1 maggio 2015

La comparsa della Selva (1901)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Sotto un sole quasi a picco, a giudicare dalle ombre, alcuni personaggi della comparsa della Selva, appaiono in questa rarissima istantanea. L'imponente duce ha la faccia completamente nascosta dall'ombra della visiera dell’elmo ma si indovinano i baffoni con riccioli impeciati, segno di grande eleganza e di personale dignità non tirata al cialtrone. Ai suoi lati due “uomini d’armi” che per l’età sono piuttosto valletti. 


Di uno si può osservare la mazza ferrata, di un altro la figura impietosamente tagliata dal fotografo. Quello che qualcuno forse riconoscerà è il “paggio porta-bandiera” nonno o babbo certamente di selvaioli, quando ancora la contrada era un villaggio abitato dai senesi e contava non eccessive botteghe – con prevalenza di vinai e calzolai - e l’artigianato era ancora forte. 
Oasi di tranquillità, di punti di riferimento, delle valli verdi che scendevano dal Costone o dal Fosso di Sant'Ansano (che pure era territorio della Pantera, almeno per il Fosso legato a uno dei miracoli del Battista). Punti alti, se non altissimi della città, da cui ci si poteva struggere dietro il sole al tramonto in certi mesi dell’anno. Oppure, calata la sera, raccogliersi nella piaggia ammattonata che scende rapida in Fontebranda, con la ragazza dolcemente amata e sognata, che dava coraggio anche quando si studiavano la radice quadrata o i logaritmi.
Una beatitudine che è durata almeno fino a quarant'anni or sono. La ragazza si chiamava “citta” secondo la nostra lingua. Allora le donne erano capaci perfino di amare con quel profumo di rose che poi, deridendolo quasi, fu chiamato “acqua e sapone” come se chi si lava sia un crumiro che tradisce la moda. Ci stringevamo le mani, qualche bacino posato con estrema delicatezza ed emozione, lontani da sguardi indiscreti perché la solitudine e l'intimità costituivano il fascino dell'amore. Un solo sguardo avrebbe rovinato tutto ed era incompatibile con la poesia.

Sullo sfondo della fotografia appare il drappellone con la Madonna Assunta in Cielo, pitturata come si deve, iconograficamente esatta. Era la centralità, con gli stemmi araldici, di tutta la committenza. I pittori che non sapevano farli restavano a casa.
La data dovrebbe essere quella del 17 agosto 1901 durante il giro trionfale per la vittoria del giorno precedente. Dove è stata scattata la fotografia è un quiz da Mike Bongiorno anzi, da Silvio Gigli. A quel Palio era Priore Giuseppe Bindi Sergardi e Capitano Nazareno Felli. La cavallina si chiamava “Sultana” e ne era proprietario Gaetano Beligni.
Come andò la corsa? Facciamocelo raccontare dai contradaioli della Selva. Parteciparono le contrade: Giraffa, Valdimontone, Chiocciola, Bruco, Onda, Istrice, Selva, Nicchio, Oca, Aquila. I migliori cavalli andarono all’Oca, Selva, Nicchio. Scattato il canape cadde l’Oca ostacolata dal Bruco e dalla Chiocciola: quest'ultima nerbò per due giri interi il Nicchio. La Selva era partita prima ma fu passata dall'Onda che tale rimase per due giri e mezzo. Senonché alla Cappella, prima che la corsa si concludesse, il cavallo dell'Onda cadde e la Selva potè riprendere il comando e vincere seguita dal Nicchio, Chiocciola scossa e Bruco. 
Il corteo era stato arricchito e abbellito in onore del principe Vittorio Emanuele, conte di Torino, ospite di Siena, il quale dette una lauta mancia al fantino Nazareno Felli detto “Chiccone”.

Due giorni dopo, il 18 agosto 1901, si corse un “Palio alla romana”, come si chiamavano quelli “a batteria” che di tanto in tanto si svolgevano (nei viali della Fortezza o nella stessa Piazza del Campo), per concludere la celebrazione consuetudinaria del 16 agosto, con maggior sfarzo. 
Erano state estratte le dodici contrade, quattro per batteria. Tali corse eliminatorie erano state eseguite. Restava da disputare “la bella” fra Civetta, Oca e Valdimontone. Il fantino della Civetta cadde al canape e riportò una frattura al perone destro. La colpa fu attribuita, ovviamente, al mossiere.
Più qua e più là si verificarono incidenti, come succede sempre quando la “mossa” è lunga o, peggio, rinviata. Si disse per timore che vincesse l'Oca che era rimasta in gara con il Valdimontone, si sfilarono diversi steccati, la folla invase la pista e il premio non venne dato. Anzi, fu frettolosamente ed emotivamente stabilito che “corse alla romana” non se ne facessero più. Così avvenne. In altre località di Toscana e perfino all'estero esistono ancora e nessuna rivoluzione ha preso fuoco per questo.


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