31 ottobre 2015

31 ottobre 1451: una violenza carnale al Santa Maria della Scala

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 31 ottobre 1451 viene condannato, per aver usato violenza carnale verso una fanciulla esposta nel Santa della Scala, Giovanni di Matteo, "frate" (si intende con il termine "frati" gli oblati laici) dello stesso ospedale “et al presente castaldo”. La vicenda è grave: la gittatella è ancora una bambina (di 10 anni) e i criteri punitivi messi in atto dall’ente cercano di essere esemplari a dimostrazione di come la dirigenza dell’istituto cerchi di frenare tali abusi. Il personaggio in questione era poi già conosciuto dal Capitolo ospedaliero come uomo disonesto, visto che durante il suo incarico, in qualità di castaldo, aveva “commessi più furti e tolte più cose a le sue mani pervenute de’ beni d’esso spedale appartenenti a la castaldaria”.

La facciata del Santa Maria della Scala su Piazza del Duomo

La riunione capitolare durante la quale viene discusso il caso produce contro frate Giovanni un verbale nel quale si dimostra un tentativo di violenza anche verso un bambino. Si legge nei documenti: “avendo data più e più limosina a una fanciulla povarella d’età d’anni dieci o circha la condusse et menò a essa casa dicendo viene con mecho che ti darò quello che vorraj et in essa casa carnalmente cognobbe et quello che volse fece. Et non contento a uno delitto (...) tolse el mantello a uno de fanciulli de la casa dicendo a luj maj non te lo rendarò se non vieni presso a la mia camara Et per lui non ste’ che con esso fanciullo non commettesse ogni ribaldaria che al suo iniquo appetito piaceva”
Giovanni di Matteo viene deposto da ogni carica e interdetto da qualsiasi ufficio per tre anni. Gli viene vietato di entrare per sei mesi “in capitolo”, di “mangiare in corticella et non altrimenti né altro luogo” ed anche di “dormire per tempo di sei mesi questo dì cominciando in pellegrinaio et non altrimenti (...) et per tempo di sei mesi questo dì cominciando non possi uscire né debbi per alcun modo di casa d’esso spedale”
Giovanni, infine, entro un mese dalla sentenza deve pagare una multa di cento lire e qualora non eseguisse alla lettera ogni indicazione gli sarebbe stato tolto l’abito dell’ospedale. 

Domenico di Bartolo
Accoglimento, educazione, crescita e nozze dei trovatelli (1441-1442)
Siena, Santa Maria della Scala, Sala del Pellegrinaio

La frequenza con cui risultano attestate, durante la seconda metà del ‘400, verifiche e punizioni di questo tenore rispecchia probabilmente la preoccupazione sentita dai quadri dirigenziali dell’ente per la presenza di una profonda crisi morale e disciplinare. Significativo, in tal senso, un’inchiesta che nel 1557 coinvolse tutti i frati dell’ospedale essendo, molti di loro, indagati per gravi episodi di sodomia verso i bambini allevati nell’ospedale. Questa è davvero l’altra faccia del Santa Maria della Scala.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

30 ottobre 2015

30 ottobre 1497: Salimbene Capacci detta il testamento

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 ottobre 1497, Salimbene Capacci, rettore del Santa Maria della Scala, cosciente di essere arrivato alla fine della vita, stroncato da forti e incurabili febbri (morirà il 3 novembre), fa redigere a ser Giovanni Antonio di messer Angelo, notaio dell’ospedale, il testamento contenente le sue ultime volontà. 
Salimbene Capacci era stato alla guida dell’ente senese per oltre quindici anni e durante il periodo della sua carica amministrò l’istituto in modo da tale da rimediare alla difficile situazione finanziaria che il Santa Maria stava attraversando: molti beni dell’ospedale vengono alienati, come la grancia di Stigliano venduta nel 1489 per 4500 fiorini; ospedali redditizi e posti in luoghi strategici come la Francigena vengono sottoposti all’ente senese, come quello di Acquapendente (1484) e di Viterbo (1496). 

Ritratto dipinto da Girolamo Macchi

29 ottobre 2015

29 ottobre 1598: istituito a Siena il Corpo dei Vigili del Fuoco

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 ottobre 1598, il Granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici approva il decreto di Balìa, emanato nel 1596, con il quale si istituisce a Siena la prima vera organizzazione del Corpo dei Vigili del Fuoco. Con tutta probabilità i nuovi provvedimenti presi dal Comune senese si erano resi necessari anche in conseguenza di un grande incendio sviluppatosi nell’ospedale di Santa Maria della Scala, i cui danni avevano assunto proporzioni gravissime. 

Il deposito dei pompieri alle Logge del Papa (1912)

L’ordinamento cinquecentesco stabiliva che i Quattro di Biccherna, insieme ai Gonfalonieri, fossero tenuti, ogni mese di gennaio, a far registrare dal Cancelliere i nomi di tutti i muratori, i legnaioli, i facchini, i mulattieri e gli asinai abitanti in città. Tra questi, per ciascun Terzo cittadino, dovevano essere scelti 10 addetti, tra i quali cinque fra muratori e legnaioli; i trenta eletti il primo di febbraio, alla presenza del Cancelliere di Biccherna, dovevano giurare l’osservanza del capitolato e l’impegno ad accorrere ad ogni evenienza di incendio, sotto pena di lire 50. 
Nel luogo dove scoppiavano le fiamme dovevano necessariamente recarsi anche i Gonfalonieri, per dirigere i detti artefici e prendere nota di quelli che si comportano con più coraggio o che lavorano con maggiore impegno; gli stessi Gonfalonieri erano passibili di una multa di 21 lire qualora non si recassero a compiere il proprio dovere. 

Bozzetti di uniformi di pompieri senesi di fine Ottocento

Per rendere più volenterosi i muratori e i legnaioli prescelti, la Balia stabilì che l’Ufficio del Sale dovesse dare a ciascuno di loro un quarto di sale ogni quattro mesi e che potessero ricevere regali da coloro che venivano soccorsi o salvati nei vari incendi. L'anno successivo, inoltre, si impose ai Gonfalonieri di tenere accesi ogni notte, davanti alle proprie case, dei lanternini in modo da essere subito rintracciabili e raggiungibili in caso di necessità. In cambio ricevevano dal Comune sei staia d’olio. 
Del resto è logico che il problema degli incendi sia veramente forte, basta pensare all’urbanistica della Siena del Cinquecento: strade strette, edifici a più piani addossati gli uni agli altri e utilizzo del legno nelle costruzioni, favorivano la veloce propagazione del fuoco che, spesso, raggiungeva dimensioni catastrofiche.


Crediti fotografici
La prima foto è tratta dal volume "Siena dei bisnonni", a cura di Luca Luchini e Piero Ligabue, Alsaba editore, 1987

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28 ottobre 2015

28 ottobre 1560: Cosimo I de' Medici entra a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 ottobre 1560 Cosimo I de’ Medici giunge a Siena, l’ultima delle sue conquiste. La disperata resistenza della repubblica senese asserragliata a Montalcino, circondata dalle truppe spagnole e fiorentine, si conclude nel 1559 dopo la firma del trattato di Cateau-Cambrésis, che sancisce il nuovo assetto politico europeo. 
L'antico Stato senese viene abbandonato dalle ultime truppe francesi e dato in feudo a Cosimo de' Medici dal re di Spagna Filippo II. In osservanza del patto di capitolazione firmato da Carlo V nell'aprile 1555, viene rispettato l'impegno di mantenere a Siena le antiche magistrature repubblicane del Capitano del Popolo, della Balìa e del Concistoro e di attribuirne le cariche attraverso l'equa divisione fra i Monti. Ma per Siena, i fiorentini, saranno visti da ora in poi come coloro che hanno posto fine alla sua libertà. 

Biccherna priva di attribuzione
Solenne ingresso di Cosimo I in Siena (1560?)
Siena, Archivio di Stato

L’arrivo di Cosimo de’ Medici viene narrato minuziosamente da Agostino Provvedi: accompagnato dalla moglie Eleonora di Toledo, Cosimo con il suo numeroso corteo, tra cui gli ambasciatori di Lucca e Ferrara, nel bel mezzo di un generale scampanio delle chiese cittadine entra da porta Camollia, dove ad attenderlo i senesi, che certo non vogliono rendere omaggio al vincitore del tremendo assedio e responsabile della fine della Repubblica libera, sono davvero in pochi, come mostra, impietosamente, una Tavoletta di Biccherna (vedi sopra). Dopo la messa in Duomo, si trasferisce a Palazzo Pubblico, dove la sala del Consiglio (e non è casuale) è stata trasformata in teatro e viene messo in scena l’Hortensio di Alessandro Piccolomini. Il giorno dopo si corre un palio alla lunga e una replica della recita, mentre il 30 ottobre tocca alla pallonata. Il 31 ottobre, infine, viene fatta una sfilata con macchine, insegne e comparse in Piazza con tutte le Contrade, a cui segue un gran ballo e fuochi d’artificio dalla Torre e dalle finestre di Palazzo Pubblico. Al termine dei necessari festeggiamenti Cosimo riparte (finalmente, forse pensarono i senesi) per Firenze.


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27 ottobre 2015

27 ottobre 1865: muore Francesco Santini, detto “Gobbo Saragiolo”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 ottobre 1865 muore Francesco Santini, per tutti, il “Gobbo Saragiolo”. Se tra i fantini di tutti i tempi si dovesse eleggere il “fantino della storia” sarebbe senz’altro lui, e non solo per aver vinto 15 Palii su 59 Carriere disputate (record di vittorie a pari merito con Bastiancino), ma per essere stato il vero uomo della Piazza. 



Il Gobbo Saragiolo è stato, infatti, il prototipo del fantino perfetto: abile, astuto, subdolo, prepotente, ma anche avido (di soldi e di vittorie) amato e odiato con uguale forza. 
Nato a Montalcino il 14 dicembre 1809, fabbro di professione, come il padre, corse pressoché ininterrottamente dal 2 luglio del 1823 al 2 luglio 1860. Esordisce non ancora quattordicenne nella Chiocciola e vince clamorosamente. Piccolo di statura, secco e gobbo (da cui il soprannome), incanta Siena con la sua abilità col nerbo, la sua freddezza e la sua capacità di vincere con cavalli anche mediocri. 
Conteso tra le Contrade, non si perita a correre anche nelle rivali, seguendo sempre più il denaro che qualsiasi altra motivazione. Un esempio sono Oca e Torre: con il giubbetto di Fontebranda corre 9 Palii vincendone 3, mentre per i colori di Salicotto ne corre 11 vincendone 5. 

Palio del 2 luglio 1831 vinto dal Gobbo Saragiolo per la Contrada dell'Oca

Di episodi da raccontare è costellata la sua vita: il Sergardi racconta che nell’agosto del 1832, quando vinse nell’Oca, “per colmo di birbanteria si era tutto insaponato, perché se mai fossa stato preso, non potessero fermarlo, atteso lo scivolo”. Oppure, e qui si vede tutta la sua furbizia, come racconta il Comucci, nel luglio 1855, correndo per la Selva con uno dei cavalli favoriti, va di proposito a diritto a San Martino uscendo di pista, lì trova suo figlio che di nascosto gli aveva portato i vestiti, si toglie il giubbetto della Contrada e scappa. Il giorno dopo, ai delusi quanto furiosi contradaioli risponde: “Ma che dovevo vincere per voialtri miserioni che mi davi 140 monete, quando ne ho guadagnate 170?”
Nella Torre corre l'ultima Carriera, il 2 luglio 1860, a 51 anni. Ma anche nella vita Francesco Santini non è proprio uno stinco di santo. Solo un esempio: salta i Palii del 1858-1859 perché in carcere (prima a Siena poi alle Murate di Firenze) per furto aggravato. Sconterà quasi 20 mesi.


Documentazione
Per altre informazioni su questo personaggio si veda il sito ilpalio.org
Per le molteplici grane giudiziarie del Gobbo Saragiolo si veda Alessandro Ferrini, Maurizio Picciafuochi, Enrico Giannelli, Orlando Papei, "Fantini brava gente. Disavventure giudiziarie dei fantini del passato ", Betti Editrice Siena, 2014

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26 ottobre 2015

26 ottobre 1610: muore il pittore Francesco Vanni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 ottobre 1610 muore il celebre pittore Francesco Vanni e viene sepolto nella chiesa di San Giorgio. I figli, Raffaello e Michelangelo, che hanno seguito le orme paterne, gli dedicano un monumento funebre che si trova nella controfacciata della chiesa di Pantaneto, alla quale la famiglia era legata: sul primo altare a sinistra si trova il dipinto “Gesù al Calvario”, opera di Francesco Vanni, mentre il “Cristo che cade sotto la croce” è realizzato dal figlio Raffaello. 

Autoritratto, Pinacoteca Nazionale, Siena

Francesco Vanni nasce nel 1564. Le seconde nozze della madre con Arcangelo Salimbeni ne condizionano la vita: il patrigno gli fa da maestro e il fratellastro, Ventura Salimbeni (figlio di Arcangelo e della madre del Vanni), è anch’egli pittore. 
Si trasferisce a Bologna dove studia con Federico Barocci, ma poi si sposta a Firenze e Roma subendo l’influenza di Raffaello e del Carracci. Negli anni Novanta del Cinquecento ritorna a Siena, dove realizza numerose opere d’arte sacra. 

Sant'Ansano battezza i senesi (1593-1596)
Duomo di Siena, altare di Sant'Ansano

Appartiene alla congregazione del Sacro Chiodo, Confraternita che avrà un grande rilievo nella diffusione della riforma cattolica del Concilio di Trento a Siena nella seconda metà del Cinquecento. Nelle sue realizzazioni sono infatti perfettamente rispettati i canoni della Controriforma. 
Tra i molti lavori, a Siena, realizza l’altare di Sant’Ansano in Duomo e l’altare maggiore nella chiesa di San Niccolò in Sasso, mentre, nel territorio, ricordiamo la “Madonna della Concezione” nella Collegiata di Montalcino, “L’Annunciazione” nella Compagnia della SS. Annunziata a Torrita. Le sue opere, tuttavia, si trovano anche a Pisa, Pistoia, Lucca. Roma, Genova e all’estero: Lione, Monaco. Salisburgo, Madrid ...

Pianta assonometrica di Siena, 1595

Dal 1600 al 1604 è a Roma dove lavora anche per papa Clemente VIII che gli concede l'onorificenza di Cavaliere di Cristo. A Siena, tuttavia, è ancora oggi ricordato per un’opera di soggetto non religioso: nel 1595 realizza, infatti, una pianta di Siena che è stata definita “una fotografia ante litteram”. Con un’abilità ancora inusuale per i tempi, la città di Siena viene ripresa “a volo d’uccello”. Si pensi a quanto rudimentali fossero ancora gli strumenti per le rilevazioni del terreno nonostante il progresso rinascimentale ed è eccezionale la realizzazione di questo rilievo assonometrico quasi perfetto che rispetta il bilanciamento tra necessità prospettiche, il rapporto tra volumi e distanze e la tessitura grafica.


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25 ottobre 2015

25 ottobre 1852: nasce Rinaldo Franci

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 ottobre del 1852 nasce a Siena, da Angelo e Caterina Caselli, Rinaldo Franci. Fin da piccolo studia musica con grandi maestri dell’epoca quali Rinaldo Ticci (direttore della Banda Musicale Senese e dell’annessa “Scuola di Musica e di Solfeggio”) e, per il violino, Bizzarri. 


Inizia ad esibirsi in pubblico a sette anni, eseguendo anche musica da ballo per aiutare economicamente la famiglia. Fonda il “Quartetto Senese” e dirige la Società Orchestrale Senese che hanno tra i mecenati il conte Guido Chigi Saracini. 
La sua fama di violinista si diffonde in Italia e all’estero: si esibisce in tournée in svizzera (1886) e in Argentina (1887), e, in seguito, anche in Francia, in Inghilterra, in America. Nel 1888 tiene un memorabile concerto al teatro dei Rozzi diventando un idolo per i senesi. 

Epigrafe dedicata a Rinaldo Franci posta il 14 settembre 1919 per volontà della Società Orchestrale Senese. La lapide si trova in via del Paradiso n. 21 dove aveva sede la Società. 

Pietro Mascagni, dopo aver ascoltato la sua esecuzione dell’intermezzo della Cavalleria Rusticana, commenta che nella musica di Franci percepiva la forza di venti strumenti. 
Dirige per molti anni il Conservatorio Musicale Pacini di Lucca e, dal 1895, la Banda Musicale Senese e la Scuola annessa che oggi porta il suo nome. 
Muore improvvisamente nel 1907, a poco più di 50 anni, per paralisi cardiaca mentre, come violino solista, si sta esibendo in concerto a Siena. È cavaliere della Corona d’Italia. La città di Siena ha intitolato a Rinaldo Franci anche un passeggio alla Lizza.


Crediti fotografici
foto 2: "La memoria sui muri: iscrizioni ed epigrafi sulle strade di Siena", Associazione culturale per la valorizzazione delle opere minori dei centri storici, 2005

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24 ottobre 2015

24 ottobre 1976: inaugurato il Palasport

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 ottobre 1976 viene inaugurato in viale Sclavo il nuovo (e più grande) palazzetto dello sport. E proprio dal nome della strada su cui sorge per i senesi divenne da subito il "PalaSclavo", poi “PalaMensSana” ed oggi “PalaEstra”


La nuova struttura, stracolma per l'occasione (si parlò di quasi 6000 persone), venne "battezzata" con una partita di basket tra la Mens Sana e la Brill Cagliari; una partita tirata, vinta, dopo un tempo supplementare, dai padroni di casa 78-76. 
Il nuovo palazzo non portò però troppa fortuna alla Mens Sana che terminò la stagione 1976-1977 al quartultimo posto con 16 punti, retrocedendo in A2. 


Le grandi competizioni, per normative di sicurezza e capienza di spettatori, salutarono così il glorioso Dodecaedro che ha rappresentato una tappa fondamentale per la Polisportiva Mens Sana nella sua evoluzione verso lo sport professionistico. 
La decisione di costruire il Dodecaedro fu presa nel 1965. La Polisportiva allora non aveva ancora le forze per sostenere da sola un impegno economico di tale portata. Solo grazie al coraggio dei dirigenti di allora, a partire del Presidente Giannelli (al quale alla fine degli anni ‘90 viene intitolato l’impianto) fu possibile realizzare la struttura, ancora oggi attiva per lo sport senese.


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23 ottobre 2015

23 ottobre 1611: la Madonna di Provenzano traslata nella nuova Basilica

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 ottobre 1611, con solenne processione, la statuetta miracolosa della Madonna, detta di Provenzano, viene traslata nella nuova Collegiata da poco benedetta (il 16 ottobre). Molti, ormai, miracoli attribuiti alla statua che si era “salvata” (almeno il volto e la testa: in origine si dice fosse a figura intera, probabilmente con il Cristo morto sulle ginocchia) dallo sparo dell’archibugiere spagnolo (che fine aveva fatto il soldato? Alcune versioni raccontano che morì nello scoppio dell’archibugio, mentre altre lo danno come pentito e convertito al culto della Vergine). 

La Madonna di Provenzano

Ne ricordiamo alcuni: Stefano d’Agnolo detto il Sarteano, dopo varie apparizioni della Vergine, riacquista la vista; Pietro e Maddalena Vernale, che abitavano nella casa davanti a quella in cui si trova la statuetta, gravemente malati si affacciano alla finestra per pregare la statua e guariscono; nel 1594 Giulia di Orazio, una prostituta di Provenzano, che la sera del primo luglio aveva deriso coloro che adornavano l’immagine per la festa del giorno successivo, si pente, prega la Vergine affinché le sani una cancrena e il 2 luglio, festa della Visitazione (e non è un caso), si sveglia guarita. 

Antonio Gregori, "Traslazione della Madonna di Provenzano", 1618(?)
 Siena, Palazzo Pubblico, Saletta del Capitano

Come si capisce sull’origine di un culto così sentito i fatti storici si sono intrecciati a leggende e racconti popolari. Non manca nemmeno uno dei protagonisti della Siena del Cinquecento, Brandano, il “pazzo di Cristo” che in un sermone prima della morte (1554) sembra predire questi avvenimenti: “Siena! … Io vedo i tuoi mali e non posso rimediarvi, perché Iddio è troppo adirato con te, Siena! … Metti la Signoria nel crivello, sinnò andrai in bordello! Siena! … Manda le tue figliuole scalze a far penitenza in Provenzano, perché t’è vicina a venire addosso una gran piena che t’affogherà … Senesi! Il vostro benessere è riposto in Provenzano e l’alta Regina che ha guardata Siena, la guarderà in eterno”

Biccherna non attribuita (1610-1613)
traslazione dell’immagine della Madonna di Provenzano nella chiesa a Lei dedicata
Archivio di Stato di Siena

Come sia la devozione dei senesi e soprattutto della povera gente del quartiere di Provenzano (popolato di barboni e meretrici, come ci raccontano anche oggi i nomi delle sue strade) alla “Madonnina ferita” raggiunge dimensioni tali che si decide di costruire un santuario per conservarla. 
L’arcivescovo di Siena Ascanio Piccolomini, preoccupato dal diffondersi della nuova devozione e della sua conformità alle severe prescrizioni dettate dal Concilio di Trento, in un primo momento tenta di frenare il fenomeno proibendo, per esempio, di accendere lumi sotto l’icona e permettendo l’affissione dei voti solo di notte. In seguito informa, però, dei fatti senesi papa Clemente VII e il 20 ottobre 1594 la Congregazione dei Sacri Riti dispone che “è bene che non solo [l’immagine] si conservi, ma si aumenti la devozione della gente, e che però procuri che quell’Immagine sia tenuta con il decoro che conviene”. Se ancora non si ebbe il riconoscimento del miracolo, la delibera contiene importanti disposizioni per la costruzione del futuro santuario: “con l’oblazioni et elemosine delle persone devote si può fabbricare una Chiesa è bene farlo, et se non si può per ora fare una Chiesa, si faccia almeno una Cappella da potervisi celebrare …”. 
Dal 1656 in onore della Madonna di Provenzano si corre il Palio del 2 luglio.


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22 ottobre 2015

22 ottobre 1847: un ocaiolo accusato di aver “rubato” il Palio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 ottobre 1847 viene definitivamente accusato, per i gravi fatti di pubblica violenza accaduti dopo il Palio del 2 luglio 1846, Ferdinando del fu Stefano Poggiolesi, nato e domiciliato a Siena, di anni 32, coniugato senza figli e di professione calzolaio. 


I fatti per i quali era stato accusato Ferdinando sono davvero eccezionali: nel luglio dell’anno precedente nel “giorno nel quale sulla piazza del Campo di detta Città di Siena si corre ogni anno un famigeratissimo (sic) palio di cavalli”, i senesi assistono ad una Carriera davvero combattuta e incerta. Sette Contrade partono in un gruppo quasi compatto e si alternano al comando. Arrivano in volata la Civetta, l’Oca con Storto e l’Istrice con Bicchierino. Sagrino riesce a spuntarla di pochi centimetri e al termine della Carriera i Giudici decretano la vittoria della Civetta apprestandosi a consegnare ai contradaioli il drappellone. 

Il Palio "rubato"

Molti ocaioli, però, sono convinti di aver vinto e in queste fasi concitate il Poggiolesi, come si legge negli atti del processo, “parteggiante caldissimo dell'altra contrada dell'Oca … si diede a clamorosamente protestare che ingiusto era stato quel giudizio in favore del cavallo della contrada rivale, sostenendo che la vittoria era stata invece riportata dall'cavallo dell'Oca suddetta”, così spalleggiato da un gruppo nutrito di contradaioli di Fontebranda sale sul palco dei Giudici, si impossessa del drappellone e lo porta in trionfo per la città “non senza grave scandalo pubblico, e pericolo ancor che la pubblica pace fosse turbata per le reazioni che colla massima facilità potevano destarsi”. Il Cencio viene recuperato e consegnato ai legittimi vincitori solo il giorno successivo.


Documentazione
Per la cronaca del Palio del 2 luglio 1846 si veda il sito ilpalio.org

Crediti fotografici
1. dal sito ilpalio.org
2. L’immagine del Drappellone è tratta, come sempre, dalla serie di volumi "Pallium" pubblicati da Betti edizioni

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21 ottobre 2015

21 ottobre 1945: la Mens Sana si iscrive al campionato italiano di basket

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 ottobre 1945 il Consiglio direttivo della Polisportiva Mens Sana aderisce ufficialmente al Campionato Italiano di Pallacanestro dopo essersi, il 26 settembre, già affiliata alla Federazione Italiana Pallacanestro sia con la sezione maschile che con quella femminile. La Polisportiva dunque, subito dopo la caduta del fascismo, ha voglia di rinascere e riprendere appieno le sue attività. 

1878 - Lavori di sistemazione esterna di Via Sant'Agata

Già nel marzo del 1945 si era insediato il primo consiglio direttivo del dopoguerra e, nello stesso periodo, la Mens Sana rientra in possesso della “palestra di Via Sant’Agata” che sarà di nuovo agibile dopo mesi di duro lavoro. Nell’ottobre del 1945 la Polisportiva vanta già 1000 soci e 14 sezioni sportive. Nel Campionato 1945-1946 la Mens Sana pallacanestro gioca in prima divisione, dove resterà fino al 1948 anno in cui conquista la promozione in serie C. La grande avventura è, comunque, iniziata. 

Campionato 1952-1953: la Mens Sana torna vincitrice da Roma

Da notare che i primi colori della società sono il bianco ed il nero, i colori della Balzana. Su come siamo arrivati ai colori bianco e verde ci sono varie versioni: c'è chi sostiene che quando la Mens Sana si sposta nei locali della palestra di Sant'Agata, sotto il Liceo Classico Piccolomini, prende i colori di quest'ultimo che sono, appunto, il bianco e il verde, perché molti atleti provenivano da questa scuola; altri raccontano che proprio nel 1945 ci fu una lotteria, per cercare un po' di risorse finanziarie, e in premio c'era una bicicletta Legnano offerta dal concessionario che si trovava in Piazza del Campo. Il vincitore lasciò gran parte del premio, la bicicletta e diecimila lire, alla Polisportiva e con questi soldi in seguito vennero comprate le maglie sociali che saranno, appunto, bianche e verdi.



Documentazione
Per saperne di più si consiglia "Siena in biancoverde", Betti Editrice, 2002
Per un tuffo nelle emozioni: Roberto Morrocchi "La fabbrica degli scudetti", edizioni Cantagalli, 2011

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20 ottobre 2015

20 ottobre 1632: una bufalata in onore del granduca Ferdinando II de’ Medici

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 ottobre 1632 è in visita in città il granduca Ferdinando II de’ Medici, e suo fratello Mattias, governatore di Siena, gli dedica una splendida bufalata corsa da 6 Contrade. Alcune incisioni del disegnatore Bernardino Capitelli ci mostrano il corteo che precede la corsa e soprattutto i magnifici carri allestiti dalle Contrade partecipanti. 



Questi ultimi non sono più le nude fortezze dentro le quali si raccoglievano i cacciatori delle cacce ai tori del secolo precedente, ma autentiche opere architettoniche ispirate principalmente alla mitologia classica, sempre con un richiamo al nome della Contrada: in quello della Lupa, così, trova posto la madre di Romolo, in quello dell’Oca il Campidoglio con il tempio di Giove e via dicendo. 



Dopo il corteo dei carri sfilano anche le bufale (di razza maremmana) accompagnate dalla segnatura dai “pungolatori” travestiti da satiri. I pungolatori, come dice il nome, erano indispensabili durante la corsa per “pungolare” la bufala spronandola a muoversi, oppure a rimetterla in pista qualora decidesse di cambiare strada. 



La bufalata parte del vicolo dei Borsellai, le bufale, montate comunque da un “buttero”, dovevano compiere tre giri di Piazza, ma nel senso inverso rispetto a quello che sarà, in seguito, quello del Palio alla tonda. In una Piazza addobbata con palchi e gremita di pubblico si aggiudica la vittoria della bufalata il Nicchio.


Documentazione
Per maggiori informazioni e per la serie completa dei carri allegorici si veda la pagina http://goo.gl/n3DZMD

Crediti fotografici
Le immagini sono tratte da: "I carri delle sei contrade, che comparuero splendidamente in teatro alla luce di ser.o Sole, ue[n]gono hora p[er] lor disauentura oscuramente delineati nell'ombre confuse de miei debili intagli ... Siena il dì marzo 1632, deuotiss.o ser.e Bernardino Capitelli", Capitelli, Bernardino, 1589-1639

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

19 ottobre 2015

19 ottobre 1815: muore Paolo Mascagni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 ottobre 1815, in seguito ad un attacco di "febbre perniciosa", nella sua villa di Castelletto vicino a Chiusdino, muore improvvisamente Paolo Mascagni, il celebre anatomista che tanto ha dato nel campo della ricerca medica. 
Paolo Mascagni, di Aurelio, nasce a Pomarance (Pisa) nella casa della madre Elisabetta Burroni, il 25 gennaio 1755. Appena diciassettenne viene mandato a studiare a Siena dove, nel 1778 si laurea in Filosofia e Medicina. 


Uno dei suoi insegnanti, l’anatomista lucchese Pietro Tabarrani, lo vuole subito come suo assistente e alla sua morte Mascagni viene nominato lettore ordinario di anatomia con uno stipendio iniziale di 120 scudi. I suoi primi interessi si rivolgono soprattutto al mondo delle scienze naturali come testimoniano gli studi sui soffioni boraciferi, una realtà che gli è certo familiare grazie alla vicinanza di Larderello al suo paese di origine, ma gli interessi medici rimangono comunque sempre i prediletti. 
Intrapreso il cammino della ricerca medica e la carriera accademica a Siena, nel 1798 Mascagni viene eletto presidente dell'Accademia dei Fisiocritici. Illuminista e ammiratore della rivoluzione francese è oggetto di violenze durante la rivolta sanfedista del Viva Maria e incarcerato per vari mesi con l’accusa di aver aderito alla Municipalità, governo a carattere giacobino-repubblicano.

Lapide che ricorda la casa dove visse a Siena Paolo Mascagni.
Si trova nel Casato di Sopra al n.c. 35

A causa delle travagliate vicende politiche, il 1° gennaio 1800, alla riapertura dell’Ateneo senese, Mascagni non viene richiamato ma, nel 1801, per volontà del Re di Etruria, viene nominato professore di Anatomia a Pisa, con l'obbligo di leggere le proprie lezioni due volte la settimana nell'Arcispedale fiorentino di Santa Maria Nuova. Solo dopo la morte di Re Ludovico I di Borbone, la vedova, Regina Reggente, dispone che Mascagni, nel 1803 divenga professore di anatomia a Firenze.
Paolo Mascagni sarà un uomo che precorrerà sempre i tempi: lo farà come grande anatomista, legando il suo nome alla scoperta e allo studio dei vasi linfatici, e come spregiudicato liberale, giocando un ruolo di primo piano nel movimento giacobino toscano. 
La fama scientifica di Paolo Mascagni è legata agli studi volti alla dimostrazione del funzionamento del sistema linfatico nell’opera "Vasorum lymphaticorum historia" (Siena 1787), a cui seguono, fra l'altro, i due Atlanti, opere postume, pensati dal Mascagni quale sussidio fondamentale per lo studio dell'Anatomia per gli studenti delle Belle Arti e quelli di Medicina. Negli anni di insegnamento fiorentino collabora, come consulente scientifico, alla scuola ceroplastica del Museo di Storia Naturale. 
A Mascagni è dedicata una Sala presso l'Accademia delle Scienze dei Fisiocritici, nella quale sono conservati i suoi preparati anatomici, le opere note per le splendide tavole didattiche, la biblioteca e l'archivio della Famiglia Mascagni. A Siena via Paolo Mascagni è davanti a Porta Laterina.


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18 ottobre 2015

18 ottobre 1405: nasce Enea Silvio Piccolomini, il futuro Papa Pio II

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 ottobre 1405 nasce a Corsignano, in provincia di Siena, Enea Silvio Piccolomini. Della sua vita, delle sue opere e del suo pontificato è stato scritto moltissimo e le vicende sono note a tutti. Gli studi sulla figura e la biografia di Pio II sono numerosi e diversificati, sia come letterato sia come uomo di politica e di chiesa. 


Diplomatico e consigliere di Federico III (a partire dal 1442 quando fu inviato da Felice V alla corte di Boemia), poeta ed umanista (tra le molte sono celebri i "Commentari", che scrisse in latino ed in terza persona, e dove annotò molte cose, anche frivole o futili, sui fatti ed i costumi dell'epoca), segretario del concilio e dell’antipapa, vescovo, cardinale ed infine pontefice con il nome di Pio II (il 19 agosto 1458, a 53 anni), la figura di Enea Silvio Piccolomini riflette l’estrema complessità di una vicenda personale eccezionalmente peculiare e distintiva. 

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio,
Il Piccolomini pronuncia un discorso davanti a Re Giacomo I di Scozia (1502-1507)
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Tuttavia l’itinerario personale del Piccolomini conserva una sua unità concettuale, una sua distintiva coerenza di fondo individuabile sin dalle opere letterarie composte alla vigilia del suo pontificato fino alla sua morte, ad Ancona il 14 agosto 1464, in attesa di partire per la crociata da lui promossa e tanto agognata (dopo aver fallito nella sperata conversione al cristianesimo di Maometto II).

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio
Pio II, dopo l'incoronazione, entra in San Giovanni in Laterano
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Dinanzi alle divisioni politiche e religiose che lo circondano, Piccolomini individua nella ricerca della pace e della concordia del mondo cristiano il valore più alto che la Chiesa ha il dovere di promuovere, all’insegna del recupero, tutto umanistico, dei valori cristiani. 

Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio
Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata
Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

In tal senso, anche la promulgazione della crociata si inserisce all’interno di un quadro di recupero, rivendicazione e difesa della civiltà cristiana e dunque europea. Da ricordare che, tra le sue attività di mecenate la realizzazione della sua città ideale e la trasformazione del suo paese natale, Corsignano, in quello splendido gioiello rinascimentale che è oggi Pienza.


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17 ottobre 2015

17 ottobre 1890: un incendio sui tetti del Duomo

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La mattina del 17 ottobre 1890, intorno alle 11, scoppia un incendio sui tetti del duomo mentre si stanno svolgendo alcuni lavori di manutenzione alla copertura fatta in legno e piombo. Probabilmente il vento stacca il recipiente in cui gli operai tengono il fuoco e una scintilla, caduta nel “graticolato di legno sottostante”, crea un “incendio furibondo”


Il tetto del Duomo

In breve tempo l’armatura della cupola viene distrutta dalle fiamme, e così parte della copertura della navata centrale, riducendo in cenere le parti in legno e fondendo completamente le lamine in piombo “tanto che nel momento dell’incendio il superbo monumento presentava uno spettacolo imponente e terribile di fiamme e fumo che si alzavano in vortici spaventosi, minacciando le fabbriche più prossime, di travi crollanti e di piombo liquefatto fluente giù per le curve delle volte, alla cui solida costruzione soltanto si deve se non ebbero a lamentare ulteriori danni e rovine al monumento”


Panorama dal tetto del Duomo

Alle 4 del pomeriggio l’incendio è domato. Il racconto dell’episodio è tratto dalla relazione che l’allora Rettore dell’Opera, Carlo Periccioli, stila nel luglio del 1891 per presentare alla Commissione Conservatrice di Belle Arti il progetto di restauro elaborato dall’architetto Giuseppe Partini. Il progetto viene approvato e nel 1895 i lavori di ristrutturazione sono conclusi, anche se Partini morirà in questo anno e al suo posto li porterà a conclusione, con la carica di Architetto dell’Opera del duomo, ad Agenore Socini. 


Ciro Santi, La facciata del Duomo di Siena, Stampa del 1778

Con il progetto di Partini la cattedrale assume la configurazione attuale. Da una foto Alinari del 1855 si vedono chiaramente le differenze: la cupola e la navata, prima della distruzione, avevano in parte una forma e una dimensione diversa (la cupola era anche più “schiacciata”) e si distingueva, al centro della copertura, un camminamento. 
Partini, progettando la copertura del tetto e la cupola prova ad eliminare le cause che hanno generato l’incendio: la struttura in legno e l’utilizzo del piombo saldato a fuoco. Viene scelta una soluzione in laterizio che non utilizza le capriate in legno e semplifica il disegno della navata centrale eliminando il camminamento, la sopraelevazione e riducendo la copertura a solo due falde. L’architetto crea, poi una copertura senza saldature in piombo ma fissata ad una serie di profili di ferro fatti a “T”, disposti longitudinalmente alla pendenza e sul colmo e a sua volta fissati sul sottofondo di calce e laterizio.


Vigili del fuoco su un mezzo antincendio negli anni Venti del Novecento

Nel tragico incendio che colpì il duomo di Siena il 17 ottobre 1890 le cronache si diversificano circa la tempestività degli interventi. Se alcuni raccontano che i pompieri furono tempestivi ed efficienti dato che le fiamme vennero domate in 5/6 ore, altri narrano che in questa circostanza si dimostrò appieno l’inefficienza e la scarsità di potenza dei mezzi messi a disposizione dei vigili del fuoco senesi, da qualche tempo lamentata.
Il Corpo dei Pompieri Municipali “per la pronta estinzione degli incendi”, come dichiarava in maniera programmatica lo statuto, fu istituito a Siena nel 1870 (con l’unificazione d’Italia, retaggio delle istituzioni Napoleoniche, infatti, ogni Comune istituì un proprio servizio antincendio con organici formati in un primo tempo da volontari cui si affiancò, successivamente, il personale permanente). Il Corpo aveva un’organizzazione militare che comprendeva ventiquattro militi e sei graduati, anche se un terzo della forza continuava ad essere costituito da muratori, falegnami, meccanici, fontanieri. 
L’armamentario ottocentesco comprendeva tre pompe (due aspiranti e prementi ed una premente), una scala aerea ed un carro che doveva essere trainato a mano. Il lavoro, dunque, nei primi decenni viene svolto con mezzi modesti ed attraverso mille difficoltà e disagi, facilmente intuibili e chiaramente evidenziati in una lettera scritta nel 1888 da un cittadino: “Mancano i cavalli per trascinare le pompe di maggiore potenza – scrive - mentre attualmente i pompieri devono trascinare da loro le pompe con perdita di tempo, ma anche con molto sciupo di forze se il percorso è piuttosto lungo”
La polemica sull’efficienza dei vigili del fuoco a Siena verteva anche sulla possibilità di intervenire con maggiore celerità perché non era stabilito un punto di raduno dei pompieri e bisognava andarli a cercare nelle rispettive abitazioni, cercando di evitare episodi spiacevoli come quando non fu possibile trovare la chiave dell’arsenale (il deposito dei pompieri) se non dopo molte ricerche e molta perdita di tempo.


Crediti fotografici
1. 2.: foto del Tesoro di Siena su Flickr
3. Archivio fotografico Malandrini - Fondazione MPS

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16 ottobre 2015

16 ottobre 1611: consacrata la collegiata di Provenzano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 ottobre 1611 viene consacrata e aperta ufficialmente al culto la collegiata di Provenzano. La storia che sta all’origine della sua fondazione è nota ai senesi: un giorno un soldato spagnolo, ubriaco, spara ad un’immagine della Madonna che si trova su una casa nel rione di Provenzano. Ma il fucile esplode e l’immagine rimane illesa. Si grida al miracolo e la casa diverrà presto luogo di venerazione e di miracoli. 


I Medici, che da tempo cercano il modo di sradicare dalla mente dei senesi il culto della Madonna del Voto che si trova in Duomo, troppo legata alla storia repubblicana della città, colgono l’occasione al volo e promuovono la costruzione di un nuovo centro di culto. 
Ricevuto il permesso di erigere una chiesa nella quale custodire la sacra immagine, vengono nominati 4 operai per sovrintendere all’opera. L’8 aprile 1595 viene indetta una riunione tra tutti gli artisti della città: i progetti vengono raccolti ed inviati al granduca Ferdinando I perché scelga il migliore. Il disegno vincitore risulta quello Damiano Schifardini, senese di origine, matematico e geometra, monaco della Certosa di Firenze, ma, soprattutto, precettore dei figli del Granduca Ferdinando I de’ Medici. Schifardini, oltre al disegno elabora anche un modello ligneo della chiesa. I progetti verranno, di fatto, seguiti ed eseguiti dallo scultore e architetto Flaminio del Turco, nominato capomastro della fabbrica, al quale spetta, in realtà, la paternità dell’edificio. 


Il 20 agosto si cominciano gli scavi per le fondamenta e il 24 ottobre 1595 si inizia a murare. La prima pietra viene collocata solennemente dallo stesso Flaminio del Turco: nel suo incavo, vengono poste 20 monete d’argento con l’impronta del Granduca oltre ad alcune medaglie raffiguranti la Madonna di Provenzano. 
I lavori di costruzione della chiesa giungono al tetto già nel 1602, quando si pose il problema della forma da dare alla cupola. Lo Schifardini nel frattempo era morto, e nel suo modello ligneo la cupola era rotonda e depressa (“chiatta”), forse simile a quella di Santo Spirito e Santa Maria degli Angeli. Si pensò che una tale soluzione architettonica avrebbe sciupato la chiesa, così del problema viene investito direttamente il Granduca. Questi il 4 giugno giunse in visita a Siena dove chiese un parere al fratello Giovanni de’ Medici, esperto di architettura, che suggerì le modalità di innalzamento della cupola, costruita a calotta semplice, gli espedienti tecnici per eseguirla e propone anche di lasciare una piazza davanti alla facciata. 
I consigli vennero accolti immediatamente tanto che il 22 ottobre 1604 anche la parte strutturale della cupola risulta terminata.


Crediti fotografici
1. Leonardo de Vegni, Vincenzo Rust, "Chiesa della Madonna di Provenzano", 1775. Incisione su rame
2. Antonio Gregori, "Investitura del rettore di Santa Maria in Provenzano", 1614. Pergamena, Archivio di Stato di Siena, Concistoro 2341, c. 89

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