31 dicembre 2015

31 dicembre 1895: la Tartuca reclama il Palio del 15 agosto 1633

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 31 dicembre 1895 il Cancelliere della Tartuca, Luciano Mazzini, inoltra al Comune di Siena la richiesta ufficiale affinché venga riconosciuto alla Contrada il Palio vinto il 15 agosto 1633. La richiesta è motivata dal fatto che in un libro di deliberazioni della Tartuca (che inizia in data 3 giugno 1633), si legge, nei verbali dell’adunanza tenuta il 12 giugno 1667, di un palio di broccato vinto nella “Pubblica Piazza” nell’anno 1633. 

Bernardino Capitelli, Palio alla Tonda del 15 agosto 1633

Il Cancelliere inoltra la richiesta, precisando che gli uffici competenti possono verificare la veridicità delle fonti e del registro. Alla Contrada si chiede di produrre il documento “in carta da bollo ed in forma autentica vidimata da pubblico Notaro”. Fatto ciò, il 14 febbraio 1896, con delibera n. 533, il Comune di Siena accoglie (“ad unanimità dei voti palesi”) la richiesta e ordina che tale vittoria venga trascritta nell’Elenco Ufficiale delle Vittorie. La trascrizione, tuttavia, ad oggi non sembra essere stata effettuata. 
Il Palio del 15 agosto 1633 è il primo Palio alla tonda riconosciuto. Grazie anche all’incisione di questa Carriera realizzata da Bernardino Capitelli sappiamo che viene disputata da cinque Contrade e che i fantini utilizzavano il “sovatto” (frusta a due code) con il quale potevano battersi e “scavallarsi” a vicenda; nell’incisione si può ammirare la fisionomia seicentesca del Campo, con la conchiglia libera perché riservata alle comparse e con gli spettatori seduti sulle tettoie delle botteghe intorno alla piazza.


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Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

30 dicembre 2015

30 dicembre 1346: terminata la pavimentazione di Piazza del Campo

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 dicembre del 1346 viene terminata la pavimentazione di piazza del Campo. Agnolo di Tura del Grasso, descrive così l’evento: “El Canpo di Siena si finì di siliciare a mattoni a dì 30 di dicembre [1346] ed è tenuto lo più bel Canpo, co' la bella e abundante fontana, co' li belli e nobili casamenti d'intorno e buttighe, che altra piaza d'Italia”


Questo 1346 che sta per concludersi, con la pavimentazione del Campo, portò a compimento il progetto dell’ambizioso governo dei Signori Nove: la piazza doveva riflettere il loro potere e il loro prestigio e, al contempo, la grandezza di Siena. Palazzo Pubblico è concluso; la Torre del Mangia innalzata; il Campo è stato impreziosito dalla fonte pubblica realizzata da Jacopo di Vanni Ugolini. Da questo momento la piazza sarà sempre per i senesi, e per chi voleva saper dimostrare di guidare Siena, il “salotto buono”, tanto che, nel Quattrocento, verranno allontanate addirittura da qui tutte le attività che portavano sporcizia e cattivo odore: calzolai, cuoiai, pellai. Qui si tengono già violente manifestazioni ludiche (le pugne) e sarà in questa cornice che faranno la prima comparsa, proprio nel Quattrocento, le Contrade. Il cuore di Siena è già pronto ad accogliere l'essenza dell'essere senesi: il Palio deve ancora nascere ma l'incubazione sta già cominciando.


Crediti fotografici
Foto di Hamish McKay su Flickr

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29 dicembre 2015

29 dicembre 1758: Sallustio Bandini dona all’Università la sua biblioteca

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 dicembre 1758 Sallustio Bandini donò all’Università di Siena l’intera raccolta dei suoi libri, che “con grave dispendio” aveva radunato nella sua vita. L’atto di donazione, stipulato dal notaio Giacomo Grisaldi del Taja, stabiliva che i 2875 libri fossero trasportati nella Sapienza e collocati in stanza a tale effetto adattata, per dover servire a beneficio della gioventù studiosa di Siena. 

Tito Sarrocchi, monumento a Sallustio Bandini
Siena, Piazza Salimbeni

Il Bandini dispose, inoltre, che fosse nominato bibliotecario un suo allievo, l’abate Giuseppe Ciaccheri, con uno stipendio di 60 scudi annui, e dopo di lui la nomina venisse operata dal Rettore. Dopo alcune pastoie burocratiche il Granduca approvò, ed il 24 gennaio 1759 i libri furono sistemati alla Sapienza, costituendo il nucleo originario dell’odierna Biblioteca degli Intronati.


Crediti fotografici
Sito web rp.gruppo.mps.it

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28 dicembre 2015

28 dicembre 1771: il dormitorio per le balie del Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 dicembre 1771 il rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala chiese al granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, il permesso di “fare in questo ospedale un nuovo dormentorio per le balie, e che fosse capace di una ventina di letti, giacchè il convento delle medesime destinato a lattare gli esposti era tanto ristretto ed angusto che non permette potervi ritenere che nove letti, quali sono obbligati continuamente a dare ricetto a due balie e quattro esposti per ciascheduno e qualche volta, nell'affluenza di detti esposti, è convenuto ritenere fino a quattro balie per letto”

La lapide posta sul dormitorio delle balie

Una situazione insostenibile, dunque, a causa delle cattive condizioni igieniche e del sopraffollamento che portava al diffondersi delle malattie. Non a caso la mortalità infantile, in questi anni, arrivava al 70%. 
L’ospedale si pose come priorità allargare il dormitorio, in modo contiguo a quello esistente fin dall’inizio del XVII secolo in via dei Fusari, che avesse almeno venti letti. La spesa stimata fu di circa 800 scudi.

Via dei Fusari n. 48

Il 26 marzo del 1772 il granduca, in visita a Siena, verificò di persona la necessità dei lavori richiesti dal rettore e concesse il suo permesso per aprire “la nuova fabbrica delle Balie”, con la possibilità per l’istituto ospedaliero di esporsi anche con un investimento di notevole entità per eseguire le opere al meglio e in sicurezza.


Crediti fotografici
La memoria sui muri: iscrizioni ed epigrafi sulle strade di Siena, Associazione culturale per la valorizzazione delle opere minori dei centri storici, 2005

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27 dicembre 2015

27 dicembre 1837: nasce Luciano Banchi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 dicembre 1837, a Radicofani, nasce Luciano Banchi. Figlio di Luigi e della sua seconda moglie Barbara Modesti, che Luigi sposò già incinta di Luciano e da cui ebbe altri due figli: Adele, morta dopo soli otto giorni di vita, e Vittorio. 
Durane la sua infanzia Luciano è costretto a spostarsi di frequente a seguito del padre, prima ad Arezzo e poi a Pisa. Nel 1848 Luigi va in pensione e decide di trascorrere il resto della sua vita a Siena. Muore però due anni dopo, lasciando la moglie e i due figli in precarie condizioni economiche. 
La vedova riesce comunque a far condurre studi regolari sia a Luciano sia a Vittorio, affidandone l'istruzione ai padri scolopi del Collegio Tolomei. Mentre Luciano, avviato allo studio dei classici, della lingua francese e di quella tedesca si sarebbe dedicato agli studi universitari, il fratello Vittorio aderisce all'Ordine calasanziano e quindi, come padre scolopio, si dedicherà per tutta la vita all'attività educativa. 


Luciano Banchi

Iscrittosi nel 1854 al corso di notariato presso l'Università senese, Luciano Banchi approfondisce gli studi giuridici, anche se, dopo alcune esperienze come insegnante, a trenta anni è già direttore dell’Archivio di Stato di Siena, carica che manterrà fino alla morte. La posizione gli permise di pubblicare una vasta serie di statuti medievali, sui quali studiamo ancora, come: il “Breve degli Officiali del Comune di Siena del 1250”, lo “Statuto della Gabella di Siena” e, soprattutto lo “Statuto dello Spedale di Siena”
Di pensiero moderno, negli studi storici e archivistici combatterà sempre contro il dilettantismo. Forte anche la sua passione e il suo impegno politico: dopo un’iniziale adesione ai liberali conservatori, si schiera con il “Partito dell’Avvenire”, di stampo liberale progressista, e grazie a questo è eletto Sindaco di Siena in vari mandati. 
Tra le molte cariche ricoperte nel 1874 il Consiglio comunale lo nomina deputato del Monte dei Paschi, ruolo che mantiene fino al 1877 come Presidente della Deputazione; nel 1875 è “Arcirozzo” dell’Accademia dei Rozzi, mentre già dal 1870 è Presidente dell’Accademia dei Fisiocritici, carica ricoperta fino alla morte. 
Colpito da emorragia celebrale muore giovanissimo il 4 dicembre 1887. In segno di lutto le porte di Palazzo Pubblico furono chiuse e si celebrarono funerali solenni. La salma è tumulata al cimitero della Misericordia.


Crediti fotografici
Sito web rp.gruppo.mps.it

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26 dicembre 2015

26 dicembre 1690: l’inventario del “Saloncino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 dicembre 1690, in previsione della concessione del granduca di Toscana Francesco de’ Medici alla Congrega dei Rozzi della sala teatrale conosciuta come il Saloncino, posta nell’ala incompiuta della cattedrale, viene redatto un inventario dettagliato che ci descrive perfettamente lo spazio rappresentativo: il Saloncino è rettangolare, con platea a gradoni, sulla parete di accesso e sulle lunghe pareti laterali corre una “ringhiera” sostenuta da un parapetto, il soffitto e il sipario sono in tela dipinta, tutto nella sala (panche della platea, gli stessi gradoni e parapetti, la recinzione dello spazio dell’orchestra) è in legno coperto di tela dipinta, come pure il “frontespizio”, l’arco scenico. 

Il Saloncino in una foto di fine '800

L’inventario elenca dettagliatamente anche il corredo scenico: per la maggior parte quinte del tipo “a libricciuolo” (tipo paravento), fondali (“fori”) e “arie”; non c’è alcuna evidenza di un meccanismo con canali sul palco per il cambio delle scene a vista. 
Dopo la concessione, ratificata il 28 dicembre (nella stessa data si stabilisce anche che i Rozzi diventino Accademia), i Rozzi ne migliorarono la capienza con la costruzione di sedici palchetti e gli assegnarono un custode fisso. Il “nuovo” Saloncino viene inaugurato nel 1691 con l’opera in musica “L’onestà degli Amori” di Alessandro Scarlatti.


Crediti fotografici
Particolare di una foto di P. Lombardi che documenta l'edificio addossato al Facciatone non più esistente. Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari

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25 dicembre 2015

25 dicembre 1726: inaugurato in Duomo il monumento sepolcrale di Marco Antonio Zondadari

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il giorno di Natale del 1726 viene inaugurato nel Duomo di Siena il sepolcro dedicato all’illustre senese Marco Antonio Zondadari, Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano in Malta. 

SMOM - Serie "I Gran Maestri"
15 grani - Fra' Marc Antoine Zondadari (1981)

Nell’urna, scrive Giovanni Antonio Pecci, “è stato riposto il di lui cuore, da Malta a Siena trasportato, come nell’iscrizione si legge, la statua è stata scolpita da Giuseppe Mazzuoli scultore sanese, sebbene coll’ornamento (…) rifinita da Bartolomeo di lui nipote, a spese del Vescovo di Malta monsignor Gasparo Gori Mancini di questa città”
Marco Antonio Zondadari era morto a Malta nel 1722 e benché, per testamento, avesse stabilito di essere sepolto a La Valletta, nell’isola che lo aveva accolto come Gran Maestro, nella chiesa conventuale dell’Ordine Gerosolimitano intitolata a San Giovanni, stabilì che il suo cuore fosse riportato nella sua città natale, Siena. 

Duomo di Siena: il monumento sepolcrale

Racconta ancora Pecci che nell’ottobre del 1725 era iniziata nella cattedrale la “demolizione del sepolcro del celebre cardinal Riccardo Petroni, situato accosto la cappella di S. Giovanni Battista, per scorciarlo e alzarlo per dar luogo alla statua del Gran Maestro Zondadari, fabbricata in Roma da Giuseppe Mazzuoli, sebbene per la di lui morte (avvenuta il 6 giugno 1725, n.d.r.) rifinita da Bartolomeo”
Bartolomeo Mazzuoli, figlio del fratello di Giovanni, (nato il 17 marzo 1674 e morto il 29 giugno 1749) proseguirà la tradizione artistica di famiglia come scultore e stuccatore, realizzando una serie di opere, come gli eremiti e le figure mitologiche nel parco di Villa Cetinale ed altre nella basilica di Sant'Agostino, in duomo e nella chiesa di San Cristoforo. 


Crediti fotografici
1. Sito ibolli.it
2. Sito it.wikipedia.org. La foto è stata elaborata dal Tesoro di Siena.

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24 dicembre 2015

24 dicembre 1924: muore lo scultore Emilio Gallori

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 dicembre 1924, nella sua casa di Siena, muore lo scultore Emilio Gallori. Nato a Firenze nel 1846, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti della sua città, dedica la sua vita alla scultura.  Deve la sua celebrità all’aver vinto, nel 1883, il concorso per il monumento a Garibaldi sul Gianicolo a Roma, inaugurato il 20 settembre 1895.

Emilio Gallori, monumento equestre a Giuseppe Garibaldi
Roma, Colle del Gianicolo

Negli ultimi anni di vita Gallori si trasferisce a Siena. Viene nominato, nel 1890-1892, membro della giuria per concorso per il monumento a Garibaldi della Lizza, che sarà vinto da Raffaello Romanelli. Nel 1891 risulta esaminatore all'istituto d'arte e nel 1902 è membro della commissione nominata dal ministero per il restauro della facciata della basilica di San Francesco. 

"Tristitia" di Emilio Gallori
Siena, Palazzo pubblico, Sala del Risorgimento

A Siena esegue un “Bassorilievo per Baldassarre Peruzzi” e un medaglione in bronzo col ritratto del conte Guido Chigi Saracini (1924), conservato nell'omonima collezione. 
Di abitudini borghesi e modeste, fu massone e amico dei garibaldini, in particolare di Ettore Socci. Credette nell'arte come consolatrice ed educatrice: negli ultimi anni della sua vita istituì un premio per i giovani scultori all'Accademia delle belle arti di Firenze, a somiglianza del premio Ussi per la pittura. 
Alla Galleria degli Uffizi si conserva il suo “Autoritratto” (busto in bronzo). All’artista fiorentino il Comune di Siena, nel 1960, ha intitolato una strada ai Cappuccini.


Crediti fotografici
1. Sito radiomarconi.com
2. Foto del Tesoro di Siena su Flickr

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23 dicembre 2015

23 dicembre 1931: il nuovo stradario di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 dicembre 1931 viene pubblicato il manifesto con le denominazioni del nuovo stradario di Siena voluto dal podestà Fabio Bargagli Petrucci. Lo stradario sarebbe entrato in vigore a decorrere dal 1 gennaio 1932. Il podestà aveva preso al volo una disposizione governativa firmata il 1 agosto 1931 da Benito Mussolini, con la quale si ordinava, per festeggiare il decimo anniversario della Marcia su Roma, a tutti i centri urbani di intitolare una strada proprio alla Capitale (“d’ordine di S.E. il Capo del Governo, tutti i centri urbani abbiano intitolata, con l’inizio dell’anno decimo, una via non secondaria al nome di Roma”). 

Fabio Bargagli Petrucci

Bargagli Petrucci, dunque, approfitta dello spunto offerto per sottoporre alla Commissione dei Viari una proposta di modifica toponomastica più complessiva: passata ormai l’epoca in cui bisognava glorificare fatti e personaggi protagonisti del Risorgimento e dell’Unità d'Italia, dentro le mura si potevano ripristinare le antiche denominazioni, mentre i nomi più “moderni” si potevano spostate nell’immediata periferia extra-moenia, con l’unica eccezione di via Garibaldi. Così facendo il podestà si propone di unire la necessità di salvaguardare e tramandare, anche attraverso la toponomastica, le gloriose radici storiche della città, a cui i senesi erano visceralmente attaccati e di cui erano particolarmente gelosi, con la volontà, comunque incalzante, di non far cadere nell’oblio il mito del Risorgimento. 
La proposta avanzata da Bargagli Petrucci viene accolta con entusiasmo sia dalle istituzioni che dalla popolazione e molto elogiata dalla stampa cittadina. Così via Cavour torna ad essere via dei Montanini; viale Curtatone è di nuovo chiamato San Domenico, via Magenta è via Pian d’Ovile, via Montebello è via Campansi; via Ricasoli riprende l’antico nome di Pantaneto. Ma soprattutto piazza Vittorio Emanuele torna ad essere ufficialmente anche nel nome (nel cuore dei senesi lo era sempre stata) il Campo.


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22 dicembre 2015

22 dicembre 1749: la riforma del calendario

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 dicembre 1749 l’imperatore Francesco di Lorena, granduca di Toscana, riforma il calendario e stabilisce che, per tutto lo Stato toscano, debba essere usato un criterio unico, uniformato a quanto era già stato fatto in altre realtà fuori dall’Italia. Per Siena questo significa non computare più l’anno, come si faceva fin dal Medioevo, “ab incarnatione Domini”, facendolo iniziare quindi il 25 marzo, ma iniziare a calcolare l’anno dal 1 gennaio. Per la verità quest’ultima data era ormai da secoli frequentemente utilizzata per segnare l’inizio degli esercizi finanziari delle principali aziende e compagnie commerciali. 


Così il 1750 fu il primo anno computato secondo il nuovo stile. A ciò si aggiunse anche un nuovo computo delle ore: il granduca stabilì che da questo 1° gennaio tutti gli orologi fossero regolati alla francese dividendo il giorno in 12 ore, mattutine e serali, iniziando il conteggio dalla mezzanotte. Fino a questa data il conteggio delle ore del giorno aveva inizio un'ora dopo il tramonto, secondo quello che lo stesso Pecci definisce "l’antico costume italiano"
Le due novità, però, stizzirono alquanto i più conservatori che la giudicarono una “bizzarria”, criticando anche le spese necessarie per far regolare ad esperti orologiai tutti gli orologi della città, a partire da quello della Torre del Mangia. Le innovazioni introdotte, tuttavia, furono talmente rilevanti che si pensò di pubblicizzarle affiggendo una lapide, ancora leggibile, sulla facciata di Palazzo Pubblico (vedi foto).


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21 dicembre 2015

21 dicembre 1296: misure anti-incendio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 dicembre 1296 il Consiglio della Campana approva uno statuto in base al quale ogni singolo cittadino doveva venire a conoscenza delle regole da seguire per prendere parte all’opera di spegnimento di un incendio. All’annuncio del fuoco, dato col suono della campana oppure da un banditore, un certo numero di persone che svolgeva mestieri quali i “portatores” di biada, gli asinai, i vetturali, i falegnami ed i muratori, che in precedenza avevano prestato giuramento per fornire la loro opera, si mettevano in moto per domare le fiamme. 
L’attrezzatura a loro disposizione era povera e scarsamente efficace e, generalmente, consisteva in recipienti per portare l’acqua, come i coppi di terracotta, in stracci umidi da innalzare sulle pertiche per spegnere i focolai più alti, oltre a ramponi, scale, scuri, accette, seghe con le quali abbattere le muraglie per circoscrivere le fiamme. Alla fine del XIII secolo, quindi, pur non esistendo a Siena un corpo dei pompieri nel senso moderno del termine, era tuttavia operante un gruppo scelto di persone che sapevano come muoversi in situazioni di emergenza. 
Per l’uomo medievale, sia che vivesse in città sia che abitasse in piccoli villaggi di campagna, gli incendi rappresentavano una paura con la quale era necessario fare i conti ogni giorno. Al pari di guerre, pestilenze e carestie il fuoco era sentito come una vera e propria calamità. Così lo descrive Paolo di Pace da Certaldo nel Trecentesco Libro di buoni costumi: “Molto (ti guarda da questi pericoli), in però che molto sono grandi e di grande rischio: ciò sono, fortuna di mare, e di fuoco e d’acqua corrente, e di furore di popolo, e di correre di uno cavallo o molti, e di lingua di ria femmina, e di signoria di villani, e di corsali di mare, e di schierani di terra”.


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20 dicembre 1581: preparativi per la visita del Granduca Francesco I

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 dicembre 1581 la Balia, in preparazione della venuta a Siena del Granduca Francesco I e della consorte Bianca Cappello,  nomina i Quattro Deputati della Festa, tra cui spiccano i nomi dello storico Orlando Malavolti e di Bellisario Bulgarini. Si delibera, in particolare, di organizzare una caccia al toro, una commedia ed altre feste maggiori, di abbellire la città con apparati effimeri, archi trionfali, colossi e altri ornamenti, e di registrare i nomi dei capocaccia scelti dalle Contrade. 


I deputati, inoltre, impongono alle Arti di provvedere all’ornamento degli ingressi della Piazza, assegnando, ad esempio, il chiasso Largo ai calzolai, la Costarella agli speziali, il chiasso del Bargello ai cuoiai, il Casato ai fabbri, via Duprè agli osti. Per ogni Contrada, infine, i Quattro stabiliscono i responsabili delle invenzioni e della tassazione, nonché i vestiti e la qualità delle stoffe da adoperare. Insomma, dietro ad ogni visita reale, c'era davvero un grande lavoro di organizzazione, preparazione e spese, che coinvolgeva tutta la città.


Crediti fotografici
Vincenzo Rustici, Caccia dei tori in Piazza del Campo del 1546, Collezione MPS

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19 dicembre 2015

19 dicembre 1891: Edoardo Farsetti, detto “Mugnaino”, si trasferisce a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 dicembre 1891 Edoardo Farsetti, figlio di Angelo, “emigra” da Firenze a Siena. Due anni dopo, lo troviamo già annoverato tra i fantini di Piazza con il nome di Mugnaino: corre, infatti, nella Tartuca lo straordinario del 1893. Nel Campo disputa sette Carriere (partecipa anche al Palio alla Romana dell’agosto del 1894) senza mai vincere. Alla sua presenza in Piazza, tuttavia, le cronache legano un fatto che in qualche modo sembra abbia “condizionato” il destino paliesco della Contrada della Chiocciola. 

L'atto di cambio di residenza del Farsetti

È il Palio del 2 luglio 1896 e alla Chiocciola, che monta Mugnaino, tocca in sorte (insieme alla Torre) uno dei cavalli favoriti. Mugnaino resta in testa per quasi tre giri ma all’ultimo Casato, per rinserrare e nerbare la Torre che incalza, cade e così sarà proprio la Torre a giungere prima al bandierino. Questa caduta di Mugnaino (che chiuderà la sua carriera paliesca dopo aver corso ancora i due Palii del 1897 nella Chiocciola senza successo) determinerà uno degli episodi più particolari della storia del Palio. 

Sant'Antonio abate, immagine in ceramica gettata
nel pozzo dal contradaiolo chiocciolino
Francesco Dominici, detto Cecco.

La Chiocciola, infatti, veniva da un periodo sfortunato: dal 1888 non aveva più vinto, anzi aveva perso vari Palii clamorosi, mentre la Tartuca aveva vinto ben tre volte (1889, 1891, 1895). Dopo questa ennesima, bruciante sconfitta, un contradaiolo, Francesco Dominici, detto “Cecco” (questo era il nome del giovane ragazzo), si dice che sia entrato arrabbiatissimo nella stalla, abbia preso la ceramica raffigurante Sant’Antonio abate, protettore degli animali, e l’abbia buttata nel pozzo di San Marco. 
Per lui il Santo, essendo il patrono della rivale Tartuca (che in realtà ha come protettore Sant’Antonio da Padova) era il responsabile della sfortuna della Contrada. La Chiocciola, prosegue, però, il suo periodo nero fino agli inizi del 1900: nell’inverno del 1910, un gruppo di donne della Contrada, indicono una sottoscrizione straordinaria per prosciugare il pozzo e recuperare l’effige di Sant’Antonio. Recuperata la sacra immagine e restaurata, vengono effettuate varie cerimonie per riparare al gesto commesso e, coincidenza o meno, nella successiva Carriera del 2 luglio 1911 la Chiocciola torna alla vittoria.


Documentazione e crediti fotografici
sito ilpalio.org
sito ecomuseosiena.org

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18 dicembre 2015

18 dicembre 1387: il "divorzio" di una esposta del Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 dicembre 1387 una delibera del capitolo del Santa Maria della Scala ci informa che tra i privilegi concessi da Papa Urbano VI all’ospedale c’è la liberatoria per una delle esposte la quale ottiene di potersi risposare “perché aveva uno marito paçço”. La donna si chiama Caterina ed è un esempio eloquente del tipo di patrocinio che l’istituto senese garantiva alle gittatelle che aveva cresciuto. 
L’ospedale di Siena, il 3 luglio del 1380, aveva stipulato un contratto nuziale a nome della fanciulla con Francesco di Lippo di Calgasso, abitante a Pisa nella cappella di San Martino in Chinzica. La dote era molto alta: 400 lire. Il matrimonio venne celebrato nel reparto femminile dell’istituto alla presenza dei testimoni. 

Domenico di Bartolo - Accoglimento, educazione, crescita e nozze dei trovatelli (1441-1442)
Siena, Santa Maria della Scala – Sala del Pellegrinaio

Il neo sposo, dopo aver incassato almeno parte della dote, fece ritorno a Pisa senza portare con sé Caterina, tanto che il Santa Maria il 20 agosto incaricava uno dei suoi oblati, Anibaldo di Bartalo, anche lui cittadino pisano, di raggiungere Francesco perché venisse a prendere la sua sposa. L’ambasceria evidentemente non ebbe l’esisto sperato e quasi un anno dopo, il 4 giugno 1381, il Capitolo deliberava “che Anibaldo di Bartalo (...) vada di questa semana a Pisa a sue spese e truovi (...) Francesco da Pisa che prese per moglie una delle nostre allevate”; Anibaldo dovrà chiarire all’uomo i doveri che si è assunto verso l’ospedale e verso Caterina e convincerlo a “menarla a marito come debba” entro un termine stabilito dal rettore, altrimenti gli saranno addebitate “XXV lire de condapnagione”. Nel caso in cui Francesco non si dimostri disponibile l’oblato dovrà costringerlo a restituire tutto il denaro e i panni che hanno costituito la dote dell’esposta. 
Non è chiaro se Anibaldo sia stato coinvolto perché concittadino di Francesco oppure perché in qualche modo ha contribuito alla definizione delle nozze, magari favorendo i rapporti tra il pisano e l’ospedale (ce lo fa supporre il fatto che l’ospedale lo mandi a Pisa a spese proprie). Comunque la ricerca ci porta a conoscenza del fatto che Francesco è in prigione in quanto, davvero, è ritenuto pazzo. In questo 18 dicembre 1387 Caterina stessa “fa mandato di procura per comparire dinanzi all’Arcivescovo di Pisa come commissario di Sua Santità Urbano VI e produrre al medesimo la Bolla di già ottenuta (...) di poter fare il divorzio siccome fin dal tempo che ella contrasse col predetto Francesco il matrimonio era egli già pazzo”
L’ospedale si fa garante fino in fondo dei diritti di Caterina e il Capitolo stanzia la cifra necessaria all’esposta per recarsi, accompagnata da alcuni frati dell’istituto, al cospetto dell’Arcivescovo di Pisa. La vicenda si conclude solo nel novembre del 1388, quando nel corso una riunione capitolare si stabilisce “che Caterina (...) la quale fu maritata a Pisa el marito è in prigione per paçço e a si avuto conseglio che si può rimaritare che ella si mariti nonestante che altra volta le dote e diesele L lire e X soldi di donamenta come usança”Sono trascorsi, comunque, otto anni.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

17 dicembre 2015

17 dicembre 1891: muore il pittore Amos Cassioli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 dicembre 1891, muore a Firenze il pittore Amos Cassioli. Nasce il 10 agosto 1832 ad Asciano da Domenico, caffettiere, e Assunta Mazzoni. Viene iniziato agli studi dallo zio Ottavio Cassioli, organista della cattedrale di Arezzo, che voleva indirizzarlo alla carriera ecclesiastica. 
La morte improvvisa del padre lo costringe a cercare lavoro ad Asciano per mantenere la famiglia, ma grazie all'interessamento dei monaci di Monte Oliveto Maggiore, e alla generosità di alcuni privati, riprende gli studi e la pittura per quale mostra un innato talento. 

Amos Cassioli, Provenzano Salvani chiede l'elemosina nel Campo (1873)
Palazzo pubblico di Siena

Nel 1850, entra all'Accademia di Belle Arti di Siena, poi diretta da Luigi Mussini, che stima il Cassioli ed esercita un ruolo determinante per i suoi indirizzi e le sue scelte. Il granduca Leopoldo II gli concede un assegno mensile per un soggiorno a Roma, dal novembre 1856, ospite del ministro Bargagli. Questo soggiorno, protrattosi fino al 1860, è determinante per Cassioli che frequenta i giovani artisti che si trovavano a Roma e soprattutto quelli dell'Accademia di Francia, tra i quali Edgar Degas e Jacques Henner, la cui conoscenza influenzerà l'impostazione della sua prima produzione ritrattistica. 

Amos Cassioli, la Battaglia di Legnano (1870)
Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze

Quando rientra in Toscana si dedica quasi totalmente alla pittura di storia, dove l’ineccepibile disegno si unisce a un’efficace capacità narrativa. Per il Governo provvisorio toscano realizza la grandiosa tela con la Battaglia di Legnano (ora nella Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti), terminata nel 1870. Nella nostra città, con altri colleghi dell’Accademia senese, Pietro Aldi e Cesare Maccari, è incaricato di dipingere nella sala, che sarà poi detta “del Risorgimento” in Palazzo Pubblico, episodi della vita di Vittorio Emanuele II (1884). Nel 1868, con una sottoscrizione pubblica, gli viene commissionato il "Provenzan Salvani che chiede l’elemosina nel Campo”, che verrà premiato all’Esposizione di Vienna del 1873. Oggi il dipinto è nella sala del Consiglio Comunale.


Crediti fotografici
1. dal sito bridgemanimages.com
2. dal sito wikimedia.org . Il file originale è stato elaborato dal Tesoro di Siena.

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16 dicembre 2015

16 dicembre 1320: il terremoto a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 dicembre 1320, ci raccontano i cronisti, Siena vive uno dei “maggiori terremoti che mai fussero uditi”. Leggere il resoconto è impressionante: “ ed era sì grande il romore per la città di gridare misericordia, che pareva che la città andasse sotto sopra, e tutta la notte la gente andava per le chiese facendo penitenza, e ad ogni ora della notte sonavano le campane del Duomo a martello per li grandi terremoti che venivano; e tutti i frati e i preti, i quali erano per le regole, stavano in orazione e in disciplina a pregare Iddio che levasse questo giudizio, imperocchè molta gente moriva sotto le case, le quali cascavano per li detti terremoti; e molta gente andò ad abitare a Campo ed anco a tutto il prato della Porta Camollia che era pieno di padiglioni e trabacchi”

Francesco di Giorgio Martini - Biccherna - La Vergine protegge
Siena in tempo di terremoti (1467) - Siena, Archivio di Stato

E anche i signori di Siena, non potendo fare nulla “mandaro pregando il Vescovo, che dovesse ordinare una devota processione e pregare Iddio e la sua Santissima Madre, la quale è nostra Avvocata, che per la sua infinita misericordia debbi da noi cessare tanto giuditio. Il Vescovo intese le preghiere de' Sigg. Nove ordinò la predicazione ma anco e soprattutto ordinò che ognuno, compreso li Sigg, Nove, si confessasse e rendesse buona pace l'uno a l'altro e domandando ognuno misericordia delle proprie colpe. Nella processione molta gente devota andarono scalzi con la corregia alla gola per devozione, e andarono con la detta processione intorno al Campo e poi intorno al Duomo. E come si continuò di fare la processione anco per i Terzi, così si cessò via i terremoti e in capo del terzo giorno totalmente furono iti via”
Che Siena sia zona di terremoti è ampiamente risaputo e questa cronaca (tarda, per la verità) ce lo testimonia. Il più antico terremoto documentato in territorio senese risale  al 1287: sappiamo che colpì il Monte Amiata, particolarmente soggetto ai sismi per la sua natura vulcanica, perché una serie di carte della primavera di quell’anno menziona i gravi danni subiti dall’abbazia di San Salvatore e da molte case, letteralmente in rovina: non sappiamo se fu avvertito anche in città ed in che misura, ma certo furono scosse “magnos et terribiles”
Sigismondo Tizio, poi, ricorda quelli, altrettanto importanti, del 1294, del 27 dicembre 1361 e del 12 ottobre 1430. E come dimenticare l’interminabile sciame sismico durato dal gennaio all'agosto del 1467, nel quale si contarono ben 160 scosse, e che meritò di essere immortalato in una Tavoletta di Biccherna di Francesco di Giorgio Martini: all'esterno di una porta urbana sono allestite baracche e tende per ospitare temporaneamente i senesi impauriti e fuggiti dalla città, ma la Vergine attorniata dagli Angeli vigila su di essa, aprendo le braccia e stendendo il proprio manto protettivo.


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15 dicembre 2015

15 dicembre 1408: Fonte Gaia è commissionata a Jacopo della Quercia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 dicembre 1408, gli ufficiali di Balia e il capitano del Popolo, affidano a “magistro” Iacopo della Quercia la realizzazione della nuova fonte per il Campo, fonte che andrà a sostituire quella del 1343, realizzata da Iacopo di Vanni Ugolini e posta più in basso, vicino al Gavinone attuale. 
La tradizione vuole che nel 1343, per la sua inaugurazione, la fonte avesse suscitato nel popolo senese così tanta gioia da meritarsi l’appellativo di “gaia”. In realtà la fonte, che nel 1343 ha già un bottiniere (tal Figarino), è già attestata in questo anno sia come "fonte del Campo" che come "fonte Gaia", e gli storici ipotizzano, per questa seconda denominazione, un'origine che affonda le sue radici nella storia romana di Siena. 


Dopo varie vicissitudini (solo per elencarne alcune: tra il 1411 e il 1414 Iacopo abbandonò l’incarico per recarsi a Lucca, dove aveva accettato altre committenze, dopodiché fece ritorno a Siena e riprese i lavori; nel 1415 fu apportata una variante al progetto; il Comune si trovò più volte costretto ad intimare l’artista ad accelerare l’opera, troppo spesso interrotta) finalmente il 20 ottobre 1419 (la fonte doveva essere terminata in venti mesi!) Iacopo riceve a saldo dell’opera, ormai consegnata, 2680 fiorini d’oro senesi. 


Il maestro muore il 20 ottobre 1438, e nel V centenario della sua morte gli viene intitolata la piazza a fianco della Cattedrale, il luogo nel quale, approssimativamente, si dice che abbia scolpito i marmi della fonte, e dove intorno al 1870 è stato costruito il Museo dell’Opera del Duomo.


Crediti fotografici
1. 2. La fonte Gaia originale di Jacopo della Quercia, oggi conservata presso il Complesso museale Santa Maria della Scala. Nel 1859 fu infatti deciso di sostituire la fonte di Jacopo con una copia commissionata allo scultore purista senese Tito Sarrocchi. Le foto sono di David Bramhall su Flickr.

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14 dicembre 2015

14 dicembre 1922: nasce Arrigo Pecchioli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 dicembre 1922 nasce a Siena, nel rione del Nicchio (scrive lui stesso: “in quell'imbuto di strada ch'è via dell'Oliviero, proprio ove questa forma un gomito spezzato”Arrigo Pecchioli. Figlio di Brunetta Chellini e Raffaello, autista meccanico di gran competenza e passione con officina in via Pantaneto, è in realtà un contradaiolo, appassionato, della Torre che gli ha anche intitolato una piazzetta che si apre su via di Salicotto. 


Giornalista, scrittore, storiografo, pubblica, anche con lo pseudonimo di Lionetto Santi, numerosi saggi sulla città di Siena e sul Palio. Su quest'ultimo argomento, a lui sempre molto caro, ricordiamo, tra i molti, la "Storia delle Contrade di Siena" del 1950 e "Il Palio di Siena" del 1980. Ha diretto la rivista "La Contrada". E' stato uno dei personaggi fondamentali per la rinascita culturale di Siena nel secondo dopoguerra, mostrando di amare la sua città anche nei lunghi anni romani, dove ha dato il suo grande contributo a importanti iniziative editoriali come l'Editalia, contribuendo al più vivo dei dibattiti nell'analisi dell'evoluzione delle Contrade nel corso dei secoli. 


Nell’ottobre del 1947, Pecchioli, insieme a Giorgio Chiantini, Leo La Rosa, Nello Cortigiani, Aldo Lusini, Carlo Fontani, Giulio Pepi e Alberto Tailetti fonda il “Comitato Amici del Palio”, desiderando contribuire alla salvaguardia della tradizione e con l’intento di riportare decoro al corteo storico, cosa che prende corpo nel 1950 con l’idea di riprendere, e dare pregio e importanza, al premio del Masgalano. 


Nel 1952, inoltre, mentre collabora con Mario Celli al giornale “Il Campo”, collabora con lui anche all’istituzione del premio “Mangia”, premio, ancora oggi assegnato, di riconoscenza cittadina per coloro che, senesi e “stranieri”, con la loro opera nei più disparati campi avessero portato alto il nome, l’onore ed il prestigio di Siena. 
Molto, ancora, potremmo dire su questo personaggio di rilievo della storia della nostra città, come la sua grande conoscenza del pavimento del Duomo; è autore di una gustosa guida di Siena Vecchia ed inesauribile pozzo di memorie sul periodo del passaggio del fronte da Siena.  Muore improvvisamente a Roma, il 29 marzo 1995.


Documentazione
"Di Siena del Palio e d'altre storie - Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli", a cura di Luigi Oliveto, Edizioni Il Leccio, Siena, 1997

Crediti fotografici
1.  Lionetto Santi, "Storia delle Contrade di Siena", Ed. di Contrada, Tipografia Ex Cooperativa, Siena 1952
2. Arrigo Pecchioli, "I tarocchi del Palio di Siena", Editalia, 1988
3. Lionetto Santi, "Palio", Poligrafica, Siena 1946. Opuscolo con disegni di Marzi, Scattina e Viligiardi

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13 dicembre 2015

13 dicembre 1326: lavori di ristrutturazione di Porta Giustizia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 dicembre 1326 vengono pagati alcuni lavori di ristrutturazione di Porta Giustizia (attestata dal 1323), lavori puntualmente ricordati da Agnolo di Tura del Grasso nella sua "Cronaca senese", quando annota, sempre nel dicembre, che "… e l'altra porta sarà in Val di Montone, che oggi si chiama la porta a la Justizia, e sta serata, che non serve ad altro se non a far iustitia, perché fuore a la detta porta vi è il tempio de la justitia…"

Francesco Vanni, Pianta di Siena (1595)
La strada che da via dei Malcontenti e da via di porta Giustizia arriva
a Porta Giustizia attraversando la valle oggi denominata Orto de' Pecci

La notizia è interessante perché testimonia che Porta Giustizia, in pratica, viene utilizzata in questi anni solo per far passare i condannati e non come vero e proprio accesso alla città, anche perché il borgo di Santa Maria (attuale Orto de’ Pecci), che si forma nella prima metà del '300, ha davvero vita breve. 


Oggi la porta non esiste più, ne restano solo i segni dell'arco tamponato sull'esterno delle mura. L'unica fonte iconografica è la veduta del Vanni, che la mostra con una sorta di rivellino, forse interpretabile come la massiccia torre merlata detta tempio della Giustizia; al suo interno, infatti, tra XV e XVI secolo probabilmente venivano operate alcune esecuzioni capitali, anche se i patiboli allora erano già stati montati nel prato fuori porta Camollia, come informa il Macchi nelle sue "Memorie"
Il baluardo, così come la porta, dovette subire ingenti danni nell'assedio di Siena del 1554-55 e, così, viene smantellata all’inizio del '600.


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12 dicembre 2015

12 dicembre 1837: nasce Luciano Raveggi, garibaldino senese

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 12 dicembre 1837 nasce ad Orbetello Luciano Raveggi. Di famiglia senese, il padre si trasferisce in Maremma dove apre un forno. Luciano, malato, nel 1859 (ha 22 anni) scappa a Livorno e si arruola nell’esercito piemontese, combattendo nella sanguinosissima battaglia di San Martino (II Guerra d’Indipendenza). 

Particolare dell’affresco “l’incontro di Teano” nella
Sala del Risorgimento del Palazzo pubblico
(il Raveggi è sulla sinistra della foto)

L’anno successivo si imbarca a Talamone diretto in Sicilia dove si unisce alle Camicie Rosse di Garibaldi e partecipa a tutte le battaglie combattute nell’isola: Marsala, Calatafimi, Palermo, Milazzo, fino allo scontro finale del Volturno vicino Caserta. Per il coraggio dimostrato, Raveggi si guadagna la medaglia al valore, viene congedato con i gradi di sottufficiale e rientra ad Orbetello. 
I contatti con Siena sono, tuttavia, frequenti dato che nel 1865 diventa “accademico rozzo”. Il forte senso patriottico lo portano a seguire Garibaldi anche sui campi di battaglia della III Guerra d’Indipendenza, alla guida di un battaglione con il grado di Maggiore. 

La camicia rossa del Raveggi conservata nella
Sala del Risorgimento del Palazzo pubblico

Sciolto il corpo dei volontari garibaldini, Raveggi si trasferisce definitivamente a Siena, andando ad abitare in via di Città nella casa del nipote Luigi Bordoni. Insignito a Roma del Cavalierato della Corona d’Italia nel 1895, per mano del deputato senese Stanislao Mocenni, Luciano Raveggi muore di polmonite il 29 aprile 1899 e viene sepolto, dopo che le maggiori autorità di Siena e Orbetello e le Associazione combattentistiche gli hanno tributato molti onori, nel cimitero della Misericordia. 
Nella sala del Risorgimento in Palazzo Pubblico si conserva la sua divisa rossa, donata al Comune di Siena da un suo nipote nel 1939 e restaurata in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Luciano Raveggi è, inoltre, raffigurato nell’affresco, ad opera di Pietro Aldi, che racconta “l’incontro di Teano”.


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