26 giugno 2015

L'Istrice festeggia in Piazza Paparoni (1913)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


L'Istrice festeggia la conquista del Palio del 2 luglio 1913. Il drappellone sul quale si scorge la riproduzione della “pace” di Ambrogio Lorenzetti, dovrebbe avere un preciso significato. Un anno dopo scoppierà la prima guerra mondiale, le acque sono agitate per il secondo conflitto balcanico che terminerà solo nell'agosto con gli accordi di Bucarest. La “pace” rappresenta quasi un atto propiziatorio, un appello al buonsenso e all'intelligenza umana che si trasmette anche attraverso il Palio. Inutilmente, purtroppo.


In Piazza Paparoni è stato costruito un giardino. Qualche amante della natura, non ligio però alle regole delle piante che vorrebbero non essere disturbate, si è piazzato proprio fra le felci, le cordiline e le kenthie. E, guardate bene, non sono i bambini, tranne uno, a pestare l'aiuola ma i babbi e forse più di un nonno.
Dietro il Palio si notano le bandiere delle contrade alleate: Civetta, Aquila, Giraffa e, se la vista non c'inganna, proprio la Lupa! Con lo zucchino in testa, ma il vestito scuro delle grandi occasioni, il fantino Angelo Meloni detto “Picino”
Qualcuno ha sul capo la “bombetta”, molti altri la “paglietta” e un vegliardo, molto onorabile nell'aspetto, si fa notare con la sua bella barba a due pinzi con, accanto, un elegante giovanetto. Tutti con il loro gilè mentre un contradaiolo con una grossa coccarda, è indirizzato verso una nuova moda: il pullover sotto la giacca. Scintillano le catene degli orologi di cui sono piene le nostre case. Ricordi personali, intimi, un po' emozionanti, che provano, negli anziani, zaffate che giungono dalla remota infanzia.
Insieme ai visi dei nonni e del padre, quando la vita era magnanima di continue, piccole speranze, di inesauribile fantasia, di rassicurante andare dietro le favole della fata che, delicatamente, si trasformava in donna ed era perfino capace di amarci. Imbarazzante ingenuità!
Il capitano dell'Istrice, in quella esplosiva giornata, era Gherardo Spannocchi, il priore Angelo Brancadori e la cavallina si chiamava “Strega” di Alfredo Neri. Come si svolse la “carriera” lo sappiamo “in diretta” da chi lo scrisse in “L'Anazione”, numero unico del 1972. “Partito primo dai canapi, tale si mantenne fino all'inizio del terzo giro, quando fu impegnato improvvisamente dalla Giraffa. Con abilità se ne difese costringendola quasi a sbattere sui materassi di San Martino: costretta a rallentare, la Giraffa si ripresentò di nuovo al Casato, ma il bravo "Picino" le riserbò la medesima sorte, portandola al largo, per sfilare poi indisturbato verso il bandierino"
Da Giuseppe Zazzeroni sappiamo che il mossiere si chiamava Pasquale Meucci e che, nelle immediate retrovie, si ingaggiò fra la Chiocciola con Alfonso Menichetti detto “Nappa” e la Lupa con Giulio Cerpi detto “Testina” una lotta furiosa quasi potrebbe dirsi rabbiosa, di nerbo che difficilmente abbiamo veduto l'eguale e si protrae fino circa al cominciare del terzo giro, ove può finalmente la Lupa liberarsi della competitrice. L'arrivo fu: Istrice, Giraffa, Valdimontone, Lupa, Chiocciola.
Nello stesso anno fu corso un Palio straordinario il 25 settembre vinto dalla Giraffa con il fantino Giulio Cerpi detto “Testina” in onore del VII congresso Nazionale della Società per il progresso delle Scienze.

La cena dell'Istrice, che si svolse nel tratto di Camollia davanti a Piazza Paparoni, ebbe come partecipanti quasi cento contradaioli. Un numero alto per quei tempi, quando i soldi erano pochi e le donne stavano ad ammirare la cena, se avevano la fortuna di trovarsi nel tratto prescelto, dalle finestre o dai rari balconi. La gente di Siena si accalcava al principio o alla fine della lunga tavola, dietro cancelli di legno che non permettevano il libero ingresso. 
Nella città, la festa di una contrada, costituiva un motivo di interesse per tutti e di divertimento. Si commentavano il disegno delle arcate, l'illuminazione, le marcette della banda a cui era riservato un apposito recinto. I musicanti mangiavano dopo e un tavolo apparecchiato li attendeva. “Si faceva per prudenza” raccontava Adriano Zazzeroni, “perché il vino non entrasse nei tromboni!". Le razioni non avanzavano mai anche perché in casa, spesso, si aspettavano gli avanzi del babbo, che faceva incetta di quarti di pollo o di salsiccioli. Era una festa in più nel calendario.


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