domenica 2 agosto 2015

2 agosto 1725: una tempesta tremenda si abbatte su Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 2 agosto 1725, scrive il Pecci, "su l'ore 15 insorse una fiera tempesta, con tuoni che molti ne caderono". Un fulmine, sulla strada della Magione, uccide una donna, altre terribili saette si abbattono sulla Fortezza Medicea e sul palazzo Gori in Camollia. 


Anche la Torre del Mangia subisce danni non di poco conto: si staccano mattoni e sassi "da quali diverse persone rimasero ferite, sebbene niuno morto", e continua il Pecci, "siccome (il fulmine) recise ancora la fune da cui viene stirato il martello, che su la campana batte le ore ... per la grazia d'Iddio si rimase liberati da male peggiore". 
La mattina dell'11 agosto, "in suffragio delle anime del Purgatorio, nella pubblica Cappella della Piazza, furono fatte celebrare molte messe e per memoria appesa una tavola votiva"


Crediti fotografici
1. Martino di Bartolomeo, particolare della predella con l'Apparizione della Vergine sopra la chiesa della Magione e Santi, Siena, sede museale della Banca Monte dei Paschi di Siena SpA. Immagine tratta da Ascheri M., "La Chiesa di San Pietro alla Magione nel terzo di Camollia a Siena", Cantagalli, Siena, 2001

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

sabato 1 agosto 2015

Pio II, il Papa umanista (1405-1464)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Enea Silvio Piccolomini 
nato a Corsignano (poi Pienza) il 18 ottobre 1405
morto ad Ancona il 15 agosto 1464



Tra i Papi umanisti, Enea Silvio è certamente il più illustre e il più emblematico; la sua figura è permeata di profonda cultura, di pienezza di sé, di generosità, di gioia di vivere, in una parola, di umanesimo. A differenza di altri, tuttavia, egli non adattò il pontificato all'umanesimo, ma subordinò questo a quello, servendosene comunque per la sua azione politica e religiosa; il vero spirito umanistico che era in lui lo guidò per tutta la vita, pur nel nuovo e sincero ardore religioso, e gli ispirò una larghezza di vedute e di pensiero ben difficilmente riscontrabile in altri eminenti personaggi del suo tempo. Deve dirsi anche che il suo grande amore per il classicismo, scevro peraltro da ogni pedanteria, non lo portò mai a disprezzare le cose del suo tempo, ed egli conservò per gli studi dell'antichità quel misurato sentimento di ammirazione che non rende ciechi di fronte alle altre manifestazioni dello scibile.
Elemento di collegamento con la realtà di tutti i giorni fu l'amore che egli ebbe per il popolo e per la gente che lo circondava; egli prese parte viva alle gioie ed alle pene del popolo e fece suoi i desideri e le aspirazioni che nutrivano i suoi contemporanei, tanto che può ben dirsi che egli abbia attivamente partecipato ai grandi movimenti popolari del tempo, cercando in qualche modo di dirigerli.

Pinturicchio, Enea Silvio Piccolomini parte per Basilea
come segretario di Domenico Capranica
Siena, Libreria Piccolomini del Duomo

1 agosto 1720: impedito il commercio con la Francia per la peste di Marsiglia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 1 agosto del 1720 i quattro deputati della Balia sopra la sanità, data la grave pestilenza che aveva colpito la città di Marsiglia, pubblicano un bando con il quale impediscono ai mercanti senesi ogni commercio con le navi francesi e minacciano pene severissime ai trasgressori. 


Nei giorni successivi, il Governo di Siena, come è usuale fare in questi casi, impone la presenza di guardie alle porte della città per evitare qualsiasi possibile forma di contagio, mentre contingenti di soldati vengono messi a controllare le vie che portano verso gli scali marittimi dai quali arrivavano a Siena merci provenienti dalla Francia. 
La peste di Marsiglia del 1720 è considerata l'ultima grande epidemia di peste registrata in Francia. Pare che il morbo fosse arrivato sulle coste francesi con il “Grand-Saint-Antoine”, una nave proveniente dal Medio Oriente, probabilmente dalla Siria, che attraccò a Marsiglia il 25 maggio, con a bordo già diversi morti. La negligenza delle autorità, nonostante i regolamenti rigorosi in tema di quarantena per passeggeri e merci, fece sì che la peste si diffondesse causando nella sola Marsiglia 40.000 vittime su 90.000 abitanti, a cui si sommano le oltre 120.000 vittime in Provenza. 
Solo in autunno i casi iniziano a diminuire ma ci vorrà molto tempo prima che i commerci riprendano la loro regolarità e che anche a Siena - passata la grande paura di essere contagiata - possano di nuovo affluire le mercanzie che arrivavano dalla costa francese.


Crediti fotografici
Scena della peste del 1720 a la Tourette (Marsiglia), tavola di Michel Serre, museo Atger, Montpellier. La sepoltura dei morti a la Tourette del Cavalier Roze, fu un esemplare intervento dello Stato per cercare di arginare la diffusione del morbo e fu oggetto di numerose rappresentazioni iconografiche

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venerdì 31 luglio 2015

La Sezione “Piccoli Chiocciolini” (1933)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Curare e organizzare i “cittini”, come teneramente si chiamano in lingua senese, è sempre stato nei tempi una necessità per tutti quelli che volevano far crescere uomini e donne nel segno di certi valori, che per certi popoli erano anche imposti per assicurare la sopravvivenza.
Fare una storia impegnerebbe antropologi e sociologi famosi e al di sopra di certe mode improvvise. 
Ma a Siena, nelle contrade, non si sentiva pressante questo bisogno. Perché i ragazzi vivevano nel loro territorio e nessuna immigrazione strisciante né, soprattutto, nessun profitto, avevano ancora iniziato a smantellare le abitazioni per cacciarne gli inquilini e crearvi dei dormitori per gli ospiti.


31 luglio 1367: muore il beato Giovanni Colombini, fondatore dei Gesuati

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 31 luglio 1367 ad Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata, muore il beato Giovanni Colombini, fondatore della Congregazione dei Gesuati (come verranno detti i compagni del Colombini, perché avevano continuamente sulle labbra il nome di Gesù). 


Era nato a Siena nel 1304 da Agnolina e da Pietro Colombini, famiglia nobile dedita alla mercatura. Lui stesso, nel 1320, si iscrive alla corporazione della lana e si dedica al commercio, ricoprendo anche vari incarichi di rilievo nel governo della città. Nel 1342 sposa Biagia Cerretani ed ha due figli: Pietro e Guccia. Nel 1355 Giovanni Colombini subisce una profonda conversione dopo la lettura dalla vita di Santa Maria Egiziaca e dal 1355 al 1365 compie un lungo cammino spirituale presso la Certosa di Maggiano. 
Ben presto porta anche la moglie ad abbracciare la più austera povertà. Nel 1363, dopo la morte del figlio Pietro dona tutti i propri beni all'ospedale di Santa Maria della Scala, al monastero dei SS. Abbondio e Abundanzio, detto di Santa Bonda (al quale affiderà la figlia Guccia) e alla Congregazione di Maria Vergine. Probabilmente, in questi anni, anche i gravi eventi politici di Siena (la caduta governo Novesco con le violenze che ne seguirono) spingono Giovanni Colombini a forme pubbliche, talvolta plateali, di conversione. 


Lui e la moglie decidono per una “sfacciata pubblicità” al Vangelo: diventano sguatteri a Palazzo Pubblico dove, solo pochi anni prima, Giovanni era stato Governatore di Siena. La cerimonia dell’investitura cavalleresca, per i gesuati, diventa il rito con cui i novizi si spogliano (sulle orme di San Francesco) in pubblico, addirittura in Piazza del Campo, delle ricchezze per vestirsi di soli stracci davanti all’immagine della Madonna. I seguaci di Colombini, poi, adottano lo stile dei giullari per predicare il Vangelo e per questo vennero chiamati “folli di Dio”


Il governo di Siena decide di esiliarlo con 25 suoi seguaci come pericoloso, ma lui, nel suo peregrinare in vari paesi tra la Toscana e l’Umbria si saprà trasformare da “bandito dagli uomini in banditore di Dio” utilizzando l’esilio per diffondere il suo richiamo al radicalismo evangelico.
Nel 1367, durante il ritorno in Italia di Urbano V, Colombini, desideroso di un riconoscimento "ufficiale" del proprio movimento, che ormai conta di un sessantina di seguaci, decide di andare incontro al papa, verso Viterbo, per chiedere un colloquio. Ottenuto il consenso papale e stabilite le nuove direttive per il movimento, Colombini lascia Viterbo per fare ritorno a Siena, ma una malattia lo ferma ad Acquapendente e morirà poco dopo. 
Il suo corpo viene portato a Siena e sepolto nel monastero di Santa Bonda.


Documentazione web
Per la storia della Congregazione dei Gesuati si veda la pagina gesuati.org

Crediti fotografici
2. Ospedale di Santa Maria della Scala, Sala San Pio, Priamo della Quercia, "Episodi della vita del beato senese Giovanni Colombini”
3. San Bernardino e il beato Giovanni Colombini, tratta dal volume "Santi e beati senesi", Protagon Editore, 2000

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giovedì 30 luglio 2015

30 luglio 1606: muore la venerabile Caterina Vannini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 30 luglio del 1606 muore a Siena la venerabile Caterina Vannini. Non esistono molte certezze sulle sue origini. È nata a Siena tra il 1558 e il 1562 da Pasquino Vannini e Silea Piaciantichi, ed è vissuta nella Tartuca, nell'edificio che oggi ospita l’oratorio di Contrada. 

Ritratto di Caterina Vannini
conservato nel Museo della Contrada della Tartuca.

Ha un'adolescenza difficile sia a Siena, sia dopo il suo trasferimento a Roma dove fa la cortigiana, comportamento che le porta il brutto nome di “Taide senese” (dalla prostituta protagonista della commedia di Terenzio "Eunuco", era l’amante del soldato Trasone). La condotta della ragazzina è talmente priva di morale che Gregorio XIII la fa addirittura imprigionare. 
Nel 1575 decide di tornare a Siena con il cospicuo ricavato (denari e preziosi) profitto della sua “attività” romana, ma nella chiesa di Sant’Agostino, una domenica di Avvento, dopo aver ascoltato una predica sulla conversione della Maddalena ha una forte crisi spirituale: vende i suoi averi, destina il ricavato ai poveri, quindi si fa terziaria domenicana ed entra nel monastero delle Convertite di Santa Maria delle Grazie in via del Pignattello; qui trascorre quattro anni in silenzio, assiste solo alla messa e si confessa. 

Oratorio di Sant'Antonio da Padova,
già casa di Caterina Vannini
Disegno di Arturo Viligiardi

Nel corso della vita la sua indole fu sempre quella di una donna irrequieta e intelligente e si trovò, talvolta, in contrasto con i suoi direttori spirituali, tanto che, forse, questo interferì con il processo di canonizzazione. Caterina ha un intenso rapporto epistolare con il cardinale Federico Borromeo, al quale descriveva le sue visioni mistiche. Non ci sono rimaste le lettere ma sembra sicuro che il cardinale abbia visitato il convento del Pignattello nel 1604 e nel 1605. 
La Vannini si ammala e muore giovane. Nello stesso 1606 va in stampa il testo da lei scritto sul modo di recitare il Rosario (“Modo per eccitare e ammaestrare li semplici e poco esperti a recitar con qualche frutto il S. S. Rosario dettato dalla madre Suor Caterina Vannini da Siena, monaca Convertita”, Siena, tipografia Luca Bonetti. In seguito è stato poi ristampato presso la Tipografia Calasanziana a Siena nel 1903 con titolo abbreviato). Una copia inviata al cardinale Borromeo è conservata alla Biblioteca Ambrosiana. 
È stato, invece, lo stesso cardinale Borromeo a redigere una biografia della “piccinina”, come lei stessa si definiva (“I tre libri della Vita di Suor Caterina monaca convertita”, Milano, 1618). 
Nel 1665 i contradaioli della Tartuca, che fino ad allora si riunivano nella chiesa di Sant’Ansano, acquistarono, per edificarvi l’Oratorio di Sant’Antonio da Padova, “una casa guasta e rovinata” in via delle Murella, che sembra essere stata proprio la casa della Vannini, come si legge, ancora oggi, in una lapide all’interno dell'edificio.

Memoria di Caterina
Museo degli arredi sacri della Contrada della Tartuca. Foto Lensini,

La Contrada della Tartuca le ha dedicato uno spazio nel suo museo. Vi sono esposti il ritratto di Caterina datato 1775, risalente al suo periodo romano, che si rifà ad un originale molto probabilmente opera del celebre pittore Paolo Veronese ed un secondo dipinto attribuito a Francesco Vanni. Si possono, inoltre, ammirare le sue vesti. 
I suoi resti mortali, invece, inizialmente collocati nella stanza delle Confessioni del Convento delle Convertite e nel 1813 portate nella Chiesa del Conservatorio di Santa Maria Maddalena in via Mattioli, il 16 giugno 1984, sempre per volere della Tartuca, in occasione della Festa Titolare, vennero traslati nell’Oratorio di Sant’Antonio, dando onore alla Venerabile Caterina Vannini in quella che era stata la sua casa.


Documentazione 
Roberto Barzanti e Adriano Sofri, Dialoghi di una convertita. Vita e lettere della Venerabile Caterina Vannini Senese, Contrada della Tartuca, Quaderni di Saggistica, Edizioni di Barbablù, n. 3, Siena 1986;
Marco Falorni, Senesi da ricordare, Edizioni Periccioli, Siena, 1982.

Documentazione web
Sito Ecomuseo Siena, voce “La Venerabile Caterina Vannini”.

Crediti fotografici
Sito Ecomuseo Siena, cit.

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mercoledì 29 luglio 2015

29 luglio 1568: si insedia la nuova magistratura del Monte di Pietà

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 luglio 1568, un venerdì, si insedia la nuova magistratura deputata a governare il Monte di Pietà di Siena. E' l'avvio ufficiale di quello che viene definito il "Secondo Monte", dopo le gravi difficoltà finanziarie seguite alla caduta della Repubblica e che avevano visto andare in crisi l'istituto laico di prestito su pegno fondato nel 1472 per iniziativa del Comune di Siena. 


Ai magistrati era stato affidato il non facile compito di portare a compimento un'opera la cui urgenza era emersa chiaramente fin dall'anno precedente, quando, il 29 ottobre 1568, era stata costituita una commissione istruttoria che affrontasse i punti più delicati, di concerto con il duca Cosimo I. In maniera particolare, il tasto più dolente risultava essere quello della scarsa liquidità che impediva il funzionamento del Monte Pio e lasciava di fatto mano libera al prestito ebraico, regolato da una "condotta" (come si chiamava all'epoca l'accordo con i banchieri ebrei) che doveva protrarsi fino al 1573. 
Fra le soluzioni adottate, c'era stata quella di incentivare il deposito di somme di denaro da parte dei privati, una pratica che faceva del Monte Pio l'equivalente di una banca, dietro corresponsione di un tasso di interesse del 5% con possibilità di rimborso dell'intero capitale versato, in qualsiasi momento il depositante lo avesse chiesto indietro. 


Il "Secondo Monte" continuò ad esercitare nella stessa sede in cui era stato ospitato il primo, cioè in un'ala del complesso del castellare Salimbeni, nella cosiddetta "casa della dogana" dalla quale fu sfrattata monna Degna vedova di Salimbene Salimbeni. 
Il 1° agosto avvenne l'inizio ufficiale delle attività dell'istituto riformato, con una solenne cerimonia durante la quale, con gesto di indubbia efficacia comunicativa, il governatore di Siena, Federigo Barbolani di Montauto, depositò una collana per un controvalore di 25 lire, subito devolute come mancia ai musici presenti. Il primo vero depositante fu, però, un profumiere, tal Olivieri, che la settimana successiva depositò 300 lire. 


Nel corso della seconda adunanza di quella che potremmo chiamare la "nuova deputazione" fu deliberato di affidare ad un discepolo del Sodoma, Lorenzo Rustici, l'immagine di un Cristo risorto; una scelta tematica che probabilmente voleva alludere alla resurrezione dell'istituto pio senese. 
Il nuovo corso della storia del Monte di Pietà, tuttavia, non evitò di scontrarsi con difficoltà notevoli, tanto che, appena qualche mese dopo l'inaugurazione, i magistrati del Monte si trovarono nella impossibilità di erogare prestiti, per mancanza di liquidità disponibile. Era fallita la cosa più importante - ammettevano essi stessi - cioè la fiducia da parte dei cittadini, i quali, si legge in una loro lettera al sovrano, volevano vedere come si metteva la situazione generale prima affidare a qualcuno i loro soldi. 


Documentazione
"I secoli del Monte. 1472 - 1929" di Giuliano Catoni, con schede tematiche di Roberto Barzanti, Monte dei Paschi di Siena, 24 ORE Cultura, 2012. Vedi anche sul sito della Banca Monte dei Paschi di Siena.

Crediti fotografici
1. Verbale dell'insediamento del Magistrato del Monte, 29 luglio 1569. AMPio 29, c. 1;
2. "La via del Monte sacratissimo della pietà", in "Marco del Monte, Libro della divina lege et comandamenti de esso omnipotente Dio da legerse per le schole, boteche, parrochie et per qualunche altro loco a li piccoli e grandi", Siena, per Rigo de Hearlem, 1494. BCS, Miscellanea del XV sec., 34 IV M, c. 2v;
3. L'antica porta della Rocca Salimbeni.

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martedì 28 luglio 2015

Piazza del Conte

Su e giù per le Contrade
a cura del Tesoro di Siena


Una finestra caratteristica

Piazza del Conte si apre su di un lato (il sinistro andando verso le Due Porte) di Via di Stalloreggi Prosegue, ancorché per pochi metri, nel Vicolo del Contino, una strada oggi senza sfondo.


Le origini del toponimo sono assai incerte. Certo, la Piazza del Conte ... ma quale Conte? Si ricordi poi quanto abbiamo già visto al riguardo di Via di Stalloreggi che, nel suo tratto da Piazza Postierla alla Madonna del Corvo, assunse essa stessa in passato la denominazione di Via dei Conti o Via del Borgo dei Conti o Via di Casa Conti.
Varie le ipotesi che sono state avanzate. La prima è ricondotta alla famiglia Cacciacontidi stirpe salica, che in età feudale possedette vari castelli nella zona tra Siena ed Arezzo: Asciano (da cui presero il nome di conti Scialenghi o della Scialenga), Rapolano, Scrofiano, Trequanda ecc. Si inurbarono a Siena tra il XII e il XIII secolo ponendo forse la loro residenza proprio in fondo a piazza del Conte.

Piazza del Conte da Via di Stalloreggi

28 luglio 1686: la Giraffa vince un palio turbolento

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 28 luglio 1686, stando al registro di Biccherna (la delibera è datata 18 luglio), venne corso il Palio indetto per il 2 luglio. Anche se l'elenco ufficiale riporta la data del 2 luglio, la Carriera venne disputata il 28 per motivi sconosciuti: si sa solo che il 2 luglio ci furono forti piogge e per questo, altre cronache, ci dicono che il Palio venne sospeso. 
Si legge poi nei documenti d’archivio che la Biccherna, come consuetudine, aveva pubblicato in data 25 giugno il decreto affinché si portasse la rena da stendere in piazza, ma i cavalli furono assegnati solo il 25 luglio. 

Bernardino Capitelli - Palio alla Tonda (1632 o 1633)

In questa occasione si verificarono aspri scontri tra Chiocciola e Tartuca, tanto violenti che fu loro immediatamente ordinato, sotto la pena del pagamento della ragguardevole somma di 100 lire, di non presentarsi a correre il Palio, cui erano entrambe iscritte. 
Il Governatore Francesco Maria de’ Medici, però, ben presto si rese conto che tale drastica decisione poteva creare incidenti ulteriori e, pertanto, si vide costretto, così, a recedere dal suo proposito, ordinando alle due Contrade, e alle rispettive alleate, di non presentarsi sul campo con le comparse armate, come si usava al tempo. Solo alla Torre, alleata della Tartuca, in virtù di protettori di rilievo, tra cui Silvio Gori e un Piccolomini, che si fecero garanti per il loro popolo, dopo varie proteste fu concesso di sfilare con le armi. 
Il turbolento Palio fu vinto dalla Giraffa. La vittoria della Giraffa è confermata dal Comune e dall'accettazione, in data 4 agosto, del Palio offerto dalla Giraffa alla Congregazione del Suffragio ottenendo, in cambio, il permesso di adunarsi nella sua chiesa, situata sotto la Basilica di Provenzano. Per quanto riguarda il fantino non ci sono documentazioni chiare: ufficialmente vinse Pulcino (al secolo Giuseppe Galardi detto anche Pidocchio), ma per il Gagliardi, l'Anonimo e il Bandiera fu invece Bacchino, mentre per il Bandini sarebbe stato Granchio.


Documentazione
Sito ilpalio.org

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lunedì 27 luglio 2015

27 luglio 1735: iniziano i lavori della nuova facciata della chiesa di San Giorgio

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 luglio 1735 iniziano i lavori della nuova facciata della chiesa di San Giorgio, voluta e finanziata dal cardinale Anton Felice Zondadari, fratello dell’allora arcivescovo di Siena Alessandro. La facciata viene realizzata, in travertino proveniente dalle Serre di Rapolano, sotto la direzione del capo mastro senese Antonio Fondi. 
Nel maggio del 1738 i lavori sono ormai terminati, anche se si deve attendere il 19 novembre 1741 per officiare nuovamente la chiesa, i cui ornamenti, stucchi e pitture richiedono più tempo del previsto. 


Nel frattempo Anton Felice Zondadari muore, ma lascia per testamento il denaro necessario per finanziare l’intera opera. Alla prima funzione celebrata nel nuovo edificio, officiata dal decano del Capitolo del Duomo, è presente l’Arcivescovo Alessandro Zondadari per rappresentare la famiglia che tanto si era prodigata per questo edificio religioso. 

Citata per la prima volta nel 1081, la chiesa di San Giorgio venne ricostruita in luogo della più antica nel 1262, per solennizzare il Santo protettore dell’esercito ghibellino nella battaglia di Montaperti, tanto che nel suo campanile, ancora esistente seppur rimaneggiato, secondo la tradizione, si aprirebbero 38 finestrelle in ricordo del numero di compagnie che presero parte allo scontro. 


Dopo aver ospitato la Congregazione dei Sacri Chiodi fondata da Matteo Guerra, che lì venne sepolto nel 1601, nel 1666 vi fu trasferito il Seminario Diocesano. 
Ai primi del Settecento il cardinale Anton Felice Zondadari inizia il suo impegno nel far restaurare l'intero edificio: i primi lavori risalgono al 1723, il 17 gennaio 1729, poi, viene demolito il vecchio altare maggiore ed infine il 9 settembre 1731 si consacra la nuova chiesa, con la facciata già completamente trasformata in stile neoclassico su progetto di Pietro Cremoni di Arosio, ospite a Siena di Giuseppe Mazzuoli. Non ancora soddisfatto, il Cardinale Zondadari, vuole rendere San Giorgio ancora più bella e decide di impreziosire sia gli interni che la facciata con i lavori iniziati in questo giorno.


Crediti fotografici
1. Disegno di Girolamo Macchi
2. Foto di Sergio Visone su sergiovisone.wix.com

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domenica 26 luglio 2015

26 luglio 1671 e 26 luglio 1713: “incidenti” della Torre con Oca e Onda

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 luglio è una data che ricorre spesso nella storia della rivalità della Torre, sia con l’Oca che con L’Onda. 


Nel 1671, mentre fa il suo ingresso in Duomo il nuovo Arcivescovo Celio Piccolomini, durante la cerimonia ufficiale di insediamento, i giovani della Torre e dell'Oca accendono una furiosa mischia nel disputarsi, come vuole la tradizione, il baldacchino sotto il quale sono entrati in città i dignitari della Chiesa. 


Non è cosa facile ristabilire l'ordine, anche perché la rissa diviene più furiosa quando i contendenti cominciano ad usare le aste dell'ambito baldacchino. 

I fatti che opposero giovani di Torre e Onda risalgono, invece, al 26 luglio 1713, la sera della Festa Titolare della Torre. Come è tradizione viene organizzata una serata danzante a cui partecipano ballerini che attirano l'attenzione di molti curiosi. 
Fra questi c’è la fidanzata di tal Santi Pierucci, un cappellaio dell'Onda, per la quale, all'improvviso nasce una lite con un torraiolo, Orazio Mannotti; fra i due pare esistessero anche vecchi rancori. 
Dopo l'accaduto Mannotti si apposta in prossimità della casa del nemico, in Via San Salvadore; ma l'ondaiolo conosceva bene l'altro e, appostato nell’ombra, uccide Mannotti a coltellate. 


Seguono giorni di grande tensione dovuta al fatto che Mannotti era al tempo capitano della Torre, per cui persona molto stimata e conosciuta. I contradaioli della Torre, armati di bastoni e coltelli, invadono le strade dell'Onda alla ricerca del colpevole che nel frattempo è però fuggito a Napoli. La situazione non si placa nemmeno con l’arresto di molti facinorosi, tanto che le autorità comunali riuniscono i vertici delle due Contrade per giungere ad una risoluzione. 
Il 10 agosto vengono convocate le assemblee e si arriva ad un accordo sancito con atto del notaio Giuseppe Grisaldi del Taja e l'Onda, come atto di scuse, deve restituire alla Torre un tamburo d'ottone sottratto nel Seicento. Allo storico accordo seguono sbandierate e fuochi d'artificio ed un grande convivio in Piazza del Campo a cui partecipano i protettori più in vista dei due rioni e un centinaio di popolani per parte. Nonostante tutto, però, le rivalità non cessarono mai.


Documentazione
Roberto Filiani e Natale Zaffaroni, Con la rivale in campo, 2 vol., Ed. Il Leccio, Siena, 2001/2002

Crediti fotografici
Gli stemmi delle Contrade sono tratti dal volume di R. Petti, Stemmario senese - L'araldica delle Contrade di Siena, Betti Editrice, 2008

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sabato 25 luglio 2015

Alberto Sani, lo scultore boscaiolo (1897-1964)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

nato ad Orgia (Sovicille) nel 1897
morto a Siena il 19 febbraio 1964


Alberto Sani

Incredibile e singolarissima figura di scultore contadino, profondissimo ed ispirato cantore, sulle pietre tufacee e i marmi che usava scolpire, della vita agreste che lo circondava, ancora capace, in quanto completamente fuori dal suo tempo, di evocare potentemente il senso di una primitività altrimenti perduta.

Alberto Sani, La Processione (1926-27)

25 luglio 1526: la Repubblica trionfa nella Battaglia di Camollia

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 luglio 1526, festa di San Giacomo Maggiore e di San Cristoforo, l’esercito inviato contro Siena da Papa Clemente VII e dai fiorentini viene disperso dai soldati della Repubblica nella celebre battaglia di Camollia, lasciando sul campo carriaggi e artiglierie. 


La fuga viene definita "vigliacca" dagli stessi fiorentini, certo sproporzionata rispetto alle forze disposte in campo dall'avversario. L’episodio è ricordato in una lettera scritta da Francesco Vettori il 5 agosto a Niccolò Macchiavelli: "Voi sapete che io mal volentieri mi accordo a creder cosa alcuna soprannaturale; ma questa volta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che 400 fanti che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e 50 cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina 5000 fanti e 300 cavalli, che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l'artiglieria in capo a otto ore; ma senza esser seguiti più d'un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi, e in questo mi pare di averne visto l'esperienza cortissima"


venerdì 24 luglio 2015

La Giraffa festeggia il Palio vinto da Orfanella (1929)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Il gruppo di famiglia biancorosso immortalato in via delle Vergini addobbata a festa offre alla gente della Giraffa il ricordo di quel giorno d'estate del 1929 quando padri, nonni e bisnonni degli attuali giraffini celebrarono il trionfo di una contrada e soprattutto di un cavallo che si chiamava Orfanella. Di quella vittoria non si ricordano certo le gesta del fantino Garibaldo Fattori detto Garibaldi, che giunto al Casato piombò sul tufo, e i nomi del priore Antonio Terzi e del capitano Giuseppe Mazzoni fanno tutto sommato da contorno al barbero, tenace e testardo, che volle a tutti i costi vincere quella carriera. 


Anticipatrice delle gesta altrettanto eroiche della mitica Gaudenzia che nel 1954 vinse da sola un Palio simile sempre per la Giraffa, Orfanella è ancora oggi ricordata ed amata dal popolo di Provenzano. Uno dei suoi uomini più famosi e leggendari, il barbaresco Oreste Vannini detto Bellocchio, dopo la vittoria della cavallina scossa, ne custodì la fotografia nel portafoglio per tutta la vita.

24 luglio 1788: l’Arcivescovo concede all’Aquila la chiesa di San Giovanni ai Tredicini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 luglio 1788 l’Arcivescovo Tiberio Borghesi, dietro supplica del priore della Contrada dell’Aquila, Vincenzo Lecchini, concesse alla Contrada la chiesa di San Giovanni ai Tredicini, con l’annessa sacrestia e tutti gli arredi sacri. 
La Compagnia dei Tredicini fu una di quelle soppresse dal Granduca Pietro Leopoldo il 21 marzo 1785, quando ordinò l’abolizione di “tutte le Compagnie, Congregazioni, Congreghe, Centurie e Confraternite di qualunque nome e natura essere si possano dentro tutto il Granducato, o siano di ecclesiastici, o siano di laici, uomini o donne, comprensivi anco i così detti Terzi Ordini di qualunque sorta”

Oratorio della Nobile Contrada dell’Aquila, detto “dei Tredicini”

La Compagnia Laicale di San Giovanni Battista era stata fondata nel 1607 ed era detta “dei Tredicini” perchè composta di tredici membri, ossia quanti erano Gesù con gli apostoli durante l’ultima cena. Dediti alla preghiera e all’assistenza religiosa, i Tredicini celebravano con particolare solennità la ricorrenza della nascita del Battista, nella domenica infraottava del 24 giugno. 
Dopo essersi radunati sotto il Duomo nel settembre del 1629, Girolamo Pecci donò loro il “suo casalone per fabbricarvi una chiesa” posto nel Casato, sopra a Fonte Serena. Lì venne costruito un oratorio, opera dell’architetto Flaminio del Turco, che fu arricchito da tele di artisti senesi, come la “Moltiplicazione dei pani e dei pesci” di Domenico Manetti, la “Nascita, circoncisione e imposizione del nome del Battista” di Bernardino Mei oppure la “Sacra Famiglia con Giovannino e Tommaso Caselli nelle vesti di S. Tommaso” di Astolfo Petrazzi. Un altro prezioso quadro, la “Sacra Famiglia con S. Giovannino, i genitori e due angeli” di Sebastiano Folli venne dato in uso nel 1800 al sacerdote Gaspero Petrini, parroco di San Pietro a Ovile, e si trova ancora nell’oratorio dell’Aquila.


Documentazione web
L’Oratorio dei Tredicini, dal sito Ecomuseo Siena
Sede e Museo, dal sito ufficiale della Nobile Contrada dell'Aquila

Crediti fotografici
La foto è tratta dal volume Oratori di Contrada, a cura di G. Campanini e A. Muzzi, Edizioni Tipografia senese, 1995

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

giovedì 23 luglio 2015

23 luglio 1478: la Repubblica di Siena e i suoi alleati bombardano Rencine

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 luglio 1478 un esercito formato da soldati di Alfonso di Calabria, figlio di Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, di papa Sisto IV (Francesco della Rovere) e della Repubblica di Siena sottopose ad un bombardamento di grande violenza (beninteso: relativamente alle modeste potenzialità delle artiglierie dell'epoca) il castello chiantigiano di Rencine sfondando in più punti le mura, tanto che - scrisse Giugurta Tommasi, peraltro sbagliando la data e attribuendo il fatto al 25 luglio - Rencine "fu presa, saccheggiata e arsa, e furono a' merli appiccati per la gola ventidue di que' difensori". La caduta di Rencine aprì la strada alla presa di Castellina in Chianti, nodo strategico fondamentale per Firenze.

La resa di Colle Val d'Elsa del 1479
Particolare di gabella priva di attribuzione. Siena, Archivio di Stato

La storia era cominciata molto prima, all'indomani della congiura dei Pazzi (26 aprile 1478) e della reazione di Lorenzo dei Medici contro i nemici della sua famiglia per vendicarsi dell'uccisione del fratello Giuliano. L'episodio era stato solo apparentemente locale: dietro gli anti-medicei c'era una vera e propria coalizione capeggiata da papa Sisto IV. Fra gli uccisi del dopo-congiura c'era stato il cardinale Salviati e questo aveva consentito a Sisto IV di scomunicare Lorenzo dei Medici e di chiedere a Firenze di consegnarglielo. Al rifiuto della città, il papa le aveva mosso guerra appoggiandosi a un gruppo di tradizionali nemici di Firenze: Napoli, Lucca e Urbino. 

Palazzo Pubblico di Siena
Sala del Mappamondo

Siena, sul momento, era rimasta nello stato di non belligeranza, ma quando le truppe aragonesi avevano chiesto, a inizio luglio, passaggio dal territorio senese per raggiungere Firenze e, di conseguenza, i fiorentini avevano devastato le terre senesi di confine per rappresaglia, era entrata anch'essa nella coalizione partecipando attivamente proprio alla devastazione e alla presa di Rencine e a tutte le operazioni di guerra successive. L'anno dopo, 1479, nel settembre, Siena avrebbe riportato su Firenze la vittoria nella battaglia di Poggio Imperiale (immortalata nella Sala del Mappamondo del Palazzo Comunale di Siena da Giovanni di Cristofano Ghini e Francesco d' Andrea) e si sarebbe insignorita di Colle Val d'Elsa. 
La pace stipulata fra Lorenzo dei Medici e Napoli, nel 1480, avrebbe però azzerato tutte le conquiste territoriali senesi e riportato le terre di confine sotto l'antica dominazione fiorentina.


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mercoledì 22 luglio 2015

22 luglio 1639: muore Rutilio Manetti

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 luglio 1639 muore a Siena il celebre pittore Rutilio Manetti e viene sepolto in Duomo. Era nato, sempre a Siena, il 1 gennaio 1571, in una famiglia modesta (il padre, Lorenzo di Iacopo, era sarto). Sembra che abbia fatto il suo apprendistato nella bottega di Francesco Vanni e Ventura Salimbeni, protagonisti della scena artistica senese negli ultimi decenni del Cinquecento e responsabili dell’immissione nella cultura figurativa locale dell'influenza di Federico Fiori detto il Barocci e del tardo manierismo romano. 

Rutilio Manetti, autoritratto (1620 ca.)
Banca Monte dei Paschi di Siena

Le prime realizzazioni datate del Manetti sono due “Storie di Santa Caterina” dipinte ad affresco nella sala del Consiglio del Palazzo Pubblico e datate ottobre 1597 e due “Storie del vescovo Antonio Piccolomini”, datate 1598. Questo ciclo di affreschi della sala consiliare, commissionato dal Capitano del Popolo e dedicato a episodi più importanti della storia della Repubblica di Siena, è un'impresa pittorica di rilievo e coinvolge, oltre a Manetti, artisti del calibro di Vanni, Salimbeni e Sebastiano Folli. 

Rutilio Manetti, Riposo durante la fuga in Egitto
Chiesa di S. Pietro alle Scale

Manetti ormai si sta mettendo in luce per le sue qualità artistiche e, dopo il 1605, grazie all'impegnativo ciclo di affreschi dell’Oratorio di San Rocco, nella Contrada della Lupa, acquista una posizione di primissimo piano nel contesto senese. Intorno al 1615 la sua arte inizia a mutare subendo l'influsso della pittura di Caravaggio (ma negli anni risentirà anche dell’influenza di Gerrit Van Hontorst, Valentin de Boulogne, Nicolas Tournier, Bartolomeo Cavarozzi, Orazio Borgianni, Antiveduto Grammatica) e lo confermano opere come “l’Estasi della Maddalena” della Galleria Palatina di Firenze (1618 circa) o la più tarda “Estasi di San Girolamo”, oggi parte della Collezione Monte dei Paschi, uno dei capolavori dell’artista (1628). 

Estasi di San Girolamo (1628)
Banca Monte dei Paschi di Siena

Durante il terzo decennio del XVII secolo Manetti realizza forse il suo dipinto più famoso: il “Riposo durante la fuga in Egitto”, conservato presso la chiesa di San Pietro alle Scale. 
Molte, logicamente, le sue commesse fuori Siena (Pisa, Firenze, Massa Marittima, Roma, Lucca, Forlì, per citarne solo alcune). Tra i suoi mecenati c’è la famiglia de’ Medici per la quale realizza moltissime opere. 
Nella vita privata sposa il 7 maggio 1601 Lisabetta, figlia di Annibale Panducci, di professione vasaio, ricevendo una dote di 800 fiorini. Il 15 marzo 1605 sappiamo che viene battezzato Giacomo, il figlio primogenito, il quale risulta essere stato sepolto in San Giorgio poco più di un anno dopo. L'8 gennaio del 1609 viene battezzato un secondo figlio, Domenico, che seguirà le orme paterne e sarà un pittore di ottimo livello.


Crediti fotografici
1 e 3: Dal sito mps.it

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martedì 21 luglio 2015

21 luglio 1783: nasce Giovanni Simoncini, detto “Belloccio”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 luglio 1783 nasce, e viene battezzato in Battistero, Giovanni Simoncini, che come fantino sarà conosciuto con il nome di Giannaccio, Gobbo ma, soprattutto, come Belloccio. Corre 8 Carriere, dal 1809 al 1825. Pare sia sua la responsabilità della nascita della rivalità tra Chiocciola e Tartuca. Il Cancelliere del Comune, stilando il resoconto del Palio del 17 agosto 1814, racconta così l’episodio di cui si rese protagonista Belloccio, che in quella carriera correva per il rione di San Marco: “la Tartuca che aveva un buon cavallo (il fantino era Caino) fu trattenuta subito dalla Chiocciola e tenuta ferma per una girata (...) i tartuchini la mattina dopo bruciarono l’arma della Chiocciola (...) suonando le campane a morto”. Una reazione d'orgoglio forte ma, forse, comprensibile se si pensa all'onta subita. 

L'atto di Battesimo di Belloccio

Belloccio della vita subisce vari incidenti: il 15 agosto 1819 cade da cavallo durante una prova del Palio e si ferisce in modo grave tanto da restare zoppo: “alle comprove sulla Piazza Grande per il palio alla tonda, ch'ebbero luogo secondo il consueto, la decorsa mattina, cadde da cavallo nella voltata di San Martino, il fantino della contrada del Leocorno, nominato Giovanni Simoncini di questa città, ammogliato con tre figli, e si produsse la frattura di una gamba presso la fibula inferiore con lussazione dell'osso corrispondente, per cui il chirurgo curante di questo Ospedale, teme dello storpio"
Comunque sia, il fatto non pone fine alla sua carriera paliesca, visto che corre fino all’agosto del 1825, anche se nelle sue sei esperienze in piazza del Campo non trionfa mai. 
Nel settembre del 1830 Giovanni Simoncini è protagonista di un secondo incidente, questa volta non paliesco: “ieri sera circa le ore 10 vuolendo Giovanni Simoncini prendere parte da mediatore ad una contesa che avea nella Piazza di San Giovanni il facchino Petro Fugi colla di lui moglie, ricevè da quest'ultimo un colpo di coltello in una coscia che sebbene sembrasse nel momento indifferente recatosi allo Spedale fù trovata la ferita che sopra tale da averlo costituito in pericolo di vita, e se qualche rimedio può dettare l'arte onde strapparlo dalla morte, consiste il medesimo in amputargli la coscia”.


Documentazione e crediti fotografici
Sito ilpalio.org

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lunedì 20 luglio 2015

20 luglio 1761: la Lupa chiede di organizzare il Palio di agosto

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 luglio del 1761 la Contrada della Lupa chiede di poter organizzare a sue spese, offrendo un premio di 40 talleri, la “Ricorsa”, cioè il Palio di agosto. Era prassi al tempo che lo organizzasse la Contrada vincitrice di luglio, in questo caso la Civetta, che però, per motivi sconosciuti, rifiutò. 

La Contrada della Quercia

In maniera inaspettata, per la prima volta, con una lettera del 4 agosto (data entro la quale le Contrade dovevano confermare la propria adesione al Palio) chiede di partecipare anche la Contrada di Monastero, cioè la Quercia, che non aveva mai preso parte alle feste pubbliche in maniera indipendente, in quanto legata alla Chiocciola (il suo territorio si estendeva fuori le mura, da Porta San Marco a Monastero, e non fu mai autonoma). 

Le Contrade soppresse nel Corteo storico.
Da sinistra: Spadaforte e Quercia

Questo fatto suscitò la reazione adirata delle diciassette Contrade, ormai “fissate” dal Bando di Beatrice Violante di Baviera del 1730, che minacciarono di non partecipare in massa se solo la Quercia fosse stata imbossolata. La Quercia alla fine si ritirò e non disputò la Carriera che venne vinta di nuovo dalla Civetta che realizzò così il primo “cappotto” della storia paliesca.


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domenica 19 luglio 2015

Via di Stalloreggi

Su e giù per le Contrade
a cura del Tesoro di Siena


L'imbocco di Via di Stalloreggi da Piazza Postierla

Via di Stalloreggi è il tratto urbano che da Piazza Postierla sale fino alla Madonna del Corvo, per poi discendere e collegarsi, attraverso le Due Porte, con il Piano dei Mantellinila Piazzetta delle Due Porte.


Il toponimo, che troviamo nelle fonti a partire dal 1131, non è di sicura origine. Una prima teoria lo farebbe derivare dal termine “stabulum regis” (stalla dei cavalli del re), salvo il disaccordo pieno degli studiosi sulla figura del re in questione (Carlo Martello, Pipino, Enrico VI di Svevia ecc.). Altri ne riconducono l’origine alla locuzione “ostellum regis” (dimora del re o, addirittura, locanda).
Sembra però preferibile una terza possibilità, da farsi risalire al periodo longobardo. In origine il termine “Stalloreggi” avrebbe indicato una zona, al di fuori delle mura del tempo, adibita a pascoli collettivi, di proprietà dello Stato e, quindi, del Re (“dominium regis”). Sembra verosimile poter collocare le terre in questione in una zona compresa tra le Due Porte (in antico Porta Stalloreggi) e la zona dell’attuale Porta Laterina.
Alcuni tratti della via assunsero in passato nomi diversi: il primo tratto partendo da Piazza Postierla assunse il nome di Via dei Conti o Via del Borgo dei Conti o Via di Casa Conti; quello in prossimità delle Due Porte si chiamò, dopo l'ampliamento delle mura della città al Laterino, Via di Stalloreggi di Dentro.