20 ottobre 2015

20 ottobre 1632: una bufalata in onore del granduca Ferdinando II de’ Medici

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 ottobre 1632 è in visita in città il granduca Ferdinando II de’ Medici, e suo fratello Mattias, governatore di Siena, gli dedica una splendida bufalata corsa da 6 Contrade. Alcune incisioni del disegnatore Bernardino Capitelli ci mostrano il corteo che precede la corsa e soprattutto i magnifici carri allestiti dalle Contrade partecipanti. 



Questi ultimi non sono più le nude fortezze dentro le quali si raccoglievano i cacciatori delle cacce ai tori del secolo precedente, ma autentiche opere architettoniche ispirate principalmente alla mitologia classica, sempre con un richiamo al nome della Contrada: in quello della Lupa, così, trova posto la madre di Romolo, in quello dell’Oca il Campidoglio con il tempio di Giove e via dicendo. 



Dopo il corteo dei carri sfilano anche le bufale (di razza maremmana) accompagnate dalla segnatura dai “pungolatori” travestiti da satiri. I pungolatori, come dice il nome, erano indispensabili durante la corsa per “pungolare” la bufala spronandola a muoversi, oppure a rimetterla in pista qualora decidesse di cambiare strada. 



La bufalata parte del vicolo dei Borsellai, le bufale, montate comunque da un “buttero”, dovevano compiere tre giri di Piazza, ma nel senso inverso rispetto a quello che sarà, in seguito, quello del Palio alla tonda. In una Piazza addobbata con palchi e gremita di pubblico si aggiudica la vittoria della bufalata il Nicchio.


Documentazione
Per maggiori informazioni e per la serie completa dei carri allegorici si veda la pagina http://goo.gl/n3DZMD

Crediti fotografici
Le immagini sono tratte da: "I carri delle sei contrade, che comparuero splendidamente in teatro alla luce di ser.o Sole, ue[n]gono hora p[er] lor disauentura oscuramente delineati nell'ombre confuse de miei debili intagli ... Siena il dì marzo 1632, deuotiss.o ser.e Bernardino Capitelli", Capitelli, Bernardino, 1589-1639

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

19 ottobre 2015

19 ottobre 1815: muore Paolo Mascagni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 ottobre 1815, in seguito ad un attacco di "febbre perniciosa", nella sua villa di Castelletto vicino a Chiusdino, muore improvvisamente Paolo Mascagni, il celebre anatomista che tanto ha dato nel campo della ricerca medica. 
Paolo Mascagni, di Aurelio, nasce a Pomarance (Pisa) nella casa della madre Elisabetta Burroni, il 25 gennaio 1755. Appena diciassettenne viene mandato a studiare a Siena dove, nel 1778 si laurea in Filosofia e Medicina. 


Uno dei suoi insegnanti, l’anatomista lucchese Pietro Tabarrani, lo vuole subito come suo assistente e alla sua morte Mascagni viene nominato lettore ordinario di anatomia con uno stipendio iniziale di 120 scudi. I suoi primi interessi si rivolgono soprattutto al mondo delle scienze naturali come testimoniano gli studi sui soffioni boraciferi, una realtà che gli è certo familiare grazie alla vicinanza di Larderello al suo paese di origine, ma gli interessi medici rimangono comunque sempre i prediletti. 
Intrapreso il cammino della ricerca medica e la carriera accademica a Siena, nel 1798 Mascagni viene eletto presidente dell'Accademia dei Fisiocritici. Illuminista e ammiratore della rivoluzione francese è oggetto di violenze durante la rivolta sanfedista del Viva Maria e incarcerato per vari mesi con l’accusa di aver aderito alla Municipalità, governo a carattere giacobino-repubblicano.

Lapide che ricorda la casa dove visse a Siena Paolo Mascagni.
Si trova nel Casato di Sopra al n.c. 35

A causa delle travagliate vicende politiche, il 1° gennaio 1800, alla riapertura dell’Ateneo senese, Mascagni non viene richiamato ma, nel 1801, per volontà del Re di Etruria, viene nominato professore di Anatomia a Pisa, con l'obbligo di leggere le proprie lezioni due volte la settimana nell'Arcispedale fiorentino di Santa Maria Nuova. Solo dopo la morte di Re Ludovico I di Borbone, la vedova, Regina Reggente, dispone che Mascagni, nel 1803 divenga professore di anatomia a Firenze.
Paolo Mascagni sarà un uomo che precorrerà sempre i tempi: lo farà come grande anatomista, legando il suo nome alla scoperta e allo studio dei vasi linfatici, e come spregiudicato liberale, giocando un ruolo di primo piano nel movimento giacobino toscano. 
La fama scientifica di Paolo Mascagni è legata agli studi volti alla dimostrazione del funzionamento del sistema linfatico nell’opera "Vasorum lymphaticorum historia" (Siena 1787), a cui seguono, fra l'altro, i due Atlanti, opere postume, pensati dal Mascagni quale sussidio fondamentale per lo studio dell'Anatomia per gli studenti delle Belle Arti e quelli di Medicina. Negli anni di insegnamento fiorentino collabora, come consulente scientifico, alla scuola ceroplastica del Museo di Storia Naturale. 
A Mascagni è dedicata una Sala presso l'Accademia delle Scienze dei Fisiocritici, nella quale sono conservati i suoi preparati anatomici, le opere note per le splendide tavole didattiche, la biblioteca e l'archivio della Famiglia Mascagni. A Siena via Paolo Mascagni è davanti a Porta Laterina.


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18 ottobre 2015

18 ottobre 1405: nasce Enea Silvio Piccolomini, il futuro Papa Pio II

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 ottobre 1405 nasce a Corsignano, in provincia di Siena, Enea Silvio Piccolomini. Della sua vita, delle sue opere e del suo pontificato è stato scritto moltissimo e le vicende sono note a tutti. Gli studi sulla figura e la biografia di Pio II sono numerosi e diversificati, sia come letterato sia come uomo di politica e di chiesa. 


Diplomatico e consigliere di Federico III (a partire dal 1442 quando fu inviato da Felice V alla corte di Boemia), poeta ed umanista (tra le molte sono celebri i "Commentari", che scrisse in latino ed in terza persona, e dove annotò molte cose, anche frivole o futili, sui fatti ed i costumi dell'epoca), segretario del concilio e dell’antipapa, vescovo, cardinale ed infine pontefice con il nome di Pio II (il 19 agosto 1458, a 53 anni), la figura di Enea Silvio Piccolomini riflette l’estrema complessità di una vicenda personale eccezionalmente peculiare e distintiva. 

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio,
Il Piccolomini pronuncia un discorso davanti a Re Giacomo I di Scozia (1502-1507)
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Tuttavia l’itinerario personale del Piccolomini conserva una sua unità concettuale, una sua distintiva coerenza di fondo individuabile sin dalle opere letterarie composte alla vigilia del suo pontificato fino alla sua morte, ad Ancona il 14 agosto 1464, in attesa di partire per la crociata da lui promossa e tanto agognata (dopo aver fallito nella sperata conversione al cristianesimo di Maometto II).

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio
Pio II, dopo l'incoronazione, entra in San Giovanni in Laterano
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Dinanzi alle divisioni politiche e religiose che lo circondano, Piccolomini individua nella ricerca della pace e della concordia del mondo cristiano il valore più alto che la Chiesa ha il dovere di promuovere, all’insegna del recupero, tutto umanistico, dei valori cristiani. 

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio
Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

In tal senso, anche la promulgazione della crociata si inserisce all’interno di un quadro di recupero, rivendicazione e difesa della civiltà cristiana e dunque europea. Da ricordare che, tra le sue attività di mecenate la realizzazione della sua città ideale e la trasformazione del suo paese natale, Corsignano, in quello splendido gioiello rinascimentale che è oggi Pienza.


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17 ottobre 2015

17 ottobre 1890: un incendio sui tetti del Duomo

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La mattina del 17 ottobre 1890, intorno alle 11, scoppia un incendio sui tetti del duomo mentre si stanno svolgendo alcuni lavori di manutenzione alla copertura fatta in legno e piombo. Probabilmente il vento stacca il recipiente in cui gli operai tengono il fuoco e una scintilla, caduta nel “graticolato di legno sottostante”, crea un “incendio furibondo”


Il tetto del Duomo

In breve tempo l’armatura della cupola viene distrutta dalle fiamme, e così parte della copertura della navata centrale, riducendo in cenere le parti in legno e fondendo completamente le lamine in piombo “tanto che nel momento dell’incendio il superbo monumento presentava uno spettacolo imponente e terribile di fiamme e fumo che si alzavano in vortici spaventosi, minacciando le fabbriche più prossime, di travi crollanti e di piombo liquefatto fluente giù per le curve delle volte, alla cui solida costruzione soltanto si deve se non ebbero a lamentare ulteriori danni e rovine al monumento”


Panorama dal tetto del Duomo

Alle 4 del pomeriggio l’incendio è domato. Il racconto dell’episodio è tratto dalla relazione che l’allora Rettore dell’Opera, Carlo Periccioli, stila nel luglio del 1891 per presentare alla Commissione Conservatrice di Belle Arti il progetto di restauro elaborato dall’architetto Giuseppe Partini. Il progetto viene approvato e nel 1895 i lavori di ristrutturazione sono conclusi, anche se Partini morirà in questo anno e al suo posto li porterà a conclusione, con la carica di Architetto dell’Opera del duomo, ad Agenore Socini. 


Ciro Santi, La facciata del Duomo di Siena, Stampa del 1778

Con il progetto di Partini la cattedrale assume la configurazione attuale. Da una foto Alinari del 1855 si vedono chiaramente le differenze: la cupola e la navata, prima della distruzione, avevano in parte una forma e una dimensione diversa (la cupola era anche più “schiacciata”) e si distingueva, al centro della copertura, un camminamento. 
Partini, progettando la copertura del tetto e la cupola prova ad eliminare le cause che hanno generato l’incendio: la struttura in legno e l’utilizzo del piombo saldato a fuoco. Viene scelta una soluzione in laterizio che non utilizza le capriate in legno e semplifica il disegno della navata centrale eliminando il camminamento, la sopraelevazione e riducendo la copertura a solo due falde. L’architetto crea, poi una copertura senza saldature in piombo ma fissata ad una serie di profili di ferro fatti a “T”, disposti longitudinalmente alla pendenza e sul colmo e a sua volta fissati sul sottofondo di calce e laterizio.


Vigili del fuoco su un mezzo antincendio negli anni Venti del Novecento

Nel tragico incendio che colpì il duomo di Siena il 17 ottobre 1890 le cronache si diversificano circa la tempestività degli interventi. Se alcuni raccontano che i pompieri furono tempestivi ed efficienti dato che le fiamme vennero domate in 5/6 ore, altri narrano che in questa circostanza si dimostrò appieno l’inefficienza e la scarsità di potenza dei mezzi messi a disposizione dei vigili del fuoco senesi, da qualche tempo lamentata.
Il Corpo dei Pompieri Municipali “per la pronta estinzione degli incendi”, come dichiarava in maniera programmatica lo statuto, fu istituito a Siena nel 1870 (con l’unificazione d’Italia, retaggio delle istituzioni Napoleoniche, infatti, ogni Comune istituì un proprio servizio antincendio con organici formati in un primo tempo da volontari cui si affiancò, successivamente, il personale permanente). Il Corpo aveva un’organizzazione militare che comprendeva ventiquattro militi e sei graduati, anche se un terzo della forza continuava ad essere costituito da muratori, falegnami, meccanici, fontanieri. 
L’armamentario ottocentesco comprendeva tre pompe (due aspiranti e prementi ed una premente), una scala aerea ed un carro che doveva essere trainato a mano. Il lavoro, dunque, nei primi decenni viene svolto con mezzi modesti ed attraverso mille difficoltà e disagi, facilmente intuibili e chiaramente evidenziati in una lettera scritta nel 1888 da un cittadino: “Mancano i cavalli per trascinare le pompe di maggiore potenza – scrive - mentre attualmente i pompieri devono trascinare da loro le pompe con perdita di tempo, ma anche con molto sciupo di forze se il percorso è piuttosto lungo”
La polemica sull’efficienza dei vigili del fuoco a Siena verteva anche sulla possibilità di intervenire con maggiore celerità perché non era stabilito un punto di raduno dei pompieri e bisognava andarli a cercare nelle rispettive abitazioni, cercando di evitare episodi spiacevoli come quando non fu possibile trovare la chiave dell’arsenale (il deposito dei pompieri) se non dopo molte ricerche e molta perdita di tempo.


Crediti fotografici
1. 2.: foto del Tesoro di Siena su Flickr
3. Archivio fotografico Malandrini - Fondazione MPS

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16 ottobre 2015

16 ottobre 1611: consacrata la collegiata di Provenzano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 ottobre 1611 viene consacrata e aperta ufficialmente al culto la collegiata di Provenzano. La storia che sta all’origine della sua fondazione è nota ai senesi: un giorno un soldato spagnolo, ubriaco, spara ad un’immagine della Madonna che si trova su una casa nel rione di Provenzano. Ma il fucile esplode e l’immagine rimane illesa. Si grida al miracolo e la casa diverrà presto luogo di venerazione e di miracoli. 


I Medici, che da tempo cercano il modo di sradicare dalla mente dei senesi il culto della Madonna del Voto che si trova in Duomo, troppo legata alla storia repubblicana della città, colgono l’occasione al volo e promuovono la costruzione di un nuovo centro di culto. 
Ricevuto il permesso di erigere una chiesa nella quale custodire la sacra immagine, vengono nominati 4 operai per sovrintendere all’opera. L’8 aprile 1595 viene indetta una riunione tra tutti gli artisti della città: i progetti vengono raccolti ed inviati al granduca Ferdinando I perché scelga il migliore. Il disegno vincitore risulta quello Damiano Schifardini, senese di origine, matematico e geometra, monaco della Certosa di Firenze, ma, soprattutto, precettore dei figli del Granduca Ferdinando I de’ Medici. Schifardini, oltre al disegno elabora anche un modello ligneo della chiesa. I progetti verranno, di fatto, seguiti ed eseguiti dallo scultore e architetto Flaminio del Turco, nominato capomastro della fabbrica, al quale spetta, in realtà, la paternità dell’edificio. 


Il 20 agosto si cominciano gli scavi per le fondamenta e il 24 ottobre 1595 si inizia a murare. La prima pietra viene collocata solennemente dallo stesso Flaminio del Turco: nel suo incavo, vengono poste 20 monete d’argento con l’impronta del Granduca oltre ad alcune medaglie raffiguranti la Madonna di Provenzano. 
I lavori di costruzione della chiesa giungono al tetto già nel 1602, quando si pose il problema della forma da dare alla cupola. Lo Schifardini nel frattempo era morto, e nel suo modello ligneo la cupola era rotonda e depressa (“chiatta”), forse simile a quella di Santo Spirito e Santa Maria degli Angeli. Si pensò che una tale soluzione architettonica avrebbe sciupato la chiesa, così del problema viene investito direttamente il Granduca. Questi il 4 giugno giunse in visita a Siena dove chiese un parere al fratello Giovanni de’ Medici, esperto di architettura, che suggerì le modalità di innalzamento della cupola, costruita a calotta semplice, gli espedienti tecnici per eseguirla e propone anche di lasciare una piazza davanti alla facciata. 
I consigli vennero accolti immediatamente tanto che il 22 ottobre 1604 anche la parte strutturale della cupola risulta terminata.


Crediti fotografici
1. Leonardo de Vegni, Vincenzo Rust, "Chiesa della Madonna di Provenzano", 1775. Incisione su rame
2. Antonio Gregori, "Investitura del rettore di Santa Maria in Provenzano", 1614. Pergamena, Archivio di Stato di Siena, Concistoro 2341, c. 89

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15 ottobre 2015

15 ottobre 1291: ripristinato il gioco dell’elmora

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 ottobre 1291, il Consiglio Generale, su richiesta esplicita dei Magnati, ripristinò il gioco dell’elmora in quanto i senesi “mostravano genio di veder le battaglie degli elmi, pietre, pugni, e cesterelli”
L’elmora o gioco “dei cestarelli” si svolse a Siena per quasi tutto il XIII secolo. Consisteva in una battaglia simulata combattuta (per motivi numerici) tra gli uomini del Terzo di Città contro quelli riuniti di San Marino e Camollia. Gli uomini, come protezioni, indossavano corazze corazze e lamiere di vario tipo per il busto, gamberuoli e cosciaroni per gli arti, oltre a scudi (probabilmente di legno ricoperti di cuoio) ed elmi di vimini intrecciati da cui l’altro nome di nome di “giuoco dei cestarelli”. Le armi erano bastoni, mazze, lance, pertiche (e talvolta anche sassi) e lo scopo era semplicemente vincere lo scontro, mettendo in fuga il “nemico” e cacciandolo dal Campo, dove questo gioco si svolgeva, almeno in una fase iniziale. 


Questa sorta “guerre per finta”, come le ha definite Langton Douglas, non sappiamo come siano iniziate a Siena (sappiamo però che si disputavano spesso per Carnevale) e le prime attestazioni riguardano, tuttavia, le molteplici proibizioni da parte del Comune, dovute alla crudezza e alla violenza del gioco: documentate quelle del 7 ottobre 1272, 8 settembre 1278, 2 ottobre 1287. 
Il gioco però piaceva e, a conferma di quanto tale pratica doveva essere difficile da sradicare, abbiamo le varie revoche delle proibizioni. Questa del 15 ottobre 1291, però, fu l’ultima: il 1 novembre si giocò un’elmora con esiti tragici, come testimonia un anonimo cronista. Gli schieramenti, racconta, erano quelli già visti tra i Terzi, quello di Città aveva perso ed era stato cacciato dal Campo; i suoi rappresentanti “hebeno soccorso” tra il Casato e Piazza Manetti, nelle case degli Scotti e dei Forteguerri (zona Quattro Cantoni)". Qui si riorganizzarono e, scottati per la sconfitta, “si cominciò a menare le mani colle pugnia teribilemente; … veneno poi a sasi ... poi a l'arme, e fuvi morti di buoni e gentiliuomini”. Si rese necessario l'intervento del Podestà per riportare un minimo di ordine: “cominciò col bastone e altre minacce a spartire ... ma innanzi che la chosa avesse fine vi fu molti de' feriti e anco più di dieci de' morti”
Il cronista conclude dicendo che da allora i Senesi, non poterono più “divertirsi” con l'elmora perché, dopo questi fatti tragici, venne definitivamente messa al bando.


Crediti fotografici
1. Secolo XIII, "Immagine di Siena", pergamena. Siena, Archivio di Stato, Podestà, 1, c. 11

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14 ottobre 2015

14 ottobre 1849: inaugurato il tratto ferroviario Siena-Empoli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 ottobre 1849, dalla stazione provvisoria di Mazzafonda (che si trovava all’imbocco settentrionale del tunnel di Montarioso) si inaugura la strada ferrata di Siena. Alle ore 13 dopo la benedizione dell'Arcivescovo e i discorsi di rito, parte il primo treno per Empoli, composto di 12 vagoni e alla presenza di moltissimi cittadini e autorità a partire dal granduca Leopoldo II con tutta la sua famiglia. 

La "Stazione vecchia"

Piove a dirotto, ma nonostante questo l’ingegner Giuseppe Pianigiani, progettista e realizzatore della ferrovia, resta per tutto il tratto sulla locomotiva insieme al macchinista "per dimostrare nei diversi tratti di via, dove poteva accrescersi la velocità e dove era necessario moderarla e camminare con prudenza". Al termine del viaggio Pianigiani viene insignito dal Granduca della decorazione dell'Ordine di San Giuseppe. 

Il Palio del 21 ottobre 1849 - Museo della Nobile Contrada dell'Oca

La domenica seguente (21 ottobre) le Contrade (nonostante il giorno dell’inaugurazione ci fosse gran malumore “per i danni sofferti dalla pioggia, avendo sciupato vestiario e bandiere”) festeggiano lo straordinario evento con un Palio straordinario. Sembra che tutto fosse predisposto per far vincere l’Aquila o la Tartuca, due Contrade dagli stemmi e dai colori graditi agli aristocratici che parteggiavano per i Lorena. Ma la vittoria dell’Oca, con il fantino Francesco Santini detto Gobbo Saragiolo, scompiglia tutti i piani e porta all’euforia non solo gli ocaioli ma tutti i liberali senesi che vedevano nei colori verde, bianco e rosso di Fontebranda il simbolo dell’unità e dell’indipendenza italiana. 

La galleria di Monte Arioso

La Galleria di Monte Arioso (detta anche Galleria del Granduca), che permetterà ai treni di partire dalla cosiddetta “Stazione vecchia”, sarà terminata l’anno successivo e il primo treno la percorse il 18 settembre 1850. Con i suoi 1.516 metri risultò, ancorché per pochi anni, la più lunga d’Italia e fu la consacrazione di Giuseppe Pianigiani che, però, poco più di un mese dopo, il 23 ottobre 1850, morirà.


Documentazione
Una strada ferrata per Siena: l'apertura della Siena-Empoli, sito iltesorodisiena.net

Crediti fotografici
1. e 2  foto dal sito http://www.ilpalio.org
3. foto di Giovanni Barucci, Archivio Fotografico Malandrini - Fondazione Monte dei Paschi di Siena

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13 ottobre 2015

13 ottobre 1945: al Rastrello la prima partita di pallacanestro fra contrade

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 ottobre del 1945 viene organizzata dalla Polisportiva Mens Sana, allo Stadio Comunale, insieme a varie altre manifestazioni sportive, la prima partita di pallacanestro fra due rappresentative di Contrada: l'Istrice e la Lupa (nell'Istrice giocano: Neri, Ciardi, Orlandi, Galluzzi, Momiccioli, Fusai e Mariani; la Lupa schiera: Croci, Garuglieri, Centi, Botazzi, Pasqui, Vichi e Corsi). 


Ci sarà un altro tentativo di basket tra Contrade nel 1967; vince la Selva ma l'dea non ha seguito. Il vero connubio tra Contrade e basket si verificherà a partire dal 1973 anno in cui la Chiocciola “si inventa” la “Coppa Affogasanti”. Il torneo disputato dalle squadre delle Contrade, diventa, in pochi anni un appuntamento sportivo imperdibile per allenatori, dirigenti, giocatori italiani, giovani di talento ed americani in cerca di ingaggi e di gloria. 


Roberto Morrocchi, uomo del basket senese, che, come allenatore, vince ben tre edizioni della “Coppa Affogasanti” (due con la sua San Marco e una con la Pania, trascinata da un grande Fabio Giustarini) racconta che in quegli anni quasi tutte le squadre della massima serie italiana si affidano, per il reclutamento dei giocatori stranieri, al fiuto di Jim Mc Gregor, detto il “rosso”, che, appena terminato il campionato precedente, iniziava a battere mezzo mondo con i suoi giocatori statunitensi che, non essendo ritenuti adatti al dorato mondo della NBA, sono a caccia di un ingaggio nelle altre leghe. 


Anche gli americani, quindi, arrivano al torneo senese e vengono assegnati alle squadre delle Contrade tramite una vera e propria “estrazione a sorte”, tipo Palio. E, come nelle sere di Palio, dopo le partite i giocatori (tra cui vi sono i vari Meneghin, Masini, Bariviera, Ossola, Brumatti, Brunamonti, gli idoli del basket del tempo) rientrano osannati nei rispettivi rioni con tanto di cori e cene. E ad ogni partita del torneo assistono 4000-5000 spettatori chiamati sugli spalti a tifare per i loro beniamini sportivi e per i loro colori contradaioli. L’ultimo torneo della Coppa Affogasanti verrà disputato nel 1982.


Documentazione
dal sito www.ilpalio.org
Roberto Morrocchi, "La Coppa Affogasanti" vai al sito www.contradadellachiocciola.net

Crediti fotografici
dal sito www.ilpalio.org

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12 ottobre 2015

12 ottobre 1325: la prima pietra della Torre del Mangia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 ottobre 1325, in base a quanto ci racconta il cronista Agnolo di Tura del Grasso, si pone la prima pietra della Torre del Mangia, nell’atmosfera solenne di una cerimonia ufficiale, e di una ritualità religiosa e scaramantica al tempo stesso: “cominciorono una Torre sul canto della via che si chiama di Malcucinato, che va in Salicotto, la quale si cominciò in sabato dì 12 d’ottobre e fecesi in Siena gran festa e vennero i canonici e il chericato del duomo a dare la beneditione a la prima pietra e dicevano orationi e salmi e l’operaio del duomo mise in fondo di detta tore alquante monete per memoria di detta tore, e fuvi messo in ogni canto di detta tore nel fondo una pietra con lettare greche, ebraiche e latine, perché non fusse percossa da tuono né da tempesta”


Su questa data di inizio lavori, tuttavia, gli studiosi dissentono e Alessandro Lisini (direttore dell’Archivio di Stato e sindaco di Siena) alla fine dell’800 posticipa di oltre un decennio l’inizio effettivo dei lavori, contestualizzandolo con l’ampiamento di Palazzo Pubblico verso Salicotto. I libri di Biccherna, del resto, iniziano a registrare pagamenti in continuità per la Torre proprio a partire dal 1338, fornendo tra l’altro indicazioni sui “maestri” chiamati a collaborare all’impresa (Agostino di Giovanni ed i fratelli aretini Minuccio e Francesco di Rinaldo). 


Molte cose si potrebbero dire sulla Torre del Mangia, logicamente, ma ricordiamo che la sua particolarità è quella di poggiare su un unico blocco di tufo, molto resistente ed elastico, dal quale si innalza il fusto in mattoni. Accedere al basamento è ancora possibile attraverso una piccola botola posta sul pavimento del primo piano dei Magazzini del Sale, scendendo una ripida scala scavata nel tufo. 


In questo luogo sono state ricavate piccole stanze ad altezza d’uomo in cui si scorgono lungo le pareti, staccati un metro da terra, i primi mattoni da cui prende le mosse la Torre, apparendo come se l’impianto murario finisse e si perdesse nel tufo. Quel tufo in cui affonda le radici tutta Siena.


Documentazione 
Letizia Galli "Sottile più che snella. La Torre del Mangia del Palazzo Pubblico di Siena", Sillabe 2005

Crediti fotografici
1.  Siena nel "Liber censuorum", fine del XVI secolo, Archivio di Stato di Siena, Biccherna 746 c. 10
2. - 4.: le fondamenta della Torre del Mangia. Le foto sono di Bruno Bruchi e sono tratte dal libro di Letizia Galli "Sottile più che snella", cit.

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11 ottobre 2015

11 ottobre 1887: nasce Arturo Bocci, detto “Rancani”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’11 ottobre 1887 nasce a Monteroni d’Arbia Arturo Bocci, conosciuto in Piazza come Rancani. Fin da giovane è un vero fenomeno a cavallo tanto che nell’agosto 1904 la Chiocciola lo monta (con vari sotterfugi) per alcune prove anche se non ha nemmeno diciassette anni. 


La Chiocciola nel Palio successivo prova a portarlo al Palio ma i fantini, che ben conoscevano la vera età del Bocci, protestarono e grazie ad un “infortunio” alla provaccia venne sostituito dal compaesano Angiolo Volpi detto “Bellino”. Già queste vicende erano comunque servite a mettere precocemente in luce le sue capacità.
Per il esordio nel Campo dovremo aspettare il 2 luglio 1906, con i colori della Selva. La vittoria arriva l’anno dopo, nella Carriera di Provenzano, correndo con i colori della Giraffa su Ida. 



Per alcuni anni rimane legato alla Giraffa. Nel luglio 1909 monta nella Chiocciola in un Palio turbolento tra Torre, Chiocciola e Civetta, che porta ad una insperata vittoria alla Lupa e a molte squalifiche: il fantino della Torre, Martellino, per le violente nerbate al fantino della Civetta, viene squalificato a vita, mentre Rancani viene squalificato per 5 anni (poi la pena verrà ridotta a tre) per non essersi fermato allo scoppio del mortaretto e aver ferito due ragazzi (in realtà tentava di scappare dai chiocciolini che non avendo capito nulla di quella confusione era scesi in pista male intenzionati verso il fantino ritenuto, forse, colpevole di non aver portato la vittoria in San Marco). 



La sua carriera, dopo la squalifica, è tutt’altro che finita. Vince due Palii, nel 1913 e nel 1914 e si rende protagonista di uno storico cappotto del 1920. 
Nell’orbita nicchiaiola già da qualche anno, nel luglio 1920 Rancani monta una cavalla veloce dal nome particolare: Scodata. Il Nicchio, a digiuno dal 1901, prepara al meglio la corsa che, di fatto, apre lo strepitoso ciclo di vittorie di Capitan Guido Rocchi. Rancani parte primo e domina per tre giri portando, finalmente il cencio nei Pispini. 
Più laboriosa la Carriera d’agosto: il Nicchio riesce a far montare Rancani nel Leocorno, al quale è toccata in sorte Esperta. Rancani cerca accordi con il favorito Angelo Meloni detto Picino, favorito nell’Istrice. Alcuni nicchiaioli, però, prima della mossa, scendono in Piazza facendo “capire” a Rancani che il suo “progetto” non era affatto gradito, così, vuoi per questo, vuoi perché la voglia di vincere ha il sopravvento, all’ultimo Casato, nonostante gli accordi presi, il Leocorno supera l’Istrice e vince. Nel dopo Palio a chi gli domanda perché non ha rispettato i patti con l’Istrice Rancani risponde: “I quattrini prima o poi li avrei spesi mentre il mio nome sotto questo Palio rimarrà per sempre”. Ma con questo cappotto termina la sua serie di vittorie, forse anche perché Meloni, al tempo il più potente fantino di Piazza, non gli perdonò mai lo sgarbo subito.


Documentazione e Crediti fotografici
dal sito www.ilpalio.org

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