30 aprile 2015

30 aprile 1924: muore Ludovico Zdekauer

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 aprile 1924 muore a Firenze Ludovico Zdekauer, nato a Praga il 16 maggio 1855. Non era senese, ma a Siena (che aveva eletto come sua città) dedicò una parte notevole del suo impegno scientifico. Studioso di storia del diritto, insegnò nella facoltà di Giurisprudenza dal 1888 al 1896 e prestò la sua opera di filologo come collaboratore straordinario presso l'Archivio di Stato. 



Fu tra i fondatori della Deputazione di storia patria di Siena e tra i fondatori del Bullettino senese di storia patria nel 1894. Alla storia di Siena dedicò conferenze che ancora oggi si leggono con piacere (La vita privata e pubblica del senesi nel Duecento; il Mercante senese nel Duecento) ma soprattutto studi preziosi, come quello sugli statuti criminali del foro ecclesiastico fra Due e Trecento o quello sull'università di Siena nel Rinascimento. 
L'opera che ha, comunque, legato indissolubilmente il nome di Zdekauer a Siena è l'edizione (ancora oggi insuperata) del Constituto di Siena del 1262, pubblicata nel 1897. 
Siena non ha ancora ritenuto di dedicare una via a questo grande intellettuale innamorato della nostra città … ha ragione chi ritiene che ciò sia una grave mancanza.


Documentazione:
Paolo Nardi, "La carriera accademica di Lodovico Zdekauer storico del diritto nell'Università di Siena. 1888-1896", in "Studi senesi", 1988, pp. 751-781
Paolo Nardi, “Lodovico Zdekauer a Macerata tra archivi e insegnamento universitario”, "Annali di Storia delle Università italiane"- Volume 14 (2010), reperibile on line sul sito cisui.unibo.it 

Tutti i giorni le pillole quotidiane di storia senese sono anche su Antennaradioesse Siena alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa nota.

29 aprile 2015

29 aprile 1775: un elefante a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La sera del 29 aprile 1775 viene portato a Siena un elefante. Non è asiatico, annota il Pecci, ma è comunque grossissimo e viene sistemato in una stanza dell’arte della Lana di proprietà del signor Orazio Ballati, in piazza San Pellegrino (oggi Piazza Indipendenza). 

Veduta di Siena disegnata da Giovanni Antonio Pecci
e realizzata da Gaspero Pecchioni, incisione su rame, Piazza del Campo 1761

Per vederlo ognuno deve pagare addirittura “un pavolo” (1 paolo toscano valeva oltre mezza lira). L’elefante resta a Siena fino al 16 maggio, facendosi ammirare dagli stupiti senesi, poco abituati ad tale spettacolo. Dopo Siena l’elefante sarebbe andato a Roma. 


Nel XVIII secolo, ad esempio nel parmense, i girovaghi delle valli del Taro e del Ceno sapevano procurarsi orsi, cammelli, scimmie ed altri animali di origine esotica; con questi animali, giravano l’Italia e l’Europa, arrivando fino in Finlandia, o in Persia, “per procacciarsi il vitto”, mostrandoli al pubblico e improvvisando “spettacoli” di strada. 

Ignazio Scolopis di Borgostura, Passeggio della cittadella con l’elefante venuto
in Torino l’anno 1774, incisione (1780)
È possibile che l'elefante sia lo stesso venuto a Siena l'anno successivo


Per quanto riguarda Siena e l’approccio con le “meraviglie esotiche” di cui si favoleggiava, basti pensare al racconto di Sigismondo Tizio che descrive, nel maggio del 1480, il passaggio da Siena del corteo che portava uno straordinario dono del re di Spagna al re di Napoli Ferdinando d’Aragona: una zanna d’elefante lunga quattro braccia (quasi due metri e mezzo) per 140 libbre di peso (poco meno di 50 Kg.). I senesi, racconta Sigismodo Tizio, ne rimasero profondamente colpiti e fecero la fila per vederla. 


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28 aprile 2015

28 aprile 1767: muore Girolamo di Giuseppe Pannilini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 aprile 1767 muore Girolamo di Giuseppe Pannilini, Rettore del Santa Maria della Scala dal 26 aprile 1753, guida l’ente ospedaliero senese in un periodo di gravi dissesti finanziari, anni difficili in cui gli utili non riuscivano a parificare le ingenti spese di gestione. 
La situazione non migliora nemmeno dopo la soppressione degli ospedali minori avvenuta il 28 marzo 1781, che porta oltre ottanta piccole istituzioni ad accorparsi, con i propri patrimoni, allo stesso Santa Maria. 

Francesco Vanni, "Sena Vetus Civitas Virginis" (particolare) - Siena, Archivio di Stato
lettera c): nuovo camposanto, costruito nel 1592 in fondo al vicolo di San Girolamo, in un angolo dell'orto dell'ospedale

E molte sono le necessità che si presentano al rettore Pannilini negli anni del suo rettorato come, ad esempio, la costruzione di un nuovo camposanto fuori porta San Marco, dato che le sepolture in luoghi attigui all’ospedale erano ormai insalubri. Nel 1764, infatti, inizia la costruzione del nuovo cimitero edificato per la prima volta lontano dall’ospedale. 

Lapide settecentesca all'interno del Santa Maria della Scala

In quest’anno il rettore Girolamo Pannilini aveva rivolto al Comune di Siena una petizione per ottenere in appalto un campo di circa mezzo staio “situato fuori della porta S. Marco per farvi costruire un nuovo camposanto e liberare la fabbrica dello Spedale (…) non tanto dalle cattive esalazioni che venivano a diffondersi per tutta la detta fabbrica con danno dei malati, e dei serventi, quanto ancora per poter riparare al patimento che recano alla detta fabbrica le sepolture del vecchio campo santo”. Al Santa Maria della Scala viene concesso il campetto detto “orto del Terrarzi”, tenuto in affitto dal medesimo, e proprio su questo terreno venne costruito il nuovo cimitero. 
Tra le migliorie apportate da Pannilini ci fu l’introduzione dell’insegnamento pratico della medicina e chirurgia, portando nelle sale dell’ospedale gli studenti dell’Università. 
Un anno prima di morire nomina il figlio Giulio suo coadiuvante che sarà, poi, Rettore dopo di lui.


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27 aprile 2015

27 aprile 1907: Ida Nomi Pesciolini presenta la “palla al cerchio”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Ida Nomi Pesciolini

Il 27 aprile 1907 l'insegnante dell'Associazione Ginnastica Senese "Mente Sana in Corpo Sano", Ida Nomi Venerosi Pesciolini, nella palestra di Sant’Agata, presenta per la prima volta il gioco della "palla al cerchio", alla presenza delle autorità e di un folto pubblico allietato dalle musiche della Banda del Nono Reggimento Fanteria di stanza in città. Purtroppo per "mancanza di spazio", come raccontano i giornali del tempo, la dimostrazione del gioco non fu possibile nel corso della serata organizzata per presentare le squadre che si sarebbero cimentate, all’inizio di maggio, al “Concorso Ginnastico Nazionale di Venezia”

La locandina della manifestazione del 27 aprile 1907

Infatti, proprio a Venezia, il 12 maggio successivo, di fronte ai Sovrani d’Italia, come “gara libera” durante la sontuosa cerimonia di premiazione degli atleti, la professoressa Nomi Pesciolini con le sue allieve allestiscono, allo stadio militare di Sant'Elena, la prima dimostrazione assoluta in Italia del nuovo gioco inventato nel 1891 dal canadese James Naismith: il basket-ball. Per la presentazione di questo sport la squadra senese di ginnastica (composta da Bozzini, Gabbricci, Mini, Clara e Paola Falb, Martini, Fatini, Zalaffi e Gianfaldoni) vinse, tra l’altro, la medaglia d’argento e a Siena venne accolta trionfalmente. 

La Mens Sana al Concorso di Venezia

Ida Nomi Pesciolini (che probabilmente, come qualcuno dice, non aveva tradotto lei stessa il testo originale dall’inglese, ma doveva invece aver visto giocare e appreso i principi di questa nuova disciplina e le modifiche che intanto vi erano state apportate, durante i suoi numerosi viaggi all'estero, soprattutto in terra d'Albione) definì la palla al cerchio “un gioco ritenuto al momento particolarmente adatto alle signorine”
Da qui, tuttavia, nasce la pallacanestro italiana. E nasce a Siena.


Documentazione e crediti fotografici:
Le notizie e le foto sono tratte da "Siena in biancoverde. Il basket della Mens sana dalle origini alla Saporta", Betti Editrice 2002

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26 aprile 2015

Piazza Postierla

Su e giù per le Contrade
a cura del Tesoro di Siena


La fontanina battesimale della Nobile Contrada dell'Aquila

Piazza Postierla (popolarmente detta anche Quattro Cantoni) si pone all'intersezione di quattro importanti arterie viarie, ognuna proveniente da un diverso punto cardinale: Via del Capitano da Ovest (il Duomo), Via di Città da Nord (Piazza del Campo), Via di San Pietro da Est e Via di Stalloreggi da Sud. Da qui ha origine, sia pure per pochi metri, il Vicolo del Verchione


Taluni hanno ritenuto, in virtù della sua collocazione privilegiata, che, in epoca romana, qui si trovasse il luogo di intersezione del “cardine” e del “decumano”, solitamente adibito a pubblico foro.

Il toponimo è di sicura origine latina. Il termine "pusterula", successivamente volgarizzato in "postierla" o "postiella", sta ad indicare una porta, di piccole dimensioni e secondaria rispetto ad una cinta muraria. La porta si apriva, come le origini del toponimo sembrano far fondatamente pensare, sulla cinta muraria della colonia romana. Si tratta presumibilmente della stessa Porta del Verchione (detta anche Porta di Posterula) di cui parlano le fonti, posta nell’adiacente vicolo omonimo.
Troviamo traccia del toponimo già nel 1076: tra i testimoni di una compravendita è menzionato un tale Pepolo di Domenico, “qui dicitur da la Pusterula”.

La Lupa e lo stemma di Palazzo Chigi Piccolomini Adami

26 aprile 1722: feste in onore dei nipoti di Violante Beatrice di Baviera

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 aprile 1722 fanno di nuovo il loro ingresso in città i nipoti della governatrice Beatrice Violante, i principi Carlo Alberto e Ferdinando di Baviera, che prendono alloggio nel palazzo Piccolomini dove già dimora il fratello Giovanni Teodoro. 


Ritratto di Beatrice Violante di Baviera realizzato da Bartolomeo Mancini
conservato nel Museo Civico di Montepulciano (collezione Francesco Crociani)

In loro onore la zia indice tutta una serie di feste e spettacoli: la sera del 27 aprile viene messa in scena una commedia ai Rozzi, il giorno dopo i convittori del Collegio Tolomei rappresentano una “publica accademia d’arti cavalleresche”, mentre la serata si conclude con un ballo offerto dal signor Marsili. 

Rappresentazione del Flavio di Händel, con il Senesino
(a sinistra, noto per la sua enorme statura),
il soprano Francesca Cuzzoni, il castrato Gaetano Berenstadt

Il 29 aprile, poi, i reali assistono ad una pallonata, mentre la sera al Teatro Grande si esibì il celebre cantante lirico Francesco Bernardi detto il Senesino. 

Bernardino Perfetti

I festeggiamenti proseguono il 1 maggio: dopo aver ascoltato le poesie improvvisate dal poeta senese Bernardino Perfetti (amato e protetto dalla Governatrice tanto che il 13 maggio 1725 fa in modo che papa Benedetto XIII lo incoroni "Poeta Laureato" in Campidoglio), la Serenissima Principessa Violante Beatrice, fa correre anche un Palio del valore di 100 talleri. Nel Palio trionfa la Contrada della Tartuca con il fantino Giuseppe Maria Bartaletti detto Strega su Belladonna; all'Oca andò il premio per la più bella comparsa. 


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25 aprile 2015

La comparsa del Valdimontone (1879)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


La "rappresentanza" (o, da "comparire", la "comparsa") di Valdimontone è immortalata in questa fotografia del 1879. Come è noto, fu quello l'anno del rinnuovo dei costumi del Palio del 16 agosto. Probabilmente l'immagine in foto fu scattata proprio il giorno del Palio. 


Mentre un tempo le contrade sfilavano con rappresentanze che potevano mutare di numero e di soggetto, nel 1813 fu stabilito che il numero dei componenti fosse uguale per tutte. 
Il Comune fornì le monture "alla greca" e nel 1826 la foggia fu quella spagnolesca intendendo, con questo, avvicinarsi al periodo che vide il Campo protagonista sia delle "Cacce ai Tori", sia delle "Bufalate" e, infine, delle corse con cavalli o "Palio alla tonda", come si usò chiamare per distinguerlo dal "Palio alla lunga" che si organizzava il 15 agosto, sul percorso dal "Santuccio" (vicino a Porta Nuova o Romana) al Duomo, e che fu l'antenato del Palio odierno. Davanti al Granduca di Toscana Leopoldo II presente alla celebrazione, nel 1839, le contrade rinnovarono le monture realizzate dal Comune, che determinò anche i componenti la comparsa con il loro significato: un tamburino, due alfieri, e via di seguito come ai nostri tempi. Mancava soltanto il palafreniere che fu introdotto addirittura nel 1928. Nel 1858, a seguito del fanatismo o meglio, della moda sollecitata dalla borghesia che unificò la Penisola sotto lo scettro piemontese, le monture furono "miliarizzate". La foggia dal fiero cipiglio durò quasi dodici anni finché la nobil contrada del Bruco, mai dimentica di aver dato i natali a Domenico di Lando detto "Barbicone" eroe della rivolta contro i soprusi, presentò i disegni per la propria comparsa in "costumi medioevali" che erano i più acconci alle contrade. I disegni furono approvati e il Bruco li indossò per il Palio del 2 luglio 1871. Bellissimi e apprezzati dai senesi. Era neppure trascorso un anno dall'annessione di Roma da parte del poderoso esercito di Cadorna contro appena tremila zuavi, squadriglieri, dragoni e volontari esteri. La marina del Papa era costituita da una sola unità: l'Immacolata Concezione. Tanto per ricordare. Nel 1878 il Comune deliberò un contributo alle contrade per i nuovi costumi i cui disegni dovevano rientrare nei secoli XIV-XVI. L'inaugurazione fu, appunto, il 16 agosto 1879. 

25 aprile 1780: i costumi dei Priori del Concistoro

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 aprile 1780, la riunione del collegio di Balia affrontò un argomento scottante: da gran tempo il contegno e i comportamenti dei Priori del Concistoro erano peggiorati, tanto da suscitare "la derisione di tutto il popolo istruito", senza contare i compensi sempre più esosi che percepivano. 

Palazzo pubblico di Siena, l'Anticamera del Concistoro

Così fu affidato ad alcuni deputati segreti un progetto di riforma "per riparare a questi abusi", che appunto fu letto e discusso in questo giorno. Era previsto che "l’abito priorale" fosse indossato solo nelle uscite pubbliche e private, mentre negli altri giorni i Priori dovevano vestirsi come tutti gli altri cittadini; che in occasione di pranzi ed uscite "pagassero di tasca propria il di più dell’assegnato"; che di questa riforma non patissero le conseguenze i donzelli, il segretario ed il cancelliere. 
La proposta di riforma fu fortemente contrastata e passò solamente al terzo scrutinio, grazie all’intervento di Guido Savini. 


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24 aprile 2015

24 aprile 1988: Savina Petrilli è proclamata beata

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 aprile 1988 in Piazza San Pietro Giovanni Paolo II proclama beata Savina Petrilli
Nata nella Contrada della Selva il 29 agosto 1851, secondogenita di Celso e Matilde Venturini, Savina a 15 anni entra a far parte della Congregazione delle Figlie di Maria e presto ne diviene presidente. Nel 1869 ottiene udienza da papa Pio IX, che la incita a seguire l’esempio di Santa Caterina. 
Figura di spicco nel panorama dell'assistenzialismo cattolico senese fra la seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, protagonista di un sapiente  dialogo con le questioni sociali (legate alle trasformazioni nel mondo del lavoro, specie femminile), Savina Petrilli fonda l'Istituto delle Sorelle dei Poveri di Santa Caterina, dietro la complessa spinta della sensibilità nei confronti di un mondo che stava profondamente cambiando, da un lato, e, dall'altro, di un richiamo di ordine mistico. 

La Beata Savina Petrilli

Una donna che sa bilanciarsi fra una tradizione di devozione istituzionale da "devotio antiqua" e le nuovi suggestioni religiose che (sulla spinta delle vicende dell'Italia risorgimentale) avevano costruito un vero e proprio nuovo culto intorno alla figura del Pontefice, rappresentato come un martire dell'anticlericalismo sabaudo. 
Formatasi prima presso le Figlie della Carità, a San Girolamo e, poi, presso la parrocchia di San Giovanni al Duomo, Savina è, ancora adolescente, fra le fondatrici dell' "Unione Figlie di Maria", già votata all'assistenza dei bisognosi, prime fra tutte, le giovani donne. Nel 1872, ventunenne, crea il primo nucleo del "suo" ordine e due anni dopo il suo gruppo si insedia nell'edificio di via dei Baroncelli che, da questo momento, diverrà la sede storica delle religiose. 
La vicenda di Savina Petrilli non si svolge affatto linearmente, dovendosi destreggiare fra poteri curiali e spinte difformi, all'interno dell'ordine, sulla missione da svolgere e il taglio verso cui curvare l'esperienza religiosa del sodalizio, retta, però, dalle Costituzioni della Congregazione (che diventa così di diritto pontificio), definitivamente approvate il 17 giugno 1906. 
Savina Petrilli muore il 18 aprile 1923. La Congregazione conta oggi numerose fondazioni in Italia (la prima, ad Onano presso Viterbo è del 1881), e varie case in Brasile, Argentina, India, Stati Uniti, Filippine e Paraguay. 
Il 2 luglio 1989 viene dedicato alla religiosa il Palio dipinto da Giuseppe Ciani e vinto dalla Contrada della Lupa.


Crediti fotografici:
Foto tratta dal sito colegiomadresavinapetrilli.com.br

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23 aprile 2015

23 aprile 1880: nasce Alfonso Menichetti detto Nappa

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 aprile 1880 nacque a Manciano, in provincia di Grosseto, Alfonso Menichetti, detto Nappa. Nappa (trenta Palii corsi, sei vittorie, con un cappotto personale conquistato nel 1912) faceva parte di una dinastia di fantini: il padre era Girolamo Menichetti (detto Girolametto: sette Palii corsi) e i fratelli erano Santi (due Palii corsi) ed Ermanno (detto Popo: diciannove Palii corsi e due vittorie. Ermanno venne squalificato a vita nel 1908 perchè, si dice, "rimasto indietro di un giro si soffermava a San Martino affrontando e cercando di impedire il passaggio al fantino dell'Oca per ostacolarne la vittoria"). 


Dopo un inizio di carriera non brillantissimo, Nappa centrò il primo successo nel Palio del 3 luglio 1904 nella Pantera. Negli anni successivi corse per ben quattro volte consecutive con i colori dell'Aquila nel 1906 e 1907, regalando il successo alla contrada dopo 26 anni di attesa, il 16 agosto. 
Il 1907 è l'anno delle polemiche per i fratelli Menichetti: Ermanno corse nel Bruco, Santi nella Pantera ed Alfonso nell'Aquila. Quella della famiglia Menichetti era una vera e propria strategia: doveva vincere Ermanno detto Popo e per questo Nappa, partito in testa, ostacolò Picino nell'Oca per poi farsi platealmente superare dal fratello all'ultimo Casato. Le polemiche del dopo corsa dettero vita all'emanazione dell'articolo 78 bis del Regolamento (abrogato poi nel 1973) che vietava la presenza contemporanea di due o più consanguinei per il Palio e per le prove. 


Il 2 luglio 1911 Nappa fu protagonista di un episodio quantomeno curioso: vestiva il giubbetto della Chiocciola e durante la corsa un tartuchino, detto il Piaccina, pur di far perdere il Palio alla Chiocciola gettò tra le zampe del cavallo rivale il proprio cane. Lo stratagemma non riuscì e Nappa, su Stella, portò il drappellone in San Marco. 
L'anno successivo fu poi un vero trionfo e Alfonso vinse sia a luglio nel Bruco che ad agosto nella Lupa. Il cappotto personale segnò la fine della sua carriera. Dopo la guerra, nel 1921, Nappa corre per la dodicesima volta nell'Aquila, ma durante la corsa favorisce l'Oca e giunge secondo. Dopo questo episodio (e Nappa male sfuggì alle ire degli aquilini) le due contrade ruppero l' alleanza che le legava dal 1911. 
Alfonso Menichetti morì nel 1923 a Roma a 43 anni.


Crediti fotografici:
Foto tratte dal sito ilpalio.org

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22 aprile 2015

22 aprile 1906: nasce l'attore Riccardo Billi

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 aprile 1906 nasce a Siena l'attore Riccardo Billi. Esordisce a Roma a vent'anni e recita in una compagnia di operette fino a quando, nel 1931, viene scritturato nella famosa compagnia teatrale Maresca, in cui lavora a fianco di Wanda Osiris. 

Riccardo Billi

Nell'immediato dopoguerra fa parte della Compagnia del Teatro Comico Musicale di Radio Roma e recita i testi di Garinei e Giovannini. Proprio in questo contesto conosce Mario Riva (l'inventore del Musichiere nel 1957) e con lui crea il duo comico BILLI e RIVA. Il sodalizio darà vita a trasmissioni radiofoniche di grande successo nei primi anni Cinquanta (Cappello a cilindro e Il giringiro sono del 1953). 

Riccardo Billi (travestito da Carmen Miranda)
e Walter Chiari nel film "Arrivano i nostri" (1951)

Il legame con Riva si sciolse quando quest'ultimo cominciò sempre di più a privilegiare la televisione, che Billi, invece, non amava. Così, l'attore senese tornò in teatro e girò numerosi film. Fra le sue ultime apparizioni, interpretò la parte dell'ebanista Aronne Piperno ne "Il marchese del Grillo" (1981) di Mario Monicelli, accanto ad Alberto Sordi e Paolo Stoppa.


Riccardo Billi ne "Il Marchese del Grillo"


Billi morì l'anno dopo, il 15 aprile 1982.


Crediti fotografici:
Foto tratte dal sito it.wikipedia.org

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21 aprile 2015

21 aprile 1555: Cosimo de’ Medici e le truppe spagnole di Carlo V entrano in Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 aprile 1555 Siena, dopo il lungo assedio e la resa firmata il 17 aprile, apre le porte a Cosimo de’ Medici e alle truppe spagnole di Carlo V. Il condottiero francese Biagio di Montluc ed i suoi soldati escono dalla città con l'onore delle armi e nello stesso giorno, per mantenere l'ordine pubblico, vi entrano le milizie del conte di Santa Fiora. 

Blaise de Montluc maréchal de France

La resistenza dei senesi era andata oltre ogni previsione e solo la fame e gli stenti avevano avuto ragione dello spirito indomabile dei difensori. La balzana bianca e nera di Siena diviene un gonfalone comunale e si innalza lo stendardo della famiglia de’ Medici. Con la resa arrivano subito i viveri in città. 

Montalcino: sipario di scena del Teatro degli Astrusi
con l'arrivo a Montalcino degli esuli senesi (1555)

Scrive Alessandro Sozzini nel drammatico resoconto fatto nel “Diario delle cose avvenute in Siena dal 20 luglio 1550 al 28 giugno1555”: “Dopo che il campo imperiale fu entrato in Siena comparvero in Piazza tante some di vettovaglie, che fu uno stupore, cioè grano, vino, pane, carne fresca e carne salata, ed ova: e benchè ogni cosa fusse cara (…) non sì presto un turbine arrivando in piazza, rotando le sue forze da ogni immondizia la spazza come li poveri Senesi, nell'assedio stati, nettorno la Piazza di dette vettovaglie; e ancor nettorno le lor borse di denari, e cominciarono stare allegri”
Nelle clausole della resa, tra le altre cose, si stabilisce il diritto dei vinti di uscire dalla città con famiglie e beni ed eventualmente di farvi ritorno senza subire ritorsioni. E non sono pochi, considerando la decimazione subita dalla popolazione, coloro che decidono di abbandonare la città in questa domenica 21 aprile: da Porta Romana, insieme ai soldati francesi, se ne vanno 435 popolani armati con le loro famiglie e 242 cittadini nobili, anch’essi con famiglie e servitù. Il drappello porta con sé le insegne e i sigilli del Comune, pronto a dare vita, sempre con la protezione francese, alla Repubblica di Siena ritirata in Montalcino.


Crediti fotografici:
Foto 1: tratta dal sito it.wikipedia.org
Foto 2: tratta dal sito montalcinonews.com

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20 aprile 2015

20 aprile 1761: demolizione del vecchio campanile di San Francesco

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 aprile 1761 cominciano i lavori di demolizione del campanile di San Francesco perché ritenuto troppo basso e povero (superava appena l’altezza del tetto della chiesa), benché fosse ornato di merli (come si vede nella veduta assonometrica di Siena disegnata da Francesco Vanni alla fine del Cinquecento). 

Particolare della chiesa di San Francesco
nella veduta assonometrica di Francesco Vanni

L’intento è quello “di rifarne altro più vago e più alto del vecchio, che veramente è basso e angusto”. Il progetto fu affidato al celebre architetto Paolo Posi ed i lavori risultano terminati nell’ottobre del 1763, ma come commenta aspramente il Pecci, “con sodisfazione di pochi, stante che troppo basso, angusto e poco ornato e benché sia disegno di Paolo Posi architetto sanese che abita in Roma, contuttociò si conosce evidentemente che ha sbagliato nelle misure e da questa fabbrica non ne ha riportato onore”


Il campanile così criticato dal Pecci, dal quale erano spariti anche i merli, è ancora quello attuale. Tuttavia vale la pena sottolineare che Paolo Posi (nato a Siena nel 1708 e morto a Roma nel 1776) fu uno dei più celebri architetti barocchi del tempo: attivo principalmente a Roma, fu al servizio del papa e dei Colonna. Autore del coro di Santa Maria dell'Anima, della facciata di Santa Caterina da Siena, di vari imponenti monumenti (ad esempio quello a Maria Flaminia Chigi-Odescalchi nella basilica di Santa Maria del Popolo), intervenne in un restauro al Pantheon. 
A Siena realizzò i palazzi Vecchi e Sergardi e, in provincia di Venezia, la splendida villa Farsetti. Progettò anche addobbi e spettacoli pirotecnici.


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19 aprile 2015

19 aprile 1677: nasce Sallustio Bandini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 aprile 1677 nasce Sallustio Bandini. Dopo una prima educazione ricevuta dai gesuiti e dopo aver frequentato, come molti giovani della nobiltà senese, l'accademia degli Arrischiati, si iscrive allo Studium di Siena e lì si laurea nel 1699 in filosofia e in diritto ricevendo, subito dopo, l'incarico di lettore di diritto canonico. 
Nel 1701 Sallustio Bandini abbraccia la carriera ecclesiastica e viene ordinato sacerdote nel 1705. La sua ascesa è senza soste: diviene canonico metropolitano nel 1708, arciprete nel 1713 e arcidiacono nel 1723. 

Il monumento a Sallustio Bandini in Piazza Salimbeni

Nel 1737 scrive la sua opera più famosa il "Discorso sopra la Maremma di Siena" nato dall’esperienza maturata in qualità di amministratore di patrimoni fondiari in Maremma, e dalla profonda conoscenza delle problematiche economico-produttive dell'antico Stato Senese. Nell’opera Bandini sostiene che la soluzione alla decadenza economica che in quell’epoca opprime questo territorio appare possibile soltanto a condizione di un sostegno ai produttori agricoli, da perseguire mediante la libertà del commercio interno e la creazione di un’imposta unica sulla terra. 
L'opera, inizialmente rifiutata dal granduca Francesco II, venne pubblicata soltanto sotto Pietro Leopoldo. I contatti con intellettuali, il grande interesse per le istituzioni culturali (è stato presidente dell’Accademia scientifica dei Fisiocritici) e per il patrimonio manoscritto e librario cittadino, portano Sallustio Bandini ad adoperarsi per la creazione di una biblioteca personale consistente e dai variegati interessi. Nel corso degli anni accumula un notevole patrimonio e nel 1758 dona la sua libreria privata, composta da quasi tremila volumi, allo Studio di Siena, da sempre privo di una biblioteca. L’atto di donazione, stipulato dal notaio Giacomo Grisaldi del Taia, stabilisce che i 2875 libri fossero trasportati nella Sapienza e collocati in stanza a tale effetto adattata, per dover servire a beneficio della gioventù studiosa di Siena. Il Bandini dispone, inoltre, che sia nominato bibliotecario un suo allievo, l’abate Giuseppe Ciaccheri, con uno stipendio di 60 scudi annui, e che dopo di lui la nomina venga operata dal Rettore. 
Dopo alcune pastoie burocratiche il Granduca approva, ed il 24 gennaio 1759 i libri vengono sistemati alla Sapienza, costituendo il nucleo originario dell’odierna Biblioteca degli Intronati. 
Sallustio Bandini muore l’8 giugno 1760. 


Crediti fotografici:
Foto tratta dal sito commons.wikimedia.org

Tutti i giorni le pillole quotidiane di storia senese sono anche su Antennaradioesse Siena alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa nota.

18 aprile 2015

18 aprile 1777: tempesta di fulmini su Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 aprile 1777 Siena fu colpita da un fortissimo temporale con tempesta di fulmini ma, come scrive il Pecci nel suo Diario Senese, dato che “fu posta la spranga elettrica nella Torre di Piazza e (…) nel campanile del duomo per allontanare i fulmini, è da sapersi che quest’oggi ne sono caduti due, uno sulla Torre di Piazza, l’altro nel campanile del duomo, senza però aver cagionato danno”
La decisione di installare i parafulmini sugli edifici più importanti della città venne presa dopo che dal 1730 al 1776 ben sei fulmini si erano scaricati sulla Torre del Mangia, nell’orologio o nelle stanze del Palazzo, causando danni alle strutture murarie. 

Percorso del parafulmine installato nel 1776

Del fulmine caduto sulla Torre nel 1730 il celebre matematico Leonardo Ximenes scrive: “il fuoco fulmineo si fece strada sul grand’oriolo della Torre, al quale ruppe molte ruote, ne bruciò i denti (…). Fece moltissima rovina di muraglie e di porte dentro la stessa Torre”
Invece il campanaro che stava suonando una delle campane proprio mentre cade il fulmine del 1775 raccontò di aver visto venire dalla sommità della Torre un gran globo di fuoco e uno “scoppio spaventevole”. I danni arrivarono fino alla cappella di Piazza. Del resto il 25 maggio del 1775, un fulmine, caduto sul campanile del Duomo lo aveva lesionato in maniera gravissima: i lavori continuarono fino al 15 ottobre del 1776 e la spesa superò i novemila scudi. 
Tra il settembre e l’ottobre del 1776, dunque, sotto la direzione di Domenico Bartali e Antonio Matteucci, con piena approvazione del Granduca Pietro Leopoldo sempre aperto e attento ai progressi della scienza, la Balia approvò l’apposizione dei parafulmini. Come spesso accade nella nostra città, però, la novità del “palo calamitato” venne accolta con scetticismo dai senesi che, però, ebbero presto modo di ricredersi.


Crediti fotografici:
Foto in Bartaloni, 1781, tav. XIII

Documentazione:
Letizia Galli, Sottile più che snella – La Torre del Mangia del Palazzo Pubblico di Siena, Sillabe, 2005

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17 aprile 2015

17 aprile 1938: il Palio in Etiopia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 aprile 1938, era il giorno di Pasqua e un gruppo di giovani legionari senesi che si trovava nel villaggio di Ambaciara in Etiopia, per mitigare la nostalgia di casa, decide di organizzare un Palio straordinario. Vengono rispettate tutte le fasi: estrazione delle contrade, assegnazione, corsa, e tutti i regolamenti vigenti a Siena, solo che, non avendo cavalli, la carriera venne fatta con i muli. 
Dopo una carriera davvero particolare, l'Oca si aggiudicò il primo Palio d'Africa. L'avvincente racconto di questo Palio venne narrata ne "Il Telegrafo" da Dino Corsi, nicchiaiolo, giornalista e corrispondente dall'Africa. 

Dino Corsi (1908 - 1942)

Bisogna ricordare, però, che questo non fu nemmeno il solo caso: già nel 1936, ad esempio, i legionari di Asti avevano organizzato un Palio con gli asini. 
Per quanto riguarda Siena, fu nuovamente corso un Palio in Africa il 16 agosto 1943, in un campo di smistamento di prigionieri (lo narra in un'avvincente cronaca de "Il Mortaretto" Bruno Tanganelli, in arte Tambus e lo racconta anche da Alessandro Falassi ne "La terra in Piazza"). All'interno del campo n. 203, con mezzi di fortuna, venne dipinto il Palio, fatte le coccarde e le spennacchiere, fatti i costumi (di carta o pezzi di stoffa) per il corteo storico. 
Il 16 agosto una specie di campana cominciò a suonare di continuo, poi una ventina di uomini iniziarono a marciare a passo di parata intorno ad un’immaginaria piazza a forma di conchiglia. Una decina di questi, che indossavano delle specie di spennacchiere, si misero a correre per tre volte intorno alla stessa piazza immaginaria. Vinse il "rappresentante" del Bruco, Ferdinando Firmati, che ricevette il drappellone e, chissà come, ci fu pure del vino per celebrare la vittoria, mentre il mortaretto venne fatto con una stagna di benzina, naturalmente vuota. Per i colori della Giraffa correva proprio Tambus.


Crediti fotografici:
Foto tratta dal sito dinocorsi.blogspot.it

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16 aprile 2015

16 aprile 1869: nasce Mastuchino

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 aprile 1869 nasce Alfredo Forni, noto con il soprannome di “Mastuchino” (o Mastuino), il leggendario alfiere al quale viene attribuita l’invenzione del “salto del fiocco”. In realtà il salto della bandiera era illustrato già in alcuni trattati seicenteschi sull’argomento (ad esempio il famoso “La Pica e la Bandiera”, di Francesco Ferdinando Alfieri, stampato a Padova nel 1641), ma non sembra probabile che il Forni, macellaio, conoscesse testi così colti. 


La fama di Mastuchino si diffuse oltre le mura senesi e in un’edizione del 1929 del periodico “La lettura” compare un articolo sull’arte della bandiera scritto in base alla sua esperienza e con una sua foto. 

"La Lettura": un non più giovane Mastuchino, con i colori della Selva,
svela i trucchi e descrive al meglio il gioco della bandiera

Per quanto riguarda la sua appartenenza contradaiola si è generalmente ritenuto che fosse aquilino, e con la montura dell’Aquila appare in molte foto e raffigurazioni dell’epoca. In realtà sembra che fosse un torraiolo, abitò, infatti, sempre in Salicotto come si deduce dallo stato delle anime della Parrocchia di San Martino del 1875 (nel quale viene citato anche il fratello “Polvere”, storico custode della Torre) e da un altro stato delle anime di fine Ottocento nel quale viene registrato un nuovo nucleo familiare di cui Alfredo Forni è capofamiglia. Del resto non dimentichiamo che fino agli anni Quaranta del Novecento era normale “ingaggiare” a pagamento, per il Corteo Storico e per il giro, alfieri e tamburini anche di altre contrade. La Contrada dell’Aquila, tra l’altro, conserva una lettera nella quale Forni si propone al “Signore Priore” come “primo Alfiere” per sostituire un certo Dante Lippi, da poco scomparso. 
Si dice, tra le varie storie che circondano la sua figura, che sia stato Mastuchino a dare a Fernando Leoni, fantino vittorioso in ben otto Carriere, il soprannome “Ganascia” per le sue mascelle prominenti.


Crediti fotografici:
Foto tratte dal sito ilpalio.org

Documentazione:
"Mastuchino, la leggenda della bandiera", dal sito web ecomuseosiena.org
"Mastuchino o Mastuino", dal sito web ilpalio.org

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15 aprile 2015

15 aprile 1771: una nuova pavimentazione per le vie di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 15 aprile 1771, a seguito di una delibera di Balia, si iniziano a pavimentare le strade di Siena con “pietra spugnosa legata insieme con calcina”. La sperimentazione della nuova lastricatura viene fatta tra palazzo Paparoni e Camollia, precisamente nel tratto che, scrive il Pecci, “andava dalle monache della Concezzione (il monastero delle monache agostiniane della Concezione era a fianco del palazzo Paparoni) fino a Camollia ... la esecuzione e l'impresa delle strade fu data ad un certo Pesciulli fiorentino”

L'interno di Porta Camollia (1910 ca.)

Le pietre vengono estratte all’Acqua Calda nel podere di tal Pompilio Faleri. Due anni dopo, il 16 aprile 1773, i lavori proseguono in Pantaneto “principiando da casa Landi a S.Giorgio” (cioè il tratto che da palazzo Landi-Bruchi, già Biringucci, arriva al numero civico 105 di via Pantaneto). 
Il caustico Pecci non digerisce la scelta e, dato lo scarso risultato avuto con la lastricatura, il 12 marzo 1776 scrive: “le conseguenze delle passate coglionerie nel aver fatto le strade di pietre si cominciano a vedere; in alcuni luoghi sono sì guaste che avendo necessità di pronto riattamento, il Magistrato delle Strade con editto di questo giorno ha ordinato ... che le risarcischino" concludendo "che non si starà molto a rivederle di ferretti, come prima”.


Crediti fotografici:
La foto è tratta dall'Archivio fotografico Malandrini della Fondazione Monte dei Paschi di Siena

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14 aprile 2015

14 aprile 1785: nasce la Società di Esecutori di Pie Disposizioni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 14 aprile 1785, il granduca Pietro Leopoldo di Lorena, con la soppressione delle Compagnie laicali, trasforma la Confraternita dei Disciplinati di Maria Santissima (operante sin dal Duecento con sede presso il Santa Maria della Scala), nella Società di Esecutori di Pie Disposizioni. 

Compagnia della Madonna sotto le Volte: altare

La “Compagnia della Madonna sotto le Volte dell’ospedale”, detta anche “dei Disciplinati” (per l’antico uso del flagello come strumento di umiliazione fisica personale) acquisisce nei secoli ricchezza, potere e importanza, avendo tra gli adepti personalità quali: Bernardo Tolomei, fondatore degli olivetani; il beato Giovanni Colombini, fondatore dei gesuati; il beato Pier Pettinaio; il beato Ambrogio Sansedoni; San Giovanni di Capistrano, Santa Caterina. 

La Carta del Vanni (1595), con il convento di San Niccolò

Dal XIII al XVIII secolo, la Compagnia dei Disciplinati, si occupa di svariate missioni religiose e laicali come fornire sussidi a persone indigenti, curare gli ammalati, fornire elemosine, conferire doti, gestire le carceri e seguire i folli. Il 21 ottobre del 1775, ad esempio, ottiene la direzione dell’ospedale dei Dementi. Nel 1785, quando Pietro Leopoldo impone alla Compagnia la denominazione “laicizzata” di Società di Esecutori di Pie Disposizioni (denominazione con cui la Compagnia è giunta fino ad oggi), viene cancellato l’aspetto religioso, confermato dalla chiusura della sua chiesa, che peraltro nel 1792 il granduca Ferdinando III, invece, ripristinerà a tutti gli effetti. Salvatasi dalla confisca napoleonica, nel 1835, e ancora nel 1877, la Società si dota di nuovi regolamenti e nel 1915 si trasferisce a Porta Romana. 

Una rara immagine del San Niccolò prima dell’ingrandimento del manicomio del 1873

La Società di Pie Disposizioni seguirà sempre, fra le altre opere di misericordia, in maniera particolare la sorte dei “folli”, sia con la gestione dell’ospedale dei pazzerelli in via San Marco, sia con l’apertura nel “ricovero Bigi” in Fontanella (1803), e soprattutto, nel 1818, grazie al Rettore della Società, Marchese Angelo Chigi, con l’acquisizione dell’ex Convento di San Niccolò, presso Porta Romana, dove il 6 dicembre, viene inaugurato il “manicomio” che inizialmente ospita 34 pazienti, a cui si aggiungono presto anche altri emarginati come le “donne che illecito amore aveva reso madri”.

Per un approfondimento sulla "pillola" di oggi, sulla storia della Compagnia dei Disciplinati e per una panoramica sulla storia manicomiale senese si veda anche la pagina Pie Disposizioni e Manicomi di Siena di questo blog.


Crediti fotografici:
Foto 1: tratta dal sito santamariadellascala.com
Foto 2 e 3: tratte dal sito ecomuseosiena.org

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