31 ottobre 2016

Umberto Baldini detto “Bovino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Umberto Baldini detto “Bovino” è a sinistra, in prima fila, con il giubbetto, lo zucchino e il nerbo, la mattina del 17 agosto 1927 quando fu scattata questa fotografia in piazza del Campo, durante il giro trionfale del Nicchio per la sua vittoria nel Palio del giorno precedente.


Era la prima volta che “Bovino” correva in Piazza e aveva vinto subito come qualche volta capita ai fantini. In certi casi il destino è troppo invitante perché non sorga una speranza per il futuro che profuma di certezza. La felicità che assale, specialmente un uomo semplice, umile, niente affatto spocchioso, ritenuto fino a pochi giorni prima un “niente”, un “paria”, un ragazzo silenzioso, introverso, bruttino a cui - secondo il giudizio superficiale e sghignazzante degli scemi superbi - non è permesso neppure di guardare una donna, la gioia è tale da mutarsi in infatuazione come accade solo a coloro che si ritengono intelligenti e, se accade alle ragazze, di razza superiore piombata per una ingiusta sorte nella terra anziché in un pianeta della stella “Alfa”, dove Marconi sarebbe considerato uno stolto. Esistono, purtroppo, queste situazioni e questi caratteri che costituiscono il nido della prosopopea, dell'arroganza e dell'insensibilità.


Umberto Baldini aveva schiacciato d'un colpo questo mondo crudele, gelido e cattivo. Si sentiva, e giustamente, un eroe come tutti coloro che vincono in piazza del Campo e che eroi lo sono davvero. Era nato in un piccolo paesino vicino a Montevarchi, dove viveva facendo un po' di tutto, con la passione delle corse a cavallo. Infatti riuscì a comprarne uno, a poco prezzo perché si trattava di un ronzino, ad appena quindici anni di età. Partecipava alle feste dei paesi che terminavano quasi sempre con una corsa di cavalli montati “a pelo” per le strade ancora a sterro, ma dove uno doveva saperci fare. Imparò anche ad essere duro, senza paura, a difendersi dai fantini ormai fatti, che credevano di seppellirlo con due o tre parate.
Anche se, come diceva, non ci prendeva gusto e andava sempre a scusarsi con quelli che aveva rinserrato o a cui aveva tagliato la strada. Inusitato modo di comportarsi, quasi da cavalieri delle favole. Gli altri, invece di ammirarlo, lo guardavano sorpresi. Già da allora stava cambiando il mondo.
“Bovino” si era innamorato di una ragazza del suo paese, bella a onor del vero, ma piuttosto arida, saccente, persino sadica al punto di star bene nel fare del male agli altri, anche se ciò comportava dei risvolti negativi per se stessa. Non siamo ancora riusciti a spiegare perché alle persone per bene capitano sempre donne di questa razza.
Quando il fantino tornò vittorioso, preceduto dalla fama, trovò il “sì” che sperava e la promessa di matrimonio. Poi cominciò il tempo dell'attesa. Dal 1930 fu chiamato alle armi e spedito in Africa orientale fino nel gennaio 1935, come scrive Luca Luchini. Nel 1935 la sua “fiamma” era andata a bruciare un altro uomo, si era sposata, stava facendo i comodi suoi.
Umberto Baldini detto “Bovino” usò il vino come droga per dimenticare. Vinse il Palio per la Giraffa il 2 luglio 1936 completamente ubriaco. Sembra che il barbaresco, appena lo prese, gli consigliò di ringraziare “Ruello”, il cavallo.
Nel frattempo, senza successo, aveva corso nell'Istrice il 7 luglio 1928, nella Chiocciola il 16 agosto 1928, nella Civetta il 16 agosto 1929 e il 3 luglio 1930, nel Nicchio il 2 luglio 1935.
Corse ancora nella Giraffa il 16 agosto 1936 e il 2 luglio 1938, nel Nicchio il 16 agosto 1938 e nella Giraffa il 16 agosto 1939.
Morì negli anni settanta. Fu sepolto al cimitero di Trespiano a Firenze dove un paggio della Giraffa gli portò l'ultimo saluto di Siena.
 


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