17 luglio 2015

La comparsa del Leocorno (1928)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


La “comparsa” del Leocorno indossa i nuovi costumi “che esplosero in tutta la loro magnificenza per il Palio del 2 luglio 1928” annota, con malcontenuto entusiasmo, un conosciuto cronista dell'epoca.
Per dire il vero anche gli uomini in costume sembrano nuovi. Alcuni addirittura belli, con l'espressione gratificata, altri con la serietà che si addice a coloro che indossano le insegne della propria contrada. Qualcuno si riconosce come l'alfiere Giuseppe Giuggioli. Nel Leocorno li riconosceranno tutti. 


Stoffe pregiate, disegni perfetti, tamburino tornato ad essere del XIV secolo, soprallasso, di cui si intravede il muso, tenuto da un palafreniere. Innovazioni per tornare pian piano al prestigio se non al fasto del Seicento-Settecento furono apportate anche nelle “rappresentanze comunali”, con l'aumento del numero dei musicanti della fanfara, con l'istituzione del gruppo dei sei “centurioni” a cavallo, con il carroccio tirato, finalmente, dai buoi come si addice a una celebrazione e non a uno spettacolo turistico pressappochista e con altri aggiustamenti (rotellini, contrade non più esistenti ecc.). 

17 luglio 1747: iniziano i lavori di ristrutturazione della chiesa di Sant’Agostino dopo l’incendio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 luglio 1747 iniziano i lavori per la ristrutturazione della chiesa di Sant’Agostino, costruita dai frati Eremiti Agostiniani tra il 1258 e la fine del Quattrocento, dopo che un rovinoso incendio, alcuni mesi prima, aveva provocato ingenti danni all’edificio religioso. Il progetto viene affidato al celebre pittore e architetto Lodewijk van Wittel, al secolo Luigi Vanvitelli, che si avvale dell’opera dei capimastri Sebastiano e Giuseppe Minacci per dare una veste neoclassica all’interno, rifare il tetto e il campanile che erano crollati, ampliando anche la parte conventuale.


I frati, pur di riportare la chiesa all’antico splendore, non badano a spese, tanto che alla fine l’ammontare dei lavori si attesterà sui 10.000 scudi. I lavori terminano il 31 agosto 1755, quando la chiesa viene riaperta al pubblico con una messa celebrata dall'Arcivescovo alla presenza delle autorità cittadine. 
I frati Eremitani restano nel complesso di Sant'Agostino fino alla soppressione degli ordini religiosi voluta dai francesi all'inizio dell’Ottocento. Nel 1818 il Granduca Ferdinando III delibera che l’ex convento venga destinato ad accogliere quello che sarà il Collegio Tolomei. 


Diresse i lavori di trasformazione Agostino Fantastici autore del porticato a colonne che unisce la facciata della chiesa con il convento stesso. 
La chiesa di Sant’Agostino conserva al suo interno gli altari in marmo policromo eretti tra il XVI e il XVII secolo, gli affreschi di Francesco di Giorgio e Luca Signorelli, all'interno delle Cappelle Bichi, e quello di Ambrogio Lorenzetti raffigurante la Madonna in trono con il Bambino e i Santi nella Cappella Piccolomini, che risalgono all'impianto precedente l’incendio. Sono inoltre presenti molte opere di grande pregio, come la “Crocifissione” del Perugino e le tele con il “Battesimo di Costantino”, il “Sant'Antonio tentato” e “l'Adorazione dei Magi”, rispettivamente riferibili a Francesco Vanni, Rutilio Manetti e al Sodoma.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

16 luglio 2015

16 luglio 1705: la Torre chiede di organizzare un’asinata

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 luglio 1705 la Torre chiede di poter organizzare un’asinata. Si trattava di una corsa con asini da effettuarsi con modalità simili al Palio: gli asini, dipinti con il colore della propria Contrada, dovevano fare uno o più giri di Piazza, non cavalcati ma "spinti" dai contradaioli. 
Nella richiesta inoltrata dalla Contrada di Salicotto alla Biccherna si legge che “l'asinata è un nome postoli dall'essere corsa non di cavalli, ma di giumenti” e che sarebbe dovuta essere una “festa populare in cui s'introducono quelle Contrade che vogliono correre, quali vengono in Campo con disinvoltura e con le comparse di carri o altro secondo le di loro forze, vestiti alla sciolta con berrettini e camiciuole conforme le divise delle medesime Contrade, con la loro insegna”


Si precisa, però che, dato il tipo di animale con cui le Contrade avrebbero dovuto disputarsi la corsa sarà “solo lecito di far forza con le pugna per avvantaggiare il suo giumento e farsi strada alla vincita del palio”. Poi nulla doveva cambiare: “si gira la piazza nell'istessa forma di che nella festa delli 2 luglio una o più volte, come verrà stabilito e approvato". 
La Torre cerca di convincere il Governatore motivando la richiesta con il fatto che in passato, a Siena, si sono disputate altre volte corse di asini: “si è fatta più volte la suddetta festa alla presenza de serenissimi Principi e specialmente del Granducato Ferdinando II di gloriosa memoria, e tre o quattro volte nel governo della grand'anima del signor principe Mattias di Toscana”
L’asinata doveva corrersi il 16 agosto ma si segnano solo Tartuca e Chiocciola e quindi non fu mai disputata, essendo necessaria la partecipazione di almeno 6 Contrade.


Crediti fotografici
Da "I quaderni di S.Griccioli". Foto tratta dal sito ilpalio.org

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15 luglio 2015

15 luglio 1568: vietato conciare le pelli nelle strade centrali di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti



Il 15 luglio 1568 la Balia ordina in maniera dura ai cerbolattai, pellicciai, calzolai e cuoiai che ancora avevano le proprie botteghe nelle strade centrali della città, di non conciare le pelli e tenervi in deposito il cuoiame grasso per evitare il diffondersi di sporco e di odori insopportabili. 
I cerbolattai e i cuoiai potevano tenere in bottega solo il “prodotto finito”, cioè le pelli già tinte e conciate, ma la lavorazione poteva avvenire solo ed esclusivamente in zone periferiche. Questa normativa segnerà l’allontanamento di alcuni “mestieri”, come quello dei pellicciai, dal “Corso” ed infatti nel 1766-68, ai tempi dell’inchiesta voluta dal granduca Pietro Leopoldo per censire arti, mestieri e botteghe a Siena, i pellicciai erano rimasti solo in cinque e nessuno nel centro. 


Un mutamento importante questo, dato che, per esempio, il tratto di strada compreso tra via Vallerozzi e piazza Tolomei anticamente era chiamato proprio via di Pellicceria (il toponimo è attestato dal 1121) per l’alta concentrazione di botteghe artigiane che lavoravano pelli e pellicce. Del resto fin dal Medioevo, nonostante le arti dei cuoiai e calzolai da una parte e dei pellicciai e cerbolattai dall’altra producessero un volume di affari di notevole entità, non erano ben viste in città proprio a causa del sudicio e degli odori malsani che producevano. Nel corso del Trecento, così, molte operazioni erano già state spostate in quartieri periferici, come quello di Fontebranda, anche se continuavano ad esistere vasche da concia a due passi da piazza del Campo (erano in piazza di San Cristoforo e, del resto, il nome di via di Calzoleria deriva proprio dalla lavorazione delle scarpe che si faceva in quest’area). 


Ad onta della ben fornita bottega di calzolaio dell'affresco del Buongoverno, notoriamente manifesto di tutte le attività ritenute rappresentative della vita della città, progressivamente, l'insofferenza per questo tipo di lavori diventa sempre maggiore e provoca le ire dei cittadini e (nel 1399) anche il disprezzo dei governanti, per i quali questi mestieri risultano disdicevoli se esercitati nelle zone centrali dove, invece, è più opportuno che si svolgano le più nobili attività della mercatura e della banca. Evidentemente, nonostante altre restrizioni di cui abbiamo notizia anche per il ’400, questi mestieri provarono a “resistere” ma dopo questa delibera del 1568 verranno definitivamente banditi, in parte insieme alla ricchezza che portavano, dalle strade principali di Siena.


Crediti fotografici
La bottega del calzolaio. Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città (1338-1339), Palazzo Pubblico, Siena

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14 luglio 2015

14 luglio 1944: parata in Piazza del Campo per la festa nazionale francese

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


I generali Clark e Juin escono dall'Entrone

Il 14 luglio 1944, le truppe francesi, che erano in città dal 3 luglio (giorno in cui Siena viene liberata dai tedeschi), per celebrare la loro festa nazionale organizzano una grande parata nel Campo. Sono presenti i comandanti dei vari eserciti: il maresciallo inglese Alexander, il comandante della V° armata statunitense Clark, il francese Juin, i Capi di Stato Maggiore Harding, Carpentier, Gruenther e il rappresentante del governo sovietico Bogolomov. 

Le truppe schierate in Piazza del Campo

Le cronache ci descrivono un giorno di festa a cui prendono parte, si dice diecimila persone, ad assistere alla sfilata di militari e mezzi armati che creavano perfette coreografie nella Piazza: “in semicerchi concentrici a raggi ineguali, le masse della fanteria, dell’artiglieria e dei carri armai; e sul diametro le bandiere, gli stendardi e le loro guardie d’onore in guanti bianchi”. Sfilano anche le truppe marocchine, che erano entrate in Siena il giorno della liberazione e le ausiliarie. 

 Le ausiliarie

Ci sono le bande musicali degli eserciti che intonano la Marsigliese mentre sulla Torre del Mangia sventola la bandiera francese. Ci sono le Contrade che con una grandiosa sbandierata salutano le truppe alleate. 

 La sbandierata delle 17 Contrade

Le autorità senesi assistono alla parata anche se il Commissario Prefettizio Ciampolini si rifiuta di salire sul palco delle autorità fino a quando il tricolore italiano, tolto il giorno prima dalla porta del Comune, non viene issato in Piazza insieme a quello francese, alla bandiera inglese, a quella russa e americana. Il clima è comunque festoso anche se la guerra non è certo finita: San Gimignano è stata liberata solo il giorno precedente, il 14 luglio si combatte a Poggibonsi.


Documentazione
Luca Luchini, "Siena 1944-1946. Una difficile rinascita", Edizioni Il Leccio, 2009

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13 luglio 2015

“Il sogno del cavallo” (2008)



“Il sogno del cavallo” è una raccolta di liriche, edita nel 2008, della poetessa senese Maria Teresa Santalucia Scibona, dedicate a Siena ed al suo territorio. Il volume raccoglie liriche edite (comparse singolarmente su quotidiani o periodici) ed inedite, scritte dall'autrice nel lungo periodo che va dal 1961 al 2006 e da cui traspare il profondo amore della poetessa per la sua (e nostra) città. Di seguito ne pubblichiamo una selezione.

13 luglio 1664: il priore della Tartuca propone la costruzione dell’oratorio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 luglio 1664 il priore della Contrada della Tartuca, Agostino Regoli, propone all’assemblea del popolo di costruire un proprio oratorio. Fino a questo momento la Tartuca svolgeva le adunanze nell’oratorio di Sant’Ansano (almeno dall’inizio del Seicento, dato che nel 1620 l’archivio dell’Opera Metropolitana attesta che la Contrada aveva commissionato “due angeli di legnami dorati e dipinti” per la chiesa) ma, come capitato a molte Consorelle, è la partecipazione al Palio, specie in caso di vittoria, a creare fratture tra le Contrade e chi le ospita. Forse è per questo che nel 1663 il Rettore dell’Opera Metropolitana, proprietaria di Sant’Ansano, minaccia di non concedere più la chiesa ai tartuchini. 


Nel corso dell’assemblea la Tartuca accetta, dunque, la proposta del priore e nomina tre deputati per seguire la questione. Il 21 settembre gli incaricati comunicano come con poca spesa si possa comperare dai padri agostiniani “una casa guasta e rovinata” situata a metà di Via delle Murella (oggi Via Tommaso Pendola), dove aveva abitato la mistica senese Caterina Vannini. 


Il 29 gennaio 1665 l’edificio viene acquistato per la somma di 16 scudi. Inizia così la costruzione dell’oratorio che sarà intitolato a Sant’Antonio da Padova (detto poi oratorio di Sant’Antonio da Padova alle Murella), Santo patrono della Contrada. Importante esempio di edificio barocco in Siena, l’oratorio viene definito da Enzo Carli “il più completo e significativo esempio di chiesa contradaiola”, non solo perché fondata e costruita interamente dalla Contrada, ma perché quasi tutti coloro che partecipano ai lavori, sia di costruzione che di decorazione, abitano nel rione: Niccolò Franchini è il progettista che della Tartuca fu anche Priore; suo figlio Jacomo, architetto; lo scultore Giovan Antonio Mazzuoli, al quale si deve l’altare maggiore. Abitanti del rione sono anche i muratori, stuccatori, intagliatori, i quali spesso prestano gratuitamente la loro opera. 
Nel 1682 i tartuchini celebrano nel nuovo oratorio la festa di Sant’Antonio e il 6 settembre 1685 l’Arcivescovo di Siena, Leonardo Marsili, benedice l’altare maggiore.


Crediti fotografici
1. Viligiardi, Oratorio intitolato a S. Antonio da Padova, Proprietà Contrada della Tartuca
2. Interno dell’oratorio (Altare Maggiore)

Documentazione
Oratorio di Sant’Antonio da Padova alle Murella - Sito Ecomuseo Siena
Oratorio di Sant’Antonio da Padova alle Murella - Sito ufficiale della Contrada della Tartuca

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12 luglio 2015

12 luglio 1593: muore Domenico Billò, il fondatore de “il Refugio”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 Luglio 1593 muore Domenico Billò, rigattiere e, secondo alcuni, calzolaio. Proprietario di alcune case in via Fieravecchia, inizia col dare ospitalità a fanciulle indigenti, fino al 1580, anno in cui fonda la “Congregazione delle Povere Abbandonate”, popolarmente conosciuta come “il Refugio”


L’istituzione è appoggiata e finanziata dai generosi contributi di mecenati come Girolamo Benvoglienti o come il conte Aurelio di Agostino Chigi che, alla morte del Billò, si fa carico dell’ente e gli subentra nella carica di Camarlengo. Nello stesso 1593 Chigi acquista anche il palazzo dei monaci di San Galgano (eretto nel 1480) e, al momento, di proprietà di Girolamo Pannilini. 
La Congregazione, con l’appoggio dei nobili, dell’Arcivescovo Ascanio Piccolomini, del Granduca Ferdinando de’ Medici, ottiene sovvenzioni tali che Aurelio Chigi vi affianca la “Congregazione delle Vergini del Soccorso”, volta all'accoglienza delle giovani appartenenti a nobili famiglie decadute e, pertanto, “a gravi pericoli esposte”


Alla fine del Cinquecento Palazzo San Galgano è oggetto di molti lavori di ristrutturazione, svolti quasi in concomitanza alla stessa fabbrica dell'edifico dell'altra congregazione chigiana, quella delle Vergini del Soccorso, appunto, posto sempre in via Fieravecchia e ultimato intorno al 1611. 
In San Galgano si aggiungono il cortile interno, la sacrestia e la cappella Chigi, e queste ultime vennero realizzate affinché le fanciulle non avessero ad uscire di frequente dal palazzo avendo sempre a loro disposizione un luogo in cui pregare. Nel 1601 inizia anche la costruzione della Chiesa di San Raimondo al Refugio. 
Nel 1785 il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo trasforma la Congregazione nel Conservatorio di San Raimondo al Refugio e lo destina all'educazione e all'istruzione delle giovani nobili, accogliendo anche ospiti provenienti da molti conventi e congregazioni soppresse. 


Crediti fotografici
1. Il Conservatorio delle Vergini del Refugio in un disegno di Girolamo Macchi
2. Interno della Chiesa di San Raimondo al Refugio. Foto di Paolo Lombardi (fine '800) dall'Archivio Fotografico Malandrini - Fondazione Monte dei Paschi di Siena

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11 luglio 2015

11 luglio 1878: nasce Girolamo Vigni, detto “Pippìo”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’11 luglio 1878 nasce a Monteroni d’Arbia Girolamo Vigni, di professione barrocciaio, che correrà in Piazza con il nome di Pippìo (o Momo). Il suo Palio di esordio sul Campo è quello dell’agosto del 1898, nella Selva, e sempre nella Selva, il luglio successivo, conquisterà la sua prima e unica vittoria. 


Le cronache ci raccontano che la Carriera del 2 luglio 1898 si svolse in maniera regolare anche se “a causa del cattivo tempo la corsa venne anticipata di qualche minuto ed alle 18,45 il palio, riuscito splendidamente, era già stato vinto dalla Selva. Il cavallo della Selva (prosegue l’articolo tratto da "La Vedetta Senese" del 3 luglio) di forze di gran lunga superiori di tutti gli altri cavalli, scappato quarto o quinto, seppe sorpassagli tutti e togliere la palma a quello del Drago che per due girate era rimasto primo e che cadde all'ultimo giro prima della piegata di San Martino. Nella contrada della Selva ieri sera venne fatta grande e geniale allegria, vuotandosi parecchi barili di vino ed improvvisandosi una illuminazione nel rione”. 
La storia di fantino di Girolamo Vigni è, tuttavia, breve. E’ in Piazza fino al Palio del 18 agosto 1901, Palio alla romana non assegnato per incidenti (al canape cadono tre Contrade perché il mossiere non abbassa in modo tempestivo; il popolo ritenendo il gesto intenzionale per favorire l’Oca invade la pista e il Comune annulla la Carriera), poi la sua vita ha un epilogo tragico. 


Il 23 febbraio 1902 viene accusato di omicidio, la vittima è Antonio Pistolesi, colono di Monteroni. I giornali raccontano che nella via principale del paese, a seguito di una lite legata ad un debito, Vigni accoltella al cuore il Pistolesi che muore quasi sul colpo. Nei giornali che raccontano dell’udienza, che si tiene nel giugno dello stesso 1902, si ha una descrizione di Girolamo Vigni molto particolare, dato che, si legge: “presenta alcuni di quei segni caratteristici che i medici legali chiamano antropologici. Ha gli occhi molto infossati nelle orbite e le orecchie pronunciatissime; ha piccoli baffetti e capelli rasati color castagno”
Ritenuto colpevole, 11 giugno 1902, viene condannato a scontare 8 anni e 9 mesi di reclusione e 2 anni di sorveglianza, ma muore nel carcere di Reggio Emilia il 12 maggio 1906.


Crediti fotografici
1. Disegno della vittoria del 2 luglio 1899 con Pippìo su Gallia, conservato nel Museo della Contrada della Selva. Dal sito ilpalio.org.
2. Articolo de "La Vedetta Senese" del 24 febbraio 1902. Dal sito ilpalio.orgche riporta anche gli articoli relativi alle varie fasi del processo.

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10 luglio 2015

La cena della Vittoria della Pantera (1926)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Bella tavola imbandita per la cena, con i tovaglioli come candidi coni - è il risultato dell'ultimo tocco del cameriere professionista - le sedie di schiancia (migliori di quelle attuali), i soliti curiosi che guardano o i contradaioli che respirano, in quella strada, un'aria festosa e rassicurante, né vorrebbero staccarsene mai. 


La Pantera solennizza il Palio vinto il 2 luglio 1926, dopo ventidue anni passati invano con occasioni di rabbia che avevano fatto massacro di verbi e sintassi. La cavallina (perché le femmine che corrono in Piazza non possono chiamarsi “cavalle”: sarebbe un termine troppo rude, quasi spregiativo) era la “Giacca” di Giovacchino Pianigiani. Sei belle vittorie in dieci anni: campionessa. Era fantino il senese Aldo Mantovani detto “Bubbolo” e capitano un grande uomo di prestigio “a tutto tondo”: Alessandro Cialfi. Il priore era Paolo Paghi, altro personaggio che guidò la sua contrada per più di venti anni. Gente ben viva nella memoria anche oggi in moltissimi di noi, oltre che nella storia della Pantera.