30 aprile 2016

Santi Menichetti

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Il palcoscenico di Piazza del Campo non è riservato solo ai primi attori. Il Palio talvolta concede spazio anche alle comparse, seppure magari per fugaci apparizioni. È il caso di questo fantino immortalato il 2 luglio 1914 prima di accingersi a difendere i colori del Nicchio. Nella foto la firma non lascia adito a dubbi per l'identificazione: si tratta di Santi Menichetti, artefice di due sole carriere nel Campo.
La prima la disputò il 16 agosto 1907 per la Pantera, la seconda, appunto, quel 2 1uglio 1914. Restano imperscrutabili le motivazioni che indussero il Nicchio a cercare, dopo sette anni di assenza da Piazza, un fantino che aveva corso solo una volta. Fatto sta che Santi Menichetti fu scelto dal capitano Guido Rocchi. 


29 aprile 2016

Le Lettere di Santa Caterina da Siena

Biblioteca senese
a cura del Tesoro di Siena


Cosa proporre per ricordare degnamente Santa Caterina da Siena, mistica, dottore della Chiesa e Patrona d’Italia e d’Europa, nel giorno in cui, nell'anniversario della morte (29 aprile 1380), la Chiesa ne celebra la memoria?
Riservando ad un futuro articolo l'illustrazione a tutto tondo della figura della Santa senese, magari con l'aiuto di qualcuno più esperto di me, in questa sede intendo proporre integralmente il voluminoso corpo delle sue lettere, suddiviso in quattro volumi.

Andrea Vanni, Ritratto di Santa Caterina da Siena (particolare)
Siena, Basilica di San Domenico

Quando la fama della sua santità si diffuse, Caterina divenne "protagonista di un’intensa attività di direzione spirituale per persone di ogni estrazione sociale: nobili e politici, artisti e gente comune, consacrati e consacrate, religiose e religiosi, incluso il Papa (Gregorio XI), all'epoca ad Avignone, che Caterina sprona energicamente ed efficacemente a ritornare a Roma" (Papa Benedetto XVI). E questa attività della Santa, non solo di matrice religiosa ma anche civile e politica (semmai per Caterina potesse avere un senso una netta distinzione) è documentata in primo luogo nelle sue lettere, a dispetto del fatto che avesse imparato a leggere solo con difficoltà, e a scrivere solo in età adulta.

Di seguito riportiamo i link ai quattro volumi delle Lettere, in formato PDF. I file sono stati tratti dalla raccolta Google Libri e ottimizzati dal Tesoro di Siena, con l'aggiunta di un indice informatico (a cui si potrà accedere scaricando il file ed aprendolo con Adobe Reader o altro programma equivalente).
L'edizione di riferimento è "Le Lettere di Santa Caterina da Siena", ridotte a miglior lezione, e in ordine nuovo disposte con proemio e note di Niccolò Tommaseo, Firenze, G. Barbera Editore, 1860.


 
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Documentazione web
Sito Wikipedia, voce "Caterina da Siena"
Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, voce "Caterina da Siena, santa"

25 aprile 2016

Pietro Lorenzetti: Natività della Vergine (1335-1342)

I tesori dell'arte senese
a cura del Tesoro di Siena


Pietro Lorenzetti (attivo nella prima metà del XIV sec.)
Natività della Vergine (1335-1342)
Oro in foglia e tempera su tavola (187 x 184 cm) - Siena, Museo dell'Opera del Duomo
Proveniente dall’altare di San Savino in Duomo 


Il dipinto fu commissionato a Pietro Lorenzetti nel 1335, nel quadro della generale opera di risistemazione in Duomo degli altari dei Santi Protettori di Siena (Sant'Ansano, San Crescenzio, San Savino e San Vittore), operata nella prima metà del '300. Di questo abbiamo già scritto nell'articolo riservato all'Annunciazione del Duomo di Siena di Simone Martini e Lippo Memmi, al quale pertanto rinviamoLa "Nascita della Vergine" di Pietro Lorenzetti, che, da un'iscrizione nella cornice in legno, sappiamo essere stata terminata nel 1342, era, in questo contesto, destinata ad ornare l'altare di San Savino, vescovo martirizzato a Spoleto nel 303 d.C.
In realtà l'opera a noi pervenuta non è che la parte centrale, sia pure essa stessa costruita "a trittico", del dipinto originale. Gli scomparti laterali, rappresentanti San Savino e San Bartolomeo, sono andati perduti. Completava l'opera una predella, raffigurante storie di San Savino, anch'essa perduta, con l'eccezione di una tavoletta raffigurante San Savino, San Marcello e San Esuperanzio davanti al Proconsole Venustiano, Governatore della Toscana, colto nell'atto di obbligarli ad adorare un idolo pagano (forse Venere). Il dipinto è oggi conservato presso la National Gallery di Londra.

21 aprile 2016

Angelo Montechiari detto “Chiarino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Erano i tempi di “primo secolo” come le nostre mamme rammentavano. Con musiche alla Lizza, con quattro bande, con il teatro dei Rozzi che riscuoteva l’attenzione della cittadinanza. Erano gli anni che in Siena alloggiava un presidio, per quei tempi sostanzioso, di lancieri e fanteria che ogni mese sfilava in parata: degna occasione di spettacolo applaudito perché rappresentava la patriottica utopia nascente dopo le rovinose sconfitte coloniali. Una specie di tardo arrivo dell'unità piemontese.
Vittorio Emanuele III era salito al trono e il Palio di quell'anno, il 2 luglio 1903, fu vinto dopo furiosa lotta con il Valdimontone da Alduino Emili detto “Zaraballe” per il giubbetto del Drago. Era capitano Gerry Elbridge (di stirpe straniera e quindi quanto mai degno di considerazione) e priore Giovanni Grisaldi del Taja con il cavallo “Colombina” di Natale Turillazzi . 
Fu un'estate calda, bella, piena. Il prefetto era Pietro Gandin che non era per niente d'accordo, da persona intelligente, con le sbruffonate acide e scriteriate che un giornaletto liberal giacobino lanciava contro le Contrade. Aveva per titolo “Il Libero Cittadino” e soprannominò i capitani “mangioni” e i tenenti (vera qualifica) o fiduciari, “mangini”. Questo termine è usato anche oggi con sciatta noncuranza e ignoranza. A chi chiede spiegazione, gli vien risposto con tribolato torpore, “che si è sempre chiamato così”
La stessa gazziloresca risposta dell'avvocato Fausto Casini, incaricato di far da guida a Vittorio Emanuele in occasione della sua visita il l° aprile 1904 per inaugurare l'ancor famosa “mostra di arte antica”, in occasione della quale fu corso un “Palio straordinario”. Quando il re chiese: “Perché la Giraffa è tirata con le redini da un moro?”, il senese rispose:“L'ho sempre vista così, maestà!”. Il piccolo, intelligente re lo guardò con candida commiserazione.


16 aprile 2016

Simone Martini, pittore tra Italia e Francia (ca. 1284-1344)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Simone Martini 
nato a Siena nel 1284 ca.
morto ad Avignone nel luglio 1344

Simone, come Duccio, fa uscire la pittura senese dal suo raffinato, ma ristretto ambito provinciale, e la introduce di prepotenza nell'olimpo della cultura artistica europea. Ma forse non è esatto restare nel solo campo dell'arte, in quanto Simone, fin dalle sue primissime opere, si impone come un protagonista dell'intera civiltà del Trecento europeo. È chiaro, infatti, che non si può comprendere appieno lo spirito e il senso di tale civiltà, ove ci si limiti a studiare gli apporti che ad essa dettero, ad esempio nel campo letterario, Dante, Petrarca e Boccaccio, oppure nel campo filosofico, S. Tommaso d'Aquino; occorre includere nel contesto considerato anche l'opera dei massimi artisti figurativi, ad esempio Nicola e Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio nella scultura, e ancora, Giotto e i maggiori Senesi nella pittura. E non v'è dubbio che Simone Martini si pone tra i protagonisti di quel periodo storico, non solo per la sensibilità e l'attualità della sua cultura, ma anche per le illuminanti novità delle intuizioni formali da lui proposte. D'altro canto, la pittura di Simone, proprio per la sua originalità, può apparire isolata nel contesto dell'arte toscana e italiana del suo tempo, chiusa in un mondo di astratte eleganze formali; e limitato può sembrare il suo messaggio, visto che a Siena Simone non ebbe, tra i numerosi seguaci, nessuno che lo comprendesse e sviluppasse pienamente il suo esempio. 
In realtà la sua pittura è di capitale importanza storica e si pone quale nodo di sviluppo di tutta la pittura europea nella fase tarda del gotico; il linearismo decorativo, la raffinatezza coloristica, il particolare "realismo" di Simone, sono infatti il punto di partenza per ricerche irradiatesi, da Avignone, in tutta Europa. L'arte prodotta da Simone, in antitesi con quella di Giotto, si volge a creare figurazioni di sogno e di fiaba, immerse in un colore irreale e splendente.

Simone Martini - La Maestà
Siena, Palazzo pubblico - Sala del Mappamondo

10 aprile 2016

Domenico Fradiacono detto "Scansino"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Esile, minuto, ma con la posa decisa e lo sguardo vispo di chi con il mestiere riesce a sopperire alle scarse doti fisiche. Domenico Fradiacono detto Scansino appare così in questa foto che risale ad un anno magico per la contrada della Torre. È il 1896 e il fantino si merita la foto solenne perché in quell’estate riesce a vincere due Palii per la contrada di Salicotto. Eppure non sarà cappotto. Vedremo perché.
Rimanendo alla foto, non si sa su quale dei due cavalli vincenti in quell'anno, sia stato immortalato Scansino: se Farfallino, con il quale vinse il 2 luglio o Febo su cui trionfò il 25 agosto. Domenico Fradiacono passerà alla storia anche perché il 1896 fu l'anno del suo esordio: appena arrivato in Piazza, vinse due Palii in cinquanta giorni. Un record incredibile: molti fantini hanno vinto al primo approccio, ma nessuno certamente ha bissato in modo così repentino. E in più c'è da considerare che l'anno successivo, il 4 luglio 1897, Domenico Fradiacono conquistò la sua terza vittoria nella Giraffa. Scansino disputò trenta carriere a cavallo fra i due secoli, vincendone sette prima di concludere la sua avventura in Piazza nel 1919 sul Bruco. Ovviamente, come per tutti i protagonisti di quest'epoca, c'è da considerare la sosta forzata dovuta alla Prima Guerra Mondiale, che cancellò il Palio - ma non la vita delle contrade - dal 1915 al 1918. 
Scansino vinse, oltre che per la Torre e la Giraffa, nel Nicchio (2 luglio 1901), Tartuca (16 agosto 1902 e 16 agosto 1910) e Lupa (4 luglio1909).


26 marzo 2016

Mario Bernini detto "Bachicche"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Quel signore con il copricapo piumato, il giubbetto di ordinanza e gli scarponcini ai piedi, l'unico che non si sia piegato a guardare verso l'obiettivo del fotografo, è uno dei più grandi fantini della storia del Palio: Mario Bernini detto Bachicche. 
L'immagine è stata scattata nel 1883, in occasione dell’unica carriera corsa da Bachicche per la contrada della Torre. E il fotografo ha immortalato proprio il connubio fra il fantino e i maggiorenti di Salicotto. La circostanza, abbastanza inusuale, è comprensibile proprio se si considera la statura paliesca del personaggio: Bachicche a quel momento aveva infatti già vinto dodici carriere in venti anni di attività. L'ultimo successo era stato conseguito da Mario Bernini proprio l'anno prima, il 3 luglio, quando aveva trionfato per la Chiocciola con il cavallo morello di Romualdo Bruni.
Ma le speranze della Torre, in quel Palio, andranno deluse: Bachicche non vincerà e per centrare il tredicesimo cencio, l'ultimo della carriera, dovrà attendere ancora due anni e il ritorno nella contrada della Chiocciola.


9 marzo 2016

Piazza del Campo sì, ma a Genova …

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena


“Il Campo” di Siena, universalmente conosciuto però come “Piazza del Campo”, è di sicuro tra le piazze più note ed apprezzate in tutto il mondo e non solo per il Palio. Ma, mettiamoci l’animo in pace (si fa per dire), non abbiamo l’esclusiva del toponimo, sia pure “contaminato”. Anche nel centro di Genova esiste una piccola “Piazza del Campo”.

Piazza del Campo a Genova

Costituita quasi da un semplice slargo dell’adiacente Via del Campo (sì, proprio quella magistralmente cantata da Fabrizio de André) è piccola (certamente non adatta a corse di cavalli) ma adornata da ben due tabernacoli, chiusa al traffico e dotata di bar e negozio di frutta. Tutto sommato possiamo dire accogliente …
Cerchiamo altre “analogie” tra Siena e Genova? Genova in genovese si dice “Zena” e l’assonanza mi sembra evidente. Un altro collegamento, stavolta biografico: il vostro “cantore di cose senesi” è in realtà nato, sia pure quasi per caso, a Genova, in Via Berghini. Motivi di lavoro di mio padre mi hanno privato dell’I726 nel codice fiscale, a cui noi senesi teniamo.
A completamento di questo articolo, che spero non abbia urtato la suscettibilità di nessuno, invito a segnalare altre Piazze del Campo sparse per il mondo ed altri collegamenti tra Siena e Genova. Grazie in anticipo.


Crediti fotografici
Foto di Paola Chiarella su Panoramio

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi

7 marzo 2016

I calanchi e le biancane di Leonina (Asciano)

Terre di Siena
di Antonella Galardi


In questo articolo si propone, a chi ama il trekking, un agevole percorso nella valle del borro Biena. Il paesaggio in questa zona delle Crete senesi è fatto di grandi spazi che ogni stagione mutano di colore: verdi in primavera, diventano color oro in estate, grigio striato dalle bruciature delle stoppie in autunno e grigio scuro uniforme in inverno, quando la natura pare ferma.


La strada delle Biancane parte da Leonina e arriva fino al podere Fiorentine. Si chiama così perché attraversa le “Biancane”, piccole colline rotondeggianti di creta, altrimenti dette “mammelloni”, che in estate e sotto il sole diventano di un colore bianco abbagliante.
Da Siena si raggiunge Arbia, dove si prende la statale Luretana verso Asciano. Poco oltre il ponte sulla Biena, a sinistra, si imbocca il bivio per Leonina. Entrati sullo sterrato si parcheggia l'auto nello spiazzo sulla destra e ci si incammina verso il castello di Leonina per la strada bianca costeggiata da cipressi.

23 gennaio 2016

Andrea De Gortes detto “Aceto“ e Angelo Meloni detto “Picino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Angelo Meloni detto “Picino” appare in questa fotografia nel costume di parata dell'Oca. Infatti su cinquanta Palii disputati dal 1901, esclusi quelli dell’Ottocento perché aveva debuttato il 2 luglio 1897 nel Nicchio, ben quattro ne aveva vinti per la Contrada di Fontebranda.
Di Ettore Fontani, tenente per oltre sessanta anni, era divenuto amico. Senza farci guidare dalla retorica che anche oggi spumeggia soprattutto nel politichese e sindacalese, è doveroso ricordare quanto siano esigui gli amici, quelli che una massima antica definisce “tesori”. Ebbene, “Picino” lo era. Mai tradì l 'Oca e, quindi, il dottor Fontani. Mai operò contro le sue aspirazioni. Anche quando correva in altre contrade, con il pieno accordo del suo amico per la pelle. Tirò sempre a vincere e vinse ben nove volte con altri giubbetti diversi dall'Oca, sempre con Fontebranda consenziente e felice.  
Come fece per trentacinque anni Andrea De Gortes detto “Aceto”, è bene non dimenticarlo mai. Aveva il braccio sinistro anchilosato, eppure la sua bravura, la sua sicurezza, la miracolosa simbiosi con il cavallo era tale, da farne un centauro senza difetti.
“Picino” gustò la vittoria la prima volta nel Palio straordinario del 28 settembre 1902 effettuata in onore del XII Congresso della Società Dante Alighieri. Indossava il giubbetto del Valdimontone. Scattò primo all'abbassarsi dei canapi e primo rimase per i tre giri. Giunse seconda la Torre con un ottimo cavallo montato da Ermanno Menichetti detto “Popo” parato a nerbate dalla Pantera su cui cavalcava Domenico Fradiacono detto “Scansino”. Per questo, dopo la corsa, ci fu un robusto tafferugIio fra Torre e Pantera.
Meloni vinse anche nel Leocorno, nel Drago, nel Valdimontone altre due volte, nell'Istrice, nella Chiocciola e nell'Onda. Corse l'ultimo Palio il 2 luglio 1933. Nel 1934, tormentato dalla nostalgia, fece una prova nella Civetta.

da sinistra: Andrea De Gortes detto “Aceto" e Angelo Meloni detto “Picino”