10 ottobre 2015

10 ottobre 1611: giochi in onore del Granduca

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 10 ottobre 1611 vengono organizzati nel Campo il gioco delle pugna e una giostra in onore della famiglia granducale, in visita a Siena. La sera precedente, infatti, erano arrivati in città il Granduca di Toscana Cosimo II de’ Medici, accompagnato dalla consorte, dalla madre, dal fratello, il principe Francesco e da buona parte della corte. Vennero accolti “fuori della porta da 100 uomini d'arme decorosamente vestiti, dai quali vennero accompagnati i suddetti Principi fino al loro Palazzo costruito modernamente in faccia della Metropolitana”

Matteo Florimi, "Giostra in Piazza del Campo", 1602, incisione su rame

La presenza dell’intera famiglia granducale, probabilmente, ha uno scopo politico ben preciso: si stanno, infatti, preparando le celebrazioni per la consacrazione della basilica di Provenzano (che avverrà il 16 ottobre, seguita dalla cerimonia di traslazione dell’immagine mariana nella sua nuova “casa”) e Cosimo II voleva promuovere e legittimare il culto della Madonna di Provenzano tanto da mettere in secondo piano quello della Madonna del Voto, la cui venerazione, molto sentita dai cittadini, era, ai suoi occhi, troppo legata con le vicende repubblicane di Siena. 
Come sempre, all’arrivo di personalità tanto importanti, la città si prodiga in spettacoli e divertimenti in loro onore, per cui “fu rappresentato nella gran Piazza il giuoco delle pugna, del quale i Serenissimi Principi avendo dimostrato uno straordinario piacere fu ripetuto più volte” (in genere le pugna si disputavano in squadre: il Terzo di Città contro San Martino e Camollia e la lotta, come dice il nome, era condotta a pugni, ma anche a schiaffi e morsi; alla fine i vincitori erano incoronati di alloro), e dopo le pugna, addirittura, ci racconta Agostino Provvedi, “egualmente con magnifica pompa dai Signori uomini d'arme fu rappresentata una magnifica giostra”.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

9 ottobre 2015

9 ottobre 1308: Duccio di Boninsegna firma il contratto per la Maestà

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 9 ottobre 1308 Duccio di Buoninsegna, pittore e cittadino senese, firma il contratto con cui Giacomo di Giliberto Marescotti, operaio (cioè Rettore) dell'Opera del Duomo, gli affida l’incarico di dipingere un grande complesso pittorico che servirà per “decorare” l’altare maggiore della cattedrale. 


Duccio di Boninsegna, Maestà del Duomo di Siena
Siena, Museo dell'Opera del Duomo

Nel contratto non vengono specificate né i temi né le dimensioni che tale impianto pittorico avrà, ma tra le clausole vincolanti c’è quella per cui il pittore dovrà impegnarsi (e così fece) a realizzare l’intera opera di propria mano, come meglio può e sa fare, e senza interrompersi per eventuali altre committenze, fino a che questa non fosse stata portata a termine. 


La Maestà: il lato anteriore (ricostruzione digitale)

L’Opera del Duomo si impegnava, per contro, a corrispondere all’artista un compenso di 16 soldi di denari senesi per ogni giorno di lavoro ("prò quodlibet die, quo dictus Duccius laborabit suis manibus in dicta tabula"). I patti, dopo aver giurato spontaneamente sui Vangeli che sarebbero stati rispettati in tutto e per tutto, in buona fede e senza frode, vennero sottoscritti (per sicurezza) di fronte ad un notaio e alla presenza di tre testimoni. 


La Maestà: il lato posteriore (ricostruzione digitale)

Un ulteriore documento d'archivio, datato 1309, relativo al sistema di pagamento riguardante le raffigurazioni che stanno sul retro (non previste nel contratto iniziale) ha fatto ipotizzare agli storici dell’arte che l'articolato impianto pittorico, comprendente anche le immagini de "li angioletti di sopra", sia stato stabilito nel suo complesso solo in un secondo momento. 
In base a ciò che racconta il cronista Agnolo di Tura del Grasso il lavoro, in totale, venne pagata a Duccio una somma elevatissima, pari a quasi 3.000 fiorini d'oro. La pala, realizzata a tempera su tavola, una volta terminata, così, sarà dipinta su entrambi i lati (recto e verso) e narrerà e glorificherà la vita della Vergine Maria. “La Maestà”, il 9 giugno 1311, con una processione solenne sarà portata dalla bottega di Duccio di Buoninsegna (in via Stalloreggi, presso le Due Porte) in duomo e collocata sull’altare maggiore per il quale era stata commissionata.


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8 ottobre 2015

8 ottobre 1590: nasce “l’operaio sui bottini”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’8 ottobre 1590 il Granduca di Toscana Ferdinando I, all’interno della legislazione medicea sull’ambiente, stabilisce di eleggere ogni tre anni un apposito ministro, con il salario di 10 scudi al mese, “col nome di operaio sopra i buttini dell'acque, e bagni della città e stato di Siena” affinché si occupi del “risarcimento de’ bottini e mantenimento dell’acque”


L’operaio doveva visitare quotidianamente i bottini e le fonti in modo da constatarne lo stato ed indicare ai bottinieri i lavori da eseguire. L’operaio, inoltre, era tenuto a stilare, ogni 15 giorni, una relazione scritta e, per quanto avesse ampio margine di azione, le spese superiori a 10 scudi dovevano essere autorizzate dal Governatore. 
Spettava all’operaio sopra i bottini perseguire “quelli che guastassero li buttini fonti e bagni con buttarvi dentro immonditie et altri danni”, ed inoltre aveva l’incarico, fondamentale, di distribuire l’acqua ai privati e stabilire l’importo della tassa che ogni cittadino doveva pagare al Camarlengo di Biccherna, tutto questo al fine di limitare atti di vandalismo e uso improprio (o abuso) delle acque. 


Proprio in questo 1590, del resto, essendo tutte le spese per i lavori di manutenzione a carico della Biccherna, venne istituita anche una tassa annua a carico di tutti i privati che alimentavano i propri pozzi con l’acqua del bottino. La tassa, unita ai fondi derivati dai proventi dei bagni termali dello Stato, venivano anche utilizzati per pagare l’operaio sui bottini.


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7 ottobre 2015

7 ottobre 1799: l’Università di Siena chiude per un anno

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 7 ottobre 1799 da Vienna (dove è costretto all’esilio dal mese di marzo dopo che le truppe francesi avevano occupato la Toscana) il Granduca Ferdinando III d'Asburgo-Lorena sancisce la chiusura temporanea delle Università di Pisa e di Siena, considerate pericolosi focolai di idee giacobine. 

Palazzo della Sapienza, oggi sede della
Biblioteca Comunale degli Intronati

L’arrivo delle truppe francesi a Siena segna un momento drammatico per la città, dovuto anche ai tragici eventi legati agli insorti del “Viva Maria” che, con la motivazione di cacciare gli occupanti francesi, si dettero ad ogni sorta di eccessi.  Intellettuali e docenti universitari vennero sospettati di essere “irreligiosi” e filogiacobini e, pertanto, arrestati (uno fra tutti Paolo Mascagni il 28 giugno 1799). 
Dopo la sconfitta delle truppe francesi a opera degli Austro-Russi, che segna la caduta dei governi democratici, la regione è di nuovo in mano al legittimo Granduca. Il provveditore senese, l’arciprete Ansano Luti, in questo clima di incertezza e paura decide, con l’approvazione granducale, di chiudere per un anno lo Studio Senese. Parallelamente, per non far perdere agli studenti un anno offre loro, comunque, la possibilità di seguire lezioni private. 
Ma i francesi, come sappiamo, torneranno ben presto e, dopo una vita accademica altalenante, nel 1808 lo Studio senese venne chiuso definitivamente per riaprire i battenti solo con la Restaurazione.


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6 ottobre 2015

6 ottobre 1650: il granduca Ferdinando II arriva a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 6 ottobre 1650, giunge a Siena il granduca Ferdinando II, accolto in pompa magna da tutta la città. Il principe e la moglie, Vittoria della Rovere, arrivano in vista delle mura senesi al calar della sera e subito si fanno “fuochi d’artificio, giochi d’arme e musiche nella gran Piazza"

B. Oppi, "Bufalata del 3 novembre 1650", acquaforte
Biblioteca Comunale degli Intronati, Siena

I reali rimangono fino al 10 novembre e la Balia fa le cose in grande per rendere il soggiorno indimenticabile: indice balli, commedie, cacce, spettacoli di canzonette, oltre agli immancabili Palii: con le bufale, il 3 novembre (e sarà l’ultima bufalata tenuta a Siena), e con i cavalli, il 6 novembre. Vengono ordinati anche 4 giorni di ferie per magistrati e giudici, durante i quali ogni causa civile e penale doveva essere sospesa. 
Per organizzare al meglio i due Palii ed assicurarsi la presenza del maggior numero di Contrade possibile, la Balia, fin dal mese di settembre, convoca una rappresentanza delle Contrade per nominare i responsabili di ognuna. È interessante segnalare la presenza di alcuni uomini della "Contrada del Pignattello", che probabilmente, in questa occasione, tenta di scindersi dall’Istrice. Nel frattempo, però, qualcosa dovette succedere, visto che né l’una né l’altra parteciparono ai Palii di novembre, ma, anzi, prestarono rispettivamente 5 e 10 uomini al Drago.


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5 ottobre 2015

5 ottobre 1554: cacciate da Siena le “bocche inutili”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 5 ottobre 1554 avviene uno dei fatti più drammatici tra i molti che caratterizzeranno i lunghi mesi dell’assedio di Siena. Uno dei primi problemi che si pose Biagio di Montluc, al comando della resistenza senese, insieme ai signori "Otto di Reggimento sopra la Guerra”, fu quello di istituire una nuova magistratura: quella de “I Quattro cittadini per distribuzione di Monte, per cavare dalla Città tutte le bocche disutili”

Giorgio di Giovanni, Gabella
San Paolo conforta i senesi nelle tribolazioni dell'assedio (1555)
Siena, Archivio di Stato

Per cercare di resistere e salvare Siena, dove si contavano circa 24.000 bocche da sfamare, infatti, come in ogni regime di assedio, si stabilì che, nel corso dei mesi, dovevano essere allontanate tutte le cosiddette “bocche inutili”: poveri, stranieri, contadini, rifugiati, prostitute, vecchie e orfani. 
In questo 5 ottobre, si legge nel “Diario delle cose avvenute in Siena dal 20 luglio 1550 al 28 giugno 1555” redatto da Alessandro Sozzini: “uscirno a Porta Fontebranda circa 250 putti dello Spedale grande dalli, sei fino alli dieci anni, tutti in barcelle e cestarelle, con la scorta di quattro compagnie (…). Si accompagnorno con detti putti molti uomini e donne della Città, che avevano avuto precetto di partire; e avevano carico, infra muli, asini e cavalli, intorno alle 100 bestie. Salite che furno alla Piazza a Casciano, un miglio lontano da Siena, si derno in una imboscata (…) la mattina erano tutti fuora Porta di Fontebranda (a dove si fa l’anno il mercato de’ porci), tutti a diacere per terra, con grandissime strida e lamenti. Era la più grande compassione a veder quei putti svaligiati, feriti e percossi in terra a diacere, che averiano fatto piangere un Nerone: ed io averei pagati 25 scudi a non gli aver visti; che per tre giorni non possevo mangiare né bere che pro’ mi facesse”
E questo sarà solo uno degli episodi che vedranno il sacrificio di indifesi per il “bene comune” e la sopravvivenza di Siena libera. Sacrifici che, come sappiamo, saranno tutti inutili.


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4 ottobre 2015

4 ottobre 1967: il "Nuovo Corriere Senese" inizia le pubblicazioni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 4 ottobre 1967 è in edicola il primo numero di un nuovo settimanale, il "Nuovo Corriere Senese".  Il numero zero era uscito a fine giugno, ma durante l'estate l'intero progetto grafico fu rivoluzionato per assumere quello che avrebbe mantenuto fino agli anni Ottanta. Era un giornale che si rivolgeva non solo alla città, ma anche alla provincia ed era finanziato dalla federazione provinciale senese del Partito Comunista Italiano. 


Nonostante questo legame politico, il "nuovo corriere senese" (scritto tutto in lettere minuscole come recitava la grafica della sua testata) era un giornale che si rifaceva volutamente (fin dal titolo stesso) all'esperienza giornalistica di sinistra laica del "Nuovo Corriere", uscito a Firenze fra il 1945 e il 1956 sotto la direzione di Romano Bilenchi (nato a Colle di Val d'Elsa nel 1909 e morto a Firenze nel 1989). Così come il giornale fiorentino era stato uno strumento di riferimento di tutta la sinistra dell'immediato dopoguerra (comunisti, socialisti, attivisti del Partito d'Azione), anche l'omonimo giornale senese si prefiggeva di rappresentare uno spirito della sinistra che andasse oltre le tessere di partito. Programma non semplice che, a volte, si scontrava con qualche rigidità della "proprietà"; più spesso riusciva a dar voce laicamente a una sinistra cittadina che, politicamente egemone, mancava di strumenti di riflessione. 

Duccio Balestracci e Renzo Corsi

La Siena giornalistica era caratterizzata, all'epoca, da testate che avevano il loro riferimento politico quasi esclusivamente nei partiti di centro o di destra. Oltre a "La Nazione" e, per qualche tempo, "Il Mattino", usciva infatti "Siena Cronache" (di ispirazione democristiana) e "Il Campo di Siena", fondato da Celli e Gigli e anch'esso di ispirazione conservatrice. 
Sulle pagine del "nuovo corriere senese" si alternarono, per anni, le firme di politici che si erano formati nelle sedi della grande cultura e politici che si erano fatti le ossa con le lotte operaie e contadine, sindacalisti, docenti universitari, intellettuali. Il primo direttore fu Enrico Zanchi, poi seguì Aurelio Ciacci (senatore del PCI), poi Carlo Fini, Maurizio Boldrini, Duccio Balestracci (affiancato per qualche tempo da Alessandro Rossi nelle vesti di condirettore), Daniele Magrini, Gabriella Piccinni e, ancora una volta, nell'ultima stagione (quando il giornale prese il nome di "NC") ancora Maurizio Boldrini. 

Da sinistra: Lucia Maffei, Mario De Gregorio, Duccio Balestracci, Renzo Corsi, Maurizio Boldrini

Dalla redazione del "nuovo corriere" (stampato a lungo con i piombi de "La Diana" che aveva sede in piazza dell'Abbadia, prima che le nuove tecnologie costringessero ad un cambio di azienda tipografica) passarono Roberto Barzanti, Augusto Mazzini, Alessandro Falassi, Carlo Nepi, l'indimenticabile insuperato fiutatore di notizie Renzo Corsi, giornalisti che poi hanno fatto carriera in altre testate come Magrini, ma anche Pino di Blasio, Maurizio Bologni. 
Collaborava con il settimanale Erasmo d'Angelis, oggi direttore dell'Unità. Ci scrissero Luciano Peccianti, Laura Vigni, (poi direttrice dell’archivio comunale), Mario De Gregorio, Lucia Maffei, Bruno Valentini (oggi sindaco di Siena), Eleonora Mariotti, Alessandro Orlandini, Mauro Civai (poi direttore del museo civico), Vincenzo Coli, Fabrizio Vigni (poi parlamentare), Mario Ciani (inventore e direttore di “Mesesport”, testata nata, peraltro, proprio nell’entourage di “ncs”), Paolo Corbini e Letizia Galli (per i quali “ncs” fu galeotto). 

Da sinistra: Lucia Maffei, Renzo Corsi, Maurizio Boldrini, Andrea Casini, Mario De Gregorio

Fece lì la sua prima esperienza di reporter un giovanissimo Lorenzo Marruganti, prima che la vita lo dirottasse ad altre destinazioni. Attilio Lolini faceva regolarmente infuriare i vertici della Chigiana per le leggendarie stroncature di concerti e musicisti. Era colonna portante un dinamicissimo Augusto Mattioli, infaticabile reporter e eccezionale fotografo. Emilio Giannelli era sempre pronto a regalare alla testata qualcuna delle sue deliziose e intelligenti vignette. Non si adontino quelli che non sono stati nominati: sulle pagine del "nuovo corriere" scrisse una quantità davvero grande di giornalisti e intellettuali (talvolta nemmeno vicini alla sinistra) che erano, comunque, espressione di una Siena dinamica e intelligente che, più di una volta, capita oggi di rimpiangere. 


L'ultimo numero uscì il 23 agosto 1989. Non c'erano più risorse per mandare avanti il giornale e il PCI decise che di quel manipolo di "eretici" (come da sempre venivano più o meno scherzosamente definiti i giornalisti del "nuovo corriere" nei corridoi della federazione) poteva tranquillamente farne a meno.


Crediti fotografici
Le foto, scattate per i 10 anni del "nuovo corriere senese", sono di Augusto Mattioli

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3 ottobre 2015

3 ottobre: nasce Alessandro Falassi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 3 ottobre, a Castellina in Chianti, nasce Alessandro Falassi (l’anno non importa, lui non l’ha mai scritto, forse non amava dirlo, quindi non lo facciamo nemmeno noi, per sicurezza). Compie studi politici ma dopo una borsa di studio ed un soggiorno in California inizia ad interessarsi all’antropologia (americana, che aveva un approccio diverso dagli studi che al tempo si facevano in Italia) che sarà, per sempre, la sua passione. 


Falassi inizia a costruire la sua dimensione di antropologo sia nelle aule di Berkeley, sia facendo pratica sul campo, a contatto con le realtà studiate. I suoi amici ben conoscono (tra i molti) l’episodio in cui ad Alessandro (perché, ebbene sì, avevamo l’onore di essergli amici), in visita in una sperduta comunità, viene servita "focaccia dell'amicizia". Il capovillaggio gli dice che è una specie di rito di accettazione dello straniero e rifiutare sarebbe stata un’offesa: nonostante gli “animaletti” strani che uscivano da quella focaccia, lui ne mangiò con coraggio un pezzetto anche se gli rimase sempre il dubbio di essere stato “gabbato”


In America aveva stretto amicizia (oltre che comunanza scientifica) con un grande dell'antropologia d'Oltreoceano, Alan Dundes, lo studioso che per primo era riuscito a far entrare il folklore come materia di insegnamento in una università statunitense. Con lui Falassi aveva sviluppato l'analisi di una cosa che non gli era mai uscita dal cuore: il Palio. Perché anche se per anni aveva alternato un semestre in America e uno in Italia, Siena, il Palio, il suo Istrice (del quale è stato anche Priore) erano sempre nel cuore. 
Alla metà degli anni Settanta il sodalizio fra i due studiosi produsse "La terra in Piazza. An interpretation of the Palio of Siena". L'analisi della manifestazione senese, per la prima volta, conosceva il rigore dell'approccio antropologico: se ne parlava in termini di sentimento condiviso e peculiare, ma, per farlo, si ricorreva agli strumenti delle scienze sociali e della stessa psicanalisi. 


Le sue analisi sul Palio, sulla Contrada, sul rito continuarono poi a caratterizzare la sua produzione: "Time out of time. Essays on the festival", del 1987, è un cardine della riflessione folklorica sull'essenza antropologica della festa; "Les fêtes du soileil. Celebration of the mediterranean regions", del 2001, ebbe la prefazione di José Saramago. 
Ricordiamo qui, tra le moltissime pubblicazioni, almeno “La Santa dell’Oca”, dedicato a Santa Caterina che studia, ricostruendone la biografia, con un approccio sempre antropologico e psicologico; un punto di vista nuovo che, tuttavia, esalta la straordinaria vicenda di questa donna unica con la quale un intero rione, quello di Fontebranda, come dice Falassi, si identifica. 


Ma i filoni di ricerca sviluppati da Alessandro sono davvero molti, e tra questi, per motivi anche personali, non possiamo non parlare di quelli dedicati al cibo. Aveva una caratteristica, Alessandro: era un accademico anomalo. Professore all'Università per Stranieri, conosciuto in tutto il mondo, non si negava mai a chi gli chiedeva collaborazione per divulgare il suo sapere. A noi, all'Orto de' Pecci, ha regalato più di una cena a tema (da lui suggerita e speso realizzata con la collaborazione di un maestro della cucina come Pierluigi Stiaccini): le cene dedicate al cinema e ai divi di Hollywood; i primi che hanno fatto l'Italia; i piatti prediletti da Garibaldi e quelli legati alla biografia del suo musicista più amato: Gioacchino Rossini. Serate indimenticabili che, ripeto, ci ha regalato perché era il suo modo per dirci che capiva il nostro scopo sociale, era il suo modo di aiutarci a farci conoscere e a diffondere la mission della cooperativa La Proposta: aiutare gli altri. 
E Alessando, quando c’era da aiutare gli altri non si negava mai. Mangia d'Oro, nel 1991, Alessandro, dal 19 febbraio del 2014, ha lasciato un grande vuoto. La sua famiglia, gli amici, l’Istrice, continuano a ricordarlo e a portare avanti il suo nome e il suo lavoro. Le istituzioni, per adesso, purtroppo non lo hanno fatto. Peccato.


Crediti fotografici
1. e 4.: foto scattate all'Orto de' Pecci il 15 ottobre 2010 durante una cena dedicata a Giuseppe Garibaldi. Nelle foto anche il prof. Giuliano Catoni
2. e 3.: foto dal sito www.betti.it

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2 ottobre 2015

2 ottobre 1221: siglata l’alleanza tra Siena e gli Aldobrandeschi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 2 ottobre 1221 si stipula formalmente l'alleanza fra Siena e i Conti Aldobrandeschi, la potente casata aristocratica signora di una parte notevole della Tosca centro-meridionale. Di origine longobarda e discendenti dei duchi di Spoleto, della stessa stirpe dei Re d'Italia, gli Aldobrandeschi estendevano i loro domini dalla Val d’Elsa all'Amiata e sulla pianura maremmana fino a Sovana e addirittura a Tuscania, in territorio laziale. 


Nei loro confronti Siena effettua una bilanciata opera di ricerca di accordo diplomatico e azioni di guerra. Il patto del 2 ottobre, di fatto, costituisce l'inizio del controllo senese su una parte notevole del territorio a ovest e a sud della città. 
Il patto, stipulato dal podestà di Siena Ponzo di Amato con i rappresentanti della casata, rappresenta il primo atto della sottomissione delle terre aldobrandesche a Siena, che si svilupperà compiutamente in futuro. Gli Aldobrandeschi si impegnano a combattere accanto a Siena contro ogni nemico, eccetto il papa, l'imperatore, Pisa (città che è la pupilla destra dell'imperatore), Colle di Vald’Elsa e l'abbazia di Sant'Anastasio che altro non è se non la potentissima abbazia laziale delle Tre Fontane signora di parti importanti della Maremma e del litorale tosco-laziale. 

La Rocca Aldobrandesca di Castiglione d'Orcia

L'atto di alleanza prevede che un esponente della famiglia scelto da Siena risieda in città per un mese all'anno (in una situazione ambigua fra alleato e ostaggio) in caso di pace e due mesi all'anno in caso di guerra contro Firenze o contro Arezzo. Resta esclusa dal patto di alleanza il castello aldobrandesco di Colle di Val d'Elsa perché il Comune che vi si è costituito ha abbastanza forza da rivendicare a se stesso la decisione di una eventuale alleanza, o meno, con Siena. Lo stesso giorno, con un secondo documento, i conti danno a Siena, come pegno della loro sottomissione, i castelli di Radicondoli e Belforte, due capisaldi sulla frontiera valdelsana con le terre del vescovo di Volterra, tradizionale antagonista del Comune di Siena.


Documentazione
Il Caleffo Vecchio del Comune di Siena, a cura di G. Cecchini, I, Firenze, Olschki, 1932, pp. 251-259.

Crediti fotografici
1. dal sito koinoo.wordpress.com
2. dal sito castellitoscani.com

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1 ottobre 2015

1 ottobre 1959: apre la Cecco Angiolieri

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 1 ottobre 1959 apre la Scuola Media Cecco Angiolieri. La sede originaria è in Piazza d’Armi (Piazza Amendola) in un edifico costruito nel 1621 su richiesta degli amministratori del Collegio Tolomei (la congregazione dei Gesuiti), per creare, fuori porta Camollia, in quello che al tempo veniva definito “Prato di Camollia”, una casa-vacanza per gli “onesti svaghi” dei nobili collegiali. 

La sede originaria della Cecco Angiolieri

La realizzazione della struttura per “vacanze brevi” sarebbe stata “importante per il buon governo e custodia di questa gioventù, la quale eccettuati i tre mesi d’estate, in cui … gode i piani intorno alla Fortezza per il gioco del pallone, non ha in tutto l’anno né dì festivi e vacanze, dove mandarsi doppo pranzo per esercitio e spasso senza timore di quei disordini che spesso seguono per la libertà d’andare fuori delle Porte e vagando per la città”
Per poter costruire l’edificio fu necessario acquistare anche il podere contiguo al Prato dalla Congregazione delle Abbandonate per la cifra di 1.940 scudi, donati in gran parte dal Granduca di Toscana Cosimo III, si dice anche per evitare “pericolose vicinanze” tra le fanciulle orfane e i giovani collegiali. La costruzione (che sulla facciata riporta ancora lo stemma mediceo) aveva in origine al suo interno una palestra per i giochi ginnici, mentre tutto intorno era circondata da un muro per garantire una maggiore riservatezza ai collegiali che iniziarono ad alloggiarvi già dal 1686. 

Fiera del bestiame in Piazza d'Armi (fine ‘800)

Nel 1861 il palazzo e il prato di Camollia vennero acquistati dal Comune e adibiti a rimessa per i barrocci, al piano terreno, e a lazzeretto per i malati di colera ai piani superiori. Il prato antistante il palazzo fu liberato dal muro di cinta e utilizzato per vari scopi: la tratta dei cavalli per il Palio, gare ginniche, il mercato del bestiame. Va annotato che proprio dal prato di Camollia, il 26 novembre 1911, decollò l'aviatore francese Gilbert Le Lasseur per effettuare il primo volo su Siena. 

Piazza d'Armi oggi

Dalla fine dell’Ottocento l’edificio ospitò una delle prime scuole rurali delle Masse, mentre dal 1956 fu una succursale della scuola Media Jacopo della Quercia. La Cecco Angiolieri resterà in Piazza d’Armi fino al 1978, per poi trasferirsi in via Pisacane e, dal 1996, in via Avignone.


Documentazione
Sito web ilpalio.org

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