30 novembre 2015

30 novembre 1809: muore Luigi Anastasi detto "Gigi Bestia"

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 novembre 1809 muore, all'ospedale di Santa Maria della Scala, “a ore undici antimeridiane nelle infermerie degli uomini (…) e precisamente nel letto numero diciassette”, Luigi Anastasi detto Gigi Bestia. Ha circa sessantanni (nasce a Siena intorno al 1755) e nel certificato di morte si legge che è “di professione accattone nato”

Stato delle anime di San Pietro a Ovile nel 1809 

Al momento della morte risiede in via di Mezzo, con la moglie Elisabetta Meliciani e la figlia Maria. Nel corso della sua vita è al centro di molte vicende giudiziarie, entra ed esce dalle carceri senesi, per lo più per reati di furto e truffe. L’accusa più grave risale al 26 novembre 1799 quando con Vincenzo Lorenzetti detto Gallinaccio e Ambrogio Vermigli detto Brogio Matto, viene accusato dell’omicidio di Abramo Coen, ebreo, che si sarebbe consumato durante i moti del “Viva Maria” che in quell’estate avevano sconvolto Siena. 

Certificato di morte di Gigi Bestia

Ma Luigi Anastasi deve il suo soprannome di Gigi Bestia dall'essere fantino del Palio. Tra l’altro ha una carriera lunghissima: esordisce il 17 agosto del 1778 nel Valdimontone e corre fino allo straordinario del 14 maggio 1809, nell'Istrice. Corre in tutte le Contrade tranne il Bruco e l’Onda. Disputa ben 42 Carriere (anche nel 1800 per cui sappiamo che non avrà seguito l’accusa di omicidio del novembre 1799) e detiene, suo malgrado, un record davvero poco invidiabile: quello di aver disputato il maggior numero di Palii senza mai vincere (Lazzaro Beligni detto Giove per poco non supera questo sfortunato primato: infatti raggiunge le 40 presenze nel Campo senza aver mai trionfato). 
Luigi Anastasi partecipa anche ad uno dei palii disputati a Lucca, quello del 14 settembre 1782: non vince nemmeno quello. Di fatto “rischia” di vincere solo nel luglio del 1783 quando correndo nell'Aquila, dopo aver lottato a lungo con la Torre per la prima posizione, si vede sfumare la vittoria perché, ci dicono le cronache, il cavallo si rifiuta letteralmente di percorrere gli ultimi metri che lo separano dal bandierino.



Documentazione
Si veda il sito ilpalio.org

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

29 novembre 2015

29 novembre 1981: spari al Palasport

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 novembre 1981 una partita di pallacanestro diventa davvero “infuocata” e al palazzetto ci sono gravi scontri tra le tifoserie (forse i più gravi nella storia della Mens Sana). Si gioca la partita Sapori – Latte Matese Caserta. I tempi regolamentari si chiudono 85-85, con la Sapori che, dopo essere stava avanti di diciassette punti è raggiunta dalla Latte Matese e costretta ai supplementari. 
Durante l’intervallo, però, un centinaio di tifosi casertani (che si trovano dietro la panchina dei giocatori) si scagliano contro i senesi e iniziano le colluttazioni. 


Ben presto la zuffa si allarga a tutta la gradinata e intervengono le forze dell’ordine: due carabinieri (giovani in servizio di leva) vengono aggrediti e per cercare di riportare l’ordine iniziano a sparare: tre colpi in aria, il primo, e l’intero caricatore, il secondo. 
Il rumore dei colpi crea il panico e il fuggi fuggi generale: la tribuna degli scontri si svuota, i giocatori che stavano tornando in campo corrono negli spogliatoi o si buttano a terra. Tra il pubblico ci sono malori e svenimenti come la moglie dell’allenatore di Siena, la signora Serena Taglialatela, che viene ricoverata in ospedale. 
Dopo una lunga interruzione la partita può riprendere: dopo il primo supplementare la Sapori Siena vince 90-89. Ma, si legge nell’articolo che narra gli eventi a firma di Guido Parigi, “sono stati cinque minuti di gioco nei quali in tutto il palasport non è volata una mosca”.


Documentazione
Per la notizia si veda il sito ilpalio.org

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28 novembre 2015

28 novembre 1959: Siena intitola una via a Niccolò Scatoli, il bersagliere di Porta Pia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 novembre 1959 il Comune di Siena delibera di intitolare una strada (in realtà una traversa di via Mentana) a Niccola (o Nicola) Scatoli, il valoroso soldato senese che con la sua tromba incitò i compagni alla presa di Porta Pia e per primo venne ferito durante l'azione. Lo Scatoli, da tutti conosciuto come Niccolò, nasce il 6 dicembre 1845 e fin da giovanissimo sente il dovere di combattere per la sua patria. 



A quattordici anni tenta di arruolarsi e partire per la Seconda guerra d'Indipendenza, ma viene scartato perché ritenuto troppo giovane. Si arruola, finalmente, nel 1864 nel corpo dei Bersaglieri e nel 1866 è a Custoza, dove pur ferito ad una mano riesce a portare in salvo un suo commilitone. 
Ma la fama dello Scatoli è tutta legata all'impresa romana e con la sua tromba che sprona i compagni alla presa di Roma è ritratto anche in un celebre quadro di Michele Cammarano. Lo Scatoli viene colpito da un colpo di fucile e per questo perderà la gamba sinistra. 




27 novembre 2015

27 novembre 1758: muore il Senesino

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 novembre 1758 muore “d’accidente apopletico” nella sua villa di San Giovanni a Cerreto Francesco Bernardi, meglio noto come “il Senesino”, famosissimo cantante senese, che nel corso della sua carriera si era distinto in tutti i più rinomati teatri d’Europa. 
Nato probabilmente nel 1686 da una famiglia di umili origini (è il secondo di tre figli di un barbiere che esercita in piazza del Campo), fin da piccolo viene notato da Giuseppe Fabbrini, maestro di cappella del duomo, per la sua voce soave, e indirizzato verso lo studio della musica e del canto. Dei suoi due fratelli anche Giovanni (alcune fonti parlano di Giancarlo) è portato per il canto ed entrambi, come in uso al tempo, per potenziare la voce e mantenerla “bianca” vengono evirati. 


Francesco, aiutato dalla nobiltà cittadina, in particolare da Gigli, si trasferisce a Roma insieme al fratello Giovanni, e da qui inizia una carriera folgorante che lo porta prima nei teatri di Palermo, Milano, Torino, Venezia, Firenze e poi a Londra e Parigi. Giovanni, intanto è rientrato a Siena e nel 1718 è tra i cantanti della Cappella della Cattedrale. La carriera di Francesco Bernardi decolla nel 1717 quando, come primo sopranista a Dresda, alla corte di Sassonia, viene ascoltato da Georg Friedrich Händel, che rimane impressionato dalla sua voce e lo scrittura per interpretare la sua musica offrendogli uno stipendio altissimo. 
Il Senesino debutta a Londra nel 1720 ne “L’Astarto” al King’s Theatre di Haymarket. Il successo è enorme e vengono effettuate trenta repliche consecutive. Poi è un susseguirsi di trionfi impossibili da elencare, trionfi che proseguono, anche dopo il 1733 e la rottura con Hendel. 

26 novembre 2015

26 novembre 1911: Gilbert Le Lasseur De Ranzay sorvola la Torre del Mangia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 novembre 1911 decolla dal Prato di Camollia, con il suo “Bleriot 11/2”, il famoso aviatore francese Gilbert Le Lasseur De Ranzay.
Le Lasseur, insieme al barone Della Noce, era decollato la mattina di Venerdì 20 Ottobre, alle ore 9, da Bologna per giungere, sorvolati gli Appennini, a Campo di Marte. Sulla rotta per Siena, il pilota italiano per un guasto dovette atterrare a Castiglion Fiorentino e solo il francese giunse a strabiliare i senesi. 


L'evento ebbe un successo straordinario: almeno 5.000 senesi andarono a visitare il velivolo e venne fatta una lotteria il cui premio era, evento straordinario, proprio un volo in aereo. Alle ore 18 del 26 novembre Le Lasseur volò sopra la Torre del Mangia.


Le Lasseur de Ranzay era nato a Parigi il 26 agosto del 1885, figlio del famoso poeta Louis Le Lasseur. Dopo la sua impresa senese aveva intenzione di raggiungere Roma e da lì unirsi alle truppe che stanno combattendo a Tripoli, nella guerra d’Africa.


Tuttavia, il 10 gennaio 1912, a Firenze, morì giovanissimo e improvvisamente di febbre tifoide. I senesi rimangono talmente colpiti dall’improvvisa morte del Le Lasseur che gli dedicano una epigrafe che si trova ancora in Piazza Amendola.


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25 novembre 2015

25 novembre 1935: inaugurata la nuova stazione ferroviaria

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 novembre 1935 viene inaugurata la nuova stazione ferroviaria di Siena. Si apre così un nuovo capitolo di fondamentale importanza per la storia delle vie di comunicazione del territorio. Già ai primi del Novecento la “vecchia” stazione (il cui edificio principale e la retrostante officina meccanica esistono ancora all'inizio di Viale Mazzini) viene ritenuta insufficiente per soddisfare le esigenze di rapidi collegamenti ed angusta, dato che era impossibile ampliare la struttura. 

L'esterno della vecchia stazione ferroviaria

Nel 1914 le Ferrovie dello Stato approvano il progetto di spostamento nella valle sottostante, già percorsa dalla linea per Chiusi, ormai bocciate le opzioni alternative di Porta Ovile e Porta Romana. Prima di iniziare i lavori veri e propri, il sito individuato necessitava di interventi di bonifica e consolidamento del terreno, ma vengono bloccati dallo scoppio della guerra.

L'interno della vecchia stazione ferroviaria

Terminata la guerra mancano i finanziamenti e il cantiere rimane a lungo inoperoso: lo stesso progetto iniziale viene rimesso in discussione, ritenuto ormai inadeguato alle mutate esigenze della città. Nel 1931, finalmente, l’architetto Angiolo Mazzoni, che in quel periodo aveva progettato varie altre stazioni ottiene l’incarico per portare a conclusione la stazione ferroviaria di Siena. 

I lavori di costruzione della “Torre di Luce” della nuova stazione

Dopo alcune modifiche (e rallentamenti), il 29 dicembre 1933, il progetto viene approvato dal Comune e dalla Soprintendenza con gli ultimi ritocchi come la torre rettangolare con l’orologio che era una sorta di firma d’autore dell’architetto. 

24 novembre 2015

24 novembre 1898: nasce Mino Maccari

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 novembre 1898, in via San Girolamo, da Bruna Bartalini e Latino Maccari, insegnante di Latino, nasce Mino Maccari. Da piccolo, con la sorella Maria, si sposta spesso a seguito del padre, insegnate, anche se la casa del nonno paterno a Colle Val d’Elsa sarà sempre la loro meta estiva e punto di riferimento. Frequenta il Liceo, ma anche l’Accademia di Belle Arti ad Urbino e nel 1915 si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza a Siena; nel 1916, viene chiamato alle armi e nel 1917, lungo il tragitto che lo porterà nelle zone di guerra, si ferma a Modena dove incontra Anna Maria Sartori, che diventerà sua moglie. 


Dalla guerra torna nel 1920, si laurea ed inizia la professione di avvocato, ma dopo due anni lascia il foro. Intanto nel 1924 inizia a collaborare con la rivista “Il Selvaggio”, edita a Colle, che poi dirigerà dal 1926 e la cui redazione si sposterà insieme all’artista: a Firenze, a Siena, a Torino, a Roma. Le firme presenti ne "Il Selvaggio" sono di prestigio assoluto: Mario Tobino, Renato Guttuso, Carlo Carrà, Vitaliano Brancati, Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Giorgio Morandi. La rivista è parte della sua vita (vi pubblica le sue incisioni caricaturali e satiriche), quasi una sua proiezione: dichiaratamente fascista, intransigente, spavaldo, rivoluzionario e antiborghese. “Il Selvaggio” diventerà, poi, la sede della sua critica al regime riassunta nel celebre articolo di fondo “Addio al passato”, del 1926, in cui dichiara pubblicamente la sua dissidenza al fascismo. 


23 novembre 2015

23 novembre 1928: nasce Fabio Giorgi, detto "Ghisa"

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 novembre 1928, un venerdì, nasce a Siena Fabio Giorgi, detto Ghisa, forse uno dei fantini più sfortunati della storia paliesca. Corre un solo Palio, quello del 16 agosto 1948, per i colori del Bruco su Mistero. Ghisa non solo cadrà al primo Casato, ma si beccherà anche una squalifica e questo concorso di fatti porrà subito fine alla sua storia paliesca. 

La mossa del Palio del 16 agosto 1948

La squalifica gli viene data perché alla mossa Ghisa danneggia l’Onda. Fabio Giorgi ha la sfortuna, peraltro, di esordire in una Carriera davvero rocambolesca: dopo una mossa annullata, parte prima la Lupa, con Ranco (Albano Nucciotti) su Noce, mentre dietro ci sono Pantera, Bruco, Selva e Torre. Ganascia (che corre per la Torre e che sarà squalificato) e l’esordiente Ghisa ostacolano Pietrino che monta Piero nell’Onda (altra favorita). L’Onda e la Selva cadono, la Torre rimonta e, addirittura, al terzo giro un monturato di una Contrada rivale, dal palco delle comparse, lancia un tamburo al passaggio della Torre, ma non centra (per fortuna) il bersaglio. Ma non è finita: un torraiolo a San Martino era entrato in pista per cercare di fermare la corsa della Lupa tanto che Ranco dovette tenerlo a bada col nerbo. Insomma, alla fine la Lupa vince e il nostro Ghisa non riesce nemmeno a finire il primo giro di Piazza. Fabio Giorgi muore a Casteldelpiano (GR) martedì 1 ottobre 1986.


Crediti fotografici
Foto tratta dal volume "Rivediamoli insieme - Cronaca fotografica del Palio 1945-1954", Edizioni Il Leccio, Siena, 1992

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22 novembre 2015

22 novembre 1641: è spostato il luogo delle pubbliche impiccagioni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 novembre 1641 il principe Mattias de’ Medici, governatore di Siena dal 1629 al 1667, emana un editto in base al quale stabilisce che le forche destinate alle pubbliche esecuzioni, che dal 1425 si trovavano fuori porta Camollia sulla destra dell’Antiporto, siano spostate a porta Fontebranda. Il principe, infatti, amava passeggiare nel “Prato di Camollia” con dame e cavalieri e lo “spettacolo” dei condannati a morte che pendevano dalle forche doveva risultargli particolarmente fastidioso. 
Neppure gli abitanti di Fontebranda, però, gradiscono la decisione, ed in particolare una certa “donna Francesca”, amica del principe, si oppone al decreto argomentando che non si poteva impiantare patiboli nei luoghi in cui era nata e vissuta Santa Caterina. La motivazione deve essere apparsa convincente tanto che le forche vengono ricostruite fuori porta San Marco, in cima alla strada del Giuggiolo, dove rimangono fino alla riforma della Legislazione Criminale varata da Pietro Leopoldo nel novembre del 1786, riforma con la quale vengono abolite la tortura e la pena capitale. 

Pietro Leopoldo di Lorena, granduca di Toscana

Con la "Riforma della legislazione criminale toscana", meglio nota come "Codice Leopoldino" o "Leopoldina", il Granducato di Toscana diventa il primo Stato moderno dove la tortura e la pena di morte sono abolite. Nel "Giornale Sanese" Pietro Pecci annota che nella mattina del 14 dicembre 1786 anche a Siena viene affisso "il nuovo codice criminale pieno di vera umanità, in seguito del quale sono state buttate giù le forche dove si giustiziava e l’antenna dove si dava la corda, che era affissa al palazzo de l’Auditor Fiscale". Pecci ricorda la data esatta della eliminazione delle forche fuori San Marco: l’11 gennaio 1787. L’abolizione della pena di morte, però, dura solo 4 anni: parzialmente ripristinata dallo stesso Granduca nel 1790, il figlio Ferdinando III la reintroduce nel 1795. 


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21 novembre 2015

21 novembre 1970: nasce il Siena Club Fedelissimi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 novembre 1970 un gruppo di amici uniti da un elemento comune, l'amore per la Robur, dà vita ad una associazione che ha come scopo unico quello di supportare la squadra di calcio di Siena. L'associazione prende originariamente il nome di Club Bianconero, ma ben presto muta la sua ragione sociale in "Siena Club Fedelissimi", o, come sono universalmente conosciuti in città, nello stadio e negli stadi, "I Fedelissimi". La decisione nasce come gesto di rabbiosa reazione nei confronti della crisi che il calcio senese sta attraversando e del calo di interesse e di sostegno della città nei confronti della Robur. 



Fra i fondatori (anzi, alcuni lo considerano il vero motore dell'iniziativa) c'è Piero Babbini, nella cui abitazione si tiene la riunione della sera del 21 novembre. Tifoso, fotografo professionista di grandissimo valore, capace di fare fotografie impossibili (era celebre per essere il migliore a cogliere l'attimo in cui il pallone si infilava nella rete, cosa non comune in epoca di macchine fotografiche analogiche, pre-digitali), era solito aspettare all'imbocco della scala che porta agli spogliatoi l'uscita della squadra del Siena segnalandone l'arrivo ai tifosi sulle gradinate sventolando la sciarpa bianco nera, in modo che già dall'uscita del primo giocatore la squadra fosse salutata dal boato e dall'incitamento dei tanti "cuori bianco-neri", come amiamo definirci noi senesi che ogni domenica ci facciamo venire il nodo allo stomaco per amore dei nostri colori.



Babbini, peraltro, ebbe una vicenda particolare. A inizio degli anni Ottanta dette vita a una comunità religiosa, in Valdarbia, vicino a Sant'Ansano a Dofana, della quale, fino allo scioglimento, fu leader con il nome di "apostolo Pietro". I suoi seguaci sostenevano che fosse in grado di compiere miracoli. 
All'inizio - come ricorda Nicola Natili in una intervista fattagli da Augusto Mattioli - i Fedelissimi erano sì e no una ventina. Si riunivano nel solo locale che avevano a disposizione - una cantina - ma non fecero mancare una sola volta il loro sostegno, la loro passione alla squadra bianco-nera. 



Poi il loro numero crebbe considerevolmente e da allora, non hanno mai smesso di far sentire la loro presenza nei 45 anni che sono anche quelli che hanno visto il calcio senese arrancare dalle serie C1 e C2 fino a quello che, allora, nel 2000, parve un miracolo, la serie B, prima di un miracolo ancora più grande, tre anni dopo, con l'Olimpo della serie A. Ma i Fedelissimi sono rimasti tali e anche quando l'Olimpo non ha più accolto la Robur, anche quando la squadra ha dovuto ricominciare dalla serie Dilettanti. Loro sono sempre stati e continuano ad essere lì, domenica dopo domenica; in casa e in trasferta; con la stessa passione, lo stesso calore e (cosa di non poco conto da sottolineare) con la stessa correttezza, a farsi carico dell'amore per la Siena del calcio. Tra i fondatori dei Fedelissimi ricordiamo solo (e non ce ne vogliano gli altri) due nomi notissimi: Lorenzo Mulinacci (attuale presidente) e Nicola Natili (a lui si devono gran parte dei libri scritti sulla storia e le vicende della Robur). E sempre “Forza vecchio cuore bianconero!”


Documentazione
Per la storia dei Fedelissimi, le foto, i ricordi e le info sul club si veda la pagina http://www.sienaclubfedelissimi.it/index.php. Per un bel video sugli anni ’70 dei Fedelissimi (e della Robur) si veda l’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=UjG6U6nX0-Y.


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20 novembre 2015

20 novembre 1453: nasce Giacomo di Bartolomeo Cozzarelli

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 novembre 1453 nasce a Siena Giacomo (o Iacopo) di Bartolomeo Cozzarelli, architetto e scultore estremamente apprezzato nella seconda metà del XV secolo. Formatosi alla grande scuola di ingegneri che tra la fine del Medioevo e il Rinascimento rende famosa la sua città, lavora con personalità del calibro di Francesco di Giorgio Martini, del quale fu allievo e amico. Nel 1477 si trasferisce ad Urbino con Francesco di Giorgio Martini, che era stato chiamato dal duca Federico III di Montefeltro per ultimare i lavori del palazzo ducale lasciati incompiuti dal Laurana. Cozzarelli, probabilmente, va alla corte dei Montefeltro come pittore; infatti in quell'anno, presentando la denunzia patrimoniale al Comune di Siena, si raccomanda alla clemenza degli "alliratori" in quanto, dichiara, "per guadagnare el pane sto a Urbino a dipigniare". La permanenza ad Urbino dura oltre dieci anni; nel 1489 Francesco di Giorgio rientra definitivamente a Siena ed insieme con lui ritorna anche Cozzarelli che inizia a lavorare in città, soprattutto come scultore. 

Lamentazione sul corpo di Cristo (fine XV secolo) - Basilica di San Bernardino all'Osservanza

Nel 1495, tuttavia, viene chiamato a Montepulciano dal commissario della Repubblica senese per dirigere le fortificazioni del castello. In quegli anni è impegnato anche nell'ampliamento del convento e della chiesa di San Bernardino all'Osservanza a Siena, uno degli eremi preferiti da Pandolfo Petrucci che si fa costruire proprio da Cozzarelli un sepolcro per sé e per i suoi consanguinei nella cripta sottostante l'odierna sacrestia, anch'essa opera del Cozzarelli. Della “Tomba di Pandolfo Petrucci”, morto nel maggio 1512, oggi resta soltanto il bellissimo gruppo scultoreo in terracotta policroma, posto sull’altare della sacrestia, raffigurante la “Lamentazione sul corpo del Cristo morto”, che rappresenta il punto più alto della sua attività di scultore, forse il campo nel quale esprime maggiormente il suo talento. Le sue opere sono presenti in molte chiese e musei senesi, ma anche in altre sedi religiose italiane ed estere. 

Cristo in pietà, Pinacoteca nazionale di Siena

La tradizione vuole che a Siena Giacomo Cozzarelli abbia contribuito alla realizzazione della chiesa di Santo Spirito, la cui costruzione ebbe inizio nel 1498 su un precedente edificio sacro. L'impianto della chiesa è di Francesco di Giorgio Martini e l’edificio religioso viene completato da una cupola eretta fra il 1504 e 1508 su un disegno che sembra essere opera del nostro architetto. La cupola viene costruita, ancora una volta, a spese di Pandolfo Petrucci. Quanto lo scultore fosse particolarmente apprezzato da Pandolfo è attestato dal fatto che, nel 1509, Cozzarelli termina per lui un palazzo vicino al battistero di San Giovanni che, dopo la morte del signore di Siena, viene saccheggiato e danneggiato tanto che restano, come sole attestazioni dell’architettura del Cozzarelli, le finestre in pietra serena e i bracciali bronzei con campanelle che ornano la facciata (alcuni attualmente collocati nell'atrio del Palazzo Pubblico). Giacomo Cozzarelli muore, forse suicida, il 25 marzo 1515 (secondo quanto riporta Sigismondo Tizio, suo biografo). Fuori Porta Pispini si trova la strada che Siena gli ha intitolato.


Crediti fotografici
1. foto tratta dal sito www.viaesiena.it
2. foto tratta dal sito it.wikipedia.org

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19 novembre 2015

19 novembre 1741: la Chiesa di San Giorgio è nuovamente officiata

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 novembre 1741, "terminata la fabbrica e nuovamente ornata con volta, stucchi e pitture a tutte spese dell'eredità del cardinale Anton Felice Zondadari", scrive il Pecci, si officia nuovamente la chiesa di San Giorgio completamente rinnovata. La funzione viene celebrata alla presenza dell’arcivescovo Alessandro Zondadari, fratello del cardinale Anton Felice (morto nel 1737 quando i lavori non erano ancora del tutto conclusi) che tanto aveva investito (insieme allo stesso Alessandro, peraltro) nel rifacimento di questo edificio religioso. 



La Chiesa di San Giorgio, infatti, nei loro piani doveva diventare una chiesa di prestigio, annessa alla nuova sede del Seminario diocesano; così l'antica costruzione viene sostanzialmente riedificata su disegno dell'architetto Pietro Cremoni (Arosio in Val di Lugano, attivo a Siena nel primo Settecento), grazie proprio ai finanziamenti del cardinale Anton Felice Zondadari e del fratello Alessandro, dal 1715 arcivescovo della nostra città. 
Il Pecci, nel “Giornale Sanese”, annota con scrupolo tutte le fasi dei lavori: il 17 gennaio 1729 inizia la demolizione del vecchio altare "ad effetto di rifabbricarlo con stucchi, secondo la più moderna architettura"; il 9 settembre 1731 l'arcivescovo consacra la chiesa; il 27 luglio 1735 inizia lo scavo delle fondamenta per la facciata, la cui elevazione era all'altezza dei capitelli nel luglio dell'anno successivo; nel maggio 1738 la facciata in travertino (proveniente dalle Serre di Rapolano ed edificata sotto la direzione del capo maestro senese Antonio Fondi) è ormai conclusa ma il lavoro di riferimento con pitture (commissionate a grandi artisti dell’epoca: Sebastiano Conca, Francesco Vanni), ornamenti e stucchi è talmente minuzioso che si protrae fino a questo 1741. 



Del primitivo impianto della chiesa, attestata dal 1081, oggi resta solamente il campanile romanico-gotico, caratterizzato da 38 finestre che si aprono lungo i suoi quattro lati, e che, secondo la tradizione (peraltro, di nessun fondamento), rimandano al numero delle Compagnie Militari senesi che presero parte alla battaglia di Montaperti. San Giorgio cessa di essere parrocchia nel 1585 ed i locali vengono utilizzati per ospitare la congregazione dei sacerdoti secolari del Sacro Chiodo di Cristo (reliquia venerata e conservata presso il Santa Maria della Scala), fondata da Matteo Guerra (morto nel 1601). 



La congregazione, fino al 1666, anno in cui si scioglie, svolge attività benefica a favore dei poveri e degli ammalati. Sciolta la congregazione, già nel 1666, la chiesa di San Giorgio viene ceduta all'arcivescovo di Siena per ospitarvi il Seminario diocesano, che vi rimane fino al 1856, quando si trasferisce in San Francesco. Nel luglio 1750, con una cerimonia solenne, le spoglie dei due benefattori Anton Felice Zondadari e Alessandro Zondadari vengono sepolte in San Giorgio ai lati dell’altare maggiore, dove riposano tuttora.


Crediti fotografici
1. G. Macchi (secc. XVII-XVIII); disegno della Parrocchia di San Giorgio e Chiesa già dei Chiodisti
2. Vista della Chiesa di San Giorgio (anni ’50). Archivio della Contrada del Leocorno
3. Il campanile della Chiesa di San Giorgio

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18 novembre 2015

18 novembre 1965: muore il conte Guido Chigi Saracini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 novembre 1965 muore il conte Guido Chigi Saracini. Era nato l’8 marzo 1880. La sua passione per la musica viene a galla fin da giovane, sia come assiduo frequentatore del Conservatorio fiorentino che dei salotti romani, in primis quello della sua amica di sempre Annina Piccolomini Caetani. 


Il suo primo intervento di mecenate in città è rivolto al Quartetto fondato da Rinaldo Franci, che nel 1908, morto l’insigne violinista cui Siena ha intitolato la propria scuola di musica, si trasforma in “Quintetto Senese”, che il conte presiede e di cui Piero Baglioni diviene primo violino. I concerti, finanziati da Guido Chigi Saracini hanno molto successo e gli incassi vengono devoluti in beneficenza. 
D’altronde da due anni Guido può permettersi questo ed altro: alla morte dello sfortunato zio Fabio Saracini, perito in un incidente di caccia, è lui l’erede universale dell’immenso patrimonio di famiglia, compreso il palazzo in via di Città e la tenuta di Castelnuovo Berardenga. 


Allo scoppio della Prima guerra mondiale, nonostante non sia tra i richiamati, decide comunque di offrire il proprio contributo alla patria, arruolandosi come volontario automobilista per la Croce Rossa e mettendo a disposizione dell’esercito italiano se stesso, l’automobile che possiede e Gigi, l’autista che la guida. 
Non ci sono trincee e notti all’addiaccio nella Grande Guerra di Guido. Vive nelle retrovie, tra Belluno e Treviso, che attraversa in lungo e in largo dal maggio al dicembre del 1915, accompagnando gli ufficiali nei trasferimenti da e per il fronte. L’andamento tranquillo della guerra subisce però uno scossone dopo lo scioglimento del corpo dei volontari della Croce Rossa: questo comporta un trasferimento nella zona di Udine, coincidente con un cambio di mansioni: guiderà un’ambulanza per il trasporto dei feriti appositamente montata sulla sua auto. Anche la moglie Bianca Kaschmann (cantante lirica: i due si sono sposati nel 1905 e nel 1926 avranno l’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota) presta servizio come infermiera volontaria nella stessa zona di guerra. 


Dopo una brutta polmonite, nel 1917, Guido viene congedato e rientra a Siena. Sono questi gli anni in cui progetta i lavori di restauro del palazzo di famiglia, già Marescotti, e affida la direzione dei lavori al pittore e architetto Arturo Viligiardi. Il suo sogno è trasformare il palazzo in un tempio della musica, sogno che si realizzerà a partire dalla nascita della “Micat in Vertice” e altre manifestazioni che renderanno Siena la capitale italiana della musica da camera. 
Il 2 settembre 1923 re Vittorio Emanuele III rinnova a Guido Chigi Saracini il titolo trasmissibile di conte e lo autorizza ad unire al proprio stemma quello dei Saracini. 


Guido Chigi Saracini è una figura di grande rilievo per la sua città e per la sua Contrada, l’Istrice. Numerose, infatti, sono le cariche ricoperte: è consigliere provinciale dal 1910 al 1914 eletto nel mandamento di Siena II per l'Unione liberale monarchica; è membro della deputazione amministratrice dello Stabilimento di mendicità; è deputato del Monte dei Paschi dal 1927 al 1930; è consigliere dell'Arciconfraternita di Misericordia e di altri enti cittadini; è rettore dell'Opera metropolitana dal 1945 al 1947; è rettore del Magistrato delle contrade dal 1927 al 1964; è priore della Contrada dell'Istrice dal 1915 al 1937 e di nuovo nel 1953-1954. Nel 1952 gli viene attribuito il Mangia d’oro. Dal 1982, su richiesta della Contrada dell’Istrice, è intitolata al conte Guido Chigi Saracini la piazza dentro porta Camollia. L’Istrice deve al conte Chigi anche parte dei locali del museo che facevano parte di un palazzo che possedeva in Via Camollia e i locali dell’attuale Circolo “Il Leone” che vennero donati come lascito testamentario alla Contrada stessa.

La tomba del conte Guido Chigi Saracini nel cimitero della Misericordia.
L'angelo posto sulla pietra tombale è di Vico Consorti ed è stato posto nel 1975
per commemorare i dieci anni dalla scomparsa. 


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Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

18 novembre 1893: nasce la Pubblica Assistenza

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 novembre 1893, da un gruppo di cittadini spinti da spirito di volontariato, nasce la “Pubblica Assistenza”. Sono senesi, generalmente appartenenti al ceto medio, conservatore, laico, anche anticlericale. Si riuniscono la prima volta in un locale in via del Refe Nero, mossi da ideali di fratellanza e solidarietà umana con lo “scopo umanitario di soccorrere in caso di infortunio i concittadini con tutti quei mezzi dei quali può disporre la scienza moderna”


Tra loro ci sono nomi importanti della Siena del tempo: Domenico Barduzzi, Vittorio Remedi, Achille Sclavo. Il loro esempio è così forte che venne subito seguito da molti altri, tanto che ben presto il gruppo si deve riconvertire in “Associazione”. In pochi anni i soci superano il migliaio ed i servizi si diversificano: trasporto dei feriti, assistenza ambulatoriale, prestazioni a domicilio. 


Ogni mese prestavano servizio dai 600 agli 800 soci. Una notizia di cronaca su un intervento della Pubblica Assistenza oggi ci fa sorridere ma al tempo rappresenta davvero un successo: nel 1905 viene trasportato un paziente affetto da una colica da Quercegrossa a Siena in sole 7 ore! Ed ecco che una delle prime descrizioni degli interventi della Pubblica Assistenza acquistano un senso. 


I volontari scrivono, infatti, ai senesi: “Cari lettori, se degnerete di una lettura queste poche righe visitate in lungo e in largo la nostra Siena e, mentre la gustate nei suoi monumenti, nei suoi aspetti caratteristici, date un'occhiata alle nostre strade e pensate alla fatica di percorrerle con un carrino a mano. Prima sudare per reggerlo in discesa, e poi risudare per spingerlo in salita e sempre di corsa, o meglio, di volata!”
Cosa mancava ancora? Un inno e un motto. Le parole dell’inno si devono ad Ezio Felici ed il motto recita ancora oggi: “Non meritò di nascere chi visse sol per sé”.


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17 novembre 2015

17 novembre 1858: nasce l’Archivio di Stato di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 novembre 1858, con motuproprio emanato dal Granduca Leopodo II, viene istituito a Siena l’Archivio di Stato. La sua istituzione nasce da un clima di rinnovata passione per gli studi storici e di attenzione verso il patrimonio archivistico che caratterizza la Toscana di quegli anni, grazie soprattutto all’impegno di Francesco Bonaini, soprintendente degli archivi del Granducato.

Palazzo Piccolomini, oggi sede dell'Archivio di Stato e di uffici finanziari

Nel nuovo Istituto, che ha subito come sede il quattrocentesco palazzo Piccolomini, confluisce una grande quantità di materiale archivistico sino ad allora conservato nei due grandi archivi cittadini: quello Diplomatico e delle Riformagioni e l'altro dell'Archivio Generale dei Contratti. Da questi due antichi istituti archivistici furono trasferiti i documenti prodotti dalle magistrature dello Stato Senese (corrispondente, in pratica, alle attuali province di Siena e Grosseto) nelle due grandi fasi della sua storia: quella comunale e repubblicana (dal XIII secolo al 1557) e quella granducale fino alla dominazione napoleonica (1808). 


Dopo l'Unità d'Italia, arriva in Istituto anche il materiale archivistico di pertinenza degli uffici statali periferici della provincia (come Prefettura e tribunali). 
Nel 1858, ad organizzare il nuovo istituto, a partire dal 23 novembre, viene chiamato Francesco Corbani, professore di Economia sociale nell’Ateneo senese. Corbani (nato nel 1804 in una modesta famiglia senese) viene preferito ad altri candidati perché, dopo essersi laureato in legge, dal 1826 al 1842 lavora come segretario nell’ospedale di Santa Maria della Scala e nell’archivio storico di quell’istituto avvia ordinamenti e ricerche, soprattutto di storia economica, approfondendo poi questi studi nell’Archivio delle Riformagioni. 


L’Archivio di Stato di Siena conserva, oggi, una documentazione sterminata. Vale la pena di dare alcuni numeri: il fondo Diplomatico senese è il secondo in Italia per numero di unità dopo quello dell'Archivio di Stato di Firenze e comprende 62.441 pergamene, dal 736 al sec. XIX; i registri, le buste, le filze, le mappe, i fascicoli ed i documenti sciolti ammontano, invece, a circa 164.000 unità, divise in più di 200 fondi ed allineate su quasi 13,5 km. di scaffalatura. Non possiamo, poi, non ricordare che del patrimonio posseduto dall’Archivio fa parte la splendida collezione delle Tavolette di Biccherna, esposta e visitabile nel Museo dell'Istituto.


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16 novembre 2015

16 novembre 1084: compare il toponimo “Camporegio”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 novembre 1084 viene attestato per la prima il toponimo “Camporegio”, che deriva dalla locuzione latina “Campus Regis”, letteralmente traducibile in "campo del Re". Questo nome, si trova, infatti, in un contratto di affitto, datato 1084, per un terreno situato "a le Sassa que dicitur a Camporegi"

L'area di Camporegio nella carta di Francesco Vanni di fine XVI secolo

Appare evidente che sopra la futura collina del Drago (come del resto accade anche per l'area e il toponimo Stalloreggi), si estendevano nell’XI secolo i terreni appartenenti al fisco reale (da cui il nome) e su cui i senese pagavano le tasse. Secondo la tradizione, invece, Camporegio si chiamerebbe così perché in questo luogo si sarebbero accampate le truppe al seguito di Enrico VI di Svevia, figlio di Federico il Barbarossa, che nel 1186 avrebbe cinto di assedio Siena per espugnarla e sottometterla all'Impero. 

Camporegio in una foto d'epoca

Aldilà di quanta verità contenga la ricostruzione storica, secondo cui i senesi sarebbero usciti di sorpresa da porta Fontebranda e da porta Camollia stringendo a tenaglia l'esercito imperiale e facendolo soccombere, questa interpretazione toponomastica mostra la corda perché il toponimo, come visto, è attestato già un secolo prima di questi eventi. 

Camporegio in una foto d'epoca

Quest’area risulta, invece, di proprietà della famiglia Malavolti quando, intorno al 1225, viene ceduta ai frati domenicani per erigere la basilica di San Domenico che prese il nome di Domenico di Guzmàn, fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori. Negli anni ’40 del Duecento, la strada in Camporegio venne ampliata per volontà delle autorità comunali proprio per facilitare l’accesso a San Domenico che assumeva via via sempre maggiore importanza.


Crediti fotografici
foto 2 e 3 dal sito ilpalio.org

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15 novembre 2015

15 novembre 1823: nasce il conte Bernardo Tolomei

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 novembre 1823 nasce a Milano il conte Bernardo Tolomei, da Niccolò e Camilla Resta. Discendente della nobile famiglia senese dei Tolomei (il titolo di conte viene riconosciuto con diploma cesareo il 22 dicembre 1700 e successivamente nel 1896), sarà protagonista della vita pubblica e politica di Siena, ma anche Senatore del Regno d’Italia. 
Bernardo Tolomei è stato l’ultimo gonfaloniere di Siena (1861-1866) e il suo primo sindaco (1867-1869). Ha ricoperto inoltre la carica di presidente del Consiglio provinciale, è stato Membro della Deputazione provinciale di Siena e Socio onorario dell'Accademia dei Fisiocritici di Siena. Si legge nel suo necrologio che “ogni pubblico ufficio curò con vero intelletto di amore gli interessi locali, studioso di ogni progresso ed inspirato sempre ad un alto sentimento nazionale”

Lapide in onore del conte Bernardo Tolomei
posta nel museo della Nobile Contrada del Nicchio

Il 26 gennaio 1889 viene nominato Senatore del Regno d’Italia nella XVI legislatura. Profondamente legato a Siena, alle Contrade e al Palio è stato priore della Nobile Contrada del Nicchio dal 1894 al 1905 e vince due Palii consecutivamente: il 9 settembre 1900 ed il 2 luglio 1901. Durante il periodo in cui riveste la carica di priore assume, nel 1905, anche quella di rettore del Magistrato delle Contrade. Uomo di grande umiltà scrivono di lui: “Spoglio di alterigia, con l'affabile arguzia e le maniere bonarie attraevasi l'affetto d'ogni ceto… Quand'egli passava per le vie della città, tutti lo salutavano, in segno di onore e di amicizia”. Muore il 1° maggio 1910.


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14 novembre 2015

14 novembre 1895: muore Giuseppe Partini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 novembre 1895 Giuseppe Partini muore nella villa della Selva costruita presso l’Osservanza, villa di sua proprietà e da lui stesso costruita. Nato nel 1842 da una famiglia di umili origini, nella Contrada della Torre, inizia a lavorare come manuale ma riesce a frequentare il corso di Architettura presso l’Accademia di Belle Arti di Siena, diventando, sulla scia di Mussini, un apostolo del Purismo in architettura. 


Allievo di Alessandro Doveri, alla morte del suo maestro, avvenuta nel 1866, è investito di tutti gli incarichi da lui ricoperti: diviene professore di Architettura all’Accademia di Belle Arti, architetto dell’Opera del Duomo (il lavoro di restauro della Cattedrale senese lo impegnerà per tutta la vita) e dell’arciconfraternita di Misericordia (suo il progetto di ampliamento del cimitero monumentale). Fra le sue opere da ricordare la nuova piazza Salimbeni (i lavori cominciano nel 1878, utilizzando i materiali di recupero provenienti dalla demolizione della terrazza di Palazzo Spannocchi, e terminano intorno al 1880), l’Istituto Tommaso Pendola e l’istituto Santa Teresa, il restauro della basilica di San Francesco, alcuni fra i più significativi monumenti funebri al cimitero della Misericordia, il recupero del castello di Belcaro e l'adattamento di quello di Brolio. 


Colpito nella vita da forti dolori, come la perdita prematura dell’amata moglie Clementina, ha come punto fermo il legame con la Contrada della Torre per la quale progetta il restauro dell’oratorio di San Giacomo. Dall’archivio della Torre sappiamo che nel 1893 viene effettuata una sottoscrizione tra i contradaioli per finanziare i lavori. 
La Contrada della Torre, l’11 maggio 1924, dedica a Giuseppe Partini la Sala delle Vittorie.


Crediti fotografici
Si consulti al riguardo l'album fotografico "La città purista di Giuseppe Partini" (oltre 30 foto e relativi commenti) della pagina  Facebook "Archeologia tardoantica e altomedievale a Siena"

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13 novembre 2015

13 novembre 1775: nuove norme a tutela dei “gittatelli” e delle balie del Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 13 novembre 1775 l’ospedale di Santa Maria della Scala emana una serie di norme a tutela dei bambini abbandonati e accolti all’interno dell’ente caritativo e delle balie che li crescevano. Venne destinato al reparto delle balie lattanti un medico che controllasse che le stesse allattassero un solo neonato, che la qualità del latte fosse adeguata e che potesse curare i bambini più esposti a malattie nei primi anni di vita. Le balie che allattavano vennero inoltre dispensate dai lavori di pulizia e dal bucato e venne dato loro un vitto speciale. Tutto ciò si rese necessario dal momento che, tra il 1755 ed il 1774, oltre il 70% dei 5700 bambini accolti dall’ente erano deceduti. 

La lapide posta sul dormitorio delle balie, in via dei Fusari n.48

La criticità di questo reparto dell’ospedale era ben chiara agli amministratori già da tempo. Fin dal rettorato di Agostino Chigi, a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, si assiste, infatti, ad un forte impulso costruttivo che coinvolge il Santa Maria della Scala. Nel 1601 e negli anni successivi, in particolare, le funzioni svolte dalla casa delle balie e da quella dei gittatelli vengono spostate dal corpo principale dell’ospedale ad alcuni edifici già esistenti e adattati alle nuove necessità, posti all’imbocco di strade che proprio a seguito di questa nuova destinazione d’uso prendono in maniera significativa la denominazione toponomastica di Chiasso Ripido delle Balie (oggi vicolo di San Girolamo) e Strada detta delle Balie (ora via dei Fusari). 
I nuovi edifici accolsero i neonati con le balie loro destinate e i bambini, che vivevano distinti per sesso ed età. Vennero rifatti, quindi, i dormitori, dotati di letti di ferro divisi da tende, la cucina, il refettorio, la cisterna, venne istituita un’infermeria e vennero creati vari locali di servizio, ad esempio, per l’asciugatura dei panni o il rimessaggio del legname. 
Queste misure, evidentemente, non furono sufficienti visto che, nel secolo successivo, la situazione dei gittatelli era, evidentemente, peggiorata.


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