17 giugno 2015

17 giugno 1515: nasce Orlando Malavolti, uomo politico e storico

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 giugno 1515 nasce a Siena Orlando Malavolti. Appartiene ad una delle famiglie senesi più in vista e ricopre, nel corso della sua vita, numerose cariche pubbliche: nel 1538 fa parte del Concistoro, nel 1552 segue, come segretario, Girolamo Tolomei in una ambasceria presso l'imperatore Carlo V, nel 1554 è uno degli Otto Signori della guerra. 


Caduta la Repubblica diviene, sotto il principato Mediceo, Gonfaloniere maestro per il Terzo di Camolia (1563) e quindi Capitano del popolo, sia nel 1569, sia nel 1589. 
Non solo uomo politico, ma anche uomo di cultura e storico, Orlando Malavolti, negli ultimi anni dalla sua vita si dedica alla stesura della storia di Siena dalle origini della città alla conquista medicea. 


La prima parte viene data alle stampe nel 1574, mentre l’opera completa tarda ad uscire e viene pubblicata postuma (Orlando Malavolti muore nel 1596) a Venezia, nel 1599 con il titolo "Historia de’ fatti e delle guerre de’ Sanesi". Al libro sono allegate una veduta prospettica della città di Siena ed una carta del Senese che circolò, a quanto pare, anche isolatamente. Per la sicurezza delle informazioni, per l'obiettiva analisi degli eventi e per l'imparzialità dei giudizi riportati, Malavolti è tra le fonti più stimate della storia senese.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

16 giugno 2015

16 giugno 1773: la Civetta stipula l’accordo per l’uso di San Pietro alle Scale

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 giugno 1773 venne firmato l’accordo tra il parroco Giuseppe Ciolfi e la Contrada della Civetta per l’uso della chiesa di San Pietro alle Scale (conosciuta anche come San Pietro in Banchi o San Pietro Buio, si trovava in Banchi di Sotto, a lato di Via di Calzoleria). La Civetta avrebbe corrisposto ogni anno 2 libbre di cera oltre a 5 fiorini per ogni Palio vinto a luglio e 3 ad agosto. 


La Civetta, in realtà, celebrava le proprie funzioni in San Pietro fin dal 1692 quando le venne concessa dall'allora parroco don Antonio Perpignani, appassionato contradaiolo. In San Pietro i civettini avevano a disposizione un altare dedicato a Sant’Antonio da Padova ornato con quattro statue di santi in cartapesta argentata e un quadro appositamente dipinto dal celebre pittore Galgano Pepignani, nipote del sacerdote. 
Nel 1770, lo stesso Galgano Perpignani, aveva lasciato alla Civetta per testamento alcuni diritti sulla parrocchia beneficiaria di parte dei suoi beni: il parroco di San Pietro in Banchi ogni anno doveva consegnare la dote ad una fanciulla della Contrada e una somma al capitano, variabile a seconda se correva o meno il Palio. In cambio la Contrada era tenuta ad esporre la bandiera con lo stemma del testatore sempre a lato dell’altare e ogni 29 giugno doveva fare l’alzata di fronte alla sua casa natale alla Croce del Travaglio. 


Alla chiesa di San Pietro buio si accedeva da un omonimo vicolo del quale oggi resta, quasi in fondo a via di Calzoleria, sulla destra, un cortiletto appartato e senza sfondo. Forse la scarsa illuminazione (se ne parlava già quando si ipotizzava un'origine pagana dell’edificio) le portò la denominazione popolare di “buio”, come si legge in una relazione stilata nel 1730 da don Antonio Perpignani: “nei tempi del Gentilismo chiamavasi ‘l Tempio di Giove alle Tre Vie, adorandosi in esso il Simulacro di questa falsa Deità, e non vi entrava Lume, se non per alcune piccole aperture, dalle quali trasse il nome di Buio, conservato anche oggi fra il Vulgo”. Invece il fatto che il pavimento della chiesa fosse leggermente sopraelevato rispetto al piano stradale, tanto che vi si accedeva tramite alcuni gradini le derivò l’altro nome di San Pietro alle Scale “in Banchi”, come si specificava per distinguerla dall’omonima chiesa parrocchiale di San Pietro alle Scale in Castelvecchio. 
La chiesa venne chiusa al culto nel 1786 con la ristrutturazione delle parrocchie senesi voluta dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena (in seguito fu completamente distrutta) e il suo titolo venne trasferito all'oratorio di San Giovannino della Staffa, mentre la Civetta ottenne un altare nella chiesa di San Cristoforo.


Crediti fotografici
1. La chiesa di San Pietro in Banchi in un disegno di Girolamo Macchi
2. San Pietro in Banchi, di autore ignoto, seconda metà del secolo XVIII, disegno acquarellato di grigio, Archivio della Contrada Priora della Civetta

L'elenco completo delle "Pillole" è alla pagina goo.gl/2PJxzF.
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15 giugno 2015

15 giugno 1795: importanti disposizioni per il Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 giugno 1795 il Granduca di Toscana Ferdinando III firma alcune importanti deliberazioni relative all’ospedale di Santa Maria della Scala: per prima cosa il Rettore Giulio Pannilini venne nominato rettore dell’Opera del Duomo e al suo posto viene eletto Giovanni d’Antonio Pieri. 


Vengono inoltre stabiliti nuovi ordinamenti “pel buon governo e per l’economia della Casa”. 
Tra i provvedimenti presi si evidenzia un tentativo di riduzione delle spese che l’ente ospedaliero si trovava ad affrontare: vennero ridotti gli stipendi a partire proprio da quello del Rettore. Si operò anche una notevole diminuzione degli impiegati, mentre l’amministrazione dell’ospedaletto delle gravide occulte passò alla Compagnia dei Disciplinati che già gestiva anche quello detto dei Tignosi. 


Il seminario Soleti (fondato a metà Seicento grazie ad un lascito fatto all’ospedale da Federigo Soleti, lui stesso gittatello cresciuto dal Santa Maria, che si prefiggeva di far studiare gli esposti che dimostravano maggiori qualità avviandoli a professioni più qualificate) venne destinato alla vendita; la Libreria dell’Ospedale venne soppressa e donata all’Università. 
Il Granduca Ferdinando III, d’altro canto, per affrontare il preoccupante tasso di mortalità all’interno dell’ente, potenziò il numero e aumentò lo stipendio delle balie che dovevano accudire i fanciulli esposti. 


La crisi finanziaria, del resto, stava tediando il Santa Maria della Scala dall’inizio del Settecento causata principalmente dal crollo della produzione nelle grance e dalla mancanza di investimenti, dalla trascuratezza nella riscossione di crediti e affitti, ma anche dal numero spropositato di impiegati che porta ad esuberanti uscite in vitti e salari. Già nel 1775 era già stata disposta la vendita o l’affitto di tutte le proprietà agricole (tranne le grance di Cuna e di Serre di Rapolano) per cercare di risanare il bilancio e dal 1783 tutto la gestione ospedaliera passò completamente nelle mani granducali, fatto che determinò la definitiva curvatura dell’ente verso la specializzazione sanitaria.


Crediti fotografici
1. Foto tratta dal sito Himetop
2. Veduta della facciata posteriore dell'ospedale senese in un cabreo del 1756
3. Domenico di Bartolo, "Cura e governo degli infermi" (1440-1441), Siena, Santa Maria della Scala, Sala del Pellegrinaio

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14 giugno 2015

I “cittini” dell’Aquila alla Prima Comunione (1909)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


La caccia alle nonne e ai nonni è aperta. La splendida “Foto Fusai” scattata in ricordo della Prima Comunione di alcuni bambini dell'Aquila il 19 settembre 1909 tramanda volti che saranno noti a molte famiglie della contrada del Casato. Ma dietro a questa foto, cosi suggestiva per i vestiti alla marinara, per i cappelloni a larghe falde, per i pizzi e i merletti, per gli sguardi e la posa dei piccoli aquilini, c’è anche qualcosa di più. Nelle convinzioni radicate che fanno la storia della città contradaiola, l'Aquila d'inizio secolo – lo affermano e lo hanno scritto gli stessi aquilini - era composta da poche persone. Ma la foto dimostra che la contrada era ben vitale, se riesce ad organizzare anche una festa dedicata ai suoi ragazzi per un avvenimento non strettamente legato all'attività contradaiola e paliesca. Il priore in quel 1909 era Francesco Bandini Piccolomini, il capitano Silvio Griccioli.


14 giugno 1810: muore Tommaso Felloni, detto “Biggeri”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 giugno 1810 muore improvvisamente (si dice per una colica fulminante), a Siena, Tommaso Felloni, detto “Biggeri”. Era nato nella nostra città il 20 dicembre 1768. 
Molte fonti parlano di Biggeri chiamandolo Luigi, ma dagli atti di un processo del 15 giugno 1791 (Biggeri tornando dalla fiera di Rosia fece a pugni con tal Girolamo Muzzi, mezzadro, a causa di un brutto sorpasso fatto col barroccio a Costafabbri) si chiarisce che il suo vero nome è Tommaso.

Palio del 14 maggio 1809
vinto dal Biggeri nella Torre

Biggeri, di professione mugnaio, è tra i fantini più vittoriosi della storia del Palio con dieci vittorie su trentaquattro presenze in Piazza. È stato il solo fantino ad aver vinto tre Palii nello stesso anno: nel 1809 trionfò nella Torre, nel Leocorno e nella Lupa. Inoltre il 2 luglio 1796, vincendo nell’Aquila, dette la cuffia alla Lupa, ma fu lui stesso a toglierla alla Contrada di Vallerozzi vincendo la Carriera del 16 agosto 1809. 
Biggeri, grazie al padre Sebastiano Felloni, famoso cavallaio, e, probabilmente anche lui fantino, esordisce giovanissimo e vince subito nella carriera del luglio del 1783 nella Torre. 

Palio del 2 luglio 1809
vinto dal Biggeri nel Leocorno

Il suo carattere impetuoso lo rese protagonista di storici episodi sul Campo: ad esempio, nel luglio 1787, fece perdere il palio a Dorino, dato per sicuro vincitore, trattenendolo per quasi tre giri; oppure nell'agosto 1788 si azzuffò con Marcaccio non solo scambiandosi nerbate per tutto il tempo della corsa, ma anche nell'immediato dopo Palio, tanto che i due fantini finirono in carcere e furono trattenuti dietro le sbarre per la notte. Si racconta che la liberazione e la riappacificazione, al mattino, sia stata celebrata dai due fantini con una sostanziosa colazione all’Osteria delle Donzelle. 

Palio del 16 agosto 1809
vinto dal Biggeri nella Lupa

Nel corso della sua carriera corse perfino un palio a Lucca, il 21 settembre 1784, fugando così, ogni residuo dubbio sul suo nome di battesimo perché in quell'occasione segnato con il nome di Tommaso Felloni, insieme a quello di Isidoro Bianchini altro protagonista di quella corsa. 
Si sposò tre volte: la prima il 25 maggio 1788, nella Parrocchia di Sant’Eugenia, con la diciassettenne Vittoria Baldi (abitano al mulino Pesciolino, nel territorio di Ravacciano) che però il 30 agosto 1789, muore di parto insieme al neonato. Sconvolto dal dolore Felloni resta lontano dal Palio per sei anni. Si sposa nuovamente: con Angiola Lanini. Ma anche lei, con la quale abita al mulino dei Bottini, sempre a Ravacciano, muore prematuramente nell’ottobre del 1797. E di nuovo Biggeri interrompe la sua carriera paliesca, questa volta per tre anni. Il suo terzo matrimonio avvenne in Val di Pugna con Maria Stella Sani il 30 giugno 1798. 


Documentazione
La scheda del fantino sul sito ilpalio.org

Crediti fotografici
Le foto sono tratte da "Pallium. Dalle origini ai moti risorgimentali", a cura di Luca Betti. Testi di Roberto Barzanti, Duccio Balestracci, Mario Ismaele Castellano, Bernardina Sani, Cristina Ciampoli e Caterina Palmieri, Betti Editrice, Siena, 1993

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13 giugno 2015

13 giugno 1935: nasce Giuseppe Vivenzio, detto "Peppinello"

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 giugno 1935, nasce a Lauro, in provincia di Avellino, Giuseppe Vivenzio, detto "Peppinello". Peppinello ha corso 5 Palii, vincendo la carriera d’esordio nel Drago il 2 luglio 1964 e realizzando nello stesso anno il proprio cappotto personale quello dato che, dopo una rocambolesca vicenda, per quanto scosso, ad agosto trionfò anche nella Chiocciola. 


Peppinello, per il Palio dell’Assunta, aveva disputato la prima prova nell’Oca e la sera, dopo la cena in Contrada, trovato il modo di allontanarsi dai dirigenti con una scusa, scompare nel nulla. Si fecero molte ipotesi sulla fuga e gli Ocaioli sospettarono subito un “tradimento” da parte del fantino che ormai aveva fatto perdere le proprie tracce. Peppinello ricomparve la mattina stessa del Palio alla segnatura del fantino vestendo il giubbetto della Chiocciola, in sostituzione di Vincenzo Graziano, detto Solitario, che si era fatto male la sera della provaccia.


Gli Ocaioli, infuriati, prepararono la loro "vendetta": durante la Carriera sembra che il barbaresco sia entrato sul tufo e abbia dato un calcio al fantino traditore, il quale cadde dal cavallo Danubio. A quel punto, però, passò in testa la Torre che montava Donato Tamburelli detto Rondone. 
Per gli ocaioli iniziava a mettersi molto male: la corsa proseguì con la Torre nettamente in testa fino al terzo giro al Casato, quando il cavallo scosso della Chiocciola, sbucato improvvisamente dalle retrovie, passò la Torre dall’interno e vinse il Palio. 


Gli ocaioli, sollevati per lo scampato pericolo, salutarono festanti la vittoria della Chiocciola, dimenticando (forse) la storia di Peppinello.


Crediti fotografici
1. Palio del 16 agosto 1994: Peppinello nella Chiocciola. Foto dal sito ilpalio.org.
2. I due Palii vinti da Peppinello: Palio del 2 luglio 1964 di Ezio Pollai e Plinio Tammaro vinto dal Drago; Palio del 16 agosto 1994 di Vasco Valacchi vinto dalla Chiocciola. Le immagini sono tratte da "Pallium. Dal dopoguerra alla conquista della luna", Siena 1992, Betti Editrice
3. Palio del 2 luglio 1965: Peppinello nella Pantera. Foto dal sito ilpalio.org.

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13 giugno 1508: nasce Alessandro Piccolomini, letterato e scienziato eclettico

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


13 giugno 1508 nasce il letterato Alessandro Piccolomini, che della sua nobile famiglia prese lo stile e l'amore per la cultura. Si forma nell’ambiente culturale cittadino a contatto con poeti, filosofi, scrittori di teatro. Egli stesso si cimenta con la scrittura di testi teatrali all’interno dell’Accademia degli Intronati della quale fa parte fin da giovanissimo con il nome di “Stordito”.


Lasciata Siena, si trasferisce, trentenne, a Padova dove indirizza la sua attività intellettuale prevalentemente nel campo della filosofia, nell'ambiente dell’ateneo di quella città e dell’Accademia degli Infiammati. Resta tuttavia legato a Siena, sia dedicando scritti a suoi concittadini, sia mantenendo attivi i contatti con altri intellettuali senesi, sia riflettendo con attenzione sulle vicende politiche della sua patria. La sua opera, stampata a Venezia nel 1542, "De la istitutione di tutta la vita de l’huomo nato nobile e in città libera" sembra costruita pensando a Siena e al suo difficile governo. Piccolomini enuncia quello che, secondo lui, è il cammino di costruzione del sapere che "il gentiluomo" deve apprendere in funzione del governo della famiglia e, soprattutto, della patria. Il destinatario ideale di questa trattazione è il nobile senese, come anche nel “Discorso fatto in tempo di Repubblica per le veglianti discordie de’ suoi cittadini” redatto appena un anno dopo, mentre ormai si stavano confusamente, ma non per questo meno angosciosamente, delineando cupi orizzonti per la libertà senese. 
Piccolomini aveva già "predetto" il tragico futuro e indica ai suoi concittadini il responsabile principale di tutti i loro problemi politici: la discordia interna. Siena avrebbe tutto, argomentava, ma le manca la più importante qualità per vivere bene: la rimozione della secolare faziosità che ha avvelenato e avvelena, nell'ora presente, la vita cittadina. Già allora vedeva giusto: l’impossibilità di darsi una coesione politica e istituzionale interna stava fatalmente gettando Siena nelle braccia dei due contendenti che si giocavano la partita del potere sullo scacchiere italiano, la Francia e l’impero, e il prezzo che la città rischiava di pagare (come poi di fatto accadrà) sarebbe stato il rimanere stritolata in un meccanismo più grande di lei che le avrebbe tolto la libertà. 
Piccolomini, dopo vari soggiorni a Bologna e a Roma torna a Siena, dove riceve, nel 1555, gli ordini sacri e nel 1574 viene nominato arcivescovo di Patrasso e coadiutore dell'Arcivescovo di Siena. Autore di due commedie (“L'amor costante” del 1536 e “Alessandro” del 1544) e di sonetti, per lo più d'ispirazione petrarchesca (“Cento sonetti”, 1549), pubblica, nel 1539, il vivace “Dialogo della bella creanza delle donne” conosciuto anche come “La Raffaella”. E’, inoltre, tra gli autori della commedia “Gl’ingannati” edita nel 1531 da un gruppo di accademici intronati e divenuta celebre perché ad essa si ispirò William Shakespeare (che, si dice, ne rimase folgorato) per scrivere la sua celebre opera "La dodicesima notte"


Piccolomini si distingue anche come traduttore di classici: Virgilio, Senofonte, Ovidio e Aristotele e le sue “Annotazioni nel libro della Poetica d'Aristotele” (1575) avranno una grande influenza sui trattatisti successivi. Ma la sua eclettica personalità e la sua grande cultura non finiscono qui: ha una profonda conoscenza filosofica e scientifica come testimoniano alcuni trattati divulgativi (“L'instrumento della filosofia” del 1551 oppure “La prima parte della filosofia naturale” del 1551, seguita nel 1560 da una “Seconda parte”) e le sue importanti opere di astronomia. 
Il trattato “Delle stelle fisse” (pubblicato insieme con “Della sfera del mondo” nel 1548), contiene carte celesti e una classificazione alfabetica delle stelle secondo le lettere latine ed è considerato da molti il primo atlante celeste moderno. Sulla Luna c'è anche un cratere che porta il suo nome: il cratere Piccolomini è molto profondo, ha un diametro di circa 88 km ed è ubicato (29,7°S / 32,2°E) a sud del cratere Fracastoro. 
Alessandro Piccolomini muore a Siena il 12 marzo 1578.


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12 giugno 2015

12 giugno 1605: muore Alessandro Turamini, giurista e letterato

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 giugno 1605 (in alcune fonti si parla del 13 giugno) muore a Ferrara il giurista e letterato senese Alessandro Turamini. Nato a Montalcino, Turamini, discepolo di Girolamo Banvoglienti, celebre filosofo e giureconsulto, ebbe importanti cattedre universitarie a Siena, Roma e Ferrara, mentre a Napoli lasciò il segno del suo sapere con la fondazione dell'Accademia dei Rinforcati.
In seguito si trasferì a Ferrara dove fu Auditore della Ruota. Ebbe anche dal Granduca Ferdinando I l’importante nomina ad Auditore della Ruota fiorentina. 



Nel corso della sua vita fu soprattutto un importante precursore nello studio e nella divulgazione della giurisprudenza filosofica, scrivendo opere di grande interesse come il commento al “De Legibus” del Digesto. Importante anche un suo trattato sul cambio che, tuttavia, fu pubblicato postumo nel 1770. 
I suoi interessi furono molteplici e spaziarono anche oltre: amante dell'arte e dello spettacolo, non ha lasciato solo ponderosi testi giuridici, ma ha scritto anche varie commedie e poesie e ciò gli permise di essere un assiduo frequentatore dei migliori salotti della sua epoca.


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11 giugno 2015

11 giugno 1608: muore Francesco Maria Tarugi, prediletto di San Filippo Neri e Arcivescovo di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’11 giugno 1608 muore a Roma Francesco Maria Tarugi. Nato a Montepulciano il 27 agosto 1525, da una nobile famiglia imparentata con vari pontefici, riceve, in ambiente di corte, una formazione letteraria e giuridica. Va a Roma come segretario del Cardinale Ranuccio Farnese e lì, in maniera fortuita, conosce Filippo Neri. L'incontro gli cambierà la vita. 



Nel 1565, alla morte del Cardinale Farnese, entra nell’Oratorio di Filippo Neri come laico, divenendone il discepolo prediletto, sceglie il sacerdozio e viene addirittura designato come successore di Filippo Neri alla guida della Congregazione Oratoriana (è attribuita a Tarugi anche la prima regola che traccia norme essenziali per la vita comunitaria). L'Oratorio, anche per intercessione di Tarugi e dell’altro importante seguace di Filippo Neri, Cesare Baronio, viene ritenuto e proclamato vera e propria congregazione nel 1575 da papa Gregorio XIII, che dona agli oratoriani la chiesa di Santa Maria in Vallicella. Le costituzioni oratoriane vengono approvate da papa Paolo V nel 1612. 
Francesco Maria Tarugi compie numerose missioni sia per gli Oratoriani sia per la Santa Sede (diffonde la riforma tridentina in Spagna, in Francia, nelle Fiandre e in Germania), diviene Arcivescovo di Avignone (1592) e riceve la consacrazione episcopale, proprio nella chiesa di Santa Maria in Vallicella da papa Clemente VIII, nel concistoro del 5 giugno 1596. 



È proprio papa Clemente VIII a nominarlo Arcivescovo di Siena il 15 settembre 1597. Con il suo forte ascendente e la sua personalità spiccata, Tarugi è un importante esponente dell’applicazione a Siena delle profonde innovazioni introdotte in materia religiosa dal Concilio di Trento: ad esempio la riorganizzazione delle parrocchie con strumenti di attento controllo della gestione diocesana, oppure l’introduzione della tenuta dei libri degli stati di anime nei quali si registra la vita religiosa dei parrocchiani. Nel 1599 le sue precarie condizioni di salute lo costrinsero a stabilirsi a Roma, da dove continuò a dirigere la diocesi senese, finché colpito da paralisi nel 1605 rinunciò alla Cattedra.


Crediti fotografici

Foto 2: disegno di Riccardo Manganelli eseguito per le "Pillole quotidiane di storia senese dal 1560 al 1799", agenda 2008, Betti Editrice

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10 giugno 2015

10 giugno 1940: la guerra sospende il Palio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti



Il 10 giugno 1940 l'Italia entra ufficialmente in guerra. Alle ore 19 della sera precedente erano state estratte le Contrade che con Selva, Drago, Oca, Chiocciola, Tartuca, Bruco e Leocorno avrebbero disputato il Palio del 2 luglio. Uscirono Pantera, Lupa e Giraffa. Ma da questo 10 giugno tutta la storia cambiò, anche quella paliesca. 

Luigi Socini Guelfi, ritratto nel dopoguerra con Papa Paolo VI (1963-1978)

A breve (il 18 giugno) il Podestà Luigi Socini Guelfi (che accompagnerà e in qualche modo proteggerà Siena in tutti i difficili anni bellici) diramerà il seguente comunicato: "Ritenuto che date le attuali straordinarie contingenze dello stato di guerra sia doveroso sospendere l'effettuazione delle tradizionali corse del Palio per tutta la durata delle ostilità, si delibera di sospendere l'effettuazione delle tradizionali corse del Palio finché perduri l'attuale stato di guerra"

Sbandierata davanti alle truppe alleate dopo la Liberazione

Quando finalmente si rivide la terra in Piazza, fu davvero la fine di un incubo, ma erano passati 5 terribili anni. E, come se il tempo paliesco fosse rimasto sospeso, il 2 luglio del 1945 si riprese con le stesse dieci contrade che dovevano disputare la carriera mai corsa del 1940. Sarà il Palio della Libertà, sarà il Palio vinto dalla Lupa con Lorenzo Provvedi, detto Renzino, su Mughetto. 


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