14 marzo 2011

I “monologhi impossibili”: Montaperti


Questa serie ha ospitato personaggi storici legati a Siena; per una volta provo a dare voce ad un giovane, anonimo, fantaccino senese, con le sue certezze ed i suoi dubbi, ed il suo ondeggiare tra vari sentimenti prima della prova decisiva.



Il mio nome è Duccio, e non mi conoscete, perché non sono mai passato alla storia.
Quel 3 settembre 1260 fu il giorno più angoscioso della mia vita: saremmo usciti da Siena ed il giorno successivo avremmo dato battaglia all’oste fiorentina, che ci soverchiava in numero ed in equipaggiamento.
L’arroganza con la quale ieri i loro emissari si erano rivolti al Consiglio della Repubblica, e le atroci minacce profferite in quell’occasione, non potevano lasciare scelta alcuna, almeno per chi nel suo cuore aborrisse la sottomissione. .
Buone notizie sono invero giunte con il generoso gesto di Salimbene Salimbeni, che aveva pagato in monete sonanti un soldo doppio ai mercenari tedeschi inviati da Re Manfredi di Svevia. Notizia che era stata accolta con grande giubilo da quegli efficienti professionisti della guerra.
All’immagine di quei giganti in armatura, su grossi cavalli anch’essi protetti – le truppe più pesanti dell’epoca, direste voi – mi chiedevo quale avrebbe potuto essere il mio contributo, e la mia sorte, in quell’ora così cruciale per la mia Città e per coloro che amavo.
Come la maggior parte dei miei compagni, oltre allo scudo con i colori della Compagnia (non dirò quale, in quel momento eravamo solo senesi) ed ad un “cappello di ferro”, per protezione non avevo altro che una pesante giubba di lino, imbottita di cascami, bollita in aceto e sale per renderla più resistente.
Pensai se forse non sarebbe stato meglio se in Consiglio avesse prevalso la voce di chi proponeva di trattare ...
Pensai alla mia famiglia: ai miei genitori, ai miei fratelli e cugini ... Pensai a Tessa, alla quale non avevo ancora avuto l’occasione di dire cosa provavo per lei, anche se sicuramente lo aveva già capito.
Più che di morire, il terrore che mi attanagliava era quello di non sapere quale sarebbe stato il destino di tutti loro: se sarebbe stato il destino che (a detta degli ambasciatori fiorentini) li attendeva se avessimo fallito.
Del resto, ieri Buonaguida Lucari, insieme al nostro Vescovo, hanno dedicato la Città alla Vergine Maria, in processione a piedi scalzi, cantando inni, hanno invocato la protezione della Vergine su Siena ed il suo popolo.
Questo atto mi aveva risollevato, ma, mentre ne discutevamo prima di inquadrarci, il mio amico Cecco, materiale e cinico come sempre, aveva commentato: «Bello, ma non si è sentita nessuna risposta!».
Non potei replicare, mentre l’esercito usciva da Porta S. Viene [l’attuale Porta Pispini], e dopo la marcia e l’accampamento ero troppo preso nelle mie personali angosce.
Dopo una notte inquieta, ci svegliammo prima dell’alba di quel fatidico 4 settembre, con i fuochi dell’accampamento nemico ancora visibili. Come da ordini, avremmo attaccato per primi, anche se inferiori in numero, in salita e col sole negli occhi.
Alle prime luci, sentii la voce di Cecco, dietro di me nella falange, che mi chiamava con tono stupito: «Duccio, guarda verso Siena».
Mi voltai, e vidi una foschia, che non era una foschia, aleggiare come un manto sopra i tetti di Siena: una foschia di un colore strano, che mi ricordava certi dipinti.
«Questa è la risposta, Cecco, vinceremo!»
E, quando caddi nella mischia attorno al Carroccio fiorentino, non provavo più angosce, né dubbi sul perché.

Dedicato a tutti i “Duccio” della storia di Siena.
contributo originale di Andrea Manganelli per "Il Tesoro di Siena"

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