17 luglio 2015

La comparsa del Leocorno (1928)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


La “comparsa” del Leocorno indossa i nuovi costumi “che esplosero in tutta la loro magnificenza per il Palio del 2 luglio 1928” annota, con malcontenuto entusiasmo, un conosciuto cronista dell'epoca.
Per dire il vero anche gli uomini in costume sembrano nuovi. Alcuni addirittura belli, con l'espressione gratificata, altri con la serietà che si addice a coloro che indossano le insegne della propria contrada. Qualcuno si riconosce come l'alfiere Giuseppe Giuggioli. Nel Leocorno li riconosceranno tutti. 


Stoffe pregiate, disegni perfetti, tamburino tornato ad essere del XIV secolo, soprallasso, di cui si intravede il muso, tenuto da un palafreniere. Innovazioni per tornare pian piano al prestigio se non al fasto del Seicento-Settecento furono apportate anche nelle “rappresentanze comunali”, con l'aumento del numero dei musicanti della fanfara, con l'istituzione del gruppo dei sei “centurioni” a cavallo, con il carroccio tirato, finalmente, dai buoi come si addice a una celebrazione e non a uno spettacolo turistico pressappochista e con altri aggiustamenti (rotellini, contrade non più esistenti ecc.). 

Ben diversi e davvero sfolgoranti dovevano essere i “cortei dei ceri e dei censi” in occasione della festività di San Bonifazio e, dopo, in onore dell'Assunta che marcava il “national day” di Siena e di cui il Palio attuale ha ripreso il significato religioso e politico della antica Repubblica. Sappiamo bene dai documenti che vi assisterono pontefici e imperatori, re e principi, e a certi di loro non dispiacque inviare i propri destrieri a partecipare al Palio. Ma salvo un'immaginazione abbastanza precisa che si ricava dai documenti e dalle descrizioni, non c'è altro.
Un po' più, anche per le esistenti “stampe”, ci possiamo avvicinare ai cortei che precedevano le Cacce ai Tori o le Bufalate, ma restano solo accese curiosità quasi genealogiche, che dimostrano solo, ed è già molto, una partecipazione di continuità di certi valori che si semplificano nei ricchissimi costumi, nelle decorate cavalcature, nelle bandiere e nei gonfaloni e finalmente nei mastodontici carri che celebravano eroismi, mitologie, segni di amore al proprio territorio riscoperto attraverso Dei, ninfe, fiumi e città.

Anche quelli del 1928, considerato il momento non facilissimo per le finanze che già presagivano la batosta mondiale dell'anno dopo, costarono molto. Più di un milione di lire. Com'è dire: una pazzia.
Contribuirono il Comune, il Monte dei Paschi di Siena e una colletta pubblica che sottolineò, almeno, l'attaccamento alla città e alla sua cultura. Vi parteciparono personalmente anche il conte Alessandro Ciofi Degli Atti Prefetto, il marchese Fabio Bargagli Petrucci Podestà, Achille Sciavo Rettore dell'università, e c'era da dubitarlo? L'Arcivescovo Prospero Scaccia che considerava le contrade e Palio non come “folklore” popolano, ma come cultura e celebrazione. Monito e lezione per gli uomini intelligenti.

Quell'anno fu corso anche un Palio straordinario il 14 settembre, in occasione del “VI Festival Internazionale della Musica” organizzato dal Micat in vertice del conte Chigi Saracini. Lo vinse l'Onda che sberleffò alquanto il Leocorno che, pur avendo avuto un ottimo cavallo, non raggiunse primo il bandierino. Il “sonetto” procurò all'Onda una vivacissima reazione della contrada di Pantaneto per le accuse “poco diplomatiche” che conteneva. 
Il 2 luglio aveva vinto l'Oca con il fantino Angelo Meloni detto “Picino” e la cavallina “Lina” di proprietà di Alfredo Pacciani; era capitano Enrico Mugnaini e governatore Bettino Marchetti.
Il 16 agosto aveva vinto il Nicchio con la “Margiacca” di Giovanni Margiacchi e il fantino Enrico Viti detto “Canapino”. Era capitano Guido Rocchi e priore Vittorio De Santi. 
Il Leocorno non si accasciò e vinse subito l'anno successivo, il 2 luglio, alla “consueta” presenza del Sovrano, come narra Virgilio Grassi, del Principe Ereditario e delle Principesse Mafalda, Giovanna e Maria. Re Vittorio Emanuele III, uomo di grande preparazione culturale e di riconosciuta intelligenza, non solo era un sostenitore del Palio (che non ebbe mai detrattori se non da quando certa politica, certo associazionismo e certi bacchettoni non fecero della festa uno strumento di propria sponsorizzazione con fanatismo e menzogne) ma un profondo conoscitore della tradizione senese e, pertanto, appassionato fautore. 


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