17 novembre 2016

Ulisse Betti detto "Bozzetto"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Questa foto, di marca civettina, racconta in una sola inquadratura 41 anni di delusioni, di speranze tradite, di dolore di un'intera contrada, appunto la Civetta, e nello stesso tempo anche tutta l'irrefrenabile gioia di chi torna a trionfare sul Campo, dopo un'astinenza crudele. La Civetta infatti vinse il suo primo Palio del Novecento, nel 1934 e l'ultimo del secolo precedente nel 1893. Per solennizzare l'addio al digiuno, i civettini vollero così riunire i due fantini di quelle vittorie: Corrado Meloni detto Meloncino, che ruppe la serie nera il 2 luglio 1934 insieme a Ruello e Ulisse Betti detto Bozzetto che aveva vinto il 2 luglio di 41 anni prima.

da sinistra: Ulisse Betti detto Bozzetto e Corrado Meloni detto Meloncino
vincitori per la Civetta rispettivamente il 2 luglio 1893 e il 2 luglio 1934

L'immagine che riportiamo è dunque del 1934, anche se il protagonista del nostro “racconto” sarà non tanto il giovane Meloni, quanto il panciuto signor Betti, che a cavallo fra i due secoli aveva fatto parlare di sé con il nome d'arte di Bozzetto.

15 novembre 2016

Il piroscafo Siena

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena

Siena ed il mare. Molti sicuramente sanno che il territorio della Repubblica di Siena, al suo massimo splendore, si estendeva fino alle coste del grossetano, con Talamone porto di elezione. 

Il piroscafo Siena

In tempi più recenti la nostra città ha dato il nome, non sappiamo per quale motivo specifico, al piroscafo Siena, una imbarcazione alimentata a vapore e adibita a trasporto passeggeri. L'imbarcazione, di 4.372 tonnellate di stazza e delle rispettabili dimensioni di 116,10 m x 14,20 m x 8,20 m, fu costruita a Sestri Ponente nel 1905 ed affondato il 4 agosto 1916 dal sommergibile tedesco U-35, al largo di Marsiglia. Nell'affondamento 46 persone persero la vita.


Documentazione
Per la scheda del piroscafo (in lingua inglese) si veda il sito wrecksite.eu

Crediti fotografici
La foto è tratta dall'account di Geoff Green su Flickr

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi

13 novembre 2016

Giovanni Pisano: la Maria di Mosè (ca. 1297)

I tesori dell'arte senese
Scultori di Siena

Giovanni Pisano
(documentato dal 1265 al 1314)
Maria di Mosè (circa 1297) marmo
Siena, Museo dell'Opera del Duomo


Nel 1284 il Comune di Siena conferiva a Giovanni Pisano la cittadinanza senese, specificando, come si legge nel Costituto, che «tutto il tempo di sua vita sia franco da tutti et ciaschuno incharichi del Comune di Siena, cioè dazi et colte ed exactioni et factioni et osti fare et oltre qualiunque cosa». A indurre il Comune a così generoso e insolito provvedimento ci doveva essere un motivo di grandissima importanza per la città. Infatti Giovanni era impegnato nella erezione e decorazione della facciata del Duomo, in sostituzione di quella detta «semplice» precedentemente costruita. Per essa l'artista si ispirò ad un concetto del tutto nuovo soprattutto nel corredo sculturale senza precedenti nazionali e d'Oltralpe. Esso è costituito da una serie di grandi statue isolate le quali, anziché schierarsi negli strombi dei portali o entro loggiati e gallerie come era avvenuto nelle cattedrali del Nord, di Francia e di Germania, si dispongono su tutta l'estensione della facciata e dei suoi risvolti posando su sporgenti marcapiani o mensole, sì da scandagliare liberamente lo spazio in piena autonomia formale rispetto all'architettura. Il che ha consentito la più grande e ardita varietà di soluzioni strutturali, di invenzioni plastiche e dinamiche attraverso le quali ogni personaggio viene potentemente individuato anche per i diversi moti dell'animo, ora drammaticamente tempestosi, ora esprimenti profetico ardore, ora veemente eloquenza, ora vigile, pensoso raccoglimento.
La loro scelta appare informata ad un preciso contenuto dottrinario e mira esclusivamente ad onorare la Madonna, eletta celeste Avvocata e Regina di Siena ed a proclamarne univocamente, con assoluta esclusione di ogni finalità intercessiva, mediante le profezie e le lodi scritte sui cartigli spiegati dai personaggi, l'essenza soprannaturale e il parto verginale.

12 novembre 2016

Bernardo Tolomei, il Santo di Monte Oliveto (1272-1348)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Bernardo Tolomei 
nato a Siena il 10 maggio 1272
morto a Siena il 20 agosto 1348

Francesco Mori, San Bernardo Tolomei (particolare), 2013, olio su tela
Siena, Basilica di Santa Maria di Provenzano

È una classica figura di nobile gaudente, «convertito» in età matura; il caso è ricorrente in molti suoi contemporanei, ma diversa è l'entità delle realizzazioni operate da Bernardo. Egli proveniva da famiglia senese di antichissima tradizione e potenza; era figlio di Mino Tolomei e di Fulvia Tancredi e per nascita si chiamava Giovanni, nome che poi cambierà. 
Trascorse una giovinezza spensierata e brillante, non trascurando tuttavia gli studi di Giurisprudenza, materia di cui divenne celebrato Maestro presso lo Studio senese. Ricoprì anche l'alto ufficio di Capitano del Popolo, dimostrandosi uomo retto e giusto. In seguito, una grave malattia agli occhi, che lo rese quasi cieco, fu l'occasione per un sostanziale avvicinamento a Dio. Lentamente, riuscì tuttavia a recuperare la vista, con una guarigione quasi miracolosa; nel 1313, onorando un voto fatto in precedenza, decise improvvisamente di far vita di penitente, abbandonando cattedra e famiglia, e ritirandosi ad Accona, un suo possesso presso Asciano,
seguito dagli altri nobili senesi Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini. Essi divennero monaci benedettini nel 1319 e il Tolomei, da allora, volle essere chiamato Bernardo, per simboleggiare l'inizio della nuova vita che lo attendeva.

Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma
Tre fondatori dell’ordine olivetano (Patrizio Patrizi, Bernardo Tolomei e Ambrogio Piccolomini), 1505 ca,
Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Asciano)

11 novembre 2016

Il castello di San Polo in Rosso (Gaiole in Chianti)

Terre di Siena
di Antonella Galardi

Il castello di San Polo in Rosso visto da Ama

Situato su di un colle, il castello di San Polo in Rosso si trova nel cuore del Chianti Classico, immerso in un paesaggio rinomato per i suoi vigneti, le foreste e la ricchezza di tesori d'arte inestimabili: imponenti castelli, monasteri e borghi fortificati.

La strada che porta all'ingresso del castello

Secondo gli archivi di Brolio, la costruzione del castello di San Polo in Rosso può essere fatta risalire al VIII secolo. A quel tempo si trovava sulla collina una chiesa parrocchiale. Per secoli, la zona del Chianti Classico è stata contesa tra le repubbliche rivali di Siena e Firenze. 

L'ingresso del cortile del castello con a sinistra la facciata della pieve

31 ottobre 2016

Umberto Baldini detto “Bovino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Umberto Baldini detto “Bovino” è a sinistra, in prima fila, con il giubbetto, lo zucchino e il nerbo, la mattina del 17 agosto 1927 quando fu scattata questa fotografia in piazza del Campo, durante il giro trionfale del Nicchio per la sua vittoria nel Palio del giorno precedente.


Era la prima volta che “Bovino” correva in Piazza e aveva vinto subito come qualche volta capita ai fantini. In certi casi il destino è troppo invitante perché non sorga una speranza per il futuro che profuma di certezza. La felicità che assale, specialmente un uomo semplice, umile, niente affatto spocchioso, ritenuto fino a pochi giorni prima un “niente”, un “paria”, un ragazzo silenzioso, introverso, bruttino a cui - secondo il giudizio superficiale e sghignazzante degli scemi superbi - non è permesso neppure di guardare una donna, la gioia è tale da mutarsi in infatuazione come accade solo a coloro che si ritengono intelligenti e, se accade alle ragazze, di razza superiore piombata per una ingiusta sorte nella terra anziché in un pianeta della stella “Alfa”, dove Marconi sarebbe considerato uno stolto. Esistono, purtroppo, queste situazioni e questi caratteri che costituiscono il nido della prosopopea, dell'arroganza e dell'insensibilità.


27 ottobre 2016

Jacopo della Quercia, lo scultore di Fonte Gaia (ca. 1374-1438)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Jacopo di Pietro d'Agnolo della Quercia 
nato probabilmente a Siena nel 1371-74 
morto a Siena il 20 ottobre 1438

Umberto Giunti, ritratto di Jacopo della Quercia, 1927
Siena, Palazzo pubblico

Contrariamente a quanto viene spesso indicato, Jacopo nacque probabilmente a Siena, e non a Quercegrossa, e derivò il nome dal fatto di appartenere a famiglia originaria di quel borgo del contado senese. Fu una figura fondamentale della scultura, non solo senese, del sec. XV. Dopo Giovanni Pisano, e prima di Michelangelo, è difficile trovare, nell'intera scultura italiana, un artista che si elevi alle altezze di Jacopo.
Nato da un padre scultore e orafo, ben poco sappiamo della sua formazione artistica. Certamente si ispirò ai Pisano, soprattutto a Nicola, ma infuse alla sua arte un impegno di ricerca assai più profondo dei neopisanisti che lo avevano preceduto, e trasse profitto anche dalla scuola fiorentina. Fu comunque soprattutto da una attenta osservazione dell'arte classica, romana ed etrusca, che Jacopo trasse lo spunto per uno stile gagliardo e personalissimo, dando alla forma la massima efficienza mediante l'incisività della linea; suo grande merito fu quello di fondere magnificamente il linearismo gotico con l'armonia rinascimentale.
Egli realizzò numerose opere nelle Chiese e negli edifici di Siena, ma anche in molte altre città. La sua attività iniziò negli ultimi anni del sec. XIV. La più antica opera accertata sembra una «Madonna col Bambino» posta attualmente nella nicchia sopra l'Altare Piccolomini nel Duomo di Siena [ndr: la critica più recente ha attribuito l'opera, preesistente all'altare Piccolomini, a Giovanni di Cecco]. 


La sommità dell'Altare Piccolomini del Duomo con l'opera
attribuita fino a tempi recenti a Jacopo della Quercia

15 ottobre 2016

Corrado Meloni detto “Meloncino” e Arturo Bocci detto “Rancanino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Corrado Meloni detto “Meloncino” figlio del grande Angelo, che nella fotografia è ritratto nell'Oca il 16 agosto 1934 in occasione della sua seconda vittoria, debuttò il 16 agosto 1932 nell'Onda.
Erano tempi che, giustamente ci sembra, ubbidivano al regolamento per il Palio secondo cui non potevano correre fantini legati da vincoli di parentela fino al terzo grado incluso. Pertanto, in quella data, babbo Meloni restò a piedi. Il “Meloncino”, bravo cavallerizzo, non aveva tuttavia il carattere del padre in quanto a malizia, forse anche a coraggio e a un minimo di cinismo che occorre per giostrare in piazza del Campo, come in tutte le corse pericolose fin dagli antichissimi tornei. Era un bravo ragazzo insomma, scrupoloso, magari timido. Tuttavia non mancò di spirito agonistico e il 2 luglio 1934, dopo 41 anni di digiuno, portò il drappellone alla Civetta.
Corrado Meloni, il 16 agosto dello stesso anno, difese i colori dell'Oca, la contrada nella quale suo padre aveva riportato quattro vittorie delle tredici complessive che conquistò in piazza del Campo. Fu un Palio piuttosto combattuto fra Aquila (Vieri Luschi detto “Cittino”), Nicchio (Pietro De Angeli detto “Pietrino”) e, appunto, L'Oca con “Wally” che era una cavallina di tutto rispetto e che aveva giostrato l'anno precedente con Angelo Meloni detto “Picino” nella Lupa, andando vicino a vincere. Fu al terzo giro al Casato che il “Meloncino” si aggiudicò il Palio facendo un personale cappotto.

da sinistra: Meloncino e Rancanino

30 giugno 2016

Giovanni Pisano: Un Crocifisso per il Duomo di Siena

I tesori dell'arte senese
Scultori di Siena

Giovanni Pisano (documentato dal 1265 al 1314)
Crocifisso (1285-90)
legno policromato e marmo
Siena, Museo dell'Opera del Duomo


Nella lunga iscrizione, intorno alla cornice inferiore del pergamo per il Duomo di Pisa, Giovanni Pisano si proclama «sculpens in petra, ligno, auro splendida». Di sue sculture in legno ci resta una serie di Crocifissi che sono le uniche opere a noi note che egli eseguì in questa materia; e pare significativo che a questo augusto e dolente tema si sia più volte dedicato il più grande scultore nato a Pisa, dove la pittura dalla fine del XII secolo e nel XIII fu essenzialmente una «pittura di Crocifissi». Senza per altro alcun rapporto con quelli dipinti che appartengono ad altra area cronologica e stilistica, di Crocifissi lignei ormai sicuramente riconoscibili a Giovanni se ne conservano almeno sei, mentre altri gli sono stati attribuiti da riferire piuttosto alla sua bottega o a seguaci. Si deve infatti a Giovanni la creazione di una nuova iconografia del Cristo scolpito che ebbe larga diffusione nel Trecento. Questi Crocifissi non erano destinati a stare sugli altari, ma ad essere portati nelle processioni penitenziali ed a ciò si deve il carattere intensamente patetico di essi, mirante a edificare i fedeli con la contemplazione dei patimenti di Cristo morto o spirante sulla Croce.

8 giugno 2016

Ettore Bastianini, il Baritono di Siena (1922-1967)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Ettore Bastianini 
nato a Siena il 24 settembre 1922
morto a Sirmione il 25 gennaio 1967


Autentica gloria di Siena, il Bastianini dedicò tutta la sua non lunga esistenza alla lirica, imponendosi presto come uno dei più affermati baritoni a livello internazionale. Proveniente da modesta famiglia, il Nostro ebbe un bel carattere gioviale di senese purosangue; assai presto avviato alla lirica, fu dapprima impostato come basso, per poi scoprire la sua vera vocazione di baritono.


Dopo aver compiuto, con grande sacrificio, i primi studi a Siena, ed essersi poi ulteriormente perfezionato, negli anni '50 si impose prepotentemente all'attenzione della critica internazionale con una serie di magistrali interpretazioni. Unanimi ed entusiastici consensi, per esempio, riscosse al Teatro della Scala di Milano, affiancando cantanti del calibro di Mario Del Monaco, Di Stefano, Maria Callas, Renata Tebaldi, Leyla Gencer, la Stignani, ecc. Cantò naturalmente anche a Vienna, Londra, Parigi, New York, Tokyo, e in tutti gli altri principali teatri del mondo. 

3 giugno 2016

Alduino Emidi detto “Zaraballe” e Lorenzo Franci detto “Pirrino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Alduino Emidi detto Zaraballe aveva perfino uno slogan pubblicitario per promuoversi fra le contrade. Lo rivela Luca Luchini nel suo Palio XX secolo: “Mi chiamo Zaraballe, vengo dalle Puglie e tengo cosce buone”. Nel senso che aveva muscoli e cuore per stare ben avvinghiato in groppa ai cavalli. Ne montò 22 dal 1902 al 1922 e per due volte riuscì a centrare la grande affermazione: nel Drago il 2 luglio 1903 e nell'Oca il 17 agosto 1909 nel Palio a sorpresa.
Alla carriera del 1903 partecipavano Nicchio, Montone, Chiocciola. Torre, Giraffa, Oca, Selva, Drago, Civetta e Leocorno. Fu un Palio denso di incidenti, anche se nessuno di grave entità. Molti erano i cavalli considerati buoni e in città si sprecavano le discussioni perché il fatto non era poi così usuale: la qualità dei barberi ad inizio secolo, salvo qualche fuoriclasse, non era certo di buon livello. Più abituati a tirar carretti o carrozze, i cavalli dell'epoca interpretavano il Palio in modo ben lontano dal piglio atletico di oggi.
Furono date due mosse perché nella prima, lo stesso Zaraballe andò a scontrarsi con la Civetta facendo cadere il suo fantino. La seconda mossa vide il Montone prendere subito la testa, grazie al mestiere del mitico Angelo Meloni. Subito dietro, proprio il Drago con Zaraballe. Il buon Alduino ingaggiò un duello a suon di sorpassi e parate con il Meloni e riuscì alla fine ad avere la meglio proprio sul bandierino.
Grande sconfitto, nell'occasione, fu il Nicchio che aveva il barbero migliore e il fantino Giulio Cerpi detto Testina. Non era certo un pivellino ma al primo giro a San Martino si schiantò sui materassi.

da sinistra: Pirrino e Zaraballe

2 giugno 2016

La Fortezza di Poggio Imperiale (Poggibonsi)

Terre di Siena
di Antonella Galardi

La fortezza di Poggio Imperiale è stata costruita tra il 1488 e il 1511 su progetto di Giuliano da Sangallo. Costituisce la realizzazione più importante tra quelle previste da Lorenzo il Magnifico per il rafforzamento delle difese territoriali a seguito di episodi bellici che avevano visto nel 1478 tutta la zona sud del dominio fiorentino saccheggiata dalle truppe aragonesi.

Il lato meridionale della fortezza

Il progetto di realizzare una città sul colle di Poggio Imperiale non era però nuovo. Nel luogo prescelto per la realizzazione dell'opera infatti sorgeva l'antico villaggio di Poggio Bonizio, feudo dei potenti Conti Guidi, conquistato e raso la suolo dai fiorentini nel 1270. 

1 giugno 2016

Nicola Pisano: Il pulpito del Duomo di Siena

I tesori dell'arte senese
Scultori di Siena

Nicola Pisano (documentato dal 1248 al 1272)
Pulpito (1266-68)
Marmo - Duomo di Siena


II primo capolavoro di scultura, anzi, d'arte che fu fatto per Siena, che ebbe relativa importanza durante il periodo romanico in confronto con altri centri della Toscana come Pisa e Lucca, è il pergamo per il Duomo. Ed a Pisa per esso si rivolse l'Operaio dell'Opera di Santa Maria Maggiore fra’ Melano quando il 29 settembre 1265 stipulava il contratto per «unum pervium de marmore» con Nicola «magister lapidum» che si impegnava a trasferirsi a Siena dal 1° marzo dell'anno futuro recando con sé i suoi discepoli Arnolfo e Lapo, un terzo «famulo» e se avesse voluto, il figlio Giovanni.
L'atto, in duplice redazione, fu solennemente sottoscritto nel Battistero di Pisa, dove fra’ Melano aveva sotto gli occhi il pergamo terminato cinque anni prima (1260) da Nicola, proponendosi tuttavia di averne per Siena uno assai più ricco e più bello, che fosse insomma, il più grande ed ornato complesso architettonico-sculturale del genere che fosse mai stato fatto fino ad allora e che Nicola terminò ai primi di novembre del 1268. 

13 maggio 2016

Ansano Giovannelli detto “Ansanello” e Aldo Mantovani detto “Bubbolo”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Ansano Giovannelli, detto “Ansanello”, che vedete con baffoni folti e un po' disordinati, con la bocca chiusa di chi mette impegno e cuore nel suo mestiere, con gli occhi tutt'altro che cattivi come quelli di un uomo che ha sentimento da vendere pur senza sottacerlo al rispetto che vuole, è ritratto con indosso i colori dell'Oca, come si nota non tanto dal giubbetto quanto dallo zucchino tradizionale che questa Contrada, rispettabile anche per conservare certe consuetudini tutt'altro che secondarie, anche oggi mantiene, al contrario di altre che, ignobilmente, schematizzano perfino lo stemma, come se l'araldica si prestasse a questo scellerato gioco. 
Il suo esordio fu nel Palio del 16 agosto 1877 nell'Onda. Era nato a Monteroni diciannove anni prima, quando nella Toscanina, libera e piena di solidarietà, regnava paternamente il buon Granduca Leopoldo II di Lorena.
Vinse la prima volta dodici anni dopo, il 16 agosto 1889 nella Lupa. Il cavallo, di proprietà di Dante Tavanti, si chiamava “Sedan”, il capitano era Fortunato Guiggiani e priore Enrico Micchi Croci, probabile antenato di Roberto Croci, un tempo felice paggio e dopo alfiere della bella contrada di Vallerozzi.

Da sinistra: Bubbolo e Ansanello

30 aprile 2016

Santi Menichetti

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Il palcoscenico di Piazza del Campo non è riservato solo ai primi attori. Il Palio talvolta concede spazio anche alle comparse, seppure magari per fugaci apparizioni. È il caso di questo fantino immortalato il 2 luglio 1914 prima di accingersi a difendere i colori del Nicchio. Nella foto la firma non lascia adito a dubbi per l'identificazione: si tratta di Santi Menichetti, artefice di due sole carriere nel Campo.
La prima la disputò il 16 agosto 1907 per la Pantera, la seconda, appunto, quel 2 1uglio 1914. Restano imperscrutabili le motivazioni che indussero il Nicchio a cercare, dopo sette anni di assenza da Piazza, un fantino che aveva corso solo una volta. Fatto sta che Santi Menichetti fu scelto dal capitano Guido Rocchi. 


29 aprile 2016

Le Lettere di Santa Caterina da Siena

Biblioteca senese
a cura del Tesoro di Siena


Cosa proporre per ricordare degnamente Santa Caterina da Siena, mistica, dottore della Chiesa e Patrona d’Italia e d’Europa, nel giorno in cui, nell'anniversario della morte (29 aprile 1380), la Chiesa ne celebra la memoria?
Riservando ad un futuro articolo l'illustrazione a tutto tondo della figura della Santa senese, magari con l'aiuto di qualcuno più esperto di me, in questa sede intendo proporre integralmente il voluminoso corpo delle sue lettere, suddiviso in quattro volumi.

Andrea Vanni, Ritratto di Santa Caterina da Siena (particolare)
Siena, Basilica di San Domenico

Quando la fama della sua santità si diffuse, Caterina divenne "protagonista di un’intensa attività di direzione spirituale per persone di ogni estrazione sociale: nobili e politici, artisti e gente comune, consacrati e consacrate, religiose e religiosi, incluso il Papa (Gregorio XI), all'epoca ad Avignone, che Caterina sprona energicamente ed efficacemente a ritornare a Roma" (Papa Benedetto XVI). E questa attività della Santa, non solo di matrice religiosa ma anche civile e politica (semmai per Caterina potesse avere un senso una netta distinzione), è documentata in primo luogo nelle sue lettere, a dispetto del fatto che avesse imparato a leggere solo con difficoltà, e a scrivere solo in età adulta.

Di seguito riportiamo i link ai quattro volumi delle Lettere, in formato PDF. I file sono stati tratti dalla raccolta Google Libri e ottimizzati dal Tesoro di Siena, con l'aggiunta di un indice informatico (a cui si potrà accedere scaricando il file ed aprendolo con Adobe Reader o altro programma equivalente).
L'edizione di riferimento è "Le Lettere di Santa Caterina da Siena", ridotte a miglior lezione, e in ordine nuovo disposte con proemio e note di Niccolò Tommaseo, Firenze, G. Barbera Editore, 1860.


 
scarica il volume I

scarica il volume II
scarica il volume III scarica il volume IV



Documentazione web
Sito Wikipedia, voce "Caterina da Siena"
Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, voce "Caterina da Siena, santa"

25 aprile 2016

Pietro Lorenzetti: Natività della Vergine (1335-1342)

I tesori dell'arte senese
a cura del Tesoro di Siena


Pietro Lorenzetti (attivo nella prima metà del XIV sec.)
Natività della Vergine (1335-1342)
Oro in foglia e tempera su tavola (187 x 184 cm)
Siena, Museo dell'Opera del Duomo
Proveniente dall’altare di San Savino in Duomo 


Il dipinto fu commissionato a Pietro Lorenzetti nel 1335, nel quadro della generale opera di risistemazione in Duomo degli altari dei Santi Protettori di Siena (Sant'Ansano, San Crescenzio, San Savino e San Vittore), operata nella prima metà del '300. Di questo abbiamo già scritto nell'articolo riservato all'Annunciazione del Duomo di Siena di Simone Martini e Lippo Memmi, al quale pertanto rinviamoLa "Nascita della Vergine" di Pietro Lorenzetti, che, da un'iscrizione nella cornice in legno, sappiamo essere stata terminata nel 1342, era, in questo contesto, destinata ad ornare l'altare di San Savino, vescovo martirizzato a Spoleto nel 303 d.C.
In realtà l'opera a noi pervenuta non è che la parte centrale, sia pure essa stessa costruita "a trittico", del dipinto originale. Gli scomparti laterali, rappresentanti San Savino e San Bartolomeo, sono andati perduti. Completava l'opera una predella, raffigurante storie di San Savino, anch'essa perduta, con l'eccezione di una tavoletta raffigurante San Savino, San Marcello e San Esuperanzio davanti al Proconsole Venustiano, Governatore della Toscana, colto nell'atto di obbligarli ad adorare un idolo pagano (forse Venere). Il dipinto è oggi conservato presso la National Gallery di Londra.

21 aprile 2016

Angelo Montechiari detto “Chiarino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Erano i tempi di “primo secolo” come le nostre mamme rammentavano. Con musiche alla Lizza, con quattro bande, con il teatro dei Rozzi che riscuoteva l’attenzione della cittadinanza. Erano gli anni che in Siena alloggiava un presidio, per quei tempi sostanzioso, di lancieri e fanteria che ogni mese sfilava in parata: degna occasione di spettacolo applaudito perché rappresentava la patriottica utopia nascente dopo le rovinose sconfitte coloniali. Una specie di tardo arrivo dell'unità piemontese.
Vittorio Emanuele III era salito al trono e il Palio di quell'anno, il 2 luglio 1903, fu vinto dopo furiosa lotta con il Valdimontone da Alduino Emili detto “Zaraballe” per il giubbetto del Drago. Era capitano Gerry Elbridge (di stirpe straniera e quindi quanto mai degno di considerazione) e priore Giovanni Grisaldi del Taja con il cavallo “Colombina” di Natale Turillazzi . 
Fu un'estate calda, bella, piena. Il prefetto era Pietro Gandin che non era per niente d'accordo, da persona intelligente, con le sbruffonate acide e scriteriate che un giornaletto liberal giacobino lanciava contro le Contrade. Aveva per titolo “Il Libero Cittadino” e soprannominò i capitani “mangioni” e i tenenti (vera qualifica) o fiduciari, “mangini”. Questo termine è usato anche oggi con sciatta noncuranza e ignoranza. A chi chiede spiegazione, gli vien risposto con tribolato torpore, “che si è sempre chiamato così”
La stessa gazziloresca risposta dell'avvocato Fausto Casini, incaricato di far da guida a Vittorio Emanuele in occasione della sua visita il l° aprile 1904 per inaugurare l'ancor famosa “mostra di arte antica”, in occasione della quale fu corso un “Palio straordinario”. Quando il re chiese: “Perché la Giraffa è tirata con le redini da un moro?”, il senese rispose:“L'ho sempre vista così, maestà!”. Il piccolo, intelligente re lo guardò con candida commiserazione.


16 aprile 2016

Simone Martini, pittore tra Italia e Francia (ca. 1284-1344)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Simone Martini 
nato a Siena nel 1284 ca.
morto ad Avignone nel luglio 1344

Simone, come Duccio, fa uscire la pittura senese dal suo raffinato, ma ristretto ambito provinciale, e la introduce di prepotenza nell'olimpo della cultura artistica europea. Ma forse non è esatto restare nel solo campo dell'arte, in quanto Simone, fin dalle sue primissime opere, si impone come un protagonista dell'intera civiltà del Trecento europeo. È chiaro, infatti, che non si può comprendere appieno lo spirito e il senso di tale civiltà, ove ci si limiti a studiare gli apporti che ad essa dettero, ad esempio nel campo letterario, Dante, Petrarca e Boccaccio, oppure nel campo filosofico, S. Tommaso d'Aquino; occorre includere nel contesto considerato anche l'opera dei massimi artisti figurativi, ad esempio Nicola e Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio nella scultura, e ancora, Giotto e i maggiori Senesi nella pittura. E non v'è dubbio che Simone Martini si pone tra i protagonisti di quel periodo storico, non solo per la sensibilità e l'attualità della sua cultura, ma anche per le illuminanti novità delle intuizioni formali da lui proposte. D'altro canto, la pittura di Simone, proprio per la sua originalità, può apparire isolata nel contesto dell'arte toscana e italiana del suo tempo, chiusa in un mondo di astratte eleganze formali; e limitato può sembrare il suo messaggio, visto che a Siena Simone non ebbe, tra i numerosi seguaci, nessuno che lo comprendesse e sviluppasse pienamente il suo esempio. 
In realtà la sua pittura è di capitale importanza storica e si pone quale nodo di sviluppo di tutta la pittura europea nella fase tarda del gotico; il linearismo decorativo, la raffinatezza coloristica, il particolare "realismo" di Simone, sono infatti il punto di partenza per ricerche irradiatesi, da Avignone, in tutta Europa. L'arte prodotta da Simone, in antitesi con quella di Giotto, si volge a creare figurazioni di sogno e di fiaba, immerse in un colore irreale e splendente.

Simone Martini - La Maestà
Siena, Palazzo pubblico - Sala del Mappamondo

10 aprile 2016

Domenico Fradiacono detto "Scansino"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Esile, minuto, ma con la posa decisa e lo sguardo vispo di chi con il mestiere riesce a sopperire alle scarse doti fisiche. Domenico Fradiacono detto Scansino appare così in questa foto che risale ad un anno magico per la contrada della Torre. È il 1896 e il fantino si merita la foto solenne perché in quell’estate riesce a vincere due Palii per la contrada di Salicotto. Eppure non sarà cappotto. Vedremo perché.
Rimanendo alla foto, non si sa su quale dei due cavalli vincenti in quell'anno, sia stato immortalato Scansino: se Farfallino, con il quale vinse il 2 luglio o Febo su cui trionfò il 25 agosto. Domenico Fradiacono passerà alla storia anche perché il 1896 fu l'anno del suo esordio: appena arrivato in Piazza, vinse due Palii in cinquanta giorni. Un record incredibile: molti fantini hanno vinto al primo approccio, ma nessuno certamente ha bissato in modo così repentino. E in più c'è da considerare che l'anno successivo, il 4 luglio 1897, Domenico Fradiacono conquistò la sua terza vittoria nella Giraffa. Scansino disputò trenta carriere a cavallo fra i due secoli, vincendone sette prima di concludere la sua avventura in Piazza nel 1919 sul Bruco. Ovviamente, come per tutti i protagonisti di quest'epoca, c'è da considerare la sosta forzata dovuta alla Prima Guerra Mondiale, che cancellò il Palio - ma non la vita delle contrade - dal 1915 al 1918. 
Scansino vinse, oltre che per la Torre e la Giraffa, nel Nicchio (2 luglio 1901), Tartuca (16 agosto 1902 e 16 agosto 1910) e Lupa (4 luglio1909).


26 marzo 2016

Mario Bernini detto "Bachicche"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Quel signore con il copricapo piumato, il giubbetto di ordinanza e gli scarponcini ai piedi, l'unico che non si sia piegato a guardare verso l'obiettivo del fotografo, è uno dei più grandi fantini della storia del Palio: Mario Bernini detto Bachicche. 
L'immagine è stata scattata nel 1883, in occasione dell’unica carriera corsa da Bachicche per la contrada della Torre. E il fotografo ha immortalato proprio il connubio fra il fantino e i maggiorenti di Salicotto. La circostanza, abbastanza inusuale, è comprensibile proprio se si considera la statura paliesca del personaggio: Bachicche a quel momento aveva infatti già vinto dodici carriere in venti anni di attività. L'ultimo successo era stato conseguito da Mario Bernini proprio l'anno prima, il 3 luglio, quando aveva trionfato per la Chiocciola con il cavallo morello di Romualdo Bruni.
Ma le speranze della Torre, in quel Palio, andranno deluse: Bachicche non vincerà e per centrare il tredicesimo cencio, l'ultimo della carriera, dovrà attendere ancora due anni e il ritorno nella contrada della Chiocciola.


9 marzo 2016

Piazza del Campo sì, ma a Genova …

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena


“Il Campo” di Siena, universalmente conosciuto però come “Piazza del Campo”, è di sicuro tra le piazze più note ed apprezzate in tutto il mondo e non solo per il Palio. Ma, mettiamoci l’animo in pace (si fa per dire), non abbiamo l’esclusiva del toponimo, sia pure “contaminato”. Anche nel centro di Genova esiste una piccola “Piazza del Campo”.

Piazza del Campo a Genova

Costituita quasi da un semplice slargo dell’adiacente Via del Campo (sì, proprio quella magistralmente cantata da Fabrizio de André) è piccola (certamente non adatta a corse di cavalli) ma adornata da ben due tabernacoli, chiusa al traffico e dotata di bar e negozio di frutta. Tutto sommato possiamo dire accogliente …
Cerchiamo altre “analogie” tra Siena e Genova? Genova in genovese si dice “Zena” e l’assonanza mi sembra evidente. Un altro collegamento, stavolta biografico: il vostro “cantore di cose senesi” è in realtà nato, sia pure quasi per caso, a Genova, in Via Berghini. Motivi di lavoro di mio padre mi hanno privato dell’I726 nel codice fiscale, a cui noi senesi teniamo.
A completamento di questo articolo, che spero non abbia urtato la suscettibilità di nessuno, invito a segnalare altre Piazze del Campo sparse per il mondo ed altri collegamenti tra Siena e Genova. Grazie in anticipo.


Crediti fotografici
Foto di Paola Chiarella su Panoramio

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi

7 marzo 2016

I calanchi e le biancane di Leonina (Asciano)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


In questo articolo si propone, a chi ama il trekking, un agevole percorso nella valle del borro Biena. Il paesaggio in questa zona delle Crete senesi è fatto di grandi spazi che ogni stagione mutano di colore: verdi in primavera, diventano color oro in estate, grigio striato dalle bruciature delle stoppie in autunno e grigio scuro uniforme in inverno, quando la natura pare ferma.


La strada delle Biancane parte da Leonina e arriva fino al podere Fiorentine. Si chiama così perché attraversa le “Biancane”, piccole colline rotondeggianti di creta, altrimenti dette “mammelloni”, che in estate e sotto il sole diventano di un colore bianco abbagliante.
Da Siena si raggiunge Arbia, dove si prende la statale Luretana verso Asciano. Poco oltre il ponte sulla Biena, a sinistra, si imbocca il bivio per Leonina. Entrati sullo sterrato si parcheggia l'auto nello spiazzo sulla destra e ci si incammina verso il castello di Leonina per la strada bianca costeggiata da cipressi.

23 gennaio 2016

Andrea De Gortes detto “Aceto“ e Angelo Meloni detto “Picino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Angelo Meloni detto “Picino” appare in questa fotografia nel costume di parata dell'Oca. Infatti su cinquanta Palii disputati dal 1901, esclusi quelli dell’Ottocento perché aveva debuttato il 2 luglio 1897 nel Nicchio, ben quattro ne aveva vinti per la Contrada di Fontebranda.
Di Ettore Fontani, tenente per oltre sessanta anni, era divenuto amico. Senza farci guidare dalla retorica che anche oggi spumeggia soprattutto nel politichese e sindacalese, è doveroso ricordare quanto siano esigui gli amici, quelli che una massima antica definisce “tesori”. Ebbene, “Picino” lo era. Mai tradì l 'Oca e, quindi, il dottor Fontani. Mai operò contro le sue aspirazioni. Anche quando correva in altre contrade, con il pieno accordo del suo amico per la pelle. Tirò sempre a vincere e vinse ben nove volte con altri giubbetti diversi dall'Oca, sempre con Fontebranda consenziente e felice.  
Come fece per trentacinque anni Andrea De Gortes detto “Aceto”, è bene non dimenticarlo mai. Aveva il braccio sinistro anchilosato, eppure la sua bravura, la sua sicurezza, la miracolosa simbiosi con il cavallo era tale, da farne un centauro senza difetti.
“Picino” gustò la vittoria la prima volta nel Palio straordinario del 28 settembre 1902 effettuata in onore del XII Congresso della Società Dante Alighieri. Indossava il giubbetto del Valdimontone. Scattò primo all'abbassarsi dei canapi e primo rimase per i tre giri. Giunse seconda la Torre con un ottimo cavallo montato da Ermanno Menichetti detto “Popo” parato a nerbate dalla Pantera su cui cavalcava Domenico Fradiacono detto “Scansino”. Per questo, dopo la corsa, ci fu un robusto tafferugIio fra Torre e Pantera.
Meloni vinse anche nel Leocorno, nel Drago, nel Valdimontone altre due volte, nell'Istrice, nella Chiocciola e nell'Onda. Corse l'ultimo Palio il 2 luglio 1933. Nel 1934, tormentato dalla nostalgia, fece una prova nella Civetta.

da sinistra: Andrea De Gortes detto “Aceto" e Angelo Meloni detto “Picino”

16 gennaio 2016

Pio III, Papa per 27 giorni (1439-1503)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni
Francesco Todeschini Piccolomini 
nato a Siena forse il 9.5.1439
morto a Roma il 18.10.1503


Francesco fu nipote di Pio II, in quanto nato da Nanni Todeschini e da Laudomia Piccolomini, sorella del grande Pontefice di Pienza. Compì gli studi a Siena e a Perugia, dove divenne anche Maestro nella locale Università, quindi intraprese la carriera ecclesiastica. 
Divenuto presto Vescovo di Piacenza e Protonotario Apostolico, il Piccolomini (che non era sacerdote, bensì solo diacono!) fu poi nominato Arcivescovo Giurisdizionale di Siena il 19.2.1460, e addiritura Cardinale il successivo 6 marzo, col titolo di Cardinale diacono di Sant'Eustachio. 
Nel periodo seguente, il Piccolomini acquisì grande fama di pietà, ed anche di capacità, dimostrata in importanti missioni amministrative e diplomatiche (tra l'altro, fu legato in Germania, nel 1471, e a Perugia, nel 1488). 

Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta - Gabella
Pio II impone il cappello cardinalizio al futuro Pio III (1460)
Siena, Archivio di Stato

Antonio Salmoria detto "Leggerino"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Antonio Salmoria detto “Leggerino” è tutto in questa foto scattata in occasione del suo debutto che coincise con la vittoria per il Valdimontone il 16 agosto 1875. Sembra un folletto, uno gnomo delle favole, con gli occhi buoni, forse anche sentimentali e con una voglia di avventura incredibile e balzo felino.
Non per niente in undici anni vinse sei volte. Più di una ogni due anni. Forse era toccato dalla fortuna per ricompensarlo della piccolissima statura e dell'emarginazione delle ragazze che sono sempre state spietate sotto tutti i cieli e tutti i tempi. Poi, con l'avvento della gloria, le cose cambiarono (e soprattutto con l 'avvento dei quattrini). E, a quanto raccontano i bisnonni ai nonni, “Leggerino” fu un “tombeur des femmes” quale non si era mai visto, né più si vedrà, fra i fantini di Siena. I compensi che intascava se li spendeva tutti a letto. 


Il Palio del 16 agosto 1875 fu bellissimo a detta dei cronisti. Scapparono primi quattro concorrenti e il mucchietto affrontò San Martino con l'Istrice e l'Onda che si erano già distaccati di mezzo cavallo. Fra i due si accese un duello a nerbate fino al Casato dove passò in testa il fantino bianco-celeste di Malborghetto che mantenne la posizione fino all'inizio del terzo giro. All'altezza della fonte, fu passato dalla Tartuca e dal Valdimontone. “Leggerino” riuscì a sbriciolare piano piano, con grande accellerazione, il distacco e ce la fece a vincere. Era capitano Silvio Bellaccini e la cavallina, baia, era di proprietà di Angelo Franci. 

15 gennaio 2016

La Pieve di Ponte allo Spino (Sovicille)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


La Pieve di San Giovanni Battista costituisce uno degli edifici romanici di maggiore interesse della provincia senese. Si trova in località Ponte allo Spino (Sovicille), nella piana alluvionale del Piano dello Spino, bagnata dal torrente Rigo e dai fossi Serpenna e Arnano. Questo luogo era una tappa della via imperiale che collegava la via Cassia all'Aurelia a partire da Porta San Marco, attraverso Costalpino, Bagno a Soma, la Pieve per poi proseguire verso Radicondoli, Montieri, Monterotondo e il mare.

Il vialetto d'ingresso alla Pieve

La chiesa è menzionata a partire dal 1050. Secondo la tradizione, l'edificio che ci è pervenuto fu costruito, nel secolo successivo, dai monaci Vallombrosiani di Torri. Pochissime tracce dell'antica chiesetta rimangono nella costruzione più recente: le sculture dei capitelli, il fonte battesimale ed il campanile, il cui basamento coesiste con la costruzione più antica almeno fino all'imposta del primo ordine di lesene.

Il complesso della Pieve nel Piano dello Spino