15 ottobre 2016

Corrado Meloni detto “Meloncino” e Arturo Bocci detto “Rancanino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Corrado Meloni detto “Meloncino” figlio del grande Angelo, che nella fotografia è ritratto nell'Oca il 16 agosto 1934 in occasione della sua seconda vittoria, debuttò il 16 agosto 1932 nell'Onda.
Erano tempi che, giustamente ci sembra, ubbidivano al regolamento per il Palio secondo cui non potevano correre fantini legati da vincoli di parentela fino al terzo grado incluso. Pertanto, in quella data, babbo Meloni restò a piedi. Il “Meloncino”, bravo cavallerizzo, non aveva tuttavia il carattere del padre in quanto a malizia, forse anche a coraggio e a un minimo di cinismo che occorre per giostrare in piazza del Campo, come in tutte le corse pericolose fin dagli antichissimi tornei. Era un bravo ragazzo insomma, scrupoloso, magari timido. Tuttavia non mancò di spirito agonistico e il 2 luglio 1934, dopo 41 anni di digiuno, portò il drappellone alla Civetta.
Corrado Meloni, il 16 agosto dello stesso anno, difese i colori dell'Oca, la contrada nella quale suo padre aveva riportato quattro vittorie delle tredici complessive che conquistò in piazza del Campo. Fu un Palio piuttosto combattuto fra Aquila (Vieri Luschi detto “Cittino”), Nicchio (Pietro De Angeli detto “Pietrino”) e, appunto, L'Oca con “Wally” che era una cavallina di tutto rispetto e che aveva giostrato l'anno precedente con Angelo Meloni detto “Picino” nella Lupa, andando vicino a vincere. Fu al terzo giro al Casato che il “Meloncino” si aggiudicò il Palio facendo un personale cappotto.

da sinistra: Meloncino e Rancanino

Arturo Bocci detto “Rancanino” corse il suo primo Palio il 2 luglio 1906 per la Selva. L'ultimo, il ventisettesimo, fu quello con il giubbetto dell'Istrice il 16 agosto 1928. Doveva aver passato di poco i quarant'anni perché cominciò presto. La vittoria giunse quasi subito, al secondo Palio che lottò per la Giraffa il 2 luglio 1907. Quella sera ci furono gravi ritardi, come si rileva dal riassunto contenuto nel volume di Antonio Zazzeroni che va dal 1650 al 1914 e a cui, anche in seguito, attingeremo. La mossa decisiva fu data alle ore 20 circa, proprio sull'imbrunire. Ancora non esisteva l'ora legale ed altre sofisticazioni. Tutto era schietto e il tempo era sempre astronomico, come dire “ruspante”. La carriera fu combattuta a colpi di nerbo e “con grandi astuzie”, narra il cronista. I cavalli uscirono in gruppo dai canapi e così affrontarono San Martino.
Cadde l 'Istrice mentre gli altri, usciti indenni dall'incidente e dai pericoli di una curva presa insieme, dipanandosi quasi a coppie, si misero a nerbarsi tutti contro tutti. Fra queste autentiche grandinate, anche perché il nerbo era assai più lungo dell'odierno, passò la Giraffa e riuscì a giungere prima al bandierino.
Non sappiamo se Arturo Bocci fosse della provincia o di Valdichiana. Molti che lo hanno conosciuto giurano che era un maremmano, di professione buttero, come lo erano la maggior parte dei fantini che venivano a correre il Palio.  Aveva una maniera personale di cavalcare. Sembrava che “arrancasse”, di qui il soprannome “Rancani” o “Rancanino”.
Indossò i colori del Drago il 16 agosto 1907 e fu di nuovo nella Giraffa il 2 luglio e il 16 agosto 1908. Nel Palio del 2 luglio 1909, quando correva per la Chiocciola, si buscò una pesante squalifica di cinque anni (non ci andavano di scartino) perché al terzo giro continuò a correre dopo lo scoppio del mortaretto.
“Rancani” si giustificò affermando che dopo il traguardo aveva visto gruppi di contradaioli in atteggiamento minaccioso contro di lui e, quindi, aveva agito in stato di legittima difesa. Evidentemente fu creduto perché il 16 agosto 1912 (tre anni dopo) partecipò al Palio con il giubbetto della Giraffa. Corse, come abbiamo accennato, ventisette volte e vinse cinque Palii: Giraffa, Valdimontone, Istrice, Nicchio, Leocorno ove fu fotografato con lo zucchino di tradizionale forma, il 16 agosto 1920.


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