10 novembre 2015

10 novembre 1897: inizia la distribuzione di zuppe economiche

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 10 novembre 1897, la Deputazione Amministratrice del Pio Ricovero di Mendicità, grazie alle elargizioni del Monte dei Paschi, del Comune, di Enti morali e di facoltosi privati, inizia in Piazza del Mercato la distribuzione di zuppe economiche per le famiglie in difficoltà. Ogni sera per due ore in un locale messo a disposizione dal Comune vengono distribuite, in autunno e in inverno (ma in anni particolarmente duri la distribuzione arrivava fino a primavera inoltrata), al prezzo di 5 centesimi zuppe calde che, a seconda dei giorni, potevano essere di magro, di pane e fagioli, di riso o di semolino con pesce. 

Piazza del Mercato

Le zuppe, del valore reale di 10 centesimi, si potevano avere a metà prezzo acquistando i buoni presso l’antica cartoleria Landi, al negozio Cartigliani e presso la sede del Ricovero di Mendicità. Se l’autunno e l’inverno erano davvero rigidi ed i raccolti scarsi si notava anche dal numero delle zuppe distribuite che giornalmente, ripetiamo giornalmente, si aggiravano sulle 700-800, ma che in certi momenti di crisi potevano arrivare fino a 1200 a sera. 

Piazza del Mercato

La distribuzione delle zuppe era stata già fatta anche negli anni passati, ma in questo 1897 la povertà affliggeva moltissime famiglie: nel 1896 nei primi otto giorni il numero delle zuppe somministrate era stato di 4726, mentre negli stessi giorni del 1897 si arrivò fino a 8104, quasi il doppio. Che l’indigenza esistesse a Siena a livelli impensabili si era già visto nel 1887 quando, dopo una visita dei sovrani in città, la coppia reale aveva lasciato una somma di denaro che la Compagnia della Carità avrebbe dovuto distribuire tra i bisognosi che ne avessero fatto domanda. Le domande furono ben 2700 e dopo indagini accurate ne vennero scartate solo 500 ma le altre 2200 vennero ritenute in stato di grave necessità.


Documentazione e crediti fotografici
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Per un quadro puntuale e dettagliato della Siena di fine Ottocento: "Siena dei bisnonni", di Luca Luchini, con foto di Piero Ligabue, ALSABA Siena, 1987

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Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

9 novembre 2015

9 novembre 1763: a via di Beccheria l’esclusiva della vendita di carne

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 9 novembre 1763 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo emana un motu proprio con il quale stabilisce che la vendita di carne sia concentrata esclusivamente in via di Beccheria, obbligando l’Arte della Lana a sistemare gli edifici retrostanti la propria sede, in modo che possano ospitare le “carnarias tabernas”

Una  lapide in via di Beccheria (1763)

Tale disposizione viene attuata immediatamente, come testimonia anche una lapide che ricorda la bottega di macellaio di un tal Giuseppe Romboli aperta il 1 dicembre di quello stesso anno. D’altra parte anche Giovanni Antonio Pecci annota nel “Giornale Sanese” che nel febbraio del 1764 i macellai “hanno principiato a esercitare l’arte loro e aprire botteghe, a tale effetto comodamente adattate”, lungo via di Beccheria. 
I vecchi macelli ancora in uso all’epoca fuori da questa area vengono demoliti: il Pecci ne ricorda uno posto nei pressi di San Cristoforo e un altro “accosto” alla chiesa di Santa Maria delle Nevi, ma la stessa fine fecero anche “tutti gl’altri sparsi in diversi posti della città”
Nel 1766-68 l’inchiesta voluta sempre da Pietro Leopoldo per censire arti, mestieri e botteghe a Siena, registra la presenza in Beccheria di nove macelli, tra cui anche uno che vendeva la cosiddetta “mala carne”, ovvero quella di infima qualità, proveniente dalle bestie “morticine” o malate, e perciò molto meno costosa. 

Una  lapide in via di Beccheria (1486)

Soltanto con una legge emanata il 14 giugno 1775 si consentì nuovamente di aprire rivendite di carne macellata in altre zone di Siena. Bisogna precisare, però, che il toponimo “Beccheria” etimologicamente deriva da “beccaio”, che era colui che vendeva la carne di becco, di caprone, anche se il termine venne poi utilizzato per indicare la bottega del macellaio, o addirittura più genericamente il luogo stesso in cui avveniva la macellazione, il cosiddetto “scorticatoio”
Nella Siena medievale la macellazione avveniva in vari punti della città, ma i cattivi odori e la sporcizia derivati da quest’attività determinarono, nel corso del tempo, l’allontanamento della popolazione da alcune zone come Stufa Secca, via delle Cantine e il Mercato Vecchio.
Per ovviare a ciò il Comune, alla metà del ‘400, emanò un decreto in base al quale la macellazione poteva avvenire solo “nel piano di Fontebranda” o almeno “a ponte Ghiacceti in giù”, quindi lontano dalle abitazioni cittadine. I macellai, già presenti in Beccheria, come conferma una lapide del 1486, a seguito della deliberazione, aumentarono finché, nel ‘700, si stanziarono esclusivamente in questa strada.


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8 novembre 2015

8 novembre 1650: muore un buttero maremmano dopo aver trionfato nell’ultima bufalata

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’8 novembre 1650, il buttero maremmano Gabbriello di N., venuto a Siena “per governar la bufala della Contrada della Ciocciola” nella bufalata disputata sul Campo il 3 novembre (come abbiamo visto sarà l’ultima della storia senese), morì nella casa di mastro Domenico corbellaio e, si legge nel libro 1313 dei defunti di San Marco, che essendo “pioggia grandissima il Signor Vice Pievano di San Giovanni, et il Vice Curato di S. Quirico assisterono alla sua sepoltura”

Archivio Arcivescovile di Siena, defunti di S.Marco, libro 1313, c.s.n.

Purtroppo non si specifica la causa della morte di Gabbriello ma dato che il decesso è avvenuto appena cinque giorni dopo la bufalata ci potrebbe far ipotizzare una caduta o comunque un incidente dovuto alla corsa. Tra l’altro Gabriello, proprio per i colori della Chiocciola, aveva trionfato nella Bufalata. 
Nel ricostruire la sua vicenda, tuttavia, non ci viene in aiuto nemmeno il resoconto coevo della gara fatto da Guglielmo Palmieri che descrive minuziosamente il corteo dei carri allegorici che precede la corsa ma non le fasi, probabilmente concitate, della corsa stessa. 

B. Oppi, "Bufalata del 3 novembre 1650", acquaforte
Biblioteca Comunale degli Intronati, Siena

Del resto gli incidenti con le bufale dovevano essere frequenti e, data la portata dell’animale, spesso gravi. Sappiamo, infatti, che il 2 novembre del 1632 morì, perché “gli venne un’accidente”, anche tal Martio di Uranio, di 24 anni, che era stato ricoverato al Santa Maria della Scala “essendo caduto fino il dì 15 agosto prossimo passato in occasione del Corso del Palio con le bufale”.


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7 novembre 2015

7 novembre 1726: muore Quinto Settano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 7 novembre 1726, all’età di 66 anni, muore a Spoleto Lodovico Sergardi, cultore di lettere ed arti, conosciuto nel mondo accademico con lo pseudonimo di Quinto Settano. 
Lodovico Sergardi nacque a Siena nel 1660, compì qui i suoi studi (ebbe tra i suoi maestri Pirro Maria Gabrielli e fece parte dell’Accademia Senese degli Intronati con il nome, non casuale, de “Il Satirico”) e, pur nutrendo una forte passione per la vita militare, venne indirizzato dalla famiglia verso una ben diversa carriera religiosa. 

La lapide posta sulla casa di Lodovico Sergardi, in via Montanini n. 118

Nell’ambito della Curia Pontificia fu vicario Generale di Sua Santità e Direttore della Fabbrica di San Pietro sotto papa Alessandro VIII anche se non fu mai ordinato sacerdote. Nel corso di tutta la vita si dedicò ad un’altra grande passione, lo studio delle lettere, ed ottenne un notevole successo con vari scritti satirici, rivolti non di rado contro il malcostume curiale che ben conosceva, pubblicandoli con lo pseudonimo, appunto, di Quinto Settano. Sferzanti ed ironiche appaiono le sue “Satire” latine (edite per la prima volta nel 1694) fortemente polemiche con la società del tempo colta nei suoi vizi e nelle sue debolezze. Le Satire vennero in seguito tradotte in terza rima dall’autore stesso, perché come lui stesso scrive all’amico Giulio Del Taja: "alle volte poco intende il testo latino" per cui sarebbe stato effettivamente molto divertente un maggior numero di lettori "essendoci cose dette con felicità ed arguzia"


Di grande importanza fu anche l’opera in terza rima intitolata “La Conversazione delle Dame di Roma”, dialogo letterario fra Pasquino e Marforio. Molti critici, proprio grazie a quest’opera, hanno visto in Ludovico Sergardi un precursore ed un ispiratore del poema satirico “Il Giorno” Giuseppe Parini, in cui viene criticato aspramente il mondo ozioso dei nobili. Critica che, come nel caso di Quinto Settano, è più morale che politica. 
Siena ha intitolato a Quinto Settano una strada nella zona del Petriccio, vicino a Belriguardo.


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6 novembre 2015

6 novembre 1943: il trasferimento degli ebrei senesi arrestati

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 6 novembre 1943 oltre venti ebrei senesi arrestati il giorno precedente nelle proprie abitazioni in città, tra cui bambini e anziani, dopo aver trascorso la notte in una caserma in Piazza d’Armi sono pronti per essere trasferiti. Alcuni vengono rilasciati, forse perché considerati ebrei “misti”, gli altri vengono portati a Firenze mentre nei verbali si registra solo che sono stati “trasferiti in altra località”


A Firenze trovano ad attenderli un treno che, dopo un interrogatorio a Bologna, li porta ad Auschwitz-Birkenau. Quindici di loro muoiono subito nelle camere a gas del lager nazista, il più giovane ha appena compiuto 13 anni e si chiama Ferruccio Valech. I loro nomi sono impressi nel marmo di una epigrafe posta accanto alla sinagoga di Siena (vedi sopra)
I fatti sono tristemente noti: la neonata la Repubblica fascista di Salò, al pari dei tedeschi, considera gli ebrei nemici della patria. Nei primi giorni di novembre iniziano gli arresti a Bologna, Firenze, Montecatini Terme e Siena. 


La vicenda senese è narrata da Alba Valech nel libro “A.24029”. Alba racconta che il 6 novembre, insieme ai suoi familiari, il padre, la madre, la sorella, il fratellino Ferrucio e il marito, Ettore Capozzi, viene prelevata dalla loro villa ai Cappuccini dai fascisti e da una SS italiana. In una notte la sua vita cambia; poche parole della madre, Livia Forti, sconvolgono per sempre la sua esistenza: “I fascisti! Ci danno solo venti minuti”
Nel libro poi si ripercorre l’arrivo a Firenze, dove i tedeschi fanno salire gli ebrei senesi su carri bestiame diretti a Bologna. Qui le SS interrogano nuovamente i senesi ed in questo momento Alba Valech e il marito vengono rilasciati perché considerati una coppia mista, dato che il marito non è ebreo (Alba verrà comunque arrestata a Milano nell’aprile dell’anno successivo e internata ad Auschwitz dal quale sopravvivrà).

La famiglia Valech sterminata ad Auschwitz:
le foto sono del padre Mosè David, della madre Livia Forti, 
della sorella Morosina e del piccolo Ferruccio



Documentazione
Si veda "A.24029" di Alba Valech Capozzi - Soc. An. Poligrafica, Siena, 1946. Il volume è stato ristampato nel 1995 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza Senese da Nuova Immagine Editrice, Siena

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5 novembre 2015

5 novembre 2003: muore Donato Gallorini, detto “Donatino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 5 novembre 2003 muore ad Arezzo Donato Gallorini, conosciuto in Piazza del Campo come “Donatino”, ma detto anche “l’Ardito”. Nasce ad Olmo (Arezzo) il 5 aprile del 1910 ed il suo esordio paliesco risale alla Carriera di luglio del 1934: nel Valdimontone monta Melisenda. 

Donato Gallorini

In Piazza correrà 9 Palii, l’ultima volta nel luglio del 1946 con i colori della Torre, ma non alzerà mai il nerbo della vittoria. Forse se non ci fosse stata la lunga interruzione dovuta alla Seconda Guerra Mondiale la storia della sua carriera paliesca sarebbe stata diversa. Ma, come si suol dire, la storia non si fa con i se e con i ma. 
In realtà Donato Gallorini, come altri fantini del Palio di Siena (primo tra tutti Tripolino, suo fraterno amico) fu uno dei re indiscussi di un’altra piazza, quella della Giostra del Saracino della sua città natale: Arezzo. 

Donato Gallorini alla Giostra del Saracino

Donatino, che nella vita ha fatto prima il colono e poi è stato infermiere nel manicomio aretino, partecipa alla Giostra del Saracino dal 1932 al 1970, vincendo ben quattordici edizioni, per i quartieri di Porta Santo Spirito (undici) e Porta Crucifera (tre). Molti sono i record che gli appartengono: è il giostratore che ha disputato più edizioni: 45 dal 7 agosto 1932 al 6 settembre 1970; è il giostratore più anziano ad aver vinto una Giostra a oltre 57 anni; è il giostratore più anziano ad aver gareggiato avendo già compiuto sessant’anni. Gallorini partecipa anche ad altre manifestazioni, come la Giostra dell’Orso a Pistoia che vince due volte.


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4 novembre 2015

4 novembre 1918: si festeggia la fine della Grande Guerra

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 4 novembre 1918, appena arriva a Siena la notizia che l’armistizio è definitivo e la Grande Guerra è finita, scoppia la gioia: il Campanone e tutte le campane della città suonano diffondendo la notizia fino alle campagne. 


I senesi scendono in strada, si formano cortei con bandiere e la banda che suona. I festeggiamenti durano nei giorni, si festeggia nelle Contrade, un Te Deum in un Duomo affollatissimo termina con l’organista che suona la marcia reale: tutti restano attoniti e la notizia finisce suoi giornali. 
Varie le iniziative ufficiali per celebrare la fine vittoriosa del conflitto: si intitolano strade a Trento e Trieste, tornate italiane, oppure al re d’Italia Vittorio Emanuele III. Il Monte de’ Paschi delibera elargizioni a favore delle famiglie povere di Siena. 
Il 2 luglio dell'anno successivo, 1919, torna la terra in Piazza dopo anni di triste silenzio: il Drappellone dedicato alla vittoria del primo conflitto mondiale viene dipinto da Aldo Piantini e vinto dal Leocorno con Ottorino Luschi detto Cispa. 
In questa occasione viene effettuata per la prima volta la sbandierata, che sarà detta della vittoria, davanti a Palazzo Pubblico prima dell'uscita dei cavalli dall'Entrone. Si volle così salutare e onorare i reduci di guerra seduti in un palco appositamente posto accanto a quello delle comparse. 

L'Asilo monumento

Anche l’iniziativa senese per commemorare i caduti della guerra del 1915-18 (le perdite a Siena furono ingenti) è degna di nota: viene, infatti, costruito alla Lizza, al posto dei consueti monumenti in bronzo o marmo, un edificio per l’infanzia (quello che poi sarà chiamato “Asilo Monumento”). Progettato nel 1921 dall’architetto Vittorio Mariani, vide la posa della prima pietra il 2 luglio 1922 alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia. 
I lavori terminarono due anni dopo; l’inaugurazione avvenne il 28 settembre 1924 alla presenza del re Vittorio Emanuele III e del sindaco Vittorio Martini.


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3 novembre 2015

3 novembre 1650: l’ultima bufalata

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 3 novembre 1650 nel Campo si assistette all’ultima bufalata di cui si abbia notizia, organizzata in onore del Granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici in visita a Siena. 
Le corse con le bufale, rigorosamente maremmane, a Siena hanno vita breve: la prima, infatti, risale al 1599 ma in poco più di cinquant’anni se ne disputarono davvero tante, ben 36. 

B. Oppi, "Bufalata del 3 novembre 1650", acquaforte
Biblioteca Comunale degli Intronati, Siena

Le bufalate sostituirono, in qualche modo, le cacce ai tori ma, a differenza di queste ultime, con le Contrade protagoniste di primo piano, sia nella corsa sia nel corteo che la precede. Ogni Contrada (a questa del 1650 ne parteciparono in sei: Lupa, Oca, Drago, Chiocciola, Torre, Onda) sfilava nel Campo con un carro allegorico, bello e scenografico, ispirato ad episodi tratti dalla storia o dalla mitologia. Al carro più bello “comparso” in Piazza spettava (oggi come allora) un premio, il masgalano. 
Dopo i carri sfilavano le bufale, montate non da un fantino ma da un “buttero”, seguite da un gruppo di dodici “pungolatori” che servivano (nel corteo, ma soprattutto in corsa) a “pungolare” l’animale (in genere con un bastone, una canna, comunque con qualcosa di appuntito) affinché seguisse il percorso giusto, non si fermasse, oppure non scappasse all’interno della Piazza. 
La mossa veniva data davanti al vicolo dei Borsellai, si compivano tre giri di piazza in senso antiorario con arrivo posto davanti al vicolo di San Paolo. Vinse la Chiocciola, mentre il masgalano se lo aggiudicò “l’Elefante”
Tre giorni dopo questa storica bufalata, il 6 novembre, si assistette ad un altro spettacolo, un palio alla tonda con i cavalli. Da qui però inizia un’altra storia.


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2 novembre 2015

2 novembre 1624: istituito il Monte “non vacabile” dei Paschi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 2 novembre 1624, su iniziativa del granduca di Toscana Ferdinando II, viene istituito legalmente il “Monte non vacabile de’ Paschi della Città e Stato di Siena”: “non vacabile”, perché i depositanti non potevano ritirare i capitali a loro volontà in misura tale da causare deficienze di fondi per le operazioni di credito; “de’ Paschi”, in quanto il fondo di garanzia dell’istituzione era costituito, in gran parte, dalla capitalizzazione delle rendite demaniali dei pascoli della Maremma. 
Il proposito era quello di rimediare alle tragiche condizioni in cui si trovavano la città e i territori senesi dopo la guerra e la caduta della Repubblica. Nell’atto di fondazione si legge: “Dal Magistrato si deve avere principale cura che il denaro si dia a chi sa impiegarlo più utilmente a pro delle case loro o a beneficio di negotij di campo, come ancora di lana, di seta e d’altri di città”
I fondi sono costituiti da un prestito di 200.000 scudi di capitale e di 10.000 scudi annui, forniti dal granduca e garantiti, appunto, sopra le entrate annuali provenienti dalla Camera granducale del Magistrato de’ Paschi, cioè dall'amministrazione dei pascoli della Maremma, già proprietà dell'antica Repubblica. 


Le rendite del fondo concesse a prestito dal granduca dovevano essere divise in tante porzioni chiamate “luoghi di monte” e corrispondevano alle moderne obbligazioni, alienabili al prezzo di 100 scudi ciascuno, erano nominative e fruttavano 5 scudi ogni anno al compratore. Il nuovo Monte doveva funzionare assolutamente per non vivere il tracollo definitivo. 
Già il 4 marzo 1472 il Comune di Siena, su delibera del Consiglio Generale, aveva istituito un Monte di Pietà (Monte Pio), il cui scopo principale era quello di andare incontro, con prestiti a basso tasso d’interesse, alle esigenze delle classi meno abbienti; la sua sede era già nel castellare dei Salimbeni. Tuttavia, l'instabilità politica dei primi del Cinquecento e la fine della Repubblica ne aprì la crisi, fino all'intervento di riorganizzazione operato da Cosimo I de’ Medici nel 1568. 
Dopo aver avuto l’autorizzazione a prestare denaro agli allevatori di bestiame della Maremma nel 1574, l’ente diventò vera banca nel 1619, quando la Balia chiese di istituire un “altro Monte” per fronteggiare i crescenti bisogni dei cittadini. Nel 1783 le amministrazioni del Monte Pio e del Monte dei Paschi vennero fuse sotto la denominazione di “Monti Riuniti”. Nel 1872 fu assunta la denominazione di Monte dei Paschi e nel 1936, dichiarato istituto di credito di diritto pubblico, il Monte dei Paschi emana lo statuto rimasto in vigore fino all'agosto 1995, data in cui l’azienda bancaria è stata conferita in Banca Monte dei Paschi di Siena, costituita nella forma di società per azioni. 
La storia degli ultimi vent'anni sarà tutt'altra, ed è a tutti tristemente nota.


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1 novembre 2015

1 novembre 1481: Sano di Pietro è sepolto in San Domenico

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 1° novembre 1481 viene sepolto nel chiostro di San Domenico il pittore Sano di Pietro di Mencio. Era nato nel 1406 (venne battezzato il 2 dicembre) ed ebbe da madonna Antonia, sua moglie, numerosi figli di cui due morirono in tenera età. Ebbe inoltre due femmine mentre il figlio Girolamo studiò legge.  Sappiamo questo da una denuncia dei beni e possedimenti da lui fatta alla Lira proprio nel 1481 in cui Sano di Pietro confessa: “io so’ d’età d’anni settantacinque, et so’ quasi infermo”

Predica di San Bernardino in Piazza del Campo
Siena, Museo dell'Opera del Duomo

Allievo del Sassetta, si impose seguendo le orme del suo maestro, divulgatore abile di uno stile raffinato che ritroviamo in molte pale dipinte per chiese del senese, oggi in gran parte conservate in Pinacoteca. 
La semplicità della sua pittura lo portò ad avere grande successo ed un vasto consenso popolare, anche perché prediligeva figure care al popolo come San Bernardino, in quegli anni diffusamente venerato, come risulta dalle due splendide "Prediche di San Bernardino" e da un particolarissimo "San Bernardino", datato 1450 e oggi esposto nella Pinacoteca Nazionale senese. 

Predica di San Bernardino davanti a San Francesco
Siena, Museo dell'Opera del Duomo

Dal 1428 è iscritto alla corporazione dell’arte dei pittori, mentre il primo pagamento documentato è del 1443 per aver realizzato una figura di Federico il Barbarossa nella “Sala della Balia” di Palazzo Pubblico. 
Il “Polittico dei Gesuati” (Siena, Pinacoteca), firmato e datato 1444, per i colori limpidamente smaltati e l'elegante e raffinato disegno, lo rivela ormai artista maturo, vicino al Maestro dell'Osservanza, che alcuni critici hanno identificato con lo stesso Sano di Pietro giovane. 

Madonna dei Gesuati (particolare)
Siena, Pinacoteca nazionale

Dopo il 1450 Sano di Pietro si dedica anche alla miniatura, arte nella quale esprime al meglio la sua vena narrativa e descrittiva. Negli ultimi decenni della sua vita il ductus pittorico perderà gli ottimi livelli qualitativi raggiunti scivolando spesso in un'ingenua e talvolta esteriore religiosità, unita ad un modo poco originale e stereotipato di narrare. 
La sua produzione fu, tuttavia, vastissima e oggi le sue opere sono conservate nei maggiori musei del mondo.


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