28 agosto 2015

La Civetta festeggia in Piazza (1937)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Nella bella e calda giornata del 17 agosto 1937, i contradaioli della Civetta, con tutta la “comparsa” e gli alfieri e i tamburini del “giro”, compiono l'itinerario per tutta Siena per festeggiare la loro vittoria del giorno precedente. Qualche amatore si era organizzato per la fotografia, proprio nel mezzo alla Piazza del Campo. 


Una Piazza che torna ad essere linda per la gioia di tutti. Già a mezzogiorno, come si può osservare dalle corte ombre, gli sprangati sono stati tutti tolti e ricoverati nei magazzini. Non si vede, ma si può giurare che il tufo, che alle una di notte gli operai, senza ausilio di macchine, ma con pale e zappe, avevano iniziato ad ammucchiare in due lunghe, piccole collinette che seguivano la pista, era già stato depositato nei camion (quelli con il freno e la frizione fuori della cabina dell'autista) e ingoiato nei sotterranei del Comune. Lì si sarebbe conservato con cura lino al 26-27 giugno dell'anno successivo. Gli interventi di bagnare e rivoltare la lunga montagna si seguivano spesso, con una partecipazione degli operai (tutti senesi) che era un misto di passione e di una magica vita segreta di chi si sente protagonista per conservare la tradizione di secoli. Un po' di poesia anche in questo lavoro, umile e nascosto alla vista e al sole.
Anche i palchi sono stati tutti tolti, solo qualcuno è in smontaggio e sopra la lunga “ringhiera” del palazzo Sansedoni sono rimaste alcune sedie da riporre. Più qua e più là spuntano i lampioni, ma già alcuni riflettori erano stati posti sui tetti, con misura e discrezione, per illuminare il Palazzo e la Torre. 

Era podestà Fabio Bargagli Petrucci che quando usciva dal Comune era solito fermarsi verso la fonte e ammirare lo spettacolo che lo emozionava sempre. Un giorno pioveva e lui si rifugiò sotto l'arco del Vicolo di San Paolo. Lo vide il commesso comunale Ermanno Romboni e gli domandò: “vuole l'accompagni con l'ombrello, marchese?”. “Romboni, ce l'ho. Grazie!”. Ermanno non era soddisfatto e replicò: “ ... sa, lo vedevo costi fermo ... ”. “Sono il podestà di Siena, Romboni. Se non dedicassi almeno un quarto d’ora al giorno a questa meraviglia, che podestà sarei?”. Rispose “sissignore”, lo raccontò a tutti i suoi amici della Tartuca e da quel giorno gli volle più bene.

La fortuna, dopo quaranta anni di atroce abbandono nel quale aveva lasciato a marcire la Civetta, con luciferesca perfidia, sembrava ora decisa, sia pure con arido disprezzo, a farsi perdonare. Rotto l'incantesimo tre anni prima (n.d.r.: Palio del 2 luglio 1934 con Ruello e Meloncino), il sauro “Folco”, grande amico di Pappio che gli aveva insegnato a fermarsi da tutti i vinai del Drago e fargli assaggiare qualche goccia di vino, insieme a Fortunato Castiello detto “Napoletano”, gli avevano portato nuovamente il drappellone. C'erano state due mosse. Alla prima era uscito pulito il Leocorno con “Ruello” e Fernando Leoni detto “Ganascia”. “Ruello” in quegli anni era il grande rivale di “Folco”, un'accoppiata come Coppi e Bartali. Se non fosse scoppiato il mortaletto - allora acceso con i fiammiferi - a segnalare l'invalidità della partenza, la conclusione sarebbe stata diversa.
Fu la seconda mossa che predilesse la Civetta. Restò sempre in testa. “Ganascia”, fece generosamente quello che ci si poteva attendere da un lottatore come lui. Gli andò male. Sbatacchiò un ginocchio al colonnino di San Martino, rimase a cavallo malgrado l'acuto dolore ma il destino aveva già scritto il futuro. Alcuni giorni dopo girava in carrozza con la gamba ingessata. Lo salutavano tutti a gran voce. Non esisteva, nel mondo del Palio, detestabile acrimonia o cattiveria. La festa era la festa. Gli scontri pericolosi erano le eccezioni. 
Capitano era Antonio Casini e Priore Guido Ricci. Dopo un periodo difficile, durante il quale aveva lavorato anche Giuseppe Zazzeroni a cui era riuscito perfino ad aprire la piccola chiesa, la Civetta aveva ricominciato a volare come ai vecchi tempi. 
E cosi farà in seguito, dopo tre anni - se ne saltiamo cinque, quelli della guerra, quando il Palio non ebbe luogo, gelidamente - ancora con “Folco”. Di nuovo nel 1947, nel 1949, nel 1960, nel 1976 nel 1979. Furono le sfolgoranti giornate di Vittorio Brini, di Giorgio Bardini e di Sabatino Mori il grande capitano di quattro drappelloni. E non solo di quelli.


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