12 marzo 2015

Siena, la Torre, il Mangia



Si fa presto a dire Torre del Mangia …
La testimonianza di Agnolo di Tura data al 1325 la posa della prima pietra, nell’atmosfera solenne di una cerimonia ufficiale:

Sanesi cominciorono una Torre sul canto della via che si chiama di Malcucinato, che va in Salicotto, la quale si cominciò in sabato dì 12 d’ottobre e fecesi in Siena gran festa e vennero i canonici e il chericato del duomo a dare la beneditione a la prima pietra e dicevano orationi e salmi e l’operaio del duomo mise in fondo di detta tore alquante monete per memoria di detta tore, e fuvi messo in ogni canto di detta tore nel fondo una pietra con lettare greche, ebraiche e latine, perché non fusse percossa da tuono né da tempesta”.

Strana cerimonia quindi, mista di sacro e magico-scaramantico. Certo i suoi protagonisti dovettero essere ben cosci dell’importanza nei secoli di ciò che si andava a cominciare.
Tuttavia i lavori di costruzione della Torre veri e propri presumibilmente iniziarono in anni successivi, contestualmente all’ampliamento del Palazzo del Podestà. I libri di Biccherna iniziano a registrare pagamenti in continuità per la Torre solo a partire dal 1338, fornendo tra l’altro indicazioni sui “maestri” chiamati a collaborare all’impresa (in primis Giovanni d’Agostino ed i fratelli aretini Minuccio e Francesco di Rinaldo). Al 1341 risale il pagamento a Maestro Lippo (generalmente identificato in Lippo Memmi ma è stata anche avanza l’ipotesi Lippo Vanni) della somma pattuita per il disegno (e forse il modello in legno) del particolare coronamento che contraddistingue la Torre del Mangia, ieri come oggi.

Se l’ultimazione della Torre del Comune viene comunemente fatta risalire al 1348 circa (e nessuno ancora si sognava di chiamarla “Torre del Mangia”), la prima campana (la “campana del Comune”) venne innalzata già nel 1344. Ma di questo e delle campane che si sono succedute in vetta alla torre tratta in sintesi un altro articolo di questo blog.
L'argomento specifico di questo articolo può invece essere riassunto (ma solo per difetto) in una domanda: "Chi (o cosa), nei secoli, ha suonato la campana?".  La risposta è, fino all’anno 1780, una e una sola: il Mangia (sia pure con le precisazioni che seguiranno). E poco importa che, nel corso degli anni, abbia assunto le vesti di una persona fisica ovvero di un automa …


IL MANGIA IN CARNE ED OSSA

Giovanni di Balduccio (o Giovanni Ducci) detto, per i suoi proverbiali sperperi, Mangiaguadagni o, più semplicemente, Mangia, fu campanaro della Torre (uno dei primi se non il primo in assoluto). Il fatto è storicamente documento da alcuni pagamenti della Biccherna al Mangia a partire dall'agosto 1347, quando, con la qualifica di "messo de' Nove", percepì, insieme ai suoi compagni, la somma di 10 lire per aver suonato le campane nel bimestre luglio/agosto.

2. Annotazione sul libro di Biccherna del Pagamento al Mangia e ai suoi compagni

L'attività di campanaro del Mangia cessò, al più tardi, nel 1359. In quell'anno risulta infatti un pagamento a suo favore come Banditore del Comune (una promozione vera e propria) che comportò l'abbandono delle funzioni di campanaro. Non molto di più sappiamo del nostro Mangia e della sua vita successiva.
Quanto alla Torre, sembra lecito ritenere che, al tempo, non avesse ancora assunto il nome di Torre del Mangia.


I MANGIA AUTOMI

Al Mangia campanaro seguirono, per un lasso di tempo considerevole, una serie di automi collocati sui merli della Torre. Costruiti in vari materiali (legno, legno foderato di metallo, ottone, travertino ecc.) furono tutti soggetti a frequenti riparazioni e periodiche sostituzioni.
E, manco a dirlo, furono anch’essi, “a furor di popolo”, costantemente chiamati Mangia, tant’è che l’appellativo finì per designare, non sappiamo esattamente quando, la stessa Torre, il simbolo di Siena.

3. Stampa del Campo (1578) in cui si può intravedere la statua del Mangia

Volendo ricostruire una sommaria cronologia degli automi, è doveroso segnalare, in svariati casi, discrepanze tra i vari testi consultati per la documentazione. Essendo impensabile una ricerca diretta sulle fonti (tanto per mancanza di competenza specifica, quanto per ragioni di compatibilità con gli scopi, meramente divulgativi, di questo blog), mi limiterò ad esporre l’opinione comune, con l’aggiunta di alcuni fatti verosimilmente documentati da singoli autori.

I primi automi, collegati all'orologio per mezzo di cavi metallici, avevano la funzione effettiva di suonare le ore, percuotendo la campana con un martello.
Non sappiamo esattamente quando la serie dei Mangia ebbe inizio. Si è avanzata l’ipotesi di una installazione contemporanea alla collocazione del primo orologio meccanico (1360) mentre sicuramente un automa (in legno) venne collocato in vetta alla torre sul finire del Trecento. È infatti documentata una spesa di 12 fiorini d’oro (1396) “per fattura d’uno martello di ferro inacciarito dall’una de le teste, pesò libbre 190 e più, chol quale si suonan le ore”. Si dovette però procedere a spesa ulteriore per “fortificare l’uomo di legno per lo maggior peso del martello”. Ad anni solo di poco successivi (1399) è datato il rifacimento dei meccanismi dell’orologio per “temperarlo e farlo battere come meglio sarà possibile” rendendolo, forse per la prima volta, pienamente compatibile con un automa che battesse le ore.

Il Mangia venne rifatto in ottone nel 1425 dal fiorentino Dello di Niccolò e dai senesi Daniello e Lazzaro di Leonardo. Nello stesso anno è anche documentato un pagamento di 45 fiorini al pittore Martino di Bartolomeo per la pittura della mostra dell’orologio e la doratura dell’automa. Sia pure con frequenti restauri e anche periodi di inoperosità, l’automa durò a lungo, ancorché esposto a varie minacce.
L’episodio più grave (per il Mangia) si verificò nella notte del 6 aprile 1460 quando un fulmine, colpendo la Torre, mosse l’automa dalla sua posizione, rendendolo sospeso ad uno dei merli. Altri fulmini caddero sulla Torre nel 1496 e nel 1519. Questa subì poi un danno ingente il 5 luglio 1544 quando, durante l’assedio di Siena, fu colpita da un colpo di artiglieria. Ma in questi casi, come ha scritto il Bianchi Bandinelli, “forse il Mangia se la cavò con la paura”.

Durante la posa di “Sunto” (1666) l’automa (che al tempo la cronaca del Vieri dà come “statua fabbricata di legno foderata di rame”) fu in un primo tempo rimosso per agevolare i lavori e solo successivamente reintegrato nella sua posizione.
Nello stesso 1666 si provò a costruire anche un automa di stoffa, rivestito di fieno. Nel libro di spese per la fattura del Campanone è infatti registrato un pagamento a “Camillo Lanciati sarto, per cucitura d’un vestito di tela fatto per modello per fare il mangia alto b[raccia] sette e mittere in Torre fattogli il viso, mani e tutto di tela et empitolo di fieno”. Quale sia stata la sorte di questo tentativo non è però dato sapere.
Il periodo d’oro dei Mangia stava comunque per finire. Forse già per effetto della posa di Sunto, ma sicuramente a partire dalle modifiche all’orologio del 1682, i Mangia diventarono "automi di scena", con funzione limitata a “far mostra di batterle [le ore]”, ruotando ed indicando la campana, un numero di volte pari alle ore, battute ormai direttamente dall’orologio. E, conseguentemente i Mangia finirono con il portare armi in asta e non più il martello, ormai divenuto inutile.

4. Il Mangia collocato su un merlo
della Rocca (fine sec. XVII)

Un Mangia in pietra venne collocato (ma per alcuni si trattò di una mera riparazione di un automa precedente) in vetta alla torre intorno al 1680. Nel 1726, divenuto ormai “tutto guasto”, venne sceso e trasportato a Palazzo Spannocchi per servire da modello agli artigiani incaricati di costruire l’automa successivo.
Il nuovo Mangia, costruito in legno rivestito di piombo e dotato di un’alabarda, tra il 13 ed il 14 agosto 1726 venne issato sulla torre. Secondo la testimonianza del Pecci con tale automa, più alto del precedente,“si ritornò a far battere le ore nel medesimo Campanone, come usava in antico”.
L’ultimo Mangia in legno, anch’esso foderato di piombo, venne installato nel 1759, sostituendo il precedente.


L'ULTIMO MANGIA E LA SUA ODISSEA

L'ultimo Mangia della serie, costruito in travertino, fu issato sulla Torre nel 1766 e posto sul “merlo destro verso Tramontana” (cioè rivolto verso Nord: quello di sinistra guardando la torre dal Campo). Il Pecci così annota: “Nel dì 10 del sopradetto mese [aprile 1766] fu elevata sopra la rocca della pubblica Torre, in luogo dell’altra che vi era di legname foderata di piombo, la nuova statua di travertino che chiamano del Mangia, lavorata da Angiolo Bini scultore e scalpellino fiorentino”.
La “prima vita pubblica” dell’ultimo Mangia fu però assai breve. Forse a causa di alcuni lavori da eseguire sulla sommità della torre o per il timore che “fusse di pregiudizio alla detta Torre”, il 29 settembre 1780 l’automa venne rimosso e definitivamente collocato a riposo nella polvere dei magazzini comunali, senza essere sostituito. La Torre veniva così definitivamente privata di una presenza ormai divenuta non solo secolare ma anche altamente simbolica.

5. Il Mangia “ritrovato”

Nel 1824 il Governatore di Siena, Giulio Ranuccio Bianchi, “di cosa pubblica facendola divenir privata”, la prelevò dai magazzini e la portò nella sua villa di Pagliaia in Chianti, per adornare un laghetto annesso al giardino. Quando il lago venne prosciugato, il Mangia rimase interamente sotterrato e per anni se ne persero le tracce.
Nel 1927 Ranuccio Bianchi Bandinelli, pronipote del Governatore ed illustre archeologo, guidato da alcuni documenti storici sulla vicenda, riuscì a rinvenirne prima la testa, riversa in un fossetto, e successivamente alcuni frammenti del busto, semi-sotterrati in un campo. Le braccia risultarono irrecuperabili in quanto inglobate nelle fondazioni di un fienile.
Una volta restaurato, il Mangia fu collocato, sopra una base di travertino, nel Cortile del Podestà (per i senesi l’Entrone) del Palazzo pubblico, dove si trova tutt’ora.
Per dirla con le parole del Bianchi Bandinelli: “mutilo resto di travertino, quasi impari alla sua fama, come del resto tutti i grandi uomini visti da vicino” … e così ebbe inizio la lunga “seconda vita pubblica” dell’ultimo Mangia …


LA “FORTUNA” DEL MANGIA OVVERO IL MANGIA E SIENA

Che la Torre del Mangia lambisca l’essenza stessa di Siena credo sia un dato di fatto che non necessiti di troppe argomentazioni. Lo sanno bene i senesi che, costretti alla lontananza da Siena per periodi più o meno lunghi, sentono con il cuore di essere a casa solo quando scorgono, anche da lontano, le sue linee, al contempo eleganti e maestose. E, d’altro canto, Siena è ben conosciuta nel mondo (anche e, forse, soprattutto) per il Campo e la sua Torre.
Quale valore dare invece al Mangia in sé e per sé? Lascio per il momento la domanda in sospeso per esporre alcuni esempi (ma sicuramente ne tralascerò altri altrettanto importanti) di come il riferimento al Mangia si sia, nei secoli, allargato anche oltre il suo stretto "compito originario" di campanaro della Torre.

Il Mangia è stato, prima di tutto, poeta, sulle orme del più celebre Pasquino di Roma.
Al 1552 (o anni immediatamente successivi) risale il “Sonetto che mandò il Mangia della Torre del campo a maestro Riccio Pittore a Pisa, per far ritrarre Don Diego di Mendozza”. È bene sapere che Don Diego di Mendoza fu l’odiatissimo governatore imperiale della Siena occupata che fece costruire l’altrettanta odiata fortezza, successivamente smantellata dai senesi in rivolta nel 1552. Il tema della composizione è alquanto semplice: gli scagnozzi del Mendoza, per poter continuare a venerare il loro padrone anche dopo la sua cacciata da Siena, danno incarico al Mangia di trovare un pittore che ne dipinga il ritratto.
Gli epiteti diretti a Don Diego, disseminati per tutto il componimento, sono vari e coloriti: “arcimarrano”; “aspe [aspide] sordo”; “incantato animale”. Anche quando passa a dare le istruzioni al pittore per rendere il ritratto realistico, le invettive continuano: “Fatelo un po' minore / D'ogni uomo giusto …”; con “Cera proprio di furbo e d'assassino”; “dico che 'l fingiate tristo, / Qual Giuda appunto quando tradì Cristo” eccetera.
Il finale è veemente: “Diego Urtado Mendozza, arcimarrano, / Nemico a tutt'Italia, al cielo, e al mondo; / Pensando farsi in Siena a Dio secondo, / Fu privo de' favor ch'aveva in mano. / Oggi depinto è qui, come ognun vede, / Senza favor, senz'arme e senza fede.”
Questa composizione, così come le altre che saranno di seguito citate, sono riportate integralmente (o in “ampia sintesi”) in appendice.

Altre due liriche risalgono al 1667.  Come abbiamo già visto, nel 1666 Sunto fu issato sulla Torre e, per agevolare i lavori, si pensò di scendere il Mangia, che venne rimesso in posizione solo qualche anno dopo (non so esattamente quanti). In ogni caso in quell’anno la Torre risultò priva di una presenza ormai secolare, ed il fatto non era certo destinato a passare inosservato … entrambi i componimenti infatti vertono sul tema.
Il primo, anonimo e dal tenore ironico ed ammiccante, si intitola “Il Mangia smartellato agl’Amanti ammartellati”. Il madrigale è tutto giocato su di un malizioso doppio senso: il Mangia, ormai privato del suo martello, ne chiede un altro agli amanti, che di tale "mercanzia" sempre abbondano, per continuare a battere le ore ...



6. Il foglio volante originale del Madrigale

Il secondo, composto dal poeta Francesco Melosio (al tempo molto celebre), si intitola “Lamento che fa il Mangia di Siena per dover esser deposto dalla Torre detta del Mangia”.
Qui l’atmosfera è decisamente malinconica e quasi epica. Ad una lunga fase descrittiva, segue in prima persona l’irato sfogo del Mangia: “No, ch’io partir non vo’, / da questa sommità, / dove già lunga età / un libero poter m’imprigionò: / no, ch’io partir non vo’ […]”
Al termine del giorno il Mangia finisce per farsene una ragione: “Volea più dir il Mangia inviperito, / ma vedendo che ‘l sole / s’era verso gl’antipodi partito, / sonò le ventiquattro e in un momento / finito ebbe col giorno il suo lamento”.

Il Mangia è stato un almanacco, pubblicato annualmente dal 1759 al 1940, con la sola interruzione degli anni 1917-1918 per la I guerra mondiale.

7. La copertina de Il Mangia – Guida Almanacco senese del 1908 (anno 149)

Ma cosa erano questi almanacchi?
Una prima idea potremmo averla rileggendo il famoso brano “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” di Giacomo Leopardi. I contenuti pregnanti erano previsioni (leggi profezie), spesso del tutto illogiche e strampalate (per es. le previsioni del tempo per tutto l’anno), criptiche e farcite di citazioni latine a sproposito. Ciò nonostante gli almanacchi avevano successo soprattutto nel popolino.
In questo contesto il Mangia venne coinvolto in una vicenda “disdicevole”. Il nostro almanacco entrò presto in concorrenza con un’altra pubblicazione, edita a Firenze dal lunarista romano Marcello Pela. La concorrenza si svolse senza esclusione di colpi, tant’è che gli editori dell’almanacco senese non mancarono di marcare le previsioni mancate (che erano, ovviamente, molte) del concorrente. Il Pela reagì in modo clamoroso. Nell’antiporta del suo “Lunario o sia diario planetario per l’anno bisestile 1772” pubblicò un’incisione dedicata a “Madama la Vecchia di Pantaneto madre del Mangia” … ai non senesi, senza dilungarmi in tante spiegazioni che mi spingerebbero fuori tema, va detto che questo equivale ad affermare che il Mangia è un “figlio di …”.

 8. “Madama la Vecchia di Pantaneto madre del Mangia”

Vari periodici si sono succeduti nel corso degli anni con il riferimento nel titolo al Mangia. Cito: “Il Mangia: Periodico popolare senese” (pubblicazione documentata dal 1881 al 1883); “All'ombra del Mangia: Pubblicazione umoristica letteraria di reclame” (numero unico, 1913); “Il Mangia: Settimanale umoristico apolitico” (pubblicazione documentata dal 1914 al 1915) … e son certo di scordarmi qualcosa …
La pubblicazione conosciuta più vicina a noi è “Il Mangia - periodico contradaiolo e di vita senese”, pubblicato dal 1964 fino (credo) agli ultimi anni ‘80 (nel catalogo della Biblioteca degli Intronati l’ultima edizione disponibile è del 1989). Estremamente popolare in città (famoso il motto “lo comprano in 2000 [o 3000] ma lo legge tutta Siena”), combinò per anni la sua funzione di informazione paliesca (ma non solo) con una verve satirica mai doma.

9. Le copertine n. 1 (1964) e n. 41 (1974) del periodico Il Mangia

Annualmente, ricorrendone i presupposti, il “Concistoro del Monte del Mangia” assegna, nel corso di una cerimonia ufficiale, “pubblici riconoscimenti a personalità, senesi e non, che per la loro attività in qualsiasi campo ne risultino meritevoli per avere arrecato al nome, all'arte, alla vita e alla civiltà senese, lustro e benemerenza”.
La Carta Costitutiva del Monte del Mangia vide la luce nel 1952 grazie alla collaborazione tra Mario Celli, allora direttore del settimanale Il Campo, e Arrigo Pecchioli, suo collaboratore ed amico. Pare che l’ispirazione venne dallo “Speron d'oro”, riconoscimento che la Siena duecentesca attribuiva ai nuovi cavalieri. Nello stesso anno si ebbero le prime assegnazioni: il Mangia d'oro a Guido Chigi Saracini e il Mangia d'argento a Adriano Tortorelli.
I riconoscimenti, in base allo Statuto approvato nel 2002, sono il Premio Mangia (massimo due all’anno, “a coloro che, per la loro opera, abbiano contribuito ad accrescere, in maniera significativa, la fama ed il prestigio della città di Siena”) e la Medaglia di civica riconoscenza (massimo tre all’anno, “conferita ai benemeriti della città di Siena”).
E cosi è stato fino al 2012. Dal 2013, causa anche le ben note vicende nella nostra città, si è aperta “una [pausa di] riflessione volta a rivedere i caratteri che definiscono il Premio Mangia, alla luce del generale sforzo che la nostra comunità sta esercitando”.
Nel 2013 non è stato assegnato alcun riconoscimento. Nel 2014 sono state assegnate solo due medaglie di civica riconoscenza, al soprano Cristina Ferri e allo studioso di storia del cinema Sergio Micheli.

10. Cerimonia di consegna del Premio Mangia 2012, ad oggi l'ultimo

Cos’è dunque il Mangia per Siena, oltreché nome della sua Torre?
In passato gli è stata autorevolmente attribuita la natura di “eroe eponimo” ovvero di “milite ignoto”. Da 85 anni però, come abbiamo già visto, è tornato in forma visibile e tangibile, per di più collocato in un luogo rilevante ed altamente simbolico quale l’Entrone di Palazzo pubblico.
Forte di quanto esposto in precedenza, senza scomodare le più alte categorie, direi che il Mangia è per i senesi “segno identitario”, come lo sono pochi, di Siena, consolidato dalla storia e nella cronaca.
Su questo aspetto attendo contributi da chi legge …


Scarica il file PDF dell'articolo
(appendice inclusa)


Documentazione
  • Il Mangia ritrovato: storia di una statua senese e del suo restauro, Lions Club Siena, Nuova Immagine Editrice, Siena, 1997. Con scritti di R. Bianchi Bandinelli; G. Catoni; M. Giamello; F. Giusti; G. Guasparri; L. Kraus; A. Leoncini;  P. Piccini; B. Santi; A. Scala.
  • Il Palazzo pubblico di Siena, Editalia, 1963. Con scritti di Aldo Cairola ed Enzo Carli.
  • Aldo Cairola, La Torre del Mangia, Edizioni Lombardi, 1985
  • Carlo Fini, La Torre del Mangia, in Storia di Siena – vol. 1, Edizioni Alsaba, 1995
  • Letizia Galli, Sottile più che snella – La Torre del Mangia del Palazzo Pubblico di Siena, Sillabe, 2005


Documentazione web


Crediti fotografici
  1. Foto de il Tesoro di Siena su Flickr, album "Il Campo in bianco e nero"
  2. Archivio di Stato di Siena, Biccherna 221, c. 110r, in AA.VV., Il Mangia ritrovato, cit.
  3. Foto tratta dalla voce Wikipedia “Torre del Mangia”, cit
  4. Roma, Biblioteca apostolica vaticana, in Letizia Galli, cit.
  5. Foto de il Tesoro di Siena su Flickr, album "Il Campo in bianco e nero"
  6. Archivio dell’Accademia dei Rozzi, in AA.VV., Il Mangia ritrovato, cit.
  7. Foto tratta dal volume AA.VV., Il Mangia ritrovato, cit.
  8. Foto tratta dal volume Letizia Galli, cit.
  9. Digitalizzazione dalle copertine originali effettuata dal Tesoro di Siena
  10. Foto tratta dal sito sienafree.it


Nessun commento: