20 marzo 2013

Il 25 marzo ed il calendario secondo lo "stile senese"



Se passassimo da Piazza del Campo con un po’ meno di fretta e un po’ più attenzione del solito, non potremmo non notare una lapide marmorea, peraltro di dimensioni considerevoli, sulla facciata del Palazzo pubblico, tra il primo ed il secondo piano, sotto lo stemma dei Medici. 
Sembrerebbe qualcosa di importante, ma vattelappesca quello che c’è scritto … e poi è lunga una cifra …
Facciamo un considerevole passo indietro … in passato, anche limitandoci alle comunità della sola Toscana, vari erano i metodi con cui si determinava il giorno di inizio dell'anno civile: 
  • Lo "stile comune" faceva decorrere l'inizio dell'anno a partire dal 1 gennaio;
  • Lo  stile “A Nativitate” (adottato a Pistoia, Massa, Arezzo, Cortona) faceva decorrere l'inizio dell'anno a partire dal 25 dicembre;
  • Lo "stile senese", lo "stile fiorentino" e lo "stile pisano" (“Ab Incarnatione”) facevano decorrere l'inizio dell'anno a partire dal 25 marzo, festa dell'Annunciazione. 

L'adozione a Siena del metodo "Ab Incarnatione" risale a tempi remoti. Spiegato in soldoni, i mesi di gennaio, febbraio ed i primi 24 giorni di marzo facevano parte dell'anno precedente, mentre l'anno successivo iniziava a decorrere solo a partire dal 25 di marzo. Sulla base di esso venivano poi datati tutti gli eventi a rilevanza civile: pubbliche scritture, matrimoni, morti eccetera.

La coesistenza di diversi stili deve aver certo comportato difficoltà pratiche nei rapporti tra paesi che seguivano diversi stili (ed agli storici costretti a "tradurre" le date nell'uso attuale). Neppure con l'unificazione della Toscana nel Principato mediceo vennero meno gli usi locali di Siena e Pisa. Solo il Granduca Francesco II pose mano alla situazione consolidata: con motu proprio del 20 novembre 1749 ordinò che fossero aboliti i computi locali e che, a partire dal 1 gennaio 1750, in tutto il Granducato si osservasse lo stile comune.

E ritorniamo alla nostra lapide … la pomposa dicitura, redatta dal letterato fiorentino Giovanni Lami, così recita (la riportiamo in riassunto, peraltro copiato in modo spudorato dal testo di Virgilio Grassi sotto citato): "L'Imperatore Cesareo Francesco, pio, felice, augusto, Duca di Lorena e di Bar, Granduca di Toscana, custode della libertà e del bene dello Stato, amplificatore della pubblica pace, tutelatore dell'umana concordia, per ristabilire il corso degli anni soliti a computarsi dai popoli della Toscana con diverso principio e per rimuovere ogni confusione e difficoltà nel distinguere gli anni in una stessa forma, con legge del 20 Novembre 1749 ordinò che cessasse l'antico costume dell'impero romano, ma a cominciare dal 1 gennaio 1750, e poi in seguito in perpetuo nel corso dei secoli, gli anni dell'umana redenzione per tutti i paesi della Toscana cominciassero col primo giorno del mese di Gennaio che per tutte le genti apre un anno nuovo".

Il provvedimento granducale al nostro senso di uomini moderni appare certo più che giustificato e dettato da indiscutibili criteri di uniformità e praticità. Viene però meno un'antica e consolidata consuetudine scaturita dalla storia di una libera comunità … la lapide di Palazzo pubblico a memoria duratura dell'avvenuta imposizione ...



Documentazione: Virgilio Grassi, Palio ed altro per "Il Telegrafo", a cura di Giuliano Catoni, Paolo e Roberto Leoncini, Siena, 1991, pagg. 248-250.
La foto (lapide marmorea del Palazzo pubblico) è del Tesoro di Siena.

articolo rivisto il 25 marzo 2015

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