Marcia su Roma, a tutti i centri urbani di intitolare una strada proprio alla Capitale (“d’ordine di S.E. il Capo del Governo, tutti i centri urbani abbiano intitolata, con l’inizio dell’anno decimo, una via non secondaria al nome di Roma”). 

Fabio Bargagli Petrucci

Bargagli Petrucci, dunque, approfitta dello spunto offerto per sottoporre alla Commissione dei Viari una proposta di modifica toponomastica più complessiva: passata ormai l’epoca in cui bisognava glorificare fatti e personaggi protagonisti del Risorgimento e dell’Unità d'Italia, dentro le mura si potevano ripristinare le antiche denominazioni, mentre i nomi più “moderni” si potevano spostate nell’immediata periferia extra-moenia, con l’unica eccezione di via Garibaldi. Così facendo il podestà si propone di unire la necessità di salvaguardare e tramandare, anche attraverso la toponomastica, le gloriose radici storiche della città, a cui i senesi erano visceralmente attaccati e di cui erano particolarmente gelosi, con la volontà, comunque incalzante, di non far cadere nell’oblio il mito del Risorgimento. 
La proposta avanzata da Bargagli Petrucci viene accolta con entusiasmo sia dalle istituzioni che dalla popolazione e molto elogiata dalla stampa cittadina. Così via Cavour torna ad essere via dei Montanini; viale Curtatone è di nuovo chiamato San Domenico, via Magenta è via Pian d’Ovile, via Montebello è via Campansi; via Ricasoli riprende l’antico nome di Pantaneto. Ma soprattutto piazza Vittorio Emanuele torna ad essere ufficialmente anche nel nome (nel cuore dei senesi lo era sempre stata) il Campo.


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22 dicembre 2015

22 dicembre 1749: la riforma del calendario

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 dicembre 1749 l’imperatore Francesco di Lorena, granduca di Toscana, riforma il calendario e stabilisce che, per tutto lo Stato toscano, debba essere usato un criterio unico, uniformato a quanto era già stato fatto in altre realtà fuori dall’Italia. Per Siena questo significa non computare più l’anno, come si faceva fin dal Medioevo, “ab incarnatione Domini”, facendolo iniziare quindi il 25 marzo, ma iniziare a calcolare l’anno dal 1 gennaio. Per la verità quest’ultima data era ormai da secoli frequentemente utilizzata per segnare l’inizio degli esercizi finanziari delle principali aziende e compagnie commerciali. 


Così il 1750 fu il primo anno computato secondo il nuovo stile. A ciò si aggiunse anche un nuovo computo delle ore: il granduca stabilì che da questo 1° gennaio tutti gli orologi fossero regolati alla francese dividendo il giorno in 12 ore, mattutine e serali, iniziando il conteggio dalla mezzanotte. Fino a questa data il conteggio delle ore del giorno aveva inizio un'ora dopo il tramonto, secondo quello che lo stesso Pecci definisce "l’antico costume italiano"
Le due novità, però, stizzirono alquanto i più conservatori che la giudicarono una “bizzarria”, criticando anche le spese necessarie per far regolare ad esperti orologiai tutti gli orologi della città, a partire da quello della Torre del Mangia. Le innovazioni introdotte, tuttavia, furono talmente rilevanti che si pensò di pubblicizzarle affiggendo una lapide, ancora leggibile, sulla facciata di Palazzo Pubblico (vedi foto).


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21 dicembre 2015

21 dicembre 1296: misure anti-incendio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 dicembre 1296 il Consiglio della Campana approva uno statuto in base al quale ogni singolo cittadino doveva venire a conoscenza delle regole da seguire per prendere parte all’opera di spegnimento di un incendio. All’annuncio del fuoco, dato col suono della campana oppure da un banditore, un certo numero di persone che svolgeva mestieri quali i “portatores” di biada, gli asinai, i vetturali, i falegnami ed i muratori, che in precedenza avevano prestato giuramento per fornire la loro opera, si mettevano in moto per domare le fiamme. 
L’attrezzatura a loro disposizione era povera e scarsamente efficace e, generalmente, consisteva in recipienti per portare l’acqua, come i coppi di terracotta, in stracci umidi da innalzare sulle pertiche per spegnere i focolai più alti, oltre a ramponi, scale, scuri, accette, seghe con le quali abbattere le muraglie per circoscrivere le fiamme. Alla fine del XIII secolo, quindi, pur non esistendo a Siena un corpo dei pompieri nel senso moderno del termine, era tuttavia operante un gruppo scelto di persone che sapevano come muoversi in situazioni di emergenza. 
Per l’uomo medievale, sia che vivesse in città sia che abitasse in piccoli villaggi di campagna, gli incendi rappresentavano una paura con la quale era necessario fare i conti ogni giorno. Al pari di guerre, pestilenze e carestie il fuoco era sentito come una vera e propria calamità. Così lo descrive Paolo di Pace da Certaldo nel Trecentesco Libro di buoni costumi: “Molto (ti guarda da questi pericoli), in però che molto sono grandi e di grande rischio: ciò sono, fortuna di mare, e di fuoco e d’acqua corrente, e di furore di popolo, e di correre di uno cavallo o molti, e di lingua di ria femmina, e di signoria di villani, e di corsali di mare, e di schierani di terra”.


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20 dicembre 1581: preparativi per la visita del Granduca Francesco I

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 dicembre 1581 la Balia, in preparazione della venuta a Siena del Granduca Francesco I e della consorte Bianca Cappello,  nomina i Quattro Deputati della Festa, tra cui spiccano i nomi dello storico Orlando Malavolti e di Bellisario Bulgarini. Si delibera, in particolare, di organizzare una caccia al toro, una commedia ed altre feste maggiori, di abbellire la città con apparati effimeri, archi trionfali, colossi e altri ornamenti, e di registrare i nomi dei capocaccia scelti dalle Contrade. 


I deputati, inoltre, impongono alle Arti di provvedere all’ornamento degli ingressi della Piazza, assegnando, ad esempio, il chiasso Largo ai calzolai, la Costarella agli speziali, il chiasso del Bargello ai cuoiai, il Casato ai fabbri, via Duprè agli osti. Per ogni Contrada, infine, i Quattro stabiliscono i responsabili delle invenzioni e della tassazione, nonché i vestiti e la qualità delle stoffe da adoperare. Insomma, dietro ad ogni visita reale, c'era davvero un grande lavoro di organizzazione, preparazione e spese, che coinvolgeva tutta la città.


Crediti fotografici
Vincenzo Rustici, Caccia dei tori in Piazza del Campo del 1546, Collezione MPS

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19 dicembre 2015

19 dicembre 1891: Edoardo Farsetti, detto “Mugnaino”, si trasferisce a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 dicembre 1891 Edoardo Farsetti, figlio di Angelo, “emigra” da Firenze a Siena. Due anni dopo, lo troviamo già annoverato tra i fantini di Piazza con il nome di Mugnaino: corre, infatti, nella Tartuca lo straordinario del 1893. Nel Campo disputa sette Carriere (partecipa anche al Palio alla Romana dell’agosto del 1894) senza mai vincere. Alla sua presenza in Piazza, tuttavia, le cronache legano un fatto che in qualche modo sembra abbia “condizionato” il destino paliesco della Contrada della Chiocciola. 

L'atto di cambio di residenza del Farsetti

È il Palio del 2 luglio 1896 e alla Chiocciola, che monta Mugnaino, tocca in sorte (insieme alla Torre) uno dei cavalli favoriti. Mugnaino resta in testa per quasi tre giri ma all’ultimo Casato, per rinserrare e nerbare la Torre che incalza, cade e così sarà proprio la Torre a giungere prima al bandierino. Questa caduta di Mugnaino (che chiuderà la sua carriera paliesca dopo aver corso ancora i due Palii del 1897 nella Chiocciola senza successo) determinerà uno degli episodi più particolari della storia del Palio. 

Sant'Antonio abate, immagine in ceramica gettata
nel pozzo dal contradaiolo chiocciolino
Francesco Dominici, detto Cecco.

La Chiocciola, infatti, veniva da un periodo sfortunato: dal 1888 non aveva più vinto, anzi aveva perso vari Palii clamorosi, mentre la Tartuca aveva vinto ben tre volte (1889, 1891, 1895). Dopo questa ennesima, bruciante sconfitta, un contradaiolo, Francesco Dominici, detto “Cecco” (questo era il nome del giovane ragazzo), si dice che sia entrato arrabbiatissimo nella stalla, abbia preso la ceramica raffigurante Sant’Antonio abate, protettore degli animali, e l’abbia buttata nel pozzo di San Marco. 
Per lui il Santo, essendo il patrono della rivale Tartuca (che in realtà ha come protettore Sant’Antonio da Padova) era il responsabile della sfortuna della Contrada. La Chiocciola, prosegue, però, il suo periodo nero fino agli inizi del 1900: nell’inverno del 1910, un gruppo di donne della Contrada, indicono una sottoscrizione straordinaria per prosciugare il pozzo e recuperare l’effige di Sant’Antonio. Recuperata la sacra immagine e restaurata, vengono effettuate varie cerimonie per riparare al gesto commesso e, coincidenza o meno, nella successiva Carriera del 2 luglio 1911 la Chiocciola torna alla vittoria.


Documentazione e crediti fotografici
sito ilpalio.org
sito ecomuseosiena.org

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