domenica 24 maggio 2015

24 maggio 1554: muore Bartolomeo Carosi, detto “Brandano”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 maggio 1554 muore a Siena, Bartolomeo Carosi (o Garosi), detto Brandano, nato a Petroio, presso Trequanda, nel 1486. In gioventù fu libertino, bestemmiatore, giocatore. Come spesso accade nel racconto delle vite di tali personaggi dopo un incidente (zappando una scheggia di pietra lo colpisce sulla fronte e in un occhio), visto come segno divino, cambia vita e inizia così un'esistenza da profeta errante e straccione. 

Ritratto di Brandano, attribuito ad Anselmo Carosi
Museo dell’Arciconfraternita di Misericordia di Siena

A Siena vive di elemosine, tra stenti e penitenze e si fa chiamare Brandano “dal gran brando che mi ha dato Dio per riprendere i ladroni e i peccatori di tutte le specie”. Brandano predica in tutti i paesi dello stato senese accolto da solenni bastonature o da clamorose beffe, non tali tuttavia da scoraggiare il nuovo profeta dall'intrapresa missione, anche perché, sin dal principio, trova folle disposte a commuoversi alle sue veementi invettive, ad ascoltare le sue drastiche esortazioni, a riscontrare nella drammatica realtà dei tempi le sue doti profetiche. 
Queste contrastanti accoglienze gli furono riservate con puntuale alternanza in tutto il corso della sua predicazione itinerante tra l'Italia, la Francia, la Spagna, fatta con un crocifisso in una mano e un teschio nell'altra esortando tutti: "fate del bene che la morte viene"
Molte invettive e sentenze si rivelano senza dubbio profetiche: "Siena Siena, metti la Signoria nel cervello, se no andrai in bordello"; "Guai a te, Siena, quando i tuoi lupi porteranno il campano e i monti scenderanno al piano"

Bernardino Mei, Profezia di Brandano (1645 ca.)
Sagrestia della Collegiata di Santa Maria di Provenzano
"... Il vostro benessere è riposto in Provenzano e l’alta Regina che ha guardata Siena, 
la guarderà in eterno ...» ebbe a profetizzare Brandano

Ma non parla solo di Siena e, quasi profetizzando la vicenda di Davide Lazzeretti, proclama: "Arcidosso, Arcidosso, dovrai rodere un grand' osso: che dirtelo non posso". A lui sono stati attribuiti motti rimasti nell’uso popolare attraverso i secoli: "Quando le carrozze cammineranno senza cavalli, sarà un mondo di travagli".

sabato 23 maggio 2015

23 Maggio 1847: “Il Beniamino” è accusato di violenze domestiche

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 Maggio 1847, in un rapporto dell’ispettore di polizia di Siena si legge “Con altro mio verificabile rapporto ho fatto carico al calzolaro Bernardino Calvellini senese di condotta irregolare in famiglia per le sevizie che pratica verso la moglie e i figli, ai quali depaupera le sostanze con una vita oziosa e dissipata, distraendo perfino le masserizie di casa onde mantenere i suoi vizj”
Bernardino Calvellini (il cognome si trova trascritto in varie forme: Cervellini, Cavallini, Calvelini) è stato un fantino del Palio conosciuto come "Il Beniamino". Nato a Siena il 25 maggio del 1797 probabilmente è l’unico caso di un fantino figlio di un capitano di contrada, dal momento che il padre, Antonio, fu capitano della Selva nel 1803-1804. 

Stato delle Anime di S. Pietro a Ovile, anno 1821

La sua carriera in Piazza fu praticamente inesistente, dato che corse solo il Palio straordinario del 18 agosto 1842 nella Pantera e le cronache raccontano che sia addirittura caduto. 
Più che per le sue vicende paliesche, però, Calvellini, è salito alla ribalta delle cronache per le molte vicende giudiziarie, soprattutto per quelle che oggi chiameremo violenze domestiche. La sfortunata moglie era Margherita Cappelli (figlia di Vincenzo, anche lui fantino dal 1806 al 1809), sposata verso il 1818, ma già al 1821 risalgono le prime denunce. Il processo viene indetto per “bestemmie contro la Divinità”, ma tra le pene ci fu anche l’obbligo di astenersi dal minacciare, e percuotere la propria moglie, e "di condursi da buon marito"
Servì a poco: l’8 dicembre del 1828 dovette addirittura intervenire il suocero in difesa della figlia maltrattata ma anche lui venne aggredito e ferito come riferisce il Capitano del Bargello: “Ieri sera, dopo le ore sei, da un tal Bernardino Calvellini dell’età di 32 anni di mestiere calzolaro, coniugato con più figli, e dimorante presso Santa Lucia, fu scagliato due pezzi di mattone a un certo Cappelli, di lui suocero, producendogli due ferite alla testa (…) Tali offese ricevè il Cappelli dal rammentato suo genero, per essersi posto in difesa della propria figlia, che veniva percossa, secondo il solito, senza discrezione dal marito”

Atto di morte

E così deve essere continuata la vita della povera Margherita, dato che nel 1847, sia in questo 23 maggio, che il 27 maggio, solo dopo quattro giorni, le denunce continuano con lo stesso tenore. Da qui perdiamo le tracce delle vicende della famiglia Calvellini. Sappiamo che Bernardino morirà all'ospedale di Santa Maria della Scala il 24 marzo 1869, nel letto n. 40. Vi era entrato il 26 febbraio. 
Da una registrazione di un precedente ricovero, sempre all'ospedale senese, datato 14 marzo 1868, sembra che fosse ormai in gravi difficoltà economiche ed era domiciliato allo stabilimento di mendicità. Nell'atto di morte si legge infatti che Margherita era, a questa data, ormai morta. 


Documentazione
"Fantini brava gente. Disavventure giudiziarie dei fantini del passato", a cura di Enrico Giannelli, Maurizio Picciafuochi, Orlando Papei e Alessandro Ferrini, Siena 2014, Edizioni Betti Editrice Siena

Crediti fotografici
Le immagini sono tratte dal sito ilpalio.org

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

La "Bandina di San Marco” (1904)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


“Si picchiano le bande”. Così le donne di San Marco lanciavano l’allarme, nei primi anni del Novecento, quando a sera nel rione venivano a diverbio i componenti dei due complessi musicali che in quell'epoca prosperavano nella Chiocciola. Le effervescenze non erano rare, frutto di una rivalità interna perfino ovvia, ma genuina, semplice e quasi sempre tendente a sfociare, dopo qualche spintone, in una bevuta generale dal vinaio.


La “Bandina di San Marco”, trasmessaci dalla foto nella sua austera integrità cosi come era composta nel 1904 fra i ragazzi dai 10 ai 16 anni, meglio conosciuta dai chiocciolini come “Bandina del Comucci”, era una delle forze in campo: l’altra era la “Banda della Chiocciola» diretta dal maestro Catacchio, napoletano, uno dei tanti musicisti “praticoni” che in quegli anni si aggiravano in città. Su tutti e due i complessi però vegliava la carismatica presenza del maestro Alberto Bonnoli, autore di due degli inni più belli fra quelli delle contrade senesi, appunto quello della Chiocciola e quello dell'Onda.
Bonnoli era un maestro di bande militari e dirigeva anche quella dell'87° reggimento fanteria che aveva sede in Fortezza: “I coscritti musicanti della Chiocciola – racconta Umberto Peccianti, gran custode della memoria storica chiocciolina, e non solo - potevano star certi, grazie al Bonnoli, di effettuare il servizio militare proprio in Fortezza. Lui se li rallevava in San Marco e poi li inseriva anche nella banda del reggimento. Almeno era sicuro di averli già pronti al bisogno”.
La Banda della Chiocciola aveva sede dentro i locali della contrada, mentre la Bandina del Comucci era ospitata in un locale in via delle Sperandie.
Questo fiorire di complessi musicali non deve stupire: la Siena degli inizi Novecento ribolliva di bande. Chi come il Comucci, storico di vaglia e “manager” vero e proprio della vita di contrada, aveva a cuore l'educazione dei giovani contradaioli in un'epoca in cui la povertà e l’analfabetismo imperavano, trovava nella banda lo strumento giusto: la musica popolare diveniva lo strumento per affinare insieme all'orecchio anche i gusti e le abitudini. E perché no, per addentrarsi nelle imperscrutabili strade dell'istruzione. Almeno nelle frequenti sere di prova i ragazzi ci davano dentro con tamburi e tromboni invece che con la bottiglia.
Nella Bandina di San Marco si esibirono fior di chiocciolini, dai Peccianti, Nello, Amedeo e Umberto, ai fratelli Golini, a Giovanni Bischi, Fortunato Cappelli e tanti altri. Molti di loro confluiranno poi nella Banda Cittadina. 

Erano tempi effervescenti quelli per la Chiocciola a cavallo fra i due secoli: nel 1896 Francesco Dominici e qualche altro contradaiolo, in preda alla rabbia e alla delusione per la sconfitta nel Palio, gettano nel pozzo di fronte all'oratorio la statua di Sant'Antonio. Nella credenza popolare, alimentata soprattutto dalle donne di San Marco, è per colpa di quel santo in fondo al pozzo che la fortuna volgerà le spalle alla Chiocciola in Piazza. Certo è che dal successo del 2 luglio 1888, conquistato col fantino Tabarre al debutto, i chiocciolini non riescono più a far centro. 
Così le donne di San Marco iniziarono una lenta ma metodica azione psicologica per convincere la contrada a ritirar su quel che rimaneva del santo.
L'evento auspicato dal gentil sesso di San Marco si verificò nel 1911: “Ma non si creda – racconta Umberto Peccianti - che fosse stata una scelta della contrada. Quel pozzo era in realtà una pubblica cisterna e gli operai del Comune di tanto in tanto venivano a pulirla. Così una mattina le donne della Chiocciola si misero intorno al pozzo con gli operai dentro a pulire. E tanto dissero e fecero, che quegli uomini rozzi e stanchi si misero a cercare i pezzetti della statua confusi nella melma della cisterna e li riportarono alla luce”. Il 2 luglio 1911 la Chiocciola vinse il Palio, con Alfonso Menichetti detto Nappa che montava Stella. Capitano era Ottaviano Brogiotti. Un altro degli uomini di punta della San Marco d'allora, dove brillavano Victor Hugo Zalaffi, Orlando Peccianti che fu priore, Carlo Mantovani, Giovanni Sanguineti. E a Palio vinto le strade del rione furono inondate dalla festosa musica della “Bandina del Comucci”.


Autorizzazione alla pubblicazione richiesta. 
L'elenco delle schede finora pubblicate è alla pagina http://goo.gl/hXsI9b


venerdì 22 maggio 2015

22 maggio 1895: nasce Dario Neri, Mangia d'oro e "Giusto tra le Nazioni"

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 maggio 1895 nasce, a Vescovado di Murlo, Dario Neri. Dopo aver iniziato gli studi tecnici in ingegneria li abbandona per dedicarsi all'arte e a Firenze frequenta la scuola di pittura di Giuseppe Rossi. Nel 1914, dopo aver superato all’Accademia di Belle Arti, da privatista, l’esame per l’abilitazione all’insegnamento del disegno nelle scuole tecniche e normali, si arruola nel genio telegrafisti, rimanendo per cinque anni nell’esercito. 


Subito dopo la prima guerra mondiale, conosce a Bologna Adolfo De Carolis, impegnato con i suoi collaboratori (tra cui Dante De Carolis, Ferruccio Pasqui, anch’egli senese, e i fratelli Diego e Fulberto Pettinelli) nella realizzazione degli affreschi del salone del palazzo del Podestà. L’apprendistato presso De Carolis rappresenta una svolta radicale nel suo percorso, non soltanto perché gli permette di accostarsi alla pittura murale e alla xilografia, ma anche perché ne condivide appieno gli ideali artistici d’ascendenza morrisiana, secondo i quali non esisteva settore nelle attività produttive che non richiedesse la presenza e l’impegno dell’artista, dalle arti applicate alla grafica editoriale, dalla decorazione parietale alla progettazione d’arredi. 
Tornato a Siena, negli anni Venti, si dedica alla pittura, in cui già si manifesta la predilezione per il paesaggio delle Crete e per la vita dei campi, e all’incisione e alla grafica applicata all’editoria. Collabora con la “Rassegna d’arte senese” (1921), promuove con Piero Misciattelli e Aldo Lusini la fondazione del trimestrale “La Diana” (1926), di cui elabora la raffinata veste grafica, oltre che tutte le xilografie apparse nei primi quattro numeri. Tra le xilografie realizzate in questo periodo ci sono le illustrazioni per le opere di Ezio Felici, la cartella con i “Castelli piacentini” e il manifesto per il Palio di Siena del 2 luglio 1928, divenuto poi l’avviso ufficiale della corsa affisso dal Comune di Siena. 


Nel 1929 sposa Matilde Sclavo, figlia di Achille Sclavo, e alla morte del suocero viene nominato procuratore dell'Istituto Sieroterapico e Vaccinogeno Toscano Sclavo. Per un decennio, a partire dal 1935, ristruttura e riorganizza le attività industriali dell'Istituto che, sotto la sua guida, si espande e diviene una della principali aziende italiane del settore. 
Non mancano incarichi pubblici di grande prestigio: è Commissario prefettizio al Comune di Murlo fra il 1938 e il 1941; direttore dell'Istituto d’Arte di Siena fra il 1939 e il 1943; membro della Consulta Municipale per le Belle Arti; Presidente della Commissione Provinciale per la Tutela del Paesaggio; membro della Deputazione Amministratrice del Monte dei Paschi a partire dal 1951. Prosegue di pari passo la sua vita artistica ed è costante la presenza di sue opere in esposizioni e rassegne: partecipa più volte alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. 
Nel 1944 Dario Neri cede la direzione dell'Istituto Sclavo, che ormai aveva raggiunto sviluppo e solidità, per dedicarsi all’attività editoriale. Con una commistione perfetta tra mentalità imprenditrice e artistica, rileva la proprietà della casa editrice fiorentina Electa, indirizzata, dopo le prime esperienze giuridiche, verso la pubblicazione di raffinati testi d’arte. Affiancato da Paola Moroni Fumagalli, vedova dell’amico incisore Antonello Moroni, e dal pittore e restauratore Giannino Marchig, grazie alle oculate scelte editoriali, alla cura e al gusto raffinato della veste grafica, all'attenzione estrema alla qualità delle immagini, nel giro di pochi anni Electa conquista una solida posizione nel mercato internazionale intessendo una rete di rapporti e frequentazioni, fra cui spiccano la duratura amicizia di Neri con Enzo Carli, con Bernard Berenson (di cui divenne unico editore in Italia) e con Carlo Emilio Gadda, che aveva collaborato con la casa editrice per alcune traduzioni. 


Dario Neri è autore, insieme a Giovanni Cecchini, de “Il Palio di Siena”, uscito proprio per Electa nel 1958, su commissione del Monte dei Paschi, opera ancora oggi letta con interesse per la commistione di erudizione e passione paliesca. Ma Siena e il Palio sono una costante per Neri che dipinge alcuni drappelloni, disegna le monture per i rinnovi dell’Onda, della Chiocciola, della Pantera (questi ultimi non realizzati), per il rinnovo del corteo del 1928 e nuovamente per l’Onda nel 1955. La sua Onda. Contradaiolo di fede profonda, è stato Capitano vittorioso il 2 luglio 1950 con Giuseppe Gentili detto Ciancone e Gioia. Ricoprirà tale prestigiosa carica dal 1937 al 1952. A Dario Neri viene conferito il Mangia d'oro nel 1954. Muore improvvisamente a Milano nel 1958. 
Il 21 maggio 2013 alla memoria di Dario Neri e del padre Paolo sono stati conferiti l’attestato e la medaglia di Giusti fra le Nazioni per aver nascosto e salvato per sei mesi, nel 1944, a Campriano, la famiglia ebrea di Arturo Cabibbe.


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giovedì 21 maggio 2015

21 maggio 1512: muore Pandolfo Petrucci, il “principe” di Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 maggio 1512 muore Pandolfo Petrucci, nato a Siena il 14 febbraio 1452, principale protagonista della vita politica della città dell'ultimo Quattrocento. 
Nato da una famiglia di ricchi mercanti del Monte dei Nove, sposa Aurelia Borghesi, figlia di Niccolò Borghesi. Il matrimonio gli spiana la strada del potere, salvo, alcuni anni dopo, essere proprio lui il principale indiziato dell'uccisione del suocero che gli era ormai di intralcio. Personaggio controverso già per i suoi contemporanei, appare ad alcuni come il difensore del ruolo politico di Siena in un concerto di poteri paurosamente più forti (il Papa, i Medici, i Borgia, i signori di Milano, i re di Francia). 

Pandolfo Petrucci

Era stato bandito da Siena, insieme al fratello, nel 1483 dal governo espressione del ceto dei Popolari, ma dopo quattro anni, con un colpo di stato tutt'altro che indolore, era rientrato in città prendendo il potere insieme al fratello Giacoppo, che muore nel 1497. 
La sua signoria è diversa da quelle che caratterizzano l'Italia dei suo tempi, perché, nonostante fosse l'uomo politicamente più potente di Siena, non toccò (almeno formalmente) le istituzioni repubblicane, anche se, in realtà, esercitò su di esse un controllo totale. Uomo pragmatico, sapeva, infatti, scegliersi i collaboratori, anche fra quelli che gli erano o gli erano stati oppositori. Di lui, infatti, Machiavelli tracciava un giudizio che rispecchiava il modo di signoreggiare di Pandolfo, e scrisse che "Pandolfo Petrucci, principe di Siena, reggeva lo stato suo più con quelli che li furono sospetti che con li altri"
Nel quadro italiano riuscì a muoversi con scaltrezza in mezzo a poteri enormemente più grandi del suo, bilanciandosi nei loro confronti fra alleanze e inimicizie, e soprattutto riuscì a resistere alle pressioni di Firenze che sfruttava i suoi avversari politici esiliati da Siena con l'intento di rovesciarlo. 

Guidoccio Cozzarelli, Biccherna
Il ritorno dei Noveschi a Siena (1488)
Londra - The British Library

Sul versante cittadino, riuscì a resistere anche all'opposizione di una parte dello stesso ceto novesco di cui faceva parte, capeggiato da Lucio Bellanti che, pur di scalzare Pandolfo, accettò l'aiuto di Firenze. Quando fu chiaro il disegno di papa Alessandro VI Borgia e di suo figlio, Cesare Borgia detto il Valentino, di insignorirsi di gran parte dell'Italia, Pandolfo si appoggiò subito ai nemici dei Borgia (i re di Francia), ma, al tempo stesso, sostenendo segretamente Ludovico il Moro, signore di Milano, che ai francesi si opponeva. Il suo pragmatismo, tuttavia, lo portò a cercare un accordo proprio con i Borgia, nel tentativo di preservare il potere suo e il ruolo di Siena nello scacchiere internazionale, con il retropensiero, però, di sfruttare il Valentino, senza, tuttavia, legarcisi di fatto. 
Il rapporto fra il Petrucci e i Borgia fu chiaro quando il Borgia, presa Perugia nel 1503, rivolse le sue mire proprio contro Siena e riuscì a manovrare la situazione istituzionale senese facendo mandare il Petrucci in esilio. Scattò, a questo punto, la protezione del re di Francia, Luigi XII, che riuscì a far tornare al potere Pandolfo che rimase signore di Siena fino al momento della sua morte. 
Mercante, anche quando fu “principe”, perché voleva "col mezzo del stato cumularse gran roba", politico avveduto, signore giusto e benefico (dove questo non gli recasse danno), fu caro al popolo e contribuì allo splendore della sua città. Fu promotore delle arti e mecenate per artisti come il pittore Antonio Bazzi, detto il Sodoma , e Luca Signorelli. 
A Siena si conserva ancora il Palazzo del Magnifico, in via dei Pellegrini, edificato di fronte ad una facciata laterale del Duomo, progettato da Giacomo Cozzarelli, allievo di Francesco di Giorgio Martini. 
Il figlio di Pandolfo, Alfonso (Siena 1492 - Roma 1517) fu eletto cardinale nel 1511, ma a causa di gravi contrasti con Leone X, che pure aveva contribuito a far eleggere papa nel 1513, venne arrestato, privato dei benefici e ucciso in maniera oscura in carcere.


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mercoledì 20 maggio 2015

20 maggio 1581: un Palio rionale in onore di San Bernardino

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 maggio 1581, per onorare l'anniversario della morte di San Bernardino da Siena (avvenuta a L'Aquila il 20 maggio 1444), la Giraffa organizza un Palio rionale. Alla consorella che avesse trionfato nella corsa veniva offerto un drappellone di damasco rosso, mentre un altro premio era garantito alla comparsa più elegante. 


Leonardo Massimiliano de Vegni (disegno), Palio alla Lunga (1775)

La Carriera fu vinta dalla Civetta con un cavallo che le fu prestato addirittura dall'allora governatore mediceo Federico Barbolani di Montauto (morì a Siena il 7 maggio 1582 e potrebbe essere stato lui ad aver fatto sottrarre e scomparire dagli archivi senesi tutti i documenti riguardanti la battaglia di Montaperti). 
Al Palio del 20 maggio solo di altre due contrade è certa la partecipazione: l'Oca, che vinse quello che oggi chiamiamo il masgalano, e l'Elefante (cioè la Torre). Domenico Cortese raccontò tutte le manifestazioni ludiche contradaiole del 1581 in un poemetto in versi dal titolo "Trattato sopra le belle e sontuose Feste fatte nella Mag.ca Città di Siena, cominciate da la prima Domenica di Maggio per tutto il dì xvii d'Agosto de l'Anno 1581" (manoscritto B V 42, conservato nella Biblioteca Comunale degli Intronati). 
Del Palio di questo giorno scrive: 


"Poi la Giraffa, che ‘l giorno aspettava
Del suo buon vecchio Santo Bennardino,
Sì come quella, che ben procurava
Far maggior cose pel vecchio e divino
Un palio fece, che s’assimigliava
A chi fa lucer a la bell’Alba il crino,
che di Damasco fu di bella vista,
Col premio a chi più bel si dava in lista.
La Civetta portò con molta boria
E suono di canoro e di Tamburo
De la Giraffa il palio, e con gran gloria
Che ferno i Putti con senno immaturo
Lod’io il buon Destrier per sua memoria,
E con l’animo buon tutto sicuro,
Per esser del Signor di Mont’auto,
Al quale m’inchino humil com’è dovuto.
Il premio fu portato in Fonte blanda
Da quei che la bell’Oca innalzon sempre"


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martedì 19 maggio 2015

19 maggio 1309: muore a Siena il beato Agostino Novello

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 maggio 1309 muore a Siena il beato Agostino Novello, nato con il nome di Matteo, intorno al 1240 non si sa bene dove (Lazio? Sicilia? Perfino Leonardo Sciascia partecipò al dibattito sul suo luogo di nascita). 
Studia in Sicilia e poi a Bologna con Manfredi di Svevia che successivamente segue presso la corte di Palermo, condividendo con lui la tragica giornata di Benevento (1266) quando Matteo ferito gravemente viene creduto morto e abbandonato sul campo. 

Simone Martini, "Il Beato Agostino Novello e storie della sua vita" (ca. 1324-1329)
Pinacoteca nazionale di Siena

L'esperienza lo segna nel profondo e decide di farsi religioso domenicano, con il nome di Agostino (in onore di Sant'Agostino d'Ippona). Viene quasi subito inviato a Siena, nell'eremo di Rosia, dove nasconde le sue qualità culturali, tanto che tutti sono convinti che sia un povero analfabeta. La sua "clandestinità" - si legge nella sua legenda - deve però venire allo scoperto nel 1288 quando il monastero rischia di perdere una causa e Agostino si offre di scrivere la memoria difensiva, talmente perfetta che il giudice (Giacomo dei Pagliaresi) vuole conoscerne l'estensore e scopre che Agostino, a suo tempo, ha studiato con lui all'università di Bologna. 
Ormai scoperto, Agostino viene mandato a Roma dove diventa Penitenziare Apostolico e confessore dei papi Niccolò V, Celestino V (quello del "gran rifiuto" dantesco) e Bonifacio VIII. A inizio Trecento abbandona tutte le cariche curiali e torna, nell'eremo di San Leonardo al Lago, a una vita di preghiera e contemplazione. Là costruisce un ospedale fondando l'ordine dei Chierici Ospedalieri. Si deve a lui, in questi anni, la redazione dello statuto dell'ospedale senese di Santa Maria della Scala (1305). 
Alla sua morte il corpo fu portato nella chiesa di Sant'Agostino a Siena. Morì in odore di santità, tanto che nel 1328 Simone Martini ne illustrò i miracoli in una tavola considerata fra i capolavori del maestro senese. Papa Clemente X lo proclamò beato nel 1759


Crediti fotografici
La foto, tratta dal sito commons.wikimedia.org, è stata successivamente elaborata dal Tesoro di Siena

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lunedì 18 maggio 2015

18 maggio 1731: una tempesta su Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 maggio 1731 una "fiera tempesta" si abbatté su Siena. Grandine in quantità e fulmini così potenti da causare la morte di una monaca e il ferimento di altre due nel Convento delle Convertite, o Repentite, che esisteva fin dal 1441 in via del Pignattello. 

Piazza dell’Indipendenza (dopo il 1875)

Un altro fulmine cadde sulla torre dei Gallerani, in piazza dell’Indipendenza, ma per fortuna "cagionò poco male"

Chiesa di San Raimondo al Refugio (dopo il 1892)

Anno sfortunato il 1731, perché altri nubifragi colpirono la città e in periodi insoliti: il 14 luglio, "dopo avere per più giorni antecedenti percosso la grandine in varie parti della campagna sanese, con incomparabil danno delle biade e delle uve", un fulmine si abbatté di nuovo sul convento del Pignattello, uccidendo nuovamente una suora, mentre il 17 agosto una tempesta investì la città, con fulmini che danneggiarono la casa del parroco di San Quirico e il Conservatorio del Refugio; in Fieravecchia una donna fu addirittura folgorata. 


Crediti fotografici
Le foto sono tratte dall'Archivio fotografico Malandrini della Fondazione Monte dei Paschi di Siena

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domenica 17 maggio 2015

17 maggio 1908: guerriglia urbana fra cattolici e anticlericali

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 maggio 1908 Siena è teatro di una vera e propria guerriglia urbana fra cattolici e anticlericali. Nel clima politico arroventato dalle polemiche fra i due schieramenti, l'Associazione Cattolica di Siena, sotto la guida di monsignor Nazzareno Orlandi, inaugura uno stendardo in cui il tricolore è sormontato da una grande croce. Quando i cattolici si recano al teatro della Lizza per ascoltare il discorso celebrativo dell'onorevole Agostino Cameroni, scoppiano i tafferugli con gli anticlericali, prima in via di Città e poi davanti all'albergo Chiusarelli. 

Giardini della Lizza: la polizia a cavallo lancia la carica
per sedare gli incidenti tra i dimostranti delle opposte fazioni

I due schieramenti si affrontano fino alla Lizza dove gli avversari dell'Associazione Cattolica hanno fatto una barricata di sedili per evitare la carica dello squadrone di cavalleria intervenuto per sedare il tumulto. Lo scopo degli anticlericali è quello di impadronirsi del labaro e di bruciarlo. Francesco Ponticelli e Ghino Capperucci, però, lo mettono in salvo e, sotto una gragnola di sassate, riescono a riparare dentro il teatro della Lizza. La vicenda non finisce qui, perché monsignor Nazzareno Orlandi e il Costone, che era all'epoca il centro dell'associazionismo cattolico, vengono presi di mira, tanto che per molte notti un manipolo di fedeli del sacerdote monta la guardia per evitare che il Costone sia preso d'assalto e bruciato. 
Il giornale senese "Il Libero Cittadino", tutt'altro che tenero con i cattolici, il successivo 21 maggio stigmatizza il fatto, giudicandolo frutto di immaturità democratica, ma chiede che, da ora in avanti, "Chi vuol tenere concioni, inaugurare vessilli, catechizzare le masse e così di seguito, lo faccia in luogo chiuso e lasci le vie e le piazze alla libera circolazione dei cittadini che vanno per i fatti loro e che hanno bene il diritto di attendervi tranquilli senza essere disturbati dai politicanti d'ogni colore".


Crediti fotografici
La foto è tratta dal volume "Le stagioni del Costone. Storia, protagonisti e testimonianze di un secolo di vita del Ricreatorio Pio II in Siena", a cura di Roberto Rosa, Siena, Betti Editrice, 2011

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sabato 16 maggio 2015

Il “Gruppo dei bugiardi alla pesca della balena spersa” della Torre (1903)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


In quanto a iniziative per i contradaioli, in modo da ravvivare sempre interesse, partecipazione, entusiasmo, amicizia, la Torre appare sempre ai primi posti. Insomma né dorme né sonnecchia sul sofà della pigrizia. Lo vediamo anche oggi con il Mini-masgalano di Roberto Barbagli che lo inventò o quanto meno lo irrobustì, diretto a tutti i piccoli alfieri delle altre sedici contrade.

Il “Gruppo dei bugiardi alla pesca della balena spersa”

E lo vediamo anche con l'istituzione della “Paglietta”, un gruppo che si richiama al celebre copricapo a cavallo tra l'800 e il nostro secolo, molto in uso d'estate. Perché anche d'estate - i giovani strabilieranno - il cappello era di moda, completava il vestito, significava aver raggiunto una certa educazione e il rispetto per sé e per gli altri. A volte si trattava di un berretto di stoffa, a volte di un “borsalino” o sottoprodotto per risparmiare qualcosa. Ma fatti i conti era difficile rinunciare al “panama” di paglia lavorata e leggerissima o alla “paglietta”. L'uso era quotidiano, ma alcuni se lo calcavano solo in occasione della domenica, insieme al vestito “buono". Alla bella figura ci tenevano tutti. Era una questione di stile, di “bella presenza”, di correttezza.
Difficile passare per “Via Cavour”, come ancora si chiamava fallacemente il “corso”, con il vestito da lavoro, peggio per peggio con il tony o con lo “zinale”. Era una mancanza di sensibilità che soltanto i gazzillori riuscivano a superare.  Scarpe bianche, pantaloni bianchi accompagnati da una giacca di lustro-nero, baffi a posto, la barba ormai relegata in soffitta come retaggio del vecchio secolo. Il “casual” non era pensabile. Ci sarebbero voluti, come minimo, 68 anni e altre filosofie.