10 agosto 2015

Paolo Maccherini, La calda estate dei senesi (1968)

E non mi si venga a dire che esiste il caso ... Guido Elia, un lettore di questo blog, ci ha segnalato di aver trovato, girovagando su eBay, una rivista, una di quelle pubblicazioni che escono subito dopo il Palio. Pur non comprandola, dalla foto di copertina si leggeva evidente l'articolo di fondo di Paolo Maccarini. Guido, colpito, lo ha trascritto e ce lo ha inviato. Anch'io, altrettanto colpito, lo pubblico.
Spero colpisca anche chi legge ... in ogni caso sarà occasione per ricordare il nostro grande Paolo ...



Il Palio rievoca la solita filastrocca di aggettivi che sono i consueti modi di dire per sentimenti sempre nuovi di ammirazione e stupore per chi viene di fuori, e di passione e di livore di chi sta dentro. Il Palio è una lunga storia che cominciò per caso, nelle sagre religiose e cavalleresche, come in tutti i comuni d'Italia. E, mentre in altre parti, finì con i duchi, i conti e i marchesi, e dal torneo si passò ad altre forme parasportive, in Siena il destino delle cose di questo mondo ed una storia prima fausta e poi decadente isolarono la città nelle sue mura, circoscrissero la sua economia, la distaccarono come un'isola dal resto della regione, dalla nazione, dal mondo. 
Siena rimase così unica, come il carattere dei suoi abitanti, come la bellezza dei suoi edifici, come il misticismo dei suoi pittori, ed unico rimase anche il Palio, sintesi di questo splendido isolamento storico, fatto di gloria medioevale, poi di sottomissione malpatita all'invasore e, per questo, spettacolo esuberante, e quasi superficiale nelle pompe, nelle fogge, tremendamente introverso invece, duro, popolano, ribelle nella sostanza della sua origine.
Ogni regime politico ha sempre temuto nel Palio un'occasione di rivolta. Non a caso. Il Palio ha sempre avuto nel corso della sua vicenda una venatura di rabbia popolare, di miseria antica, di ingiustizie subite. I Lorena temettero i risorgimentali e credettero di trovare nell'Aquila e nella monarchica Chiocciola i segni del loro primato. Il rosso della Torre peraltro dette uggia al ventennio famoso mentre l'Oca tricolore fu sempre segno di fede patriottica. 
Oggi il Palio è in questo senso cambiato, ma porta i segni e le suggestioni dei tempi e delle fasi della sua vita passata. E il popolo contradaiolo, che vive i giorni della sua personale lotta stracittadina, porta nella mente e nel cuore i suggerimenti della tradizione che nel Palio, accanto alla corsa dei cavalli, hanno delineato un codice di consuetudini da osservare, leggi da eseguire, nemici da combattere, e amici, pochi amici in verità, da rispettare. 
Il Palio dunque diventa in quattro giorni, nell'estate calda dei senesi, una lotta. Una lotta per arrivar primi al bandierino, una lotta per vivere un giorno di gloria e di sbornie, una lotta inutile in questo mondo, per fermare il tempo.


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