23 settembre 2015

23 settembre 1967: il furto del Palio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La notte del 23 settembre 1967 viene rubato, dalla chiesa di San Vigilio, il drappellone dipinto da Bruno Marzi. Il giorno dopo, infatti, si sarebbe corso il Palio straordinario indetto per onorare il LIX Congresso della Società Italiana per il progresso delle Scienze. Il Comune, così, è costretto ad esporre sul Carroccio il bozzetto montato su un drappo bianco. 


Sul Campo trionfa la Giraffa, pur tra mille polemiche, con Rosario Pecoraro detto Tristezza (che, primo nella storia paliesca, arriva al bandierino a mani alzate) e il grande Topolone (che al tempo si chiamava Ettore). E’ il Palio delle polemiche: l’Istrice non viene nemmeno imbossolato perché, contario alla motivazione, non dà la sua adesione. Saltano diverse prove a causa del maltempo e, intanto, anche gli scienziati a cui è dedicata la Carriera lasciano Siena senza assistere alla corsa. 
Il giorno del Palio le cose precipitano: dopo due mosse date per nulle e cadute rocambolesche cavalli e fantini ritornano nell’Entrone e non tutti sono propensi a che la corsa si effettui. Poi si decide: il Palio si farà ma il mossiere, Jago Fuligni (che considera valida l’ultima mossa data ma fermata a causa delle cadute) resta in Questura e sul Verrocchio, al suo posto, sale il brigadiere dei Vigili Urbani Fedro Valentini. 


Ma il mistero del drappellone scomparso resta. Si dice che, mentre i giraffini stanno festeggiando in Provenzano, gli autori del furto, alcuni studenti universatari bolognesi appartenenti alla goliardia, abbiano contattato la Contrada vittoriosa per restituire il maltolto, magari bevendo e scherzando con i suoi contradaioli festanti. I contradaioli della Giraffa, tuttavia, pare abbiano suggerito agli autori dello "scherzo" di collocare il drappellone in un luogo preciso e di “sparire” subito dopo. Il gruppetto di goliardi, in questo modo, forse, si rese conto che a Siena il Palio è una cosa seria. 
La consegna del Palio "ufficiale" avviene alcuni giorni dopo in Comune ma la Giraffa si rifiuta di restituire il Palio bianco con il bozzetto, perché, per loro, quello veramente vinto è il "Palio del bozzetto". La Giraffa, così, oggi espone nel suo museo il dappellone originale dipinto da Marzi accanto al drappo bianco su cui è attaccato il bozzetto, che hanno vinto sul Campo.


Crediti fotografici
Le immagini sono tratte da "Pallium. L'evoluzione del drappellone dalle origini ad oggi". I volumi della collana sono di Betti Editrice Siena

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

22 settembre 2015

22 settembre 1737: recuperato il Palio di Provenzano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 settembre 1737 viene recuperato il Palio di Provenzano che non si era corso il 2 luglio a causa delle gravi condizioni di salute che stavano affliggendo il Granduca di Toscana Gian Gastone dei Medici. Racconta il Pecci: “era in pronto corrersi in Piazza il premio di tolleri 60 co’ cavalli esposti dalle Contrade, ma con tutto che fussero detti cavalli assegnati, stante il male del granduca, fu sospesa detta corsa”


Gian Gastone morirà il 9 luglio, estinguendo peraltro la linea maschile dei Medici e dando inizio alla dominazione toscana dei Lorena, con Francesco Stefano che divenne il nuovo Granduca. 
Il 13 settembre furono celebrate (finalmente, pensarono forse i senesi) le esequie per l’anima dello scomparso Granduca nella basilica di Provenzano, un evento annotato con acido sarcasmo dal Pecci, che d’altra parte aveva commentato la morte di Gastone con parole non certo tenere: “fu sempre indolente (…) tutto dedito a piaceri sensuali, niuni più che giovinastri sfrenati accarezzò e salariò, donne di cattivo nome accogliè (…) benché egli impotente (…) onde come un porco morì”
Sbrigata la formalità di ricordare il non troppo amato Granduca, i senesi decisero, appunto, che era opportuno “recuperare” il Palio perduto a luglio e così venne disputata in questa data la Carriera nella quale trionfò la Selva.


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21 settembre 2015

“Palio” di Cosima Spender: un commento

di Antonio Manganelli


Ieri sera ho assistito alla prima proiezione a Londra, all'istituto italiano di cultura, del film "Palio" di Cosima Spender. Mi sento di condividere qualche personale e breve impressione, non ovviamente da critico, ma da grande consumatore ed appassionato di film, e da senese.
Il Palio è tante cose. Primariamente è espressione del confronto delle contrade e dei loro popoli nel campo, che prende la forma (una delle molte susseguitesi e modificatesi nel tempo) di cavalli al galoppo condotti da fantini. Nel confronto, il senso di appartenenza alla contrada del senese diventa manifestazione esplicita di un comune sentire, che richiama continuamente su di sé tutto il suo trascorso storico, che per questo resta vivo, nei costrutti sociali e delle istituzioni, nelle emozioni e nello spirito delle persone. Questa complessità, o parziale alienazione socio-culturale, o insanità, è molto difficile da capire veramente da parte di chi ne è estraneo, ed ovviamente ancor più difficile da descrivere. Per questo nella grande maggioranza dei casi i vari tentativi, cinematografici, narrativi o giornalistici, che si sono succeduti nel tempo hanno dato vita a mediocri risultati. 


“Palio” di Cosima Spender non rappresenta un’eccezione, non perché sia mediocre, ma perché la regista non prova a descrivere tutto questo. Come dicevo il Palio è tante cose,  fra le tante è anche un'atipica ed avvincente corsa di cavalli, che ha come protagonisti dei fantini. Ecco, il film parla di questo palio. 
Tutto nel film ruota attorno ai fantini e la loro è la prospettiva (visiva, sensoriale e psicologica) prevalente. Le contrade ed il loro antico-e-sempre-rinnovato confronto ovviamente ci sono e danno forti emozioni, ma sono un paesaggio, che si aggiunge alle panoramiche della città e delle crete; sono il bellissimo ed in parte inesplorato sfondo della storia che si vuol raccontare. 
Quando si capisce e si accetta (e personalmente non vedo motivo per non accettarlo) questo, si apprezza molto il film: la sua storia, classica nel contenuto (l’allievo, il maestro, la sfida, il successo) ma originale per l’impianto ed il moderno ed avvincente stile narrativo; si apprezzano le bellissime immagini, inusuali e ravvicinate: alcune delle quali (ad esempio la prospettiva in corsa) solo un fantino può avere; si apprezzano anche i suoni e le atmosfere musicali, che non sono solo e sempre quelli tipici, ma che sono anch’essi coerenti ed espressivi del sentire dei fantini; si apprezza infine questo “restare sull’uscio”, avere e cercare cioè una prospettiva ed un punto di vista con un piede dentro ed un piede fuori dalla casa,  come hanno i fantini e come in qualche modo ha anche la regista, e che peraltro è appunto più facilmente descrivibile e di più facile vera comprensione per uno spettatore esterno alle contrade ed al loro Palio. 
Secondo me è un film molto ben fatto ed a cui volentieri si “perdona” una piccola “inesattezza divulgativa” (che da senese un po' pignolo mi sembra di aver percepito) nelle scritte in inglese. Un film da vedere, da capire, e fonte di emozioni e bellezza di cui godere ed in cui abbandonarsi. Con uno straordinario Bastiano!


21 settembre 1679: un palio nella villa di Cetinale

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 settembre 1679 si corre un palio nella villa di Cetinale, presso Sovicille, ai piedi della Montagnola Senese, di proprietà della famiglia Chigi. Al palio prendono parte 14 delle Contrade di Siena e vince la Chiocciola con il fantino Simone Destrieri detto Granchio. 


La villa di Cetinale viene costruita tra il 1676 e il 1678 per volere del cardinale Flavio Chigi, su progetto dell'architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, per celebrare l'elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi, papa Alessandro VII. 
Senese ed amante delle Contrade e del Palio, il cardinale Fabio Chigi, dal 1679 al 1692 (morirà l’anno successivo) organizza, invitando proprio le contrade che volevano partecipare, ben otto corse di cavalli (sempre nella seconda metà di settembre) che si svolgevano all'interno del parco, detto della Tebaide, oppure lungo il viale che separa il parco stesso dalla villa. Ai vincitori vanno in premio bacili d'argento e drappelloni, ma, essendo corsi fuori Siena, questi palii non vengono inseriti nell’elenco ufficiale delle vittorie. Questo l'elenco delle vittorie: 
  • 21 settembre 1679: Chiocciola (fantino Granchio); 
  • 27 settembre 1680: Bruco; 
  • 26 settembre 1681: Valdimontone (fantino Mone); 
  • 23 settembre 1684: Onda; 
  • 23 settembre 1685: Valdimontone (fantino Pavolino); 
  • 22 settembre 1686 Valdimontone (fantino Pavolino); 
  • 23 settembre 1691: Nicchio; 
  • 23 settembre 1692: Oca.

Documentazione
Per altre info sulla villa di Cetinale si veda l'articolo di questo blog

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20 settembre 2015

I giardini della villa di Cetinale (Montagnola senese)

Terre di Siena
di 
Antonella Galardi


La villa di Cetinale è da considerarsi una delle più belle ville seicentesche toscane. Sorge su una piccola valle circondata da boschi di leccio nel comune di Sovicille, nei pressi di Ancaiano, nella Montagnola senese. Circondata da abitazioni dell’antica fattoria, fu costruita tra il 1676 e il 1678 dal cardinale Flavio Chigi su progetto dell'architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, per celebrare l'elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi con il nome di Alessandro VII.

Villa di Cetinale, i giardini e la fattoria

Tre fasi contraddistinguono la costruzione del complesso: la prima corrisponde all'edificazione della villa, i suoi annessi e il giardino formale (1676-1688); la seconda alla realizzazione del parco della Tebaide (1698-1705); la terza alla costruzione del Romitorio (1716).

20 settembre 1819: muore Andrea Martini, sopranista senese

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 settembre 1819 muore il sopranista senese Andrea Martini, conosciuto come “Divino” e anche come “il Senesino”, da non confondere con Francesco Bernardi (1686-1758), "il Senesino" per antonomasia, né con Giusto Fernando Tenducci (1736-1790), detto anch'egli "il Senesino", dal loro luogo di nascita. 


Andrea Martini, nato il 30 novembre 1761, evirato, studia a Siena con il celebre Paulo Saulini e, pur non raggiungendo la fama di Bernardi, viene ammirato particolarmente a Roma (dove debutta nel 1780) per le sue interpretazioni in parti femminili. Si dice che possedesse una bellezza insolita e che avesse un portamento talmente elegante che, unito ad una voce dolce, lo rendevano completamente inadatto ad interpretare ruoli maschili sul palcoscenico. 
Nel 1783, quando si esibisce nell’opera “I due baroni di Roccazzurra”, di Domenico Cimarosa, per queste sue caratteristiche gli viene dedicata addirittura una poesia per elogiare la sua interpretazione, ancora, femminile: "La tua voce soave, allor che canti, passa veloce dall'orecchio al core, ivi desta il piacer, desta l'amore e i più tristi pensieri fuggono erranti"


Calca i teatri di tutta Italia, anche se predilige le scene romane, ed è amico di Canova, Benvenuti, Morghen, Cimarosa e molti altri personaggi di spicco dell’epoca. Nel 1799 si ritira dal palcoscenico e si stabilisce nella sua Villa di Scandicci, dove si gode il frutto dei suoi risparmi circondato dalle sue passioni: una biblioteca fornitissima e una rara collezione di Stampe. Canta solo a Firenze nella Cappella della Regina d’Etruria e poi in quella del Granduca. 
Malato da tempo, proprio, il 20 settembre 1819 (domenica), si legge in una cronaca, l'evirato senese passò agli eterni riposi, morendo per consunzione dovuta a “tisi pulmonaria”.


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19 settembre 2015

19 settembre 1590: una denuncia per stregoneria

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 settembre 1590 l’inquisitore di Siena si vide presentare una denuncia per stregoneria contro Camilla di Bino, ricoglitrice (cioè levatrice) di Montalcino. Era una donna in età avanzata; nessuno, nemmeno lei, conosceva la sua vera età, ma si giudicò che avesse cinquanta o sessant’anni. Da diverso tempo esercitava a Montalcino il mestiere della ricoglitrice: professione femminile per definizione, si basava esclusivamente sull’esperienza. Era praticata da donne di una certa età, che avevano avuto molti figli e avevano imparato a cavarsela nelle difficoltà della gestazione e del parto, nonché nelle fatiche dell’allevamento. 


18 settembre 2015

Il Palio della Pace arriva nel Drago (1945)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Il drappellone di Dino Rofi, dedicato alla pace nel mondo, è arrivato alla chiesa del Drago, soltanto dopo un mese e due giorni da quando lo aveva vinto: 22 settembre 1945. Proprio alla fine dell'ampia scalinata, davanti alla porta dell'oratorio, si sono dovuti fermare e voltarsi di nuovo, perché la piazza della Posta era gremita di pubblico che applaudiva. Un gesto spontaneo dei senesi che si erano ribellati alla violenza.
Fra i volti fotografati ci sono anche quelli di contradaioli che non appartenevano al Drago: Giorgio Celli, Odelisco Lambardi, Umberto Periccioli ...


18 settembre 1910: inizia la costruzione del Palazzo delle Poste

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 settembre 1910 venne posta la prima pietra del nuovo Palazzo delle Poste. Si sarebbe costruito in piazza Umberto I (oggi piazza Giacomo Matteotti) dove in passato sorgevano la chiesa di sant’Egidio e l’ex convento delle Cappuccine ormai demoliti dall’inizio del ‘900 quando si dette inizio alla ristrutturazione globale di quest’area. 


Di fronte ad una folla di senesi, come dimostrano anche foto d’epoca, il ministro delle Poste e Telegrafi, Augusto Ciuffelli, tenne il discorso inaugurale. Il ministro e le autorità presenti firmarono una pergamena che venne posta in un cilindro di piombo, insieme ad una serie di monete con l’effige del re Vittorio Emanuele III, introdotto in un foro posto nella prima pietra calata nella fossa appena scavata. 

Piazza Umberto I nel 1909

I lavori, affidati all’architetto Vittorio Mariani e realizzati dall’impresa edile senese di Pietro Ciabattini, durano esattamente due anni e il nuovo Palazzo delle Poste e Telecomunicazioni viene inaugurato il 20 settembre 1912. 

Cerimonia per la posa della prima pietra del Palazzo delle Poste

Da allora quella, per i senesi, sarà sempre e solo piazza della Posta. Alla data dell’inaugurazione l’ufficio postale di Siena ha una quarantina di dipendenti e il direttore è il cav. rag. Pericle Vannuccini. 


L'avanzamento dei lavori

In precedenza le poste si trovavano all’interno di Palazzo Spannocchi, in piazza Salimbeni, preso in affitto dal Ministero dei Lavori Pubblici dalla banca Monte dei Paschi che lo aveva acquistato nel 1880. Al tempo era stato il Partini, sempre su incarico del Monte dei Paschi, ad elaborare il progetto di adattamento del piano terreno e del loggiato interno agli usi previsti dalla nuova destinazione, chiudendo con cristalli di vetro gli spazi tra le arcate del cortile.
“Abbattuto il ballatoio, restaurate le arcate e le relative colonne, coperto l’ambiente da un grandioso lucernario, decorate le pareti da stupendi graffiti per mano dei professori Franchi e Bandini, lo sconcio cortile è divenuto la più bella, la più elegante aula postale che abbiasi in Italia". Con queste parole il pittore Luigi Mussini aveva commentato la trasformazione in Ufficio Postale compiuta dal Partini a Palazzo Spannocchi.


Crediti fotografici
1. e 4. dal sito ilpalio.org
2. e 3. dal volume: Luca Luchini e Piero Ligabue, "Siena dei bisnonni", edizioni Alsaba, Siena 1987

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17 settembre 2015

Il giardino di Villa La Foce (Val d'Orcia)

Terre di Siena
di 
Antonella Galardi


Villa La Foce fu costruita nel 1498 come osteria dell'Ospedale S. Maria della Scala. Sorge su un quadrivio dove convergono le strade per Chianciano, Sarteano, Montepulciano e Pienza, luogo che si addiceva perfettamente per offrire un ricovero a viandanti, mercanti e pellegrini. La località ha però un'origine molto più antica, attestata anche dalla necropoli etrusca di recente scavo sul colle adiacente. Passata dallo Spedale in mano a diverse famiglie senesi, La Foce fu finalmente acquistata nel 1924 dai marchesi Antonio e Iris Origo.

La limonaia

Essi affidarono all'architetto inglese Cecil Pinsent il compito di ampliare il vecchio edificio e la fattoria e di circondarli con un grande giardino. Pinsent (1884-1963) si era stabilito a Firenze poco prima della prima guerra mondiale e aveva già lavorato sia a villa Medici che alla villa di Bernard Berenson, I Tatti. Iris Origo, scrittrice anglo-americana cresciuta a Firenze, in un capitolo della sua autobiografia "Immagini e ombre" descrive lo sviluppo de La Foce e l'opera di bonifica promossa dagli Origo nella valle.