17 settembre 2015

17 settembre 1577: ha inizio la ristrutturazione dell’Abbadia Nuova

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 settembre 1577 si pose la prima pietra per la ristrutturazione del convento dei Santi Giacomo e Filippo, meglio noto come l'Abbadia Nuova, nel quale il 28 ottobre 1596 si trasferiranno, con solenne processione, le monache di Santa Chiara. 


Il complesso monastico, fondato dai Vallombrosani a fine XII secolo, già nel 1490 era fatiscente. Dopo l’assedio del 1555, le suore francescane di Santa Chiara furono costrette a lasciare la loro sede fuori porta Romana, occupata dalle truppe ispanico-fiorentine, e il 29 marzo 1556 la Balia intimò a Giulio Petrucci, abate commendatario di San Giacomo e Filippo, di lasciare libero il monastero in brevissimo tempo, in modo che le monache potessero andare ad abitarvi. 


Le trattative e i lavori, in realtà, durarono quasi quindici anni (durante i quali le religiose vissero in Sant'Andrea ai Montanini) e dopo il loro insediamento il complesso, che da allora prese il nome di convento di Santa Chiara (il ricordo dell’antica dedicazione ai Santissimi Giacomo e Filippo fu affidato ad un altare della nuova chiesa), rimase alle monache fino al 22 luglio 1818 quando passò ai monaci olivetani e venne ribattezzato “ospizio di San Benedetto in Santa Chiara”


Gli olivetani lasciarono "l'ospizio" il 7 luglio 1866, quando il monastero venne definitivamente soppresso. Dopo il fallito progetto di trasformazione in carcere, nel 1872 l’Abbadia Nuova era già stata adattata per ospitare una caserma militare. 
Oggi degli edifici originari, a parte il chiostro, rimane ben poco: la chiesa fu minata dai tedeschi in fuga il 2 luglio 1944 e quasi completamente demolita; gli unici resti consistono in due muraglie composte da un basamento in pietra su cui poggia una cortina in laterizio, come ricorda una lapide lì apposta.


Crediti fotografici
1. Particolare della veduta assonometrica di Siena di Francesco Vanni (1595) rappresentante il complesso di Santa Chiara
2. Santa Chiara in una cartolina degli anni Venti del XX secolo
3. La Margiacca (il cavallo con cui il Nicchio aveva vinto il Palio del 16 agosto 1928 con Canapino) con puledrino in posa davanti alla fonte dei Pispini. Dietro la facciata dell'Abbadia Nuova con il portone della caserma

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

16 settembre 2015

16 settembre 1776: nasce Giovanni Morandi, detto “Scricciolo”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 settembre 1776 nasce a Siena Giovanni Morandi che correrà in Piazza con il nome di Scricciolo. Corre dieci Palii senza mai vincere e, secondo alcune cronache, nella prima Carriera disputata nel luglio del 1809 nella Torre, si rende protagonista di una clamorosa parata ai danni dell’Oca innescando definitivamente (dato che i primi “scontri” risalgono addirittura al secolo precedente) una delle più lunghe rivalità della storia paliesca. 
L’Oca è la grande favorita di questo Palio: ha il miglior cavallo montato dal celebre fantino Luigi Menghetti detto Piaccina. Alla mossa Scricciolo trattiene con forza Piaccina impedendogli di partire, tra l’altro andando conto al Regolamento del 1802 che già vietava ai fantini di ostacolarsi prima di aver oltrepassato il Palco dei Giudici. 

Raffigurazione del Palio del 2 luglio 1809
conservata nel Museo del Leocorno

La delusione degli ocaioli è tale che, per dimostrare la loro superiorità, organizzano un "Palio di verifica", per confrontarsi con il Leocorno legittimo vincitore con Luigi Felloni detto Biggéri. Nel "Palio di verifica" l'Oca vince (anche se il drappellone resta, logicamente, alla Contrada di Pantaneto) e questo rende ancora più amara la sconfitta nella Carriera ufficiale. 
Ma questo non basta: dopo il Palio del 17 agosto 1817 Scricciolo (corre nell’Aquila) viene addirittura arrestato (resta in carcere per tre giorni a pane e acqua) per aver detto di “andare a farsi buggerare” al “Sig. Cav. Antonio Palmieri uno dei Priori Deputati agli Spettacoli” che facendo le veci di mossiere lo aveva intimato ad “accostarsi al Canape con la dovuta regolarità”. E il carattere turbolento di Morandi emerge anche dalle cronache giudiziarie: durante i moti del “Viva Maria” si schiera con gli aretini e prende parte ai saccheggi a danno degli ebrei, viene arrestato più volte per rissa, per gioco clandestino e per illecite “tresche scandalose”.


Documentazione
Alessandro Ferrini, Maurizio Picciafuochi, Enrico Giannelli, Orlando Papei, "Fantini brava gente. Disavventure giudiziarie dei fantini del passato", Betti Editrice, Siena 2014
Giovanni Morandi (Scricciolo), dal sito ilpalio.org

Crediti fotografici
sito ilpalio.org

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15 settembre 2015

15 settembre 1560: l’Onda cambia stemma

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 settembre 1560 avviene il cambiamento più significativo nell’araldica della Contrada dell’Onda. Infatti gli ondaioli, riuniti in assemblea, decisero di “fare uno dallfino per insennia e animale per la Chonntada di Sa’ Savadore”. La proposta viene approvata con 31 voti a favore e 5 contrari. 


L’esistenza della Contrada dell’Onda è attestata dal 15 agosto 1506 quando, con altre undici Contrade, partecipa ad una caccia ai tori in Piazza del Campo. La cacciata è preceduta da un corteo durante il quale l’alfiere dell’Onda inalbera un’insegna “fatta a onde tutta biancha e nera”, con all’interno una lupa d’oro. Il vessillo era mutuato da quello della compagnia di San Salvatore, che insisteva sul territorio della Contrada, mentre la lupa si rifaceva, probabilmente, a quella bronzea posta in cima a via Duprè a fianco dell’ingresso di Palazzo Pubblico (fusa nel 1429 da Giovanni di Turino). Questa lupa è oggi conservata nel Palazzo pubblico e sostituita da una copia. 


Tra il 1506 e il 1546, però, nascono, dalla scissione dello Zoccolo (una Contrada attestata dalla prima metà del Quattrocento e costituita nell’ambito della famiglia Del Taja) il Bruco e la Lupa e quest’ultima assume come emblema, appunto, una lupa bianca. Si crea così un “doppione” nell’araldica contradaiola e gli uomini dell’Onda ritengono, probabilmente, più congrua la presenza tra le loro onde, piuttosto che la lupa d’oro, dell’animale più nobile del nostro mare, il delfino, che da allora li rappresenta.
La lupa viene rapidamente accantonata così come, nel tempo, le onde nere vengono sostituite da quelle azzurre, anche se il cambiamento di questo colore nella bandiera diviene definitivo solo all’inizio del XVIII secolo.


Documentazione
"La chiesa di San Salvatore e il chiesino dell'Onda", a cura di Mario Ascheri e Alberto Cornice, Editore Effigi, Siena 2015
"Memorie della Compagnia di San Salvatore. Contrada dell'Onda (Siena, 1524-1764)", a cura di Mario Ascheri, Alberto Cornice, Emilio Ricceri e Armando Santini, Accademia Degli Intronati, Siena 2004

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14 settembre 2015

14 settembre 1756: il Palio a Lucca

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 settembre 1756 alcuni nobili lucchesi, che avevano assistito al Palio, decisero di organizzare uno spettacolo simile nella loro città in occasione della festa più sentita, quella della Luminara di Santa Croce, dedicata al crocifisso del Volto Santo. 


All’interno delle mura di Lucca formarono una piazza simile al Campo, innalzarono un giro di steccati con palchi e chiamarono otto fantini da Siena con cavalli e giubbetti delle Contrade. Il premio di 20 zecchini andò al fantino vincitore della corsa, Francesco Tansini detto Tansino che correva su un cavallo baio scuro col giubbetto del Valdimontone, mentre i restanti fantini si spartirono altri 20 zecchini. 
Alla Contrada fu donato il drappellone, che ancor oggi si può ammirare nel museo di Via dei Servi. Nel drappellone, al posto d'onore in alto troviamo il Crocifisso del Volto Santo più in basso a sinistra un fascio con un'ascia, a destra una tromba, sotto lo stemma azzurro con la scritta in oro "Libertas", dipinto in questo drappo solo perché la corsa se era svolta nella libera e repubblicana città di Lucca. Sono presenti, infine, due pantere emblemi di questa Repubblica.


Crediti fotografici
dal sito ilpalio.org

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13 settembre 2015

13 settembre 1729: Violante Beatrice di Baviera fissa i confini delle Contrade

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 settembre 1729 Violante Beatrice di Baviera, Governatrice di Siena, firma e approva, senza apportare modifiche, la “nuova divisione de’ confini fra le Contrade”
Il numero delle Contrade è così definitivamente fissato a 17. Il concetto di base che ispira le determinazioni stilate da Nicolò Sozzini e Angelo del Cotone, incaricati dell’importante lavoro, è quello di dare a ogni Contrada una porzione di territorio (e di conseguenza di persone che ci vivono sopra e che contribuiscono finanziariamente alla vita della Contrada stessa) il più possibile uguale a quello delle altre. 


Non si tratta, infatti, di un riaggiustamento ma di un atto che fa piazza pulita delle vecchie attribuzioni e che aggrega, senza tanti complimenti, ad una Contrada strade o piazze che erano state tradizionalmente considerate, fino ad allora, pertinenze di un’altra. Il bando determina con assoluta precisione come le Contrade “in avvenire debbono contenersi sì nel questuare, che nel battere la cassa, tolta la facoltà di ritrovarne, o riassumere delle nuove, e reservate le facoltà agli abitatori di ciascuna Contrada per poter eleggere in loro protettori nobili, anco quelli che abitassero fuori delle proprie Contrade, come anco di battere cassa e far feste in quelle strade o piazze che fan confine fra di loro”
E perché le disposizioni non restino solo sulla carta di un atto amministrativo, dopo l’approvazione definitiva di questo 13 settembre, il bando viene messo a stampa, nel successivo gennaio del 1730, in modo che, chiunque, possa controllare con i propri occhi ciò che in esso si contiene. Violante segue i lavori da lontano, ma avalla l’operato dei suoi collaboratori senesi controfirmando un bando che, oltre a stabilire l’appartenenza di strade, vicoli e piazze, sancisce con assoluta chiarezza la proibizione, da ora in poi, a costituire Contrade nuove o anche solo a voler far rivivere contrada non più presenti sulla scena cittadina.


Documentazione
Per la vicenda (durata quasi dieci anni) che ha portato alla stesura del Bando sui confini delle Contrade vedi: Duccio Balestracci, "Violante Beatrice, Gran Principessa di Baviera. Vita e storia di una donna di confine", per la collana "Protagonisti e momenti" edita dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Siena 2010

Crediti fotografici
G. Silvestri, "Pianta Topografica della città di Siena, con l'indicazione delle 17 Contrade", compilata nel settembre 1849, Archivio di Stato di Siena, Balia, 231, c. 78

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12 settembre 2015

Duccio di Buoninsegna, il sommo pittore della Maestà (ca. 1256-1319)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni
nato a Siena forse nel 1256
morto a Siena prima del 1319

È uno dei più importanti capi-scuola della pittura italiana di ogni tempo; con l'arte sublime di Duccio, Siena vive il suo momento di assoluto primato nel campo della pittura. Le prime notizie dell'attività di Duccio sono del 1278; sembra comunque che egli avesse trascorso una gioventù scapestrata e che abbia mantenuto il suo carattere indisciplinato anche in età adulta, come testimoniano le numerose multe inflittegli dal Comune di Siena, nonostante il prestigio di cui godeva.

"Madonna di Crevole" (1283-1284)
Siena, Museo dell'Opera del Duomo

Artisticamente, si ispirò forse a Guido da Siena, ma più che ai suoi predecessori nella città, si collegò direttamente al Cimabue; le sue prime opere, infatti, sembrano essere state identificate con alcuni affreschi cimabueschi nella Chiesa superiore di S. Francesco ad Assisi. Certamente nel 1285 era a Firenze, dove si impegnava a dipingere una “Madonna” per i Laudesi di S. Maria Novella; e la celebre “Madonna Rucellai”, già in S. Maria Novella ed attualmente agli Uffizi, viene identificata proprio con quella del 1285 ed attribuita con fondamento a Duccio, mentre in passato ne era stata rivendicata la paternità per il Cimabue.

"Madonna Rucellai" (commissionata nel 1285)
Firenze, Galleria degli Uffizi

12 settembre 1469: la prima pietra di Palazzo Piccolomini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 settembre 1469 venne posta la prima pietra di palazzo Piccolomini, detto anche “dei Papessi” o “dei Papeschi”, perché voluto da Giacomo e Andrea Piccolomini Todeschini, nipoti di papa Pio II Piccolomini e fratelli del cardinale Francesco, futuro papa Pio III. 

Veduta di palazzo Piccolomini da Banchi di Sotto
Foto Lombardi (1896 ante)

Il nome dell’architetto non è noto, anche se lo stile e la purezza delle forme rimandano all’architettura fiorentina del Rinascimento, evocando la figura di Bernardo Gambarelli, conosciuto come il Rossellino, creatore di Pienza e uomo di fiducia di Pio II. Il Vasari, tuttavia, attribuisce il disegno del palazzo a Francesco di Giorgio Martini. Sappiamo, invece, che esecutore e guida nella costruzione fu Pier Paolo del Porrina, mentre il Marrina intervenne per i capitelli dell’atrio e per altre parti scultoree. 

Veduta di palazzo Piccolomini da Via di Pantaneto
Foto Lombardi (1892 ante)

I Piccolomini già possedevano in quest'area un palazzo che si sviluppava di fronte a palazzo Rinaldini (via Rinaldini è l'attuale Chiasso Largo) con due torri, una prospicente ai Rinaldini mentre l'altra svettava davanti alla chiesa di San Martino (le tracce di questo antico fabbricato sono ancora visibili nella porzione di edificio che si trova di fronte alle Logge del Papa). 
La costruzione dell'imponente palazzo proseguì per anni e si presuppone terminata intorno al 1509 - 1510. Un importante ampliamento venne iniziato nel dicembre 1671 con l'intento di trasformare il palazzo in collegio, incorporando gli edifici prospicienti il Chiasso Largo e, con tutta probabilità, venne realizzata, nel corso di questi lavori, anche la cappella affrescata da Liborio Guerrini. 

Interno di Palazzo Piccolomini
Foto Lombardi (ultimi anni '800)

Nel 1681 perse la funzione di abitazione signorile divenne sede del Collegio Tolomei, come viene ricordato anche nel Bando di Beatrice di Violante di Baviera, mantenendo questa destinazione fino al 1820. Nel 1798, a seguito del terremoto, si presentò la necessità di nuovi interventi di restauro e la ricostruzione della cappellina affrescata dal Guerrini. Nel 1887 Giuseppe Partini ebbe l'incarico di restaurare il palazzo, già rimaneggiato nel 1824 per ospitare l'Archivio di Stato. La galleria d'accesso a quest'ultimo venne affrescata da Giorgio Bandini. 
All'interno di palazzo Piccolomini, ancora oggi, ha sede l'Archivio di Stato di Siena.


Crediti fotografici
foto dall'Archivio fotografico Malandrini della Fondazione Monte dei Paschi di Siena

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11 settembre 2015

Il Bruco si prepara al Palio della Pace (1945)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Qualcuno deve aver chiamato i ragazzi del Bruco a farsi fotografare prima che la “comparsa” partisse verso Piazza. Dove via del Comune, di Mezzo e degli Orti si allargano verso Pian d'Ovile. Alle spalle ci sembra di scorgere via di Mezzo ma non ci scommettiamo.
Anche in una contrada popolare come il Bruco, c'è da sottolineare l'educazione e il gusto delicato di tutte le famiglie di tenere bella la strada, pulita senza i panni stesi alle finestre alla maniera un po' volgare di altre nazioni e culture. D'altronde un'ordinanza, anche oggi inutilmente in vigore (nel 1992 n.d.r.), aveva proibito questo tentativo perché non si trasformasse in vezzo. E verso quei cittadini un po' sordi o arrivati dalla campagna che ci provavano, veniva fatta rispettare. Un altro modo di amministrare, un'altra sensibilità della popolazione che sentiva propri certi valori e doveri.


Forse l'appassionato fotografo abbassò il suo scatto verso le quindici del 19 agosto 1945. Il cielo era minaccioso e grandi nubi si spostavano da una parte all'altra, alcune bianche alcune con un ventre gonfio di grigio che a noi appariva sudicio e infame. Quel Palio “straordinario” per celebrare la pace del mondo, Siena lo aveva voluto con rabbia e decisione. L'avvenimento ne valeva la pena, checché ne dicano i detrattori dei Palii straordinari impaniati in personali ortodossie. Senza sapere che anche “gli straordinari” fanno parte della storia, anzi, della tradizione. 

11 settembre 1910: il Palio in onore di un gruppo di giornalisti francesi è rimandato per pioggia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L'11 settembre del 1910, domenica, è previsto a Siena l'arrivo dei rappresentanti delle testate giornalistiche più importanti di Francia che, per sottolineare gli ottimi rapporti tra le due nazioni, stava facendo un viaggio di rappresentanza in Italia. 
L'Associazione degli industriali e dei commercianti senesi, promosse, in accordo con le autorità municipali, una serie di iniziative e festeggiamenti tra cui, come al solito, un Palio straordinario al quale, tuttavia, stando alle cronache "le Contrade aderirono senza troppo entusiasmo"


La Carriera seguì i suoi tempi e giunti al giorno del Palio, l'11 settembre appunto, dopo che il Corteo storico ebbe sfilato in pista, e gli ospiti stranieri ammirato costumi e sbandierate, iniziò a scendere una pioggia tale che rese impossibile l'effettuazione della corsa. Delusi i giornalisti francesi ripartirono la stessa sera per Roma senza aver potuto assistere al famoso evento. 
Nemmeno lunedì 12 settembre la pioggia cessò e si ebbe un po' di tregua solo la mattina del 13 settembre quando, si narra, alle 11.30 suonò il Campanone per annunciare che la Carriera si sarebbe svolta e tutti i senesi uscirono dalle case, dagli uffici, serrarono le botteghe e corsero nel Campo. 


Alle 13 i fantini erano alla mossa: vinse la Torre con Domenico Leoni di Cinignano detto Il Moro. Così, conclude Virginio Grassi, il Palio organizzato per i giornalisti francesi venne corso quando questi non erano presenti e quindi non poterono essere in grado di apprezzare l'omaggio a loro riservato.


Documentazione
Virginio Grassi, "Le Contrade di Siena e le loro feste - II - Il Palio attuale", in contradadellatorre.net
"13 settembre 1910, il Palio straordinario con la prima foto della mossa", in sienafree.it
sito ilpalio.org

Crediti fotografici
1. da "13 settembre 1910", cit. È opinione comune che questa sia la prima foto di una mossa di una Carriera. La tecnica fotografica dell’epoca, infatti, consentiva di fotografare esclusivamente di mattina e pertanto esistevano immagini solo delle prove mattutine. L’orario inedito del 13 settembre 1910 permise, quindi, ai fotografi di scattare molte foto. Pregevole l’immagine della cartolina, delle Edizioni Venturini, nella quale si vede benissimo l’ingresso della Lupa di rincorsa con sullo sfondo la Piazza gremita di gente con gli ombrelli aperti.
2. da “Pallium – evoluzione del drappellone dalle origini ad oggi – dall’Unità di Italia all’ultimo conflitto mondiale”, Betti editore

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10 settembre 2015

10 settembre 1713: il Palio dell’Assunta è assegnato a metà tra Onda e Tartuca

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 10 settembre 1713, dopo quasi un mese di controversie, l’Auditore Fiscale, alla presenza del Cancelliere di Biccherna, assegna finalmente il Palio corso il 16 agosto e decide che il premio verrà equamente diviso tra Onda e Tartuca, che da allora saranno le uniche due Contrade ad avere un Palio a metà. 
Era successo che nella Carriera di agosto, rimessa in palio dalla Chiocciola, vincitrice del Palio di Provenzano, la Contrada di Malborghetto era arrivata prima al Verrocchio, ma non aveva superato il palco dei Giudici; a questo punto era sopraggiunto il cavallo della Tartuca che lo aveva passato. 

Niccolò Nasoni, particolare del Palio del 16 agosto 1713
Olio su tela, collezione Marco Bernardi

Tra Onda e Tartuca gli animi si accesero e il popolo di Castelvecchio rivendicò la vittoria, inizialmente data all’Onda. I giudici, allora, stabilirono di non assegnare il Palio che venne portato in Provenzano. Alla fine il magistrato sentenziò che il premio di 40 talleri offerto dalla Chiocciola fosse diviso equamente tra le due Contrade. Si legge: “che ambedue le suddette Contrade ne devino avere la metà per ciaschieduna, e ciò per conservare una buona pace, e per ovviare a tutto quello che ne potesse succedere”
Vennero così consegnati ai due camarlenghi di Onda e Tartuca 20 talleri a testa, metà del taffetà (probabilmente, come oggi, bianco e nero) che attorniava il piatto d’argento che si trovava sopra il drappellone e metà del nastro con cui era legata la seta. Venne stabilito, infine, che il drappellone e la mazza da cui era costituito il palio venissero donati ad una chiesa del Terzo di Città, e fu individuata quella di San Giuseppe che, al tempo, non era ancora l’oratorio dell’Onda, ma la chiesa dell’arte dei legnaioli. 
Alla fine, ci dicono le cronache, tutto si risolse con accordo e soddisfazione di entrambe le parti “e tutto per amichevole transazione tra l’istesse Contrade seguita, stante la benigna interposizione degl’illustrissimi signori ministri di Sua Altezza Reale di questa Consulta”. Un palio “a mezzo” dunque, che Onda e Tartuca ancora oggi riportano nel computo dei Palii vinti, ma questo episodio ebbe anche un risvolto importante nell’ambito del regolamento paliesco: il 10 settembre del 1713 infatti si stabilì definitivamente che in futuro il cavallo vincitore dovesse passare tutto il palco dei giudici.


Documentazione
"16 agosto 1713 - Il Palio a mezzo - Controversia di Palio fra Tartuca e Onda", a cura di Giordano Bruno Barbarulli, Giovanni Mazzini, Simonetta Losi, Mario Ascherii e Armando Santini
vedi anche il sito ilpalio.org

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