29 maggio 2015

La festa titolare della Torre (1905)


C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Siamo intorno al 25 luglio 1905. Il giorno della festa titolare della Torre. Il vecchio Salicotto è addobbato elegantemente, anche perché per questa annuale celebrazione la contrada ci ha sempre tenuto. L'abitudine continua: basta assistere al corteo del “rientro” curato in questi ultimi tempi da Vasco Liberati, numeroso non solo di alfieri e tamburini ma anche di contradaioli, uomini e donne si capisce. 
La luminosità del sole che batte sui tetti e cala in strada come una dorata nebbia, starebbe a dimostrare che la fotografia è scattata sul mezzogiorno della domenica. Uomini vestiti “da festa” (ce n'è uno addirittura con il cappello “alla ministeriale” la cui foggia è durata oltre cinquanta anni, fin quasi ai nostri giorni) camminano chi con passo bersaglieresco, chi con calma assoluta quasi trascinandosi per godersi lentamente le decorazioni, i bicchierini a olio sistemati in coppe di vetro più grandi perché non accadesse mai - come prima succedeva - che frantumandosi per il calore della fiamma il primo bicchierino, acqua e olio precipitassero sulla sfortunata persona sottostante.


C'erano ditte apposite a Siena e fuori Siena per l'installazione delle “luci” che di lì a non molto sarebbero state inframezzate con lampadine elettriche bianche e nel 1922, per iniziativa del Valdimontone, anche colorate. I “bicchierini” sono anche montati a stella, a mazzi di fiori. Lungo le pareti, accanto alle finestre, ciascuno appendeva anche rificolone o “palloncini alla veneziana” come si usava dire, pur di non pronunciare l’altro termine, indubbiamente fiorentino.
Sull'esempio antico dei grandi arazzi, ricchi di stoffe pregiate e ricami, la gente delle contrade esponeva alle finestre ciò che poteva. I più benestanti non badavano a qualche centinaio di lire per far fabbricare arazzi con i colori della contrada, alcuni si contentavano dei più semplici, di tela, altri usavano addirittura i tappeti lavati e imbrillantinati per l'occasione. La contrada metteva i suoi braccialetti, più o meno distanti a secondo quanto era il numero. Quando la notte veniva su dalle vallate e usciva pian piano dalle fonti, dagli angoli più appartati, dai cespugli dei giardini o dagli orti, si incendiavano le “padellette” di sego e cera poste sui bracciali. 
Arrivava la banda, faceva il giro di tutte le strade della contrada suonando marcette allegre, e si fermava poco distante dalla Chiesa, dopo il Mattutino. Era stato preparato un cerchio di sedie e, al centro, un tavolo con tre, quattro, cinque fiaschi di vino calcolati dai componenti l'allegra brigata. Perché, certo, dovevano bere, ma non troppo. Altrimenti si addormentavano presto e l'aria non si elettrizzava più con le note delle cornette e dei clarini. I giovanotti e le ragazze non potevano più ballare e sembrava che il divertimento terminasse prima del tempo. Un tempo che tutti volevano lungo perché, a meno di vittorie nel Palio, sarebbe dovuto passare un anno intero prima che la sospirata libera uscita (per le “citte”) si ripetesse. 
Nella fotografia si notano i carrettini con le candele, sottili o meno, più pesanti e leggerissime: di tutti i prezzi. Ma ogni buon contradaiolo ne comprava almeno una per accenderla nella “sua” chiesa. Al centro, uno spazzino comunale (che allora lavoravano anche la domenica mattina), dopo aver pulito e ripulito la strada, da un secchio faceva passare l'acqua dal nappo bucherellato per fermare la polvere disegnando in terra rose e fiori. Spesso chiamava qualcuno perché ammirasse il capolavoro ed era fiero dei complimenti che lo incoraggiavano per il futuro. Questo era un piccolo esempio di come il lavoro fosse passione e divertimento, precisione e serietà. Si chiamavano spazzini ma ne erano orgogliosi. Ancora non esisteva l'inutile retorica dei nomi pomposi e farisei.

La Torre appena venti giorni dopo, vinse il Palio. Con il cavallo “La Gobba” di Giovacchino Pianigiani e il fantino Guido Sampieri detto “Fulmine”. Capitano era Carlo Piccolomini e Priore Adolfo Ferrari. 
La cronaca è scarsa, veloce come lo furono i cavalli. “Mossa bellissima, scappò primo il Valdimontone, e tale si mantenne per due girate ma alla terza fu passato dalla Torre che riportò piena vittoria”. Quel “piena” sta a significare, probabilmente, l'impeccabile guida del fantino e la incontestabile potenza della cavallina che non permise si dubitasse di lei.


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