19 dicembre 2015

19 dicembre 1891: Edoardo Farsetti, detto “Mugnaino”, si trasferisce a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 dicembre 1891 Edoardo Farsetti, figlio di Angelo, “emigra” da Firenze a Siena. Due anni dopo, lo troviamo già annoverato tra i fantini di Piazza con il nome di Mugnaino: corre, infatti, nella Tartuca lo straordinario del 1893. Nel Campo disputa sette Carriere (partecipa anche al Palio alla Romana dell’agosto del 1894) senza mai vincere. Alla sua presenza in Piazza, tuttavia, le cronache legano un fatto che in qualche modo sembra abbia “condizionato” il destino paliesco della Contrada della Chiocciola. 

L'atto di cambio di residenza del Farsetti

È il Palio del 2 luglio 1896 e alla Chiocciola, che monta Mugnaino, tocca in sorte (insieme alla Torre) uno dei cavalli favoriti. Mugnaino resta in testa per quasi tre giri ma all’ultimo Casato, per rinserrare e nerbare la Torre che incalza, cade e così sarà proprio la Torre a giungere prima al bandierino. Questa caduta di Mugnaino (che chiuderà la sua carriera paliesca dopo aver corso ancora i due Palii del 1897 nella Chiocciola senza successo) determinerà uno degli episodi più particolari della storia del Palio. 

Sant'Antonio abate, immagine in ceramica gettata
nel pozzo dal contradaiolo chiocciolino
Francesco Dominici, detto Cecco.

La Chiocciola, infatti, veniva da un periodo sfortunato: dal 1888 non aveva più vinto, anzi aveva perso vari Palii clamorosi, mentre la Tartuca aveva vinto ben tre volte (1889, 1891, 1895). Dopo questa ennesima, bruciante sconfitta, un contradaiolo, Francesco Dominici, detto “Cecco” (questo era il nome del giovane ragazzo), si dice che sia entrato arrabbiatissimo nella stalla, abbia preso la ceramica raffigurante Sant’Antonio abate, protettore degli animali, e l’abbia buttata nel pozzo di San Marco. 
Per lui il Santo, essendo il patrono della rivale Tartuca (che in realtà ha come protettore Sant’Antonio da Padova) era il responsabile della sfortuna della Contrada. La Chiocciola, prosegue, però, il suo periodo nero fino agli inizi del 1900: nell’inverno del 1910, un gruppo di donne della Contrada, indicono una sottoscrizione straordinaria per prosciugare il pozzo e recuperare l’effige di Sant’Antonio. Recuperata la sacra immagine e restaurata, vengono effettuate varie cerimonie per riparare al gesto commesso e, coincidenza o meno, nella successiva Carriera del 2 luglio 1911 la Chiocciola torna alla vittoria.


Documentazione e crediti fotografici
sito ilpalio.org
sito ecomuseosiena.org

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

18 dicembre 2015

18 dicembre 1387: il "divorzio" di una esposta del Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 dicembre 1387 una delibera del capitolo del Santa Maria della Scala ci informa che tra i privilegi concessi da Papa Urbano VI all’ospedale c’è la liberatoria per una delle esposte la quale ottiene di potersi risposare “perché aveva uno marito paçço”. La donna si chiama Caterina ed è un esempio eloquente del tipo di patrocinio che l’istituto senese garantiva alle gittatelle che aveva cresciuto. 
L’ospedale di Siena, il 3 luglio del 1380, aveva stipulato un contratto nuziale a nome della fanciulla con Francesco di Lippo di Calgasso, abitante a Pisa nella cappella di San Martino in Chinzica. La dote era molto alta: 400 lire. Il matrimonio venne celebrato nel reparto femminile dell’istituto alla presenza dei testimoni. 

Domenico di Bartolo - Accoglimento, educazione, crescita e nozze dei trovatelli (1441-1442)
Siena, Santa Maria della Scala – Sala del Pellegrinaio

Il neo sposo, dopo aver incassato almeno parte della dote, fece ritorno a Pisa senza portare con sé Caterina, tanto che il Santa Maria il 20 agosto incaricava uno dei suoi oblati, Anibaldo di Bartalo, anche lui cittadino pisano, di raggiungere Francesco perché venisse a prendere la sua sposa. L’ambasceria evidentemente non ebbe l’esisto sperato e quasi un anno dopo, il 4 giugno 1381, il Capitolo deliberava “che Anibaldo di Bartalo (...) vada di questa semana a Pisa a sue spese e truovi (...) Francesco da Pisa che prese per moglie una delle nostre allevate”; Anibaldo dovrà chiarire all’uomo i doveri che si è assunto verso l’ospedale e verso Caterina e convincerlo a “menarla a marito come debba” entro un termine stabilito dal rettore, altrimenti gli saranno addebitate “XXV lire de condapnagione”. Nel caso in cui Francesco non si dimostri disponibile l’oblato dovrà costringerlo a restituire tutto il denaro e i panni che hanno costituito la dote dell’esposta. 
Non è chiaro se Anibaldo sia stato coinvolto perché concittadino di Francesco oppure perché in qualche modo ha contribuito alla definizione delle nozze, magari favorendo i rapporti tra il pisano e l’ospedale (ce lo fa supporre il fatto che l’ospedale lo mandi a Pisa a spese proprie). Comunque la ricerca ci porta a conoscenza del fatto che Francesco è in prigione in quanto, davvero, è ritenuto pazzo. In questo 18 dicembre 1387 Caterina stessa “fa mandato di procura per comparire dinanzi all’Arcivescovo di Pisa come commissario di Sua Santità Urbano VI e produrre al medesimo la Bolla di già ottenuta (...) di poter fare il divorzio siccome fin dal tempo che ella contrasse col predetto Francesco il matrimonio era egli già pazzo”
L’ospedale si fa garante fino in fondo dei diritti di Caterina e il Capitolo stanzia la cifra necessaria all’esposta per recarsi, accompagnata da alcuni frati dell’istituto, al cospetto dell’Arcivescovo di Pisa. La vicenda si conclude solo nel novembre del 1388, quando nel corso una riunione capitolare si stabilisce “che Caterina (...) la quale fu maritata a Pisa el marito è in prigione per paçço e a si avuto conseglio che si può rimaritare che ella si mariti nonestante che altra volta le dote e diesele L lire e X soldi di donamenta come usança”Sono trascorsi, comunque, otto anni.


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17 dicembre 2015

17 dicembre 1891: muore il pittore Amos Cassioli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 dicembre 1891, muore a Firenze il pittore Amos Cassioli. Nasce il 10 agosto 1832 ad Asciano da Domenico, caffettiere, e Assunta Mazzoni. Viene iniziato agli studi dallo zio Ottavio Cassioli, organista della cattedrale di Arezzo, che voleva indirizzarlo alla carriera ecclesiastica. 
La morte improvvisa del padre lo costringe a cercare lavoro ad Asciano per mantenere la famiglia, ma grazie all'interessamento dei monaci di Monte Oliveto Maggiore, e alla generosità di alcuni privati, riprende gli studi e la pittura per quale mostra un innato talento. 

Amos Cassioli, Provenzano Salvani chiede l'elemosina nel Campo (1873)
Palazzo pubblico di Siena

Nel 1850, entra all'Accademia di Belle Arti di Siena, poi diretta da Luigi Mussini, che stima il Cassioli ed esercita un ruolo determinante per i suoi indirizzi e le sue scelte. Il granduca Leopoldo II gli concede un assegno mensile per un soggiorno a Roma, dal novembre 1856, ospite del ministro Bargagli. Questo soggiorno, protrattosi fino al 1860, è determinante per Cassioli che frequenta i giovani artisti che si trovavano a Roma e soprattutto quelli dell'Accademia di Francia, tra i quali Edgar Degas e Jacques Henner, la cui conoscenza influenzerà l'impostazione della sua prima produzione ritrattistica. 

Amos Cassioli, la Battaglia di Legnano (1870)
Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze

Quando rientra in Toscana si dedica quasi totalmente alla pittura di storia, dove l’ineccepibile disegno si unisce a un’efficace capacità narrativa. Per il Governo provvisorio toscano realizza la grandiosa tela con la Battaglia di Legnano (ora nella Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti), terminata nel 1870. Nella nostra città, con altri colleghi dell’Accademia senese, Pietro Aldi e Cesare Maccari, è incaricato di dipingere nella sala, che sarà poi detta “del Risorgimento” in Palazzo Pubblico, episodi della vita di Vittorio Emanuele II (1884). Nel 1868, con una sottoscrizione pubblica, gli viene commissionato il "Provenzan Salvani che chiede l’elemosina nel Campo”, che verrà premiato all’Esposizione di Vienna del 1873. Oggi il dipinto è nella sala del Consiglio Comunale.


Crediti fotografici
1. dal sito bridgemanimages.com
2. dal sito wikimedia.org . Il file originale è stato elaborato dal Tesoro di Siena.

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16 dicembre 2015

16 dicembre 1320: il terremoto a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 dicembre 1320, ci raccontano i cronisti, Siena vive uno dei “maggiori terremoti che mai fussero uditi”. Leggere il resoconto è impressionante: “ ed era sì grande il romore per la città di gridare misericordia, che pareva che la città andasse sotto sopra, e tutta la notte la gente andava per le chiese facendo penitenza, e ad ogni ora della notte sonavano le campane del Duomo a martello per li grandi terremoti che venivano; e tutti i frati e i preti, i quali erano per le regole, stavano in orazione e in disciplina a pregare Iddio che levasse questo giudizio, imperocchè molta gente moriva sotto le case, le quali cascavano per li detti terremoti; e molta gente andò ad abitare a Campo ed anco a tutto il prato della Porta Camollia che era pieno di padiglioni e trabacchi”

Francesco di Giorgio Martini - Biccherna - La Vergine protegge
Siena in tempo di terremoti (1467) - Siena, Archivio di Stato

E anche i signori di Siena, non potendo fare nulla “mandaro pregando il Vescovo, che dovesse ordinare una devota processione e pregare Iddio e la sua Santissima Madre, la quale è nostra Avvocata, che per la sua infinita misericordia debbi da noi cessare tanto giuditio. Il Vescovo intese le preghiere de' Sigg. Nove ordinò la predicazione ma anco e soprattutto ordinò che ognuno, compreso li Sigg, Nove, si confessasse e rendesse buona pace l'uno a l'altro e domandando ognuno misericordia delle proprie colpe. Nella processione molta gente devota andarono scalzi con la corregia alla gola per devozione, e andarono con la detta processione intorno al Campo e poi intorno al Duomo. E come si continuò di fare la processione anco per i Terzi, così si cessò via i terremoti e in capo del terzo giorno totalmente furono iti via”
Che Siena sia zona di terremoti è ampiamente risaputo e questa cronaca (tarda, per la verità) ce lo testimonia. Il più antico terremoto documentato in territorio senese risale  al 1287: sappiamo che colpì il Monte Amiata, particolarmente soggetto ai sismi per la sua natura vulcanica, perché una serie di carte della primavera di quell’anno menziona i gravi danni subiti dall’abbazia di San Salvatore e da molte case, letteralmente in rovina: non sappiamo se fu avvertito anche in città ed in che misura, ma certo furono scosse “magnos et terribiles”
Sigismondo Tizio, poi, ricorda quelli, altrettanto importanti, del 1294, del 27 dicembre 1361 e del 12 ottobre 1430. E come dimenticare l’interminabile sciame sismico durato dal gennaio all'agosto del 1467, nel quale si contarono ben 160 scosse, e che meritò di essere immortalato in una Tavoletta di Biccherna di Francesco di Giorgio Martini: all'esterno di una porta urbana sono allestite baracche e tende per ospitare temporaneamente i senesi impauriti e fuggiti dalla città, ma la Vergine attorniata dagli Angeli vigila su di essa, aprendo le braccia e stendendo il proprio manto protettivo.


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15 dicembre 2015

15 dicembre 1408: Fonte Gaia è commissionata a Jacopo della Quercia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 dicembre 1408, gli ufficiali di Balia e il capitano del Popolo, affidano a “magistro” Iacopo della Quercia la realizzazione della nuova fonte per il Campo, fonte che andrà a sostituire quella del 1343, realizzata da Iacopo di Vanni Ugolini e posta più in basso, vicino al Gavinone attuale. 
La tradizione vuole che nel 1343, per la sua inaugurazione, la fonte avesse suscitato nel popolo senese così tanta gioia da meritarsi l’appellativo di “gaia”. In realtà la fonte, che nel 1343 ha già un bottiniere (tal Figarino), è già attestata in questo anno sia come "fonte del Campo" che come "fonte Gaia", e gli storici ipotizzano, per questa seconda denominazione, un'origine che affonda le sue radici nella storia romana di Siena. 


Dopo varie vicissitudini (solo per elencarne alcune: tra il 1411 e il 1414 Iacopo abbandonò l’incarico per recarsi a Lucca, dove aveva accettato altre committenze, dopodiché fece ritorno a Siena e riprese i lavori; nel 1415 fu apportata una variante al progetto; il Comune si trovò più volte costretto ad intimare l’artista ad accelerare l’opera, troppo spesso interrotta) finalmente il 20 ottobre 1419 (la fonte doveva essere terminata in venti mesi!) Iacopo riceve a saldo dell’opera, ormai consegnata, 2680 fiorini d’oro senesi. 


Il maestro muore il 20 ottobre 1438, e nel V centenario della sua morte gli viene intitolata la piazza a fianco della Cattedrale, il luogo nel quale, approssimativamente, si dice che abbia scolpito i marmi della fonte, e dove intorno al 1870 è stato costruito il Museo dell’Opera del Duomo.


Crediti fotografici
1. 2. La fonte Gaia originale di Jacopo della Quercia, oggi conservata presso il Complesso museale Santa Maria della Scala. Nel 1859 fu infatti deciso di sostituire la fonte di Jacopo con una copia commissionata allo scultore purista senese Tito Sarrocchi. Le foto sono di David Bramhall su Flickr.

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14 dicembre 2015

14 dicembre 1922: nasce Arrigo Pecchioli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 dicembre 1922 nasce a Siena, nel rione del Nicchio (scrive lui stesso: “in quell'imbuto di strada ch'è via dell'Oliviero, proprio ove questa forma un gomito spezzato”Arrigo Pecchioli. Figlio di Brunetta Chellini e Raffaello, autista meccanico di gran competenza e passione con officina in via Pantaneto, è in realtà un contradaiolo, appassionato, della Torre che gli ha anche intitolato una piazzetta che si apre su via di Salicotto. 


Giornalista, scrittore, storiografo, pubblica, anche con lo pseudonimo di Lionetto Santi, numerosi saggi sulla città di Siena e sul Palio. Su quest'ultimo argomento, a lui sempre molto caro, ricordiamo, tra i molti, la "Storia delle Contrade di Siena" del 1950 e "Il Palio di Siena" del 1980. Ha diretto la rivista "La Contrada". E' stato uno dei personaggi fondamentali per la rinascita culturale di Siena nel secondo dopoguerra, mostrando di amare la sua città anche nei lunghi anni romani, dove ha dato il suo grande contributo a importanti iniziative editoriali come l'Editalia, contribuendo al più vivo dei dibattiti nell'analisi dell'evoluzione delle Contrade nel corso dei secoli. 


Nell’ottobre del 1947, Pecchioli, insieme a Giorgio Chiantini, Leo La Rosa, Nello Cortigiani, Aldo Lusini, Carlo Fontani, Giulio Pepi e Alberto Tailetti fonda il “Comitato Amici del Palio”, desiderando contribuire alla salvaguardia della tradizione e con l’intento di riportare decoro al corteo storico, cosa che prende corpo nel 1950 con l’idea di riprendere, e dare pregio e importanza, al premio del Masgalano. 


Nel 1952, inoltre, mentre collabora con Mario Celli al giornale “Il Campo”, collabora con lui anche all’istituzione del premio “Mangia”, premio, ancora oggi assegnato, di riconoscenza cittadina per coloro che, senesi e “stranieri”, con la loro opera nei più disparati campi avessero portato alto il nome, l’onore ed il prestigio di Siena. 
Molto, ancora, potremmo dire su questo personaggio di rilievo della storia della nostra città, come la sua grande conoscenza del pavimento del Duomo; è autore di una gustosa guida di Siena Vecchia ed inesauribile pozzo di memorie sul periodo del passaggio del fronte da Siena.  Muore improvvisamente a Roma, il 29 marzo 1995.


Documentazione
"Di Siena del Palio e d'altre storie - Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli", a cura di Luigi Oliveto, Edizioni Il Leccio, Siena, 1997

Crediti fotografici
1.  Lionetto Santi, "Storia delle Contrade di Siena", Ed. di Contrada, Tipografia Ex Cooperativa, Siena 1952
2. Arrigo Pecchioli, "I tarocchi del Palio di Siena", Editalia, 1988
3. Lionetto Santi, "Palio", Poligrafica, Siena 1946. Opuscolo con disegni di Marzi, Scattina e Viligiardi

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13 dicembre 2015

13 dicembre 1326: lavori di ristrutturazione di Porta Giustizia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 dicembre 1326 vengono pagati alcuni lavori di ristrutturazione di Porta Giustizia (attestata dal 1323), lavori puntualmente ricordati da Agnolo di Tura del Grasso nella sua "Cronaca senese", quando annota, sempre nel dicembre, che "… e l'altra porta sarà in Val di Montone, che oggi si chiama la porta a la Justizia, e sta serata, che non serve ad altro se non a far iustitia, perché fuore a la detta porta vi è il tempio de la justitia…"

Francesco Vanni, Pianta di Siena (1595)
La strada che da via dei Malcontenti e da via di porta Giustizia arriva
a Porta Giustizia attraversando la valle oggi denominata Orto de' Pecci

La notizia è interessante perché testimonia che Porta Giustizia, in pratica, viene utilizzata in questi anni solo per far passare i condannati e non come vero e proprio accesso alla città, anche perché il borgo di Santa Maria (attuale Orto de’ Pecci), che si forma nella prima metà del '300, ha davvero vita breve. 


Oggi la porta non esiste più, ne restano solo i segni dell'arco tamponato sull'esterno delle mura. L'unica fonte iconografica è la veduta del Vanni, che la mostra con una sorta di rivellino, forse interpretabile come la massiccia torre merlata detta tempio della Giustizia; al suo interno, infatti, tra XV e XVI secolo probabilmente venivano operate alcune esecuzioni capitali, anche se i patiboli allora erano già stati montati nel prato fuori porta Camollia, come informa il Macchi nelle sue "Memorie"
Il baluardo, così come la porta, dovette subire ingenti danni nell'assedio di Siena del 1554-55 e, così, viene smantellata all’inizio del '600.


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12 dicembre 2015

12 dicembre 1837: nasce Luciano Raveggi, garibaldino senese

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 dicembre 1837 nasce ad Orbetello Luciano Raveggi. Di famiglia senese, il padre si trasferisce in Maremma dove apre un forno. Luciano, malato, nel 1859 (ha 22 anni) scappa a Livorno e si arruola nell’esercito piemontese, combattendo nella sanguinosissima battaglia di San Martino (II Guerra d’Indipendenza). 

Particolare dell’affresco “l’incontro di Teano” nella
Sala del Risorgimento del Palazzo pubblico
(il Raveggi è sulla sinistra della foto)

L’anno successivo si imbarca a Talamone diretto in Sicilia dove si unisce alle Camicie Rosse di Garibaldi e partecipa a tutte le battaglie combattute nell’isola: Marsala, Calatafimi, Palermo, Milazzo, fino allo scontro finale del Volturno vicino Caserta. Per il coraggio dimostrato, Raveggi si guadagna la medaglia al valore, viene congedato con i gradi di sottufficiale e rientra ad Orbetello. 
I contatti con Siena sono, tuttavia, frequenti dato che nel 1865 diventa “accademico rozzo”. Il forte senso patriottico lo portano a seguire Garibaldi anche sui campi di battaglia della III Guerra d’Indipendenza, alla guida di un battaglione con il grado di Maggiore. 

La camicia rossa del Raveggi conservata nella
Sala del Risorgimento del Palazzo pubblico

Sciolto il corpo dei volontari garibaldini, Raveggi si trasferisce definitivamente a Siena, andando ad abitare in via di Città nella casa del nipote Luigi Bordoni. Insignito a Roma del Cavalierato della Corona d’Italia nel 1895, per mano del deputato senese Stanislao Mocenni, Luciano Raveggi muore di polmonite il 29 aprile 1899 e viene sepolto, dopo che le maggiori autorità di Siena e Orbetello e le Associazione combattentistiche gli hanno tributato molti onori, nel cimitero della Misericordia. 
Nella sala del Risorgimento in Palazzo Pubblico si conserva la sua divisa rossa, donata al Comune di Siena da un suo nipote nel 1939 e restaurata in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Luciano Raveggi è, inoltre, raffigurato nell’affresco, ad opera di Pietro Aldi, che racconta “l’incontro di Teano”.


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11 dicembre 2015

11 dicembre1513: muore a Siena Bernardino di Betto, detto “Pinturicchio”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’11 dicembre1513, a Siena, muore Bernardino di Betto, celebre pittore conosciuto come il Pinturicchio o il Pintoricchio. Il soprannome di Pinturicchio ("piccolo pintor", cioè "pittore") derivava dalla sua corporatura minuta: egli stesso fece proprio quel soprannome usandolo per firmare alcune opere. 


Francobollo delle Poste italiane emesso in data 14 marzo 2008

Secondo lo storico Sigismondo Tizio (rettore della parrocchia dei Santi Vincenzo e Anastasio, in cui Pinturicchio abitava, e autore delle “Historiae Senenses”) sarebbe stato sepolto proprio nella chiesa di San Vincenzo, attuale Oratorio della Contrada Sovrana dell’Istrice. Nel 1901, durante alcuni lavori, nella Contrada dell’Istrice furono ritrovati in una galleria posta sotto il pavimento resti umani tumulati, ma non sappiamo se davvero fossero dell’artista. Tuttavia, in virtù di questo, la Contrada dell’Istrice nel 1920 sancisce un gemellaggio con Perugia, patria del pittore, dove nasce nel 1545 da Benedetto di Biagio. 


Francobollo dello SMOM emesso in data 3 dicembre 1979
Pinturicchio, Alberto Aringhieri, rettore dell'Opera del Duomo, in abito conventuale
Siena, Duomo, Cappella di San Giovanni Battista

Nel 1481 si iscrive all'Arte dei pittori di Perugia, per il quartiere di Porta Sant'Angelo e tra il 1481 e il 1482, a Roma, collabora col Perugino agli affreschi della cappella Sistina. La sua carriera, da qui, sarà una continua ascesa: opera ininterrottamente al servizio di cinque papi: da Sisto IV a Giulio II, passando per Innocenzo VIII, Alessandro VI, e Pio III; lavora per committenti importanti come i della Rovere e Pandolfo Petrucci. 


Francobollo dello SMOM emesso in data 3 dicembre 1979
Pinturicchio, Alberto Aringhieri, rettore dell'Opera del Duomo, in abito militare
Siena, Duomo, Cappella di San Giovanni Battista

A Siena, tra le molte opere, realizza lo straordinario ciclo della Libreria Piccolomini, in duomo, affresca la cappella di San Giovanni Battista; sempre in duomo e realizza il cartone del pavimento della cattedrale con le “Storie della fortuna”


Pavimento del Duomo di Siena, Allegoria del colle della Sapienza (1505)
Pinturicchio (disegno); Paolo Mannucci (realizzazione)

Ricco, ma dalla vita affettiva sfortunata, si raccontano molte storie sulla fine della sua vita. Vasari, che è sempre molto critico nei confronti dell’artista che non ama particolarmente, riporta una diceria sul suo carattere avido e bizzarro: alloggiato presso i frati di San Francesco, a Siena, pare che avesse chiesto di togliere dalla sua cella un cassone vecchio e ingombrante; nello spostamento si rompe e rivela un tesoro di cinquecento ducati d'oro, che si presero i frati. "E lui, illividito, ne morirà", commenta, perfido, il Vasari. 
L'aneddoto non è fondato, ma è una testimonianza dell'amarezza dei suoi ultimi anni: abbandonato dai cinque figli, Sigismondo Tizio racconta che si era riavvicinato alla perfida moglie Giaffa che, però, era l’amante di un soldato di Ventura, Girolamo di Polo detto Paffa (che poi sposerà la figlia Clelia), e lo lasciò morire, lui da sempre gracile e malaticcio, letteralmente di inedia, per prendersi la notevole eredità.

Pinturicchio, Enea Silvio Piccolomini, Vescovo di Siena, presiede all'incontro
di Federico III con  Eleonora di Aragona (1502-1507)
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Per ciò che concerne il legame tra l’artista umbro e la Contrada di Camollia questo trascende i secoli e dall’800 ad oggi i disegnatori delle monture si sono ispirati continuamente alle sue opere. Pinturicchio, infatti, più volte, raffigura paggi o giovinetti che indossano vesti con i colori che questa Contrada è andata assumendo nel tempo.


Documentazione
Per qualche "gossip" sulla morte del Pinturicchio si veda il sito umbrialeft.it

Crediti fotografici
1.2.3. dal sito ibolli.it

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10 dicembre 2015

10 dicembre 1788: nasce Francesco Morelli, detto “Ferrino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 10 dicembre 1788 nasce Francesco Morelli, conosciuto in Piazza del Campo come “Ferrino”, o “Ferrino Maggiore”. E’ un fantino del Palio anche il fratello, Pasquale Morelli, soprannominato “Ferrino Minore” che però ha una carriera meno brillante del fratello: in dieci Palii corsi non arriva mai vittorioso al bandierino. 

Dipinto del Palio del 19 agosto 1818  a firma Gorelli
conservato nel Museo della Sovrana Contrada dell'Istrice

Francesco disputa 18 Carriere vincendo tre volte: il Palio straordinario del 19 agosto 1818 con i colori dell’Istrice (è un Palio straordinario corso su richiesta del Granduca Ferdinando III di Toscana che si era così entusiasmato nella Carriera del 16 agosto da voler rivivere subito l’adrenalina della corsa); il 17 agosto 1819, sempre nell’Istrice (rinviato al 17 per pioggia è di nuovo presente Ferdinando III, con la figlia Maria Luisa); il 16 agosto 1821 (il mese di agosto evidentemente portava fortuna a Ferrino) trionfa in Pantera. 

Testo del battesimo di Morelli Francesco Giovanni 

Con questa vittoria Ferrino Maggiore si ritira dalla Piazza.  La famiglia Morelli è spesso salita alla ribalta della cronaca del tempo: sia il nonno che il padre, intanto, pur non facendo i fantini, sono chiamati da tutti “Ferrino”, ed entrambi hanno guai con la giustizia. Nel marzo del 1769 Giuseppe Morelli è accusato di furto, mentre nel febbraio 1791 Liborio, padre di Francesco e Pasquale, è incriminato per contrabbando di tabacco. E perfino Pasquale, varie volte, ebbe a che fare con la giustizia per i suoi…costumi licenziosi.


Documentazione e Crediti fotografici
Dal sito ilpalio.org
Il dipinto di cui alla foto 1 venne realizzato intorno al 1900 e presenta numerosi errori: ci sono nove contrade, fra cui il Nicchio, la Torre e la Giraffa che non erano presenti in quel Palio. Delle contrade che corsero, mancano: l’Onda, il Bruco, la Civetta ed il Valdimontone. La Chiocciola, che cadde mentre era al comando, viene raffigurata a cavallo. Nel retro del disegno appare la dicitura “cadde il Drago…” che non era nemmeno tra le partecipanti.

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Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.