8 maggio 2015

8 maggio 1612: tagliato il leccio di San Francesco

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


L’8 maggio 1612 il Padre Provinciale dell’Ordine Francescano fece tagliare ciò che restava del leggendario leccio della chiesa dell’Alberino e lo fece collocare sotto l’altare maggiore della chiesa di San Francesco per esporlo alla venerazione dei fedeli. 


Secondo la tradizione San Francesco, dopo aver predicato per alcuni giorni a Siena, si mise in viaggio ma, avvicinandosi l’oscurità, preferì sostare al romitorio di Ravacciano. La leggenda dice che prima di entrare il santo piantò per terra il suo bastone e questo, durante la notte, germogliò, e la mattina era diventato un grande leccio. Del resto Francesco non era nuovo a questi miracoli: pare che anche a Piancastagnaio esista un leccio famoso sotto il quale il santo si sedette a riposare. Ecco che da quel giorno, anche in inverni particolarmente nevosi, intorno alla pianta la neve non attecchisce mai.


Comunque, la fama del miracolo dell’Alberino si sparse subito e cominciò per il sacro albero l’assedio dei senesi per i quali divenne un oggetto di devozione, tanto che vi venne fondata una cappella detta ancora oggi, appunto, dell’Alberino. L’albero, però, nonostante fosse protetto da recinzione, veniva continuamente “assalito” dai fedeli che ne tagliavano rami e foglie per tenerli in casa come reliquie. 
Ridotto ormai ad un moncone, come ricorda una memoria registrata dal cancelliere del convento di San Francesco, in questo 8 maggio 1612 il Padre Provinciale dell’Ordine francescano lo fece tagliare e collocare sotto l’altare maggiore della chiesa di San Francesco. Il Romagnoli narra che nel 1637 il principe Leopoldo de’ Medici, allora Governatore di Siena, ordinò allo scultore Domenico Arrighetti di ricavare dal tronco una statua raffigurante il Santo assisiate. La statua, in un primo tempo donata ai Padri Conventuali e conservata in San Niccolò in Sasso, nel 1639 venne portata con una solenne processione alla chiesa dell’Alberino, dove si trova ancora oggi. 


Girolamo Gigli, raccontando lo stesso episodio nel suo Diario, non nomina lo scultore e scrive che “dell’antico tronco se ne sono formate poi diverse statue, una delle quali si conserva nell’Altare della Cappella di San Francesco dei Frati Minori ed altre nelle Cappelle di varie Chiese dell’Ordine, e di più Monarchi nella Cristianità”
Gigli racconta anche che all’Alberino “abitò per qualche tempo alla custodia del tronco benedetto [...] Frate Bonaventura di Venere, Romito francescano”. Il fatto è in netto contrasto con la versione sopra riportata, per cui il tronco appena tagliato venne subito trasferito a San Francesco e non sostò a Ravacciano. Ciò è del resto confermato da un pagamento di 14 lire per il trasporto
La storia prosegue raccontando che nello stesso 1612 la granduchessa Cristina di Lorena fece crescere un secondo albero dalle radici da quello tagliato e ne affidò ai religiosi la custodia.


Documentazione
Roberto Cresti, Maura Martellucci, "Dalle torri al Rastrello. Il territorio della circoscrizione 5 attraverso i secoli", Siena, 2008

Crediti fotografici
Foto 1: disegno di Ricardo Manganelli su Roberto Cresti, cit.
Foto 2: dal sito ilpalio.org
Foto 3: dall'account Flickr del Tesoro di Siena

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

7 maggio 2015

7 maggio 1721: nuovo regolamento del Palio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 7 maggio 1721 fu emanato il bando che introdusse un nuovo regolamento per la corsa del Palio. La stesura di tali norme si rese necessaria dopo la Carriera del 2 luglio 1720 alla quale, rientrata anche l’Aquila, presero parte al Palio tutte e diciassette le Contrade ancora attive e, nell'affollamento della pista, si verificò un brutto incidente: alla fine della corsa, vinta dal Bruco, alcuni fantini non riuscirono a frenare i cavalli e due spettatori furono investiti e morirono. 


Alessandro Maffei "Veduta della piazza di Siena nell'atto
della corsa del 16 agosto"
, 1840 ca., incisione acquerellata

A seguito di ciò venne bandito il regolamento che si componeva di 16 articoli, alcuni dei quali sono ancora in vigore. Tra tutti il 13 è quello che ha dato l'impronta maggiore alla svolgimento della corsa come la viviamo oggi: riconosciuta come impraticabile la possibilità che tutte le Contrade potessero correre insieme, si stabilì che da allora in poi partecipassero solo 10 per volta, introducendo il meccanismo dell'estrazione a sorte. Notevoli pure il numero 4 in base al quale il fantino doveva indossare un giubbetto con i colori e lo stemma della Contrada, e il numero 10 che stabilisce che la Contrada vittoriosa è quella che al terzo giro passa prima sotto il palco dei giudici. 


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6 maggio 2015

6 maggio 1788: il Regolamento per la costruzione dei nuovi palchi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 6 maggio 1788 venne notificato il “Regolamento per la costruzione dei nuovi palchi”. Fino ad allora il montaggio dei palchi per il Palio era compito dei proprietari e la Biccherna si limitava a compiere una semplice ispezione. Per risparmiare, però, si usava comunemente legname di scarsa qualità, e questo, nel tempo, aveva provocato diversi incidenti. 


Venne così assegnata all’ingegner Bernardino Fantastici la stesura di un progetto per “la riforma ed uguaglianza de’ palchi, che sogliono costruirsi nel giro della pubblica Piazza”, con il quale, oltre al problema della sicurezza, si voleva anche evitare il ripetersi del loro innalzamento in forma irregolare e inelegante. La riforma nella costruzione dei palchi, infatti, si poneva, per la prima volta, un obiettivo di natura estetica: impedire l'indecoroso spettacolo di palchi che fossero “coperti nella base di lacere tende o qua e là di tele diversamente colorate”


Fu stabilito anche un limite di 4 gradini per le sedute e si sottolineò la necessità di un decoro omogeneo per i parapetti. Questa innovazione scatenò, come in genere accade per le novità nella nostra città, l’opposizione di proprietari e bottegai, ma nonostante questo, l’innovativo allestimento venne completato per il Palio d’agosto. 


Si riparlerà di decoro estetico in occasione del Palio e di uniformità nei palchi anche nei decenni successivi e nel 1854 il Comune di Siena ribadì di nuovo l'imposizione ai proprietari di decorare in maniera uniforme tutti i parapetti di Piazza. 


Crediti fotografici
I disegni sono alcune prove di decoro dei parapetti dei palchi del 1854 e sono tratti da: Paolo Tertulliano Lombardi, "Memorie di Palio a cavallo tre secoli", Cantagalli, Siena 2002.

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5 maggio 2015

5 maggio 1904: linee automobilistiche per Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Dal 5 maggio 1904 vengono effettuati i primi esperimenti per istituire alcune linee automobilistiche per collegare Siena con Massa Marittima, Greve in Chianti e Montalcino. I primi viaggi di prova, fatti a bordo di una vettura fornita dal Sindacato Società Automobili Fiorentini, vanno molto bene (se si esclude la foratura di una gomma in una tratta per Montalcino), basti pensare che la distanza Siena - Montalcino in auto viene coperta in “sole” due ore e quindici minuti. 


Anche la stampa si dimostra benevola e sulle pagine del “Libero Cittadino” si caldeggia l’impianto di un vero e proprio servizio pubblico, sostenendo che gli esperimenti tecnici sono ormai superflui e bisogna pensare ad attivare rapidamente mezzi di collegamento adatti a strade impervie e poco agevoli, come l’auto appunto, e questo perché, scrivono amaramente (e profeticamente), è inutile attendere la realizzazione dei progetti ferroviari. In realtà, anche in questo ambito i tempi si dilatano e un passo avanti risolutivo viene compiuto solo nel dicembre del 1909, quando i F.lli Lorenzini, gestori del Garage F.I.A.T., presentano il progetto della linea automobilistica per Massa Marittima. Lunga 67 km., la Siena - Massa automobilistica viene inaugurata e aperta al pubblico solo il 26 gennaio 1913, tra il giubilo della popolazione. 


All’evento presenziano i personaggi più in vista di Siena, il Commendator Ombrone, rappresentante il Ministro dei Lavori Pubblici, e molti rappresentanti della FIAT. Lungo il tragitto numerose soste nei paesi attraversati prevedevano buffet e colazioni e le cinque vetture FIAT in dotazione alla ditta Lorenzini venvengono perfino addobbate con decorazioni floreali. 
Nello stesso anno sono inaugurate altre due importanti linee: la Arezzo – Monte S. Savino – Siena e la Siena – Greve in Chianti.


Documentazione
Martina Starnini, "Un filo di modernità. Trasporti pubblici eprivati a Siena fra Otto e Novecento", scaricabile dal sito academia.edu
Luca Luchini, "Siena dei bisnonni", Siena, Edizioni ALSABA, 1987

Crediti Fotografici
Luca Luchini, "Siena dei bisnonni", cit.

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4 maggio 2015

4 maggio 1740: nevicata da record a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 4 maggio 1740 Siena fu sommersa da un’abbondante nevicata, che si ripeté anche il giorno 6, portando come conseguenza brinata e ghiaccio in una misura tale, dice il Pecci nel “Giornale Sanese”, “che i vecchi non si ricordano di caso consimile”

I giardini della Lizza (dopo il 1896)

La rovina per le persone e i raccolti fu tale che “per placare l’ira d’Iddio e interceder misericordia” il 13 maggio, nella chiesa dell’ospedale di Santa Maria della Scala, venne tenuto esposto alla pubblica preghiera la reliquia del Sacro Chiodo "quel chiodo - racconta ancora Pecci - che credono esser uno della Crocifissione del nostro Signore Gesù Cristo"

L'attuale piazza Giacomo Matteotti (dopo il 1912), al tempo intitolare a re Umberto I

E siccome ancora la furia della natura non si placava, il giorno 14 i senesi rivolsero le loro suppliche alla "Santissima Vergine delle Grazie del duomo, riconosciuta per avvocata e protettrice di questa città, e nel dì 15 il sacramento nella medesima chiesa del duomo" .


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3 maggio 2015

Il Vicolo del Verchione

Su e giù per le Contrade
a cura del Tesoro di Siena


"L'ingresso" al Vicolo del Verchione da Piazza Postierla

Il Vicolo del Verchione (in passato detto anche “di Finimondo”) è una piccola strada senza sfondo, che parte da Piazza Postierla e si snoda, sul retro di Palazzo Chigi Piccolomini, per solo qualche decina di metri, formandosi all'ingresso della Società “Il Rostro” della Nobile Contrada dell'Aquila.


Deve il suo nome al termine “verchione” che, anticamente, stava ad indicare una solida sbarra di ferro (in senese detta anche “peschio”) che, fatta scorrere in un anello fissato sul battente, serviva a chiudere (“inchiavardare”) una porta. 

Guardando verso Piazza Postierla

Con tutta probabilità la porta di cui si tratta (di cui non è rimasta traccia in epoca moderna) è la “Posterula del Verchione”, quella stessa che abbiamo già incontrato parlando di Piazza Postierla, verosimilmente ricostruita in periodo medioevale ed inserita nel circuito (forse il secondo) delle mura cittadine. Nel 1246 il libro di Biccherna riporta il pagamento del salario al “portonario porte de Verchione”. La presenza di un custode testimonia che, in quel periodo, la nostra porta veniva aperta e chiusa.

Il Vicolo del Verchione "a testa in su"

Resta da capire cosa ci facesse una porta urbana, sia pur piccola, in un vicoletto lungo poche decine di metri. In realtà, all’epoca, dall’attuale Vicolo del Verchione si diramavano due vie: la prima diretta in Vallepiatta (un tratto del percorso è stato inglobato dall’ampliarsi del Santa Maria della Scala: il passaggio è oggi noto come “Voltoni”); la seconda diretta alle Due Porte, in corrispondenza con l’arco chiuso nel lontano 1230. Si deve peraltro ritenere che la sua chiusura portò ad un utilizzo sempre minore della porta, fino al totale abbandono con l’ampliamento della cinta muraria.

L'ingresso alla Società della Contrada dell'Aquila

Come già ricordato, nel vicolo ha sede la Società “Il Rostro” della Nobile Contrada dell’Aquila. Il punto di ritrovo “ricreativo” dei contradaioli fu posto in origine nelle vecchie sale della Contrada, nel Casato di Sotto, contigue all’oratorio della contrada. La costituzione formale della Società, avvenuta nel 1969, portò il trasferimento in altri locali, di fronte all’oratorio, ma nel territorio della Contrada Capitata dell’Onda. I locali del Vicolo del Verchione sono stati inaugurati nel 1981.

Il tabernacolo, divenuto oramai "difficilmente intelleggibile"
nonostante gli sforzi del fotografo

Nel vicolo si trova un tabernacolo, costituito da un altorilievo in stucco policromo. Risalente forse agli inizi del Cinquecento, raffigura la Madonna che sorregge il bambino benediciente, sullo sfondo di alcune teste di angeli. È il solo di forma circolare a Siena, ma certo anche tra i più degradati ...


Documentazione
Roberto Cresti, Maura Martellucci, Strad(n)ario di Siena – Storia, curiosità e stranezze nei toponimi di Siena, Betti editrice, 2004
Alberto Fiorini, Strade di Siena – Strade, vie, vicoli e piazze raccontano la città, la sua vita, la sua storia, Pacini editore, 2014
Alessandro Leoncini, "I tabernacoli di Siena - arte e devozione popolare", Nuova Immagine Editrice, 1994

Il quadro completo degli articoli di "Su e giù per le Contrade" pubblicati è alla pagina http://goo.gl/XTFPAX

3 maggio 1667: l’Oca aiuta il Bruco ad edificare l’oratorio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 3 maggio 1667, i contradaioli dell’Oca, riuniti in assemblea, deliberano di fornire un apporto concreto agli amici del Bruco che, nell'impresa di edificare il proprio oratorio (l’8 maggio del 1666 l’Arcivescovo aveva concesso loro di erigere un oratorio oppure una cappella sotto il titolo del Santissimo Nome di Gesù, nella Parrocchia di San Pietro a Ovile) si trovarono ad affrontare spese superiori alle preventivate.

“Chiesa del Santissimo Nome di Gesù”
Oratorio della Nobil Contrada del Bruco

La Contrada del Bruco, probabilmente, aveva chiesto un sostegno alle Consorelle e, come si legge nel secondo libro delle deliberazioni della Contrada dell’Oca, il 20 maggio l’alfiere dell’Oca, con un certo Cini, si recò alla fornace del Petrucci fuori Fontebranda, fece caricare di mattoni quante più bestie poteva e si mise a capo del convoglio, preceduto addirittura da un’oca viva, dirigendosi verso la sede del Bruco. 
Furono fatti due viaggi per 81 some di mattoni e “restò ammirata tutta la città, che tutti dicevano viva l’Ocha”Nel 1670 l’oratorio del Bruco era già aperto al culto.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

2 maggio 2015

2 maggio 1939: muore Fabio Bargagli Petrucci

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 2 maggio 1939 muore a Roma Fabio Bargagli Petrucci. Nato nel 1875 da una delle famiglia in vista di Siena, è stato un uomo che ha segnato fortemente la storia della nostra città nella prima parte del Novecento. Coltiva fin da giovane una passione forte per la storia e l'arte senese. 

Fabio Bargagli Petrucci

Ancora studente universitario (frequenta la Facoltà di Giurisprudenza) pubblica due opuscoli: uno sulla Valdichiana senese e l'altro, “Le acque di Siena. Note storiche” prodromo ai due volumi sulle “Fonti di Siena e i loro acquedotti”, che, pubblicato nel 1906, costituisce sicuramente la sua opera più importante. 
Personaggio colto, di famiglia nobile e di notevoli possibilità economiche, Fabio Bargagli Petrucci avrebbe potuto dedicarsi allo studio e all'insegnamento delle arti che tanto amava. Sceglie, invece, l’impegno diretto in campo politico e amministrativo, per difendere le peculiarità storiche e artistiche di Siena, cercando, al contempo, di migliorare le disagiate condizioni di vita dei suoi concittadini. Numerose le lotte intraprese e le realizzazioni portate a termine: la stazione, lo stadio, la caserma, le strade, il preventorio antitubercolare, l’Istituto Ciechi e la tutela del Palio. Un’attività incessante, portata avanti non per fini meramente politici ma esclusivamente per contribuire al miglioramento della sua città. 

I funerali solenni di Fabio Bargagli Petrucci

E ancora: volontario in guerra, illuminato agrario, già preoccupato nel 1903 di distribuire ai coloni grano a buon mercato e capace di creare pochi anni dopo una moderna stazione di allevamento di razza chianina, attento al decoro di Siena, capace di combattere per il risanamento dei quartieri più degradati, insegnante, pittore, studioso rigoroso, viene nominato Podestà di Siena del 1926. Resterà in carica fino al 1936 quando, dopo aver perso la battaglia per difendere la senesità del Monte dei Paschi, viene minacciato di essere mandato al confino di polizia dal Prefetto e rifiuta di mantenere una carica che, pur conferendogli prestigio e potere, ritiene ormai vuota di significati, condizionata dall'esterno e quindi inutile alla collettività.


Crediti fotografici:
Foto tratte da: Luca Luchini, "Siena dei nonni" - volume 1, Edizioni Alsaba, 1993

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1 maggio 2015

1 maggio 1759: la statua della "Pubblica Carità" è ricollocata su Fonte Gaia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 1 maggio 1759 fu ricollocata, dopo il restauro effettuato dallo scultore senese Giuseppe Mazzuoli, la statua della "Pubblica Carità" sulla Fonte Gaia. 

La Fonte Gaia di Jacopo della Quercia
prima della sostituzione con la copia di Tito Sarrocchi (1868)

L’evento che aveva portato alla rovina di questa opera fu davvero increscioso ed era dovuto al fatto che durante le feste in Piazza la fonte era considerata un punto di osservazione privilegiato per cui veniva presa d’assalto dagli spettatori. Durante il Palio del 2 luglio 1743, vinto dalla Selva con il fantino Bechino su un cavallo che le cronache dell’epoca chiamano “sfacciato morello delle Donzelle”, per assistere meglio alla corsa, “alcuni plebei”, come li definisce il Pecci, salirono sopra ad una delle statue rappresentanti la Pubblica Carità collocate nel prospetto di sinistra della Fonte Gaia. 

Giuseppe Zocchi, "Palio in onore dei Granduchi", 1739-1751, Siena, collezione MPS
Particolare in cui si vedono gli spettatori seduti su Fonte Gaia durante il Palio.

L’opera di Jacopo della Quercia, comunque già deteriorata dagli agenti atmosferici (scrive sempre Giovanni Antonio Pecci nel “Giornale Sanese” che la statua era “maculata dal tempo e da gieli”), fu letteralmente troncata dal peso dei vandali e cadde rovinosamente, andando in pezzi. Peggiori, tuttavia, furono le conseguenze per i tre uomini: uno addirittura morì, mentre due rimasero feriti. 
Del resto, nei secoli, sono attestati vari danni subiti dalla fonte: già il 15 agosto 1468, durante una caccia ai tori, ad un angelo erano stati rotti un braccio e una testa, in seguito restaurati. Nel secolo successivo, Sigismondo Tizio, racconta che “alcuni pessimi giovinastri” ridussero in pezzi la statua “di un bambino sedente” collocata “nel sovraciglio della fonte”. 


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La comparsa della Selva (1901)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Sotto un sole quasi a picco, a giudicare dalle ombre, alcuni personaggi della comparsa della Selva, appaiono in questa rarissima istantanea. L'imponente duce ha la faccia completamente nascosta dall'ombra della visiera dell’elmo ma si indovinano i baffoni con riccioli impeciati, segno di grande eleganza e di personale dignità non tirata al cialtrone. Ai suoi lati due “uomini d’armi” che per l’età sono piuttosto valletti. 


Di uno si può osservare la mazza ferrata, di un altro la figura impietosamente tagliata dal fotografo. Quello che qualcuno forse riconoscerà è il “paggio porta-bandiera” nonno o babbo certamente di selvaioli, quando ancora la contrada era un villaggio abitato dai senesi e contava non eccessive botteghe – con prevalenza di vinai e calzolai - e l’artigianato era ancora forte. 
Oasi di tranquillità, di punti di riferimento, delle valli verdi che scendevano dal Costone o dal Fosso di Sant'Ansano (che pure era territorio della Pantera, almeno per il Fosso legato a uno dei miracoli del Battista). Punti alti, se non altissimi della città, da cui ci si poteva struggere dietro il sole al tramonto in certi mesi dell’anno. Oppure, calata la sera, raccogliersi nella piaggia ammattonata che scende rapida in Fontebranda, con la ragazza dolcemente amata e sognata, che dava coraggio anche quando si studiavano la radice quadrata o i logaritmi.
Una beatitudine che è durata almeno fino a quarant'anni or sono. La ragazza si chiamava “citta” secondo la nostra lingua. Allora le donne erano capaci perfino di amare con quel profumo di rose che poi, deridendolo quasi, fu chiamato “acqua e sapone” come se chi si lava sia un crumiro che tradisce la moda. Ci stringevamo le mani, qualche bacino posato con estrema delicatezza ed emozione, lontani da sguardi indiscreti perché la solitudine e l'intimità costituivano il fascino dell'amore. Un solo sguardo avrebbe rovinato tutto ed era incompatibile con la poesia.