30 settembre 2015

30 settembre 1999: chiude l’ospedale psichiatrico di San Niccolò

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 settembre 1999 chiude definitivamente le sue porte l’ospedale psichiatrico di San Niccolò, anche se la riforma Basaglia, che determinò la fine dei manicomi, risale a quasi vent’anni prima (la Legge 180 è del 13 maggio 1978). 

Il prospetto dell'edificio centrale 

Il San Niccolò di Siena è stato una delle più importanti istituzioni sanitarie per l’intero comprensorio toscano, inteso quale bacino di accoglienza dei malati di mente provenienti da altre città, soprattutto Grosseto, Arezzo, Livorno, Pisa e perfino Roma e Perugia. 
Inaugurato il 6 dicembre 1818 (festa di San Niccolò), fu fondato a seguito della soppressione del convento omonimo, per intercessione della Compagnia dei Disciplinati. L’edificio, diviso in due sezioni (le gravide occulte e i tignosi da un lato e i dementi dall’altro), all’apertura ospitava 34 malati. 

Ingresso del Manicomio 

La Confraternita dei Disciplinati, la più antica compagnia laicale posta nei sotterranei del Santa Maria della Scala, dedita per vocazione alle opere pie, nel momento in cui fu riformata dal granduca di Toscana in Società di Esecutori di Pie Disposizioni (1870), per volontà dello stesso granduca, ottenne di dar vita ad un nuovo, grande, ricovero per malati mentali nell’ex monastero di San Niccolò. 
Le Pie Disposizioni mantennero sempre il potere amministrativo-finanziario sul San Niccolò che controllavano tramite una deputazione di quattro "confratelli", ai quali doveva sottostare anche il medico, mentre la nomina del direttore spettava alla Deputazione della Compagnia dei Disciplinati. 

Edificio centrale: sala d'ingresso

Il primo direttore fu Giuseppe Lodoli, docente di Medicina Pratica e Clinica dell'Ateneo senese, che tentò di introdurre in psichiatria una nuova metodologia terapeutica, in contrasto con i criteri repressivi adottati fino a quel momento nei confronti dei malati di mente. Il padre, Angelo Lodoli, maestro di Chirurgia al Santa Maria della Scala, si batté a lungo, per un ampliamento dell’istituto per pazzerelli di Via San Marco definendolo per primo “Spedaletto” invece di “carceri”, come comunemente venivano chiamate le stanze destinate agli alienati. Decisiva in tal senso fu la figura di Carlo Livi (direttore del San Niccolò dal 1858 al 1873) che guardò alla pazzia come una qualsiasi malattia da affidare alle cure di un medico specialista, e al pazzo non come essere da emarginare ma come uomo da curare, anche in vista di un reinserimento nella società. 

Edificio centrale: interno della Chiesa

Convinto assertore della disciplina del lavoro quale mezzo di recupero dei malati di mente, il Livi volle trasformare il San Niccolò in un villaggio strutturato in padiglioni destinati allo svolgimento di lavori diversi, che andavano dalla cucitura alla falegnameria, dalla lavorazione della paglia alla lavanderia, dai laboratori di calzolai e fabbri, non tralasciando terreni destinati all’agricoltura (una molteplicità di occupazioni affinché ogni paziente potesse ritrovare una tipologia di lavoro a lui familiare prima del ricovero e potersi così “riallacciare” alla realtà). 

La Farmacia

Queste occupazioni servirono, oltre che allo scopo terapeutico, a rendere l'istituto autonomo dalle risorse finanziarie delle Pie Disposizioni, istituzione con la quale, nel corso del tempo, entrerà, per questo motivo, in rotta di collisione. Un percorso attraverso la diversa percezione della pazzia, quindi, e attraverso la nascita di una nuova disciplina medica, la psichiatria, grazie alla quale, con il XIX secolo, si attuerà un cambiamento di concezione: il folle è un malato non un criminale e, per questo, l’ospedale psichiatrico diviene sempre più luogo di cura e non più luogo di controllo. 

Edificio centrale: cucina

Nel corso dell’Ottocento l’ospedale psichiatrico senese si trasforma in villaggio manicomiale, e diverrà talmente vasto (si estende su un’area di oltre 183.000 mq. e la superficie edificata supera i 15.000 mq.) che, nel momento di massimo sviluppo (1935), sarà in grado di ospitare oltre duemila pazienti. Un mondo a sé progettato dai più grandi architetti del tempo: Agostino Fantastici, Alessandro e Lorenzo Doveri, Giulio Rossi, Cesare Neri e Pietro Carucci, Francesco Azzurri. Un nome, solo per soffermarsi su quest’ultimo, legato strettamente a quella che potremmo definire “architettura manicomiale”. Azzurri, in effetti, quando arrivò a Siena aveva già iniziato la riorganizzazione del manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, un incarico durante il quale attuò appieno le teorie innovative dei “manicomi villaggio”, luoghi che, sull’esempio della città belga di Ghèel (Azzurri aveva viaggiato a lungo in Europa per visitare i più moderni stabilimenti di cura per folli), non fossero solo strumenti di reclusione bensì luoghi dove poter vivere in maniera dignitosa. A Roma vennero progettati così diversi reparti, che Azzurri chiamò quartieri, riservati ai tranquilli, ai sudici, agli agitati e furiosi, secondo la classificazione adottata nel manicomio romano nel 1864. 

Edificio centrale: dispensa

A sé stanti erano gli ambienti in cui gli internati potevano svolgere attività di lavoro artigianali e agricole. Anche a Siena, del resto, questa idea rivoluzionaria trovò piena attuazione: il San Niccolò divenne un universo chiuso composto di tanti edifici distinti e con funzioni determinate (non solo laboratori di lavoro, ma reparti diversi a seconda delle patologie e delle possibilità economiche dei ricoverati, oltre a fabbricati adibiti ai vari servizi quali la farmacia o la cucina); una tipologia, questa, fortemente voluta da Livi (lo scontro per la sua idea di manicomio con la Società di Pie Disposizioni ne determinerà le dimissioni, dopo le quali, nel 1874, andrà a dirigere l’ospedale di San Lazzaro a Reggio Emilia) e poi portata avanti dai suoi allievi Palmerini e Funaioli. Eppure, paradossalmente, all’inizio Livi osteggiò la nomina di Azzurri che aveva presentato, in un primo momento, un progetto per lui ancora troppo accentrato nelle varie funzioni e poco rispondente alle sue idee. Sarà proprio Azzurri a far nascere a Siena il modello di manicomio parcellizzato di cui Livi era stato un incompreso promotore.


Documentazione
L’Ospedale Psichiatrico di San Niccolò: una città nella città, in ecomuseosiena.org

Crediti fotografici
Le foto sono tratte da Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena, Manicomio di San Niccolò, Siena, 1891. Trattasi di fototipie eseguite dallo stabilimento litografico dei Sordomuti.

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

29 settembre 2015

29 settembre 1666: Sunto è sulla vetta della Torre del Mangia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 settembre 1666 fu un giorno memorabile per Siena: dopo due anni di lavori, vari tentativi falliti e vicende rocambolesche, oltre ad un notevole dispendio di energie e soldi (la spesa totale fu di ben 20.054 lire), finalmente la Torre del Mangia aveva una nuova, imponente e bellissima campana. 


Per issare il campanone furono collocati nel Campo tre argani e ci vollero diversi giorni per tirarlo fino alla sommità della Torre. Il direttore dei lavori, Giovan Battista di Attilio Vieri, che documenta con disegni ed una dettagliata relazione lo svolgimento degli eventi alla data del 29 settembre scrive: “datosi il tiro senza fermarsi arrivò in un quarto d’ora al suo luogo e passato il perno del chiavardone per mezzo del cappello o cerchio di bronzo, M. Girolamo Santoni il Campanaio che lo fece, essendo con il paletto di ferro in mano, l’inchiavardò e fermò a hore 19 e mezzo in circa…datosi segno alla Città con il suono delle Campane della Torre”

Le fasi dell'innalzamento
Vieri, orgoglioso di aver terminato un’opera così complessa, aggiunge che il campanone “è riuscito in grandezza et in peso il maggiore che a’ nostri tempi sia in Italia”. Infatti, per far posto all’imponente campana era stato tolto anche il Mangia, ma restava, così, il problema di fornirla di un batacchio di adeguata grandezza per farla suonare. Invano si cercò di restaurarne uno vecchio che si trovava negli uffici di Biccherna e si dovette commissionare un lavoro apposito. 
Il campanone, sistemato come lo vediamo ancora oggi, proprio per la sua mole indusse il popolo a ribattezzarlo: una campana così grossa non poteva portare il nome femminile di quella che l’aveva preceduta “Maria Assunta” e così, data la sua imponenza, divenne, allora e per sempre, “Sunto”


Oggi, appunto, lo ammiriamo dove venne collocato nel 1666 ma il suono non è più lo stesso: nel 1831 una crepa ne fece bloccare l’uso. Inizialmente si pensò di rifonderlo ma i costi e il lavoro sarebbero stati fuori “portata”, per cui vennero incaricati due tecnici, Vincenzo Gani e Luigi Rossi, di accomodare la fenditura. Il lavoro fu soddisfacente ma rimase un taglio nel bordo della campana, che esiste tuttora e che conferisce a Sunto la “sonorità grave e roca” dei suoi rintocchi che tanto fanno trenare i nostri cuori.


Documentazione
Letizia Galli "Sottile più che snella. La Torre del Mangia del Palazzo Pubblico di Siena", Sillabe 2005

Crediti fotografici
1. foto di mym su Flickr;
2. foto dal sito dal sito ilpalio.org
3. foto del Tesoro di Siena

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28 settembre 2015

28 settembre 1856: il Palio a Firenze

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 settembre 1856 un impresario di spettacoli fiorentino organizza a Firenze, in piazza Barbano (oggi piazza dell’Indipendenza), un palio a cui partecipano le Contrade di Siena. Il palio viene vinto dalla Contrada della Chiocciola con il fantino Antonio Vignali detto Fiorentino (alcuni sostengono che il soprannome sia dovuto proprio a questa vittoria, per altri nasce dal fatto che è di Poggibonsi, quindi già “fiorentino”) o Bello. 

Piazza Barbano nel 1860

Le cronache del tempo riguardo a questa corsa, non inserita (come tutte quelle disputate fuori dal Campo) nell’elenco ufficiale delle vittorie, annotano che nemmeno un senese prese parte all’evento. 
Nel 1898, anno in cui viene ripristinato il Calcio in Costume, il Comune di Firenze chiese che le comparse delle Contrade di Siena partecipassero alla cerimonia, ma la risposta fu un deciso no e nella motivazione si dice che non era “tale scopo nel carattere delle costituzioni delle contrade medesime che perdono ogni loro prestigio lungi da Piazza del Campo”


Documentazione
Sito Web ilpalio.org

Crediti fotografici
dal sito sissiludwig.forumfree.it

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27 settembre 2015

27 settembre 1775: il Santa Maria della Scala si priva delle sue proprietà agricole

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 settembre 1775 entra in vigore il motuproprio Granducale che stabilisce la vendita o l'affitto della quasi totalità dei possedimenti agricoli di proprietà dell’ospedale di Santa Maria della Scala, allo scopo evidente di tentare il risanamento di un bilancio ormai disastrato. In verità l’operazione risulta un fallimento: il ricavato, alla fine, è esiguo e la sua rendita inferiore al valore delle terre cedute. 


La grancia di Montisi in un documento del 1720

L'atto segna l'inizio del declino economico dell’ente religioso senese e la fine della sua indipendenza, tappa di un percorso che porterà, nel tempo, all'acquisizione da parte dello Stato della struttura, definendo chiaramente il Santa Maria un’istituzione pubblica.
È inoltre, questo, un atto ufficiale che avvicina il Santa Maria alla concezione di ospedale che conosciamo oggi. Viene infatti uniformato agli altri ospedali toscani: con l'emanazione del regolamento del 1783 è dettata una nuova organizzazione interna, mentre nel 1886 diviene policlinico universitario. Il motuproprio del 1775 esclude da questo "storico" provvedimento solo i possedimenti delle grance di Cuna e delle Serre di Rapolano.


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26 settembre 2015

26 settembre 2014: muore Tripoli Torrini, detto “Tripolino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 settembre del 2014 muore a Pozzuolo (una frazione di Castiglion del Lago, in provincia di Perugia), ad oltre 101 anni, Tripoli Torrini detto Tripolino (diminutivo del proprio nome, Tripoli appunto, che i genitori scelsero in chiaro riferimento alla capitale della Libia). 


Era nato a Casamaggiore (sempre una frazione di Castiglion del Lago) l’ 8 marzo 1913 e fa il suo esordio in Piazza del Campo il 2 luglio 1931 difendendo i colori del Nicchio. La sua prima vittoria è datata 16 agosto 1932 sul grande Ruello, sempre nel Nicchio. Disputerà, nella sua carriera 20 Palii, trionfando 6 volte: nella Lupa (due volte), nel Drago (due volte), nel Nicchio e nella Chiocciola. La vittoria nella Chiocciola, nel Palio dell’Assunta del 1938 sarà l’ultima. 


La Seconda Guerra Mondiale impedirà per 5 anni lo svolgimento del Palio e quando nel luglio del 1945 torna la terra in Piazza, Tripolino è ancora nel lotto dei fantini, ma da questa Carriera fino al suo ritiro, nel 1950, sarà sul tufo solo sei volte e sempre in corse per lui deludenti. 


Eppure la sua storia non termina qui. Tripolino è amato e osannato anche in un’altra piazza: quella di Arezzo. Infatti, dal 1950 fino, addirittura, al 1969 si dedicherà solo alla Giostra del Saracino. La sua storia d’ amore con Arezzo e con la lizza è un capitolo che merita di essere approfondito: corre trentasette carriere e vince quindici lance d’ oro, peraltro con tre quartieri diversi (9 a Porta Crucifera, 4 per Porta Santo Spirito e 2 per Porta Sant’ Andrea). Con il suo compagno storico Donato Gallorini, che con lui condivide la fonetica del soprannome Donatino, forma una coppia praticamente imbattibile e l’appellativo, anche in terra aretina, di “Re della piazza” testimonia la grandezza del fantino umbro.


Documentazione
dal sito www.ilpalio.org

Crediti fotografici
foto 1 e 2: dal sito www.ilpalio.org
foto 3: dal sito www.repubblica.it

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25 settembre 2015

Il castello di Strozzavolpe e la sua leggenda (Poggibonsi)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


A Poggibonsi, dirimpetto alla Fortezza di Poggio Imperiale, oltre la vallata ove fluisce il torrente Staggia, su di un colle folto di lecci secolari, troneggia il castello di Strozzavolpe.

Il castello di Strozzavolpe e la torre di Luco

L'edificio originario si componeva di muri a scarpa con fossi intorno, un ponte levatoio, due torri, l'una su detto ponte e l'altra all'estremità opposta. All'interno, oltre al maschio centrale, vi erano dei piccoli edifici lungo le mura, tuttora esistenti, ed i sotterranei. Il fossato ripieno di acqua piovana stagnante e l'altura su cui il castello sorgeva ne rendevano ben difficile l'accesso.

Il castello con Colle di Val d'Elsa in secondo piano

25 settembre 1836: muore Niccolò Chiarini, detto “Caino”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 settembre 1836 muore, all’ospedale di Santa Maria della Scala, Niccolò Chiarini detto Caino. L’incidente che lo portò alla morte fu tragico ma fatale e legato alla sua carriera di fantino: durante una corsa con i cavalli scossi, il cui arrivo era a porta Fontebranda, Niccolò Chiarini, che come barbaresco stava tenendo fermo il cavallo alla partenza con una corda, al momento della partenza non lascia subito la corda e vi resta impigliato, viene trascinato per diversi piedi e quando cade a terra il cavallo gli schiaccia la testa con lo zoccolo. 

Disegno della vittoria di Caino nel Bruco nel Palio del 2 luglio 1816
Museo della Nobile Contrada del Bruco

Si legge nel rapporto di polizia stilato il giorno successivo (Archivio di Stato di Siena - Governo di Siena 348 - anno 1836): “caduto esso Chiarini al suolo rimase semivivo per cui invitata la Venerabile Confraternita di Misericordia associò esso Chiarini col cataletto in questo Regio Spedale di S. Maria della Scala ove venne collocato il letto di N° 103 e dal Chirurgo di guardia Sig.re Bassignani fu riscontrata al Chiarini una ferita dell'estenzione di un pollice circa interferente tutti i comuni tegumenti fino al pericranio sottostante, situata trasversalmente nella tuberosità occipitale, ed una vasta contusione accompagnata da due leggere scarfiture occupanti il sopracciglio, e la parte superiore dell'osso zigomatico, quali medicate vennero giudicate pericolose per essersi nel malato manifestati dei sintomi di Commozione Cerebrale, e alle ore dieci e un quarto della sera stessa cessò il Chiarini per causa di dette ferite di vivere. La Polizia che si trovò presente all'accaduto, non riscontrò il fatto che meramente casuale e disgraziato, e senza colpa d'alcuno”

"I quaderni del Griccioli" della Nobil Contrada dell'Aquila
Il resoconto del fatto

Caino è uno dei fantini più celebri di quegli anni. Esordisce sul Campo nell’agosto 1799 ed il dominatore della Piazza nel primo trentennio dell’Ottocento. Si ritira nel 1831 dopo 60 Palii corsi e 14 vittorie, a un passo dal record di Bastiancino e del Gobbo Saragiolo. Conquista tre cappotti e, come Ciocio e il Gobbo Chiarini, suo fratello, nel corso della sua carriera ha indossato il giubbetto di tutte le diciassette Contrade, vincendo in ben dieci Contrade diverse. Nel documento che descrive la sua morte Caino si dice di lui: “Questi è un bravo fantino, avanti che ne venissero dei giovani, vinse 14 palii. Era di piccola statura, goffo e brutto”.


Documentazione
Alessandro Ferrini, Maurizio Picciafuochi, Enrico Giannelli, Orlando Papei, "Fantini brava gente. Disavventure giudiziarie dei fantini del passato"; Betti Editrice Siena, Siena 2014;
Sito ilpalio.org, voce "Chiarini Niccolò"

Crediti fotografici
dal sito ilpalio.org

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24 settembre 2015

Il Palazzo pubblico: la Sala del Risorgimento

I tesori dell'arte senese
a cura del Tesoro di Siena


Una visione di insieme della Sala del Risorgimento

Alla morte di Vittorio Emanuele II (1820-1878), primo sovrano italiano, Siena (che sappiamo essere stata città patriottica della prima ora) decise di onorarlo dedicandogli una parte del Palazzo comunale (oltreché l'intera Piazza del Campo che, in periodo monarchico, si chiamò Piazza Vittorio Emanuele II). Venne adattato uno spazio prima diviso in due piani, nel primo dei quali teneva le udienze il Podestà, mentre in quello superiore avevano sede i trombetti del Comune e la scuola di musica che essi gestivano.
Il Sindaco Luciano Banchi, nel 1881, presentò un progetto decorativo generale della sala, che venne approvato il 12 maggio 1884. A coordinare l'impresa artistica venne incaricato Luigi Mussini, patriota e carismatico direttore dell'Istituto d'Arte di Siena. Gli artisti chiamati ad affrescare la sala furono quanto di meglio Siena e dintorni potevano offrire:  Pietro Aldi, Amos Cassioli, Cesare Maccari ...

Cynthia Wood, la compagna di Ettore Bastianini, è Capitana della Pantera

Spigolature senesi - Palio
Un articolo di Maura Martellucci


Con la prematura scomparsa di Ettore Bastianini nella Contrada della Pantera si pone il problema di cercare un successore. Si affaccia così, nella storia paliesca, una figura poco conosciuta: quella della ricca ereditiera americana Cynthia Sue Wood (nata in California nel 1937) compagna del baritono. La Pantera provata dal lutto chiede alla Wood di ricoprire il ruolo che era stato di Bastianini e, per acclamazione, l’assemblea la nomina Capitano. 


L’americana si rende disponibile per un breve periodo, sia perché aveva imparato ad amare la Contrada di Stalloreggi, sia perché voleva fortemente vincere un Palio da dedicare alla memoria del compagno perduto. Purtroppo la sorte decide altrimenti e la Carriera dell’agosto 1967 va alla Selva, anche se la Pantera ha in sorte Topolone su cui monta Antonio Marino detto Guanto. 
La Wood proveniva da una famiglia ricchissima e i panterini raccontano che quando alcuni rappresentanti della Contrada, tra cui il priore Arturo Viviani, furono ospitati dalla Californiana in America, la hostess, mentre stavano volando su terreni sconfinati si premurò di informare gli sbigottiti ospiti che “stavano sorvolando da vari minuti le terre dei Wood”


Crediti fotografici
L'articolo è tratto da "Il Campo" del 9 aprile 1967

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi .

24 settembre 1922: nasce Ettore Bastianini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Ettore Bastianini nasce a Siena il 24 settembre 1922, in Via Paolo Mascagni. Figlio di padre ignoto cresce con la madre e ben presto inizia a lavorare come garzone dal fornaio Gaetano Vanni, panterino doc, in via Stalloreggi, con il quale in bottega canta arie delle opere. 
Dopo una prima esperienza nel coro della Metropolitana, nel 1938, Ettore ha 16 anni, viene accompagnato da alcuni coristi dell'allora Centuria Corale di Siena (che poi tornerà a riprendere il nome di Unione Corale Senese, oggi "Ettore Bastianini") dai maestri Adelmo e Fathima Ammannati che restano colpiti dalla sua voce. Inizia così a frequentare, gratuitamente, la scuola di canto degli Ammannati, che lo fanno studiare da basso. 


Debutta il 16 novembre 1945 al Teatro Alighieri di Ravenna nel ruolo di Colline ne “La Bohème”. Nello stesso anno, la sua vita viene allietata dalla presenza di Jago, il figlio avuto da Diva, una giovane cantante conosciuta a Forlì. 
La carriera come basso, però, non decolla mai e dopo alcuni anni, e dopo alcuni anni lascia le scene per molti mesi e sotto la guida del maestro Luciano Bettarini, studia intensamente la tecnica ed il repertorio da baritono. È  questo il registro adatto alle sue corde vocali e come baritono trionfa, nel dicembre del 1952, al Comunale di Firenze ne “La dama di picche” di Ciaikovskij. 


Da questo momento in poi la sua carriera sarà inarrestabile e lo porterà ad esibirsi in tutti i più famosi teatri del mondo accanto ai più importanti esponenti della lirica del tempo. Bastianini segue un calendario incessante e riesce a cantare anche ottanta recite all'anno, a volte spostandosi da una città all'altra con la sua Porsche. Appena possibile, però, ritorna nella sua adorata Siena, e nella sua Pantera della quale fu Capitano dal 1959 e Capitano vittorioso nel Palio di luglio del 1963 (con questa vittoria la Contrada di Stalloreggi lascia la cuffia). 
Fino al momento della vittoria, non riuscire a regalare il Palio alla Pantera era il suo cruccio tanto che in un’intervista dichiara: “È la mia spina nel cuore la Pantera che non vince. Sono tre anni che fo’ il Capitano e non ha vinto ancora. Mi toccherà dimettermi”. Ma Bastianini, per la Pantera, fa molto di più: nel 1962 offre la nuova stalla e le nuove monture per il giro (i cui bozzetti sono stati realizzati da Bruno Marzi); partecipa in prima persona al finanziamento per l’ampliamento dei locali della Contrada, inaugurati il 7 luglio del 1963 e solennizzati da una messa nella Chiesa di San Quirico celebrata dall’Arcivescovo Mario Ismaele Castellano. 


Ma nel 1963 gli è già stato diagnosticato il male che lo ucciderà: tumore alla gola. Forse beffa del destino, forse “male professionale” (anche Caruso morì così), era iniziata la sua, dignitosa, decadenza. Nell'Aprile 1962, infatti, Ettore aveva subito il primo insuccesso della sua sfolgorante carriera: il suo “Rigoletto” viene contestato alla Scala. Ma nessuno sa della sua malattia, Bastianini la affronterà sempre da solo e in silenzio, si dice anche allontanando la donna che amava e che poi sarà con lui al momento della morte, l’americana Cynthia Sue Wood. 


Nonostante l'avanzare della malattia e i lunghi periodi di pausa dalle scene per le cure, egli canta fino a quando gli è possibile. Scrive ad un amico una frase che riassume la sua vita: “Non temo nulla, in questi momenti, se non - è più forte di me - dover restare io senza la voce. Solo così non potrei più dare nulla agli altri e gli altri a me". E per non restare senza voce non accetta mai di sottoporsi all’operazione che, forse, gli avrebbe dato la possibilità di una vita più lunga. 
Muore a Sirmione il 25 gennaio 1967 a 44 anni. Due giorni dopo a Siena i funerali: tutta la città è presente e quando il corteo funebre passa davanti ad una delle strade che sfociano in Piazza del Campo, la bara venne girata verso la Torre del Mangia per un ultimo saluto mentre Sunto suona a lutto. Il Comune di Siena, su richiesta della Contrada della Pantera, ha intitolato a Ettore Bastianini una strada nel suo rione.


Documentazione
Per la biografia di Ettore Bastainini, ma anche per foto inedite, registrazioni, articoli di giornale e tante curiosità si veda il sito associazioneettorebastianini.org
Si veda anche www.contradadellapantera.it e, per una copiosa galleria di foto di scena, grattapassere-online.blogspot.it

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23 settembre 2015

23 settembre 1967: il furto del Palio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La notte del 23 settembre 1967 viene rubato, dalla chiesa di San Vigilio, il drappellone dipinto da Bruno Marzi. Il giorno dopo, infatti, si sarebbe corso il Palio straordinario indetto per onorare il LIX Congresso della Società Italiana per il progresso delle Scienze. Il Comune, così, è costretto ad esporre sul Carroccio il bozzetto montato su un drappo bianco. 


Sul Campo trionfa la Giraffa, pur tra mille polemiche, con Rosario Pecoraro detto Tristezza (che, primo nella storia paliesca, arriva al bandierino a mani alzate) e il grande Topolone (che al tempo si chiamava Ettore). E’ il Palio delle polemiche: l’Istrice non viene nemmeno imbossolato perché, contario alla motivazione, non dà la sua adesione. Saltano diverse prove a causa del maltempo e, intanto, anche gli scienziati a cui è dedicata la Carriera lasciano Siena senza assistere alla corsa. 
Il giorno del Palio le cose precipitano: dopo due mosse date per nulle e cadute rocambolesche cavalli e fantini ritornano nell’Entrone e non tutti sono propensi a che la corsa si effettui. Poi si decide: il Palio si farà ma il mossiere, Jago Fuligni (che considera valida l’ultima mossa data ma fermata a causa delle cadute) resta in Questura e sul Verrocchio, al suo posto, sale il brigadiere dei Vigili Urbani Fedro Valentini. 


Ma il mistero del drappellone scomparso resta. Si dice che, mentre i giraffini stanno festeggiando in Provenzano, gli autori del furto, alcuni studenti universatari bolognesi appartenenti alla goliardia, abbiano contattato la Contrada vittoriosa per restituire il maltolto, magari bevendo e scherzando con i suoi contradaioli festanti. I contradaioli della Giraffa, tuttavia, pare abbiano suggerito agli autori dello "scherzo" di collocare il drappellone in un luogo preciso e di “sparire” subito dopo. Il gruppetto di goliardi, in questo modo, forse, si rese conto che a Siena il Palio è una cosa seria. 
La consegna del Palio "ufficiale" avviene alcuni giorni dopo in Comune ma la Giraffa si rifiuta di restituire il Palio bianco con il bozzetto, perché, per loro, quello veramente vinto è il "Palio del bozzetto". La Giraffa, così, oggi espone nel suo museo il dappellone originale dipinto da Marzi accanto al drappo bianco su cui è attaccato il bozzetto, che hanno vinto sul Campo.


Crediti fotografici
Le immagini sono tratte da "Pallium. L'evoluzione del drappellone dalle origini ad oggi". I volumi della collana sono di Betti Editrice Siena

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22 settembre 2015

22 settembre 1737: recuperato il Palio di Provenzano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 settembre 1737 viene recuperato il Palio di Provenzano che non si era corso il 2 luglio a causa delle gravi condizioni di salute che stavano affliggendo il Granduca di Toscana Gian Gastone dei Medici. Racconta il Pecci: “era in pronto corrersi in Piazza il premio di tolleri 60 co’ cavalli esposti dalle Contrade, ma con tutto che fussero detti cavalli assegnati, stante il male del granduca, fu sospesa detta corsa”


Gian Gastone morirà il 9 luglio, estinguendo peraltro la linea maschile dei Medici e dando inizio alla dominazione toscana dei Lorena, con Francesco Stefano che divenne il nuovo Granduca. 
Il 13 settembre furono celebrate (finalmente, pensarono forse i senesi) le esequie per l’anima dello scomparso Granduca nella basilica di Provenzano, un evento annotato con acido sarcasmo dal Pecci, che d’altra parte aveva commentato la morte di Gastone con parole non certo tenere: “fu sempre indolente (…) tutto dedito a piaceri sensuali, niuni più che giovinastri sfrenati accarezzò e salariò, donne di cattivo nome accogliè (…) benché egli impotente (…) onde come un porco morì”
Sbrigata la formalità di ricordare il non troppo amato Granduca, i senesi decisero, appunto, che era opportuno “recuperare” il Palio perduto a luglio e così venne disputata in questa data la Carriera nella quale trionfò la Selva.


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

21 settembre 2015

“Palio” di Cosima Spender: un commento

di Antonio Manganelli


Ieri sera ho assistito alla prima proiezione a Londra, all'istituto italiano di cultura, del film "Palio" di Cosima Spender. Mi sento di condividere qualche personale e breve impressione, non ovviamente da critico, ma da grande consumatore ed appassionato di film, e da senese.
Il Palio è tante cose. Primariamente è espressione del confronto delle contrade e dei loro popoli nel campo, che prende la forma (una delle molte susseguitesi e modificatesi nel tempo) di cavalli al galoppo condotti da fantini. Nel confronto, il senso di appartenenza alla contrada del senese diventa manifestazione esplicita di un comune sentire, che richiama continuamente su di sé tutto il suo trascorso storico, che per questo resta vivo, nei costrutti sociali e delle istituzioni, nelle emozioni e nello spirito delle persone. Questa complessità, o parziale alienazione socio-culturale, o insanità, è molto difficile da capire veramente da parte di chi ne è estraneo, ed ovviamente ancor più difficile da descrivere. Per questo nella grande maggioranza dei casi i vari tentativi, cinematografici, narrativi o giornalistici, che si sono succeduti nel tempo hanno dato vita a mediocri risultati. 


“Palio” di Cosima Spender non rappresenta un’eccezione, non perché sia mediocre, ma perché la regista non prova a descrivere tutto questo. Come dicevo il Palio è tante cose,  fra le tante è anche un'atipica ed avvincente corsa di cavalli, che ha come protagonisti dei fantini. Ecco, il film parla di questo palio. 
Tutto nel film ruota attorno ai fantini e la loro è la prospettiva (visiva, sensoriale e psicologica) prevalente. Le contrade ed il loro antico-e-sempre-rinnovato confronto ovviamente ci sono e danno forti emozioni, ma sono un paesaggio, che si aggiunge alle panoramiche della città e delle crete; sono il bellissimo ed in parte inesplorato sfondo della storia che si vuol raccontare. 
Quando si capisce e si accetta (e personalmente non vedo motivo per non accettarlo) questo, si apprezza molto il film: la sua storia, classica nel contenuto (l’allievo, il maestro, la sfida, il successo) ma originale per l’impianto ed il moderno ed avvincente stile narrativo; si apprezzano le bellissime immagini, inusuali e ravvicinate: alcune delle quali (ad esempio la prospettiva in corsa) solo un fantino può avere; si apprezzano anche i suoni e le atmosfere musicali, che non sono solo e sempre quelli tipici, ma che sono anch’essi coerenti ed espressivi del sentire dei fantini; si apprezza infine questo “restare sull’uscio”, avere e cercare cioè una prospettiva ed un punto di vista con un piede dentro ed un piede fuori dalla casa,  come hanno i fantini e come in qualche modo ha anche la regista, e che peraltro è appunto più facilmente descrivibile e di più facile vera comprensione per uno spettatore esterno alle contrade ed al loro Palio. 
Secondo me è un film molto ben fatto ed a cui volentieri si “perdona” una piccola “inesattezza divulgativa” (che da senese un po' pignolo mi sembra di aver percepito) nelle scritte in inglese. Un film da vedere, da capire, e fonte di emozioni e bellezza di cui godere ed in cui abbandonarsi. Con uno straordinario Bastiano!


21 settembre 1679: un palio nella villa di Cetinale

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 settembre 1679 si corre un palio nella villa di Cetinale, presso Sovicille, ai piedi della Montagnola Senese, di proprietà della famiglia Chigi. Al palio prendono parte 14 delle Contrade di Siena e vince la Chiocciola con il fantino Simone Destrieri detto Granchio. 


La villa di Cetinale viene costruita tra il 1676 e il 1678 per volere del cardinale Flavio Chigi, su progetto dell'architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, per celebrare l'elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi, papa Alessandro VII. 
Senese ed amante delle Contrade e del Palio, il cardinale Fabio Chigi, dal 1679 al 1692 (morirà l’anno successivo) organizza, invitando proprio le contrade che volevano partecipare, ben otto corse di cavalli (sempre nella seconda metà di settembre) che si svolgevano all'interno del parco, detto della Tebaide, oppure lungo il viale che separa il parco stesso dalla villa. Ai vincitori vanno in premio bacili d'argento e drappelloni, ma, essendo corsi fuori Siena, questi palii non vengono inseriti nell’elenco ufficiale delle vittorie. Questo l'elenco delle vittorie: 
  • 21 settembre 1679: Chiocciola (fantino Granchio); 
  • 27 settembre 1680: Bruco; 
  • 26 settembre 1681: Valdimontone (fantino Mone); 
  • 23 settembre 1684: Onda; 
  • 23 settembre 1685: Valdimontone (fantino Pavolino); 
  • 22 settembre 1686 Valdimontone (fantino Pavolino); 
  • 23 settembre 1691: Nicchio; 
  • 23 settembre 1692: Oca.

Documentazione
Per altre info sulla villa di Cetinale si veda l'articolo di questo blog

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20 settembre 2015

I giardini della villa di Cetinale (Montagnola senese)

Terre di Siena
di 
Antonella Galardi


La villa di Cetinale è da considerarsi una delle più belle ville seicentesche toscane. Sorge su una piccola valle circondata da boschi di leccio nel comune di Sovicille, nei pressi di Ancaiano, nella Montagnola senese. Circondata da abitazioni dell’antica fattoria, fu costruita tra il 1676 e il 1678 dal cardinale Flavio Chigi su progetto dell'architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, per celebrare l'elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi con il nome di Alessandro VII.

Villa di Cetinale, i giardini e la fattoria

Tre fasi contraddistinguono la costruzione del complesso: la prima corrisponde all'edificazione della villa, i suoi annessi e il giardino formale (1676-1688); la seconda alla realizzazione del parco della Tebaide (1698-1705); la terza alla costruzione del Romitorio (1716).

20 settembre 1819: muore Andrea Martini, sopranista senese

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 settembre 1819 muore il sopranista senese Andrea Martini, conosciuto come “Divino” e anche come “il Senesino”, da non confondere con Francesco Bernardi (1686-1758), "il Senesino" per antonomasia, né con Giusto Fernando Tenducci (1736-1790), detto anch'egli "il Senesino", dal loro luogo di nascita. 


Andrea Martini, nato il 30 novembre 1761, evirato, studia a Siena con il celebre Paulo Saulini e, pur non raggiungendo la fama di Bernardi, viene ammirato particolarmente a Roma (dove debutta nel 1780) per le sue interpretazioni in parti femminili. Si dice che possedesse una bellezza insolita e che avesse un portamento talmente elegante che, unito ad una voce dolce, lo rendevano completamente inadatto ad interpretare ruoli maschili sul palcoscenico. 
Nel 1783, quando si esibisce nell’opera “I due baroni di Roccazzurra”, di Domenico Cimarosa, per queste sue caratteristiche gli viene dedicata addirittura una poesia per elogiare la sua interpretazione, ancora, femminile: "La tua voce soave, allor che canti, passa veloce dall'orecchio al core, ivi desta il piacer, desta l'amore e i più tristi pensieri fuggono erranti"


Calca i teatri di tutta Italia, anche se predilige le scene romane, ed è amico di Canova, Benvenuti, Morghen, Cimarosa e molti altri personaggi di spicco dell’epoca. Nel 1799 si ritira dal palcoscenico e si stabilisce nella sua Villa di Scandicci, dove si gode il frutto dei suoi risparmi circondato dalle sue passioni: una biblioteca fornitissima e una rara collezione di Stampe. Canta solo a Firenze nella Cappella della Regina d’Etruria e poi in quella del Granduca. 
Malato da tempo, proprio, il 20 settembre 1819 (domenica), si legge in una cronaca, l'evirato senese passò agli eterni riposi, morendo per consunzione dovuta a “tisi pulmonaria”.


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19 settembre 2015

19 settembre 1590: una denuncia per stregoneria

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 settembre 1590 l’inquisitore di Siena si vide presentare una denuncia per stregoneria contro Camilla di Bino, ricoglitrice (cioè levatrice) di Montalcino. Era una donna in età avanzata; nessuno, nemmeno lei, conosceva la sua vera età, ma si giudicò che avesse cinquanta o sessant’anni. Da diverso tempo esercitava a Montalcino il mestiere della ricoglitrice: professione femminile per definizione, si basava esclusivamente sull’esperienza. Era praticata da donne di una certa età, che avevano avuto molti figli e avevano imparato a cavarsela nelle difficoltà della gestazione e del parto, nonché nelle fatiche dell’allevamento. 


18 settembre 2015

Il Palio della Pace arriva nel Drago (1945)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Il drappellone di Dino Rofi, dedicato alla pace nel mondo, è arrivato alla chiesa del Drago, soltanto dopo un mese e due giorni da quando lo aveva vinto: 22 settembre 1945. Proprio alla fine dell'ampia scalinata, davanti alla porta dell'oratorio, si sono dovuti fermare e voltarsi di nuovo, perché la piazza della Posta era gremita di pubblico che applaudiva. Un gesto spontaneo dei senesi che si erano ribellati alla violenza.
Fra i volti fotografati ci sono anche quelli di contradaioli che non appartenevano al Drago: Giorgio Celli, Odelisco Lambardi, Umberto Periccioli ...


18 settembre 1910: inizia la costruzione del Palazzo delle Poste

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 settembre 1910 venne posta la prima pietra del nuovo Palazzo delle Poste. Si sarebbe costruito in piazza Umberto I (oggi piazza Giacomo Matteotti) dove in passato sorgevano la chiesa di sant’Egidio e l’ex convento delle Cappuccine ormai demoliti dall’inizio del ‘900 quando si dette inizio alla ristrutturazione globale di quest’area. 


Di fronte ad una folla di senesi, come dimostrano anche foto d’epoca, il ministro delle Poste e Telegrafi, Augusto Ciuffelli, tenne il discorso inaugurale. Il ministro e le autorità presenti firmarono una pergamena che venne posta in un cilindro di piombo, insieme ad una serie di monete con l’effige del re Vittorio Emanuele III, introdotto in un foro posto nella prima pietra calata nella fossa appena scavata. 

Piazza Umberto I nel 1909

I lavori, affidati all’architetto Vittorio Mariani e realizzati dall’impresa edile senese di Pietro Ciabattini, durano esattamente due anni e il nuovo Palazzo delle Poste e Telecomunicazioni viene inaugurato il 20 settembre 1912. 

Cerimonia per la posa della prima pietra del Palazzo delle Poste

Da allora quella, per i senesi, sarà sempre e solo piazza della Posta. Alla data dell’inaugurazione l’ufficio postale di Siena ha una quarantina di dipendenti e il direttore è il cav. rag. Pericle Vannuccini. 


L'avanzamento dei lavori

In precedenza le poste si trovavano all’interno di Palazzo Spannocchi, in piazza Salimbeni, preso in affitto dal Ministero dei Lavori Pubblici dalla banca Monte dei Paschi che lo aveva acquistato nel 1880. Al tempo era stato il Partini, sempre su incarico del Monte dei Paschi, ad elaborare il progetto di adattamento del piano terreno e del loggiato interno agli usi previsti dalla nuova destinazione, chiudendo con cristalli di vetro gli spazi tra le arcate del cortile.
“Abbattuto il ballatoio, restaurate le arcate e le relative colonne, coperto l’ambiente da un grandioso lucernario, decorate le pareti da stupendi graffiti per mano dei professori Franchi e Bandini, lo sconcio cortile è divenuto la più bella, la più elegante aula postale che abbiasi in Italia". Con queste parole il pittore Luigi Mussini aveva commentato la trasformazione in Ufficio Postale compiuta dal Partini a Palazzo Spannocchi.


Crediti fotografici
1. e 4. dal sito ilpalio.org
2. e 3. dal volume: Luca Luchini e Piero Ligabue, "Siena dei bisnonni", edizioni Alsaba, Siena 1987

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17 settembre 2015

Il giardino di Villa La Foce (Val d'Orcia)

Terre di Siena
di 
Antonella Galardi


Villa La Foce fu costruita nel 1498 come osteria dell'Ospedale S. Maria della Scala. Sorge su un quadrivio dove convergono le strade per Chianciano, Sarteano, Montepulciano e Pienza, luogo che si addiceva perfettamente per offrire un ricovero a viandanti, mercanti e pellegrini. La località ha però un'origine molto più antica, attestata anche dalla necropoli etrusca di recente scavo sul colle adiacente. Passata dallo Spedale in mano a diverse famiglie senesi, La Foce fu finalmente acquistata nel 1924 dai marchesi Antonio e Iris Origo.

La limonaia

Essi affidarono all'architetto inglese Cecil Pinsent il compito di ampliare il vecchio edificio e la fattoria e di circondarli con un grande giardino. Pinsent (1884-1963) si era stabilito a Firenze poco prima della prima guerra mondiale e aveva già lavorato sia a villa Medici che alla villa di Bernard Berenson, I Tatti. Iris Origo, scrittrice anglo-americana cresciuta a Firenze, in un capitolo della sua autobiografia "Immagini e ombre" descrive lo sviluppo de La Foce e l'opera di bonifica promossa dagli Origo nella valle.