17 novembre 2016

Ulisse Betti detto "Bozzetto"

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Questa foto, di marca civettina, racconta in una sola inquadratura 41 anni di delusioni, di speranze tradite, di dolore di un'intera contrada, appunto la Civetta, e nello stesso tempo anche tutta l'irrefrenabile gioia di chi torna a trionfare sul Campo, dopo un'astinenza crudele. La Civetta infatti vinse il suo primo Palio del Novecento, nel 1934 e l'ultimo del secolo precedente nel 1893. Per solennizzare l'addio al digiuno, i civettini vollero così riunire i due fantini di quelle vittorie: Corrado Meloni detto Meloncino, che ruppe la serie nera il 2 luglio 1934 insieme a Ruello e Ulisse Betti detto Bozzetto che aveva vinto il 2 luglio di 41 anni prima.

da sinistra: Ulisse Betti detto Bozzetto e Corrado Meloni detto Meloncino
vincitori per la Civetta rispettivamente il 2 luglio 1893 e il 2 luglio 1934

L'immagine che riportiamo è dunque del 1934, anche se il protagonista del nostro “racconto” sarà non tanto il giovane Meloni, quanto il panciuto signor Betti, che a cavallo fra i due secoli aveva fatto parlare di sé con il nome d'arte di Bozzetto.

15 novembre 2016

Il piroscafo Siena

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena

Siena ed il mare. Molti sicuramente sanno che il territorio della Repubblica di Siena, al suo massimo splendore, si estendeva fino alle coste del grossetano, con Talamone porto di elezione. 

Il piroscafo Siena

In tempi più recenti la nostra città ha dato il nome, non sappiamo per quale motivo specifico, al piroscafo Siena, una imbarcazione alimentata a vapore e adibita a trasporto passeggeri. L'imbarcazione, di 4.372 tonnellate di stazza e delle rispettabili dimensioni di 116,10 m x 14,20 m x 8,20 m, fu costruita a Sestri Ponente nel 1905 ed affondato il 4 agosto 1916 dal sommergibile tedesco U-35, al largo di Marsiglia. Nell'affondamento 46 persone persero la vita.


Documentazione
Per la scheda del piroscafo (in lingua inglese) si veda il sito wrecksite.eu

Crediti fotografici
La foto è tratta dall'account di Geoff Green su Flickr

L'elenco degli altri articoli della rubrica è alla pagina http://goo.gl/13RAFi

13 novembre 2016

Giovanni Pisano: la Maria di Mosè (ca. 1297)

I tesori dell'arte senese
Scultori di Siena

Giovanni Pisano
(documentato dal 1265 al 1314)
Maria di Mosè (circa 1297) marmo
Siena, Museo dell'Opera del Duomo


Nel 1284 il Comune di Siena conferiva a Giovanni Pisano la cittadinanza senese, specificando, come si legge nel Costituto, che «tutto il tempo di sua vita sia franco da tutti et ciaschuno incharichi del Comune di Siena, cioè dazi et colte ed exactioni et factioni et osti fare et oltre qualiunque cosa». A indurre il Comune a così generoso e insolito provvedimento ci doveva essere un motivo di grandissima importanza per la città. Infatti Giovanni era impegnato nella erezione e decorazione della facciata del Duomo, in sostituzione di quella detta «semplice» precedentemente costruita. Per essa l'artista si ispirò ad un concetto del tutto nuovo soprattutto nel corredo sculturale senza precedenti nazionali e d'Oltralpe. Esso è costituito da una serie di grandi statue isolate le quali, anziché schierarsi negli strombi dei portali o entro loggiati e gallerie come era avvenuto nelle cattedrali del Nord, di Francia e di Germania, si dispongono su tutta l'estensione della facciata e dei suoi risvolti posando su sporgenti marcapiani o mensole, sì da scandagliare liberamente lo spazio in piena autonomia formale rispetto all'architettura. Il che ha consentito la più grande e ardita varietà di soluzioni strutturali, di invenzioni plastiche e dinamiche attraverso le quali ogni personaggio viene potentemente individuato anche per i diversi moti dell'animo, ora drammaticamente tempestosi, ora esprimenti profetico ardore, ora veemente eloquenza, ora vigile, pensoso raccoglimento.
La loro scelta appare informata ad un preciso contenuto dottrinario e mira esclusivamente ad onorare la Madonna, eletta celeste Avvocata e Regina di Siena ed a proclamarne univocamente, con assoluta esclusione di ogni finalità intercessiva, mediante le profezie e le lodi scritte sui cartigli spiegati dai personaggi, l'essenza soprannaturale e il parto verginale.

12 novembre 2016

Bernardo Tolomei, il Santo di Monte Oliveto (1272-1348)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Bernardo Tolomei 
nato a Siena il 10 maggio 1272
morto a Siena il 20 agosto 1348

Francesco Mori, San Bernardo Tolomei (particolare), 2013, olio su tela
Siena, Basilica di Santa Maria di Provenzano

È una classica figura di nobile gaudente, «convertito» in età matura; il caso è ricorrente in molti suoi contemporanei, ma diversa è l'entità delle realizzazioni operate da Bernardo. Egli proveniva da famiglia senese di antichissima tradizione e potenza; era figlio di Mino Tolomei e di Fulvia Tancredi e per nascita si chiamava Giovanni, nome che poi cambierà. 
Trascorse una giovinezza spensierata e brillante, non trascurando tuttavia gli studi di Giurisprudenza, materia di cui divenne celebrato Maestro presso lo Studio senese. Ricoprì anche l'alto ufficio di Capitano del Popolo, dimostrandosi uomo retto e giusto. In seguito, una grave malattia agli occhi, che lo rese quasi cieco, fu l'occasione per un sostanziale avvicinamento a Dio. Lentamente, riuscì tuttavia a recuperare la vista, con una guarigione quasi miracolosa; nel 1313, onorando un voto fatto in precedenza, decise improvvisamente di far vita di penitente, abbandonando cattedra e famiglia, e ritirandosi ad Accona, un suo possesso presso Asciano,
seguito dagli altri nobili senesi Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini. Essi divennero monaci benedettini nel 1319 e il Tolomei, da allora, volle essere chiamato Bernardo, per simboleggiare l'inizio della nuova vita che lo attendeva.

Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma
Tre fondatori dell’ordine olivetano (Patrizio Patrizi, Bernardo Tolomei e Ambrogio Piccolomini), 1505 ca,
Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Asciano)

11 novembre 2016

Il castello di San Polo in Rosso (Gaiole in Chianti)

Terre di Siena
di Antonella Galardi

Il castello di San Polo in Rosso visto da Ama

Situato su di un colle, il castello di San Polo in Rosso si trova nel cuore del Chianti Classico, immerso in un paesaggio rinomato per i suoi vigneti, le foreste e la ricchezza di tesori d'arte inestimabili: imponenti castelli, monasteri e borghi fortificati.

La strada che porta all'ingresso del castello

Secondo gli archivi di Brolio, la costruzione del castello di San Polo in Rosso può essere fatta risalire al VIII secolo. A quel tempo si trovava sulla collina una chiesa parrocchiale. Per secoli, la zona del Chianti Classico è stata contesa tra le repubbliche rivali di Siena e Firenze. 

L'ingresso del cortile del castello con a sinistra la facciata della pieve

31 ottobre 2016

Umberto Baldini detto “Bovino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Umberto Baldini detto “Bovino” è a sinistra, in prima fila, con il giubbetto, lo zucchino e il nerbo, la mattina del 17 agosto 1927 quando fu scattata questa fotografia in piazza del Campo, durante il giro trionfale del Nicchio per la sua vittoria nel Palio del giorno precedente.


Era la prima volta che “Bovino” correva in Piazza e aveva vinto subito come qualche volta capita ai fantini. In certi casi il destino è troppo invitante perché non sorga una speranza per il futuro che profuma di certezza. La felicità che assale, specialmente un uomo semplice, umile, niente affatto spocchioso, ritenuto fino a pochi giorni prima un “niente”, un “paria”, un ragazzo silenzioso, introverso, bruttino a cui - secondo il giudizio superficiale e sghignazzante degli scemi superbi - non è permesso neppure di guardare una donna, la gioia è tale da mutarsi in infatuazione come accade solo a coloro che si ritengono intelligenti e, se accade alle ragazze, di razza superiore piombata per una ingiusta sorte nella terra anziché in un pianeta della stella “Alfa”, dove Marconi sarebbe considerato uno stolto. Esistono, purtroppo, queste situazioni e questi caratteri che costituiscono il nido della prosopopea, dell'arroganza e dell'insensibilità.


27 ottobre 2016

Jacopo della Quercia, lo scultore di Fonte Gaia (ca. 1374-1438)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Jacopo di Pietro d'Agnolo della Quercia 
nato probabilmente a Siena nel 1371-74 
morto a Siena il 20 ottobre 1438

Umberto Giunti, ritratto di Jacopo della Quercia, 1927
Siena, Palazzo pubblico

Contrariamente a quanto viene spesso indicato, Jacopo nacque probabilmente a Siena, e non a Quercegrossa, e derivò il nome dal fatto di appartenere a famiglia originaria di quel borgo del contado senese. Fu una figura fondamentale della scultura, non solo senese, del sec. XV. Dopo Giovanni Pisano, e prima di Michelangelo, è difficile trovare, nell'intera scultura italiana, un artista che si elevi alle altezze di Jacopo.
Nato da un padre scultore e orafo, ben poco sappiamo della sua formazione artistica. Certamente si ispirò ai Pisano, soprattutto a Nicola, ma infuse alla sua arte un impegno di ricerca assai più profondo dei neopisanisti che lo avevano preceduto, e trasse profitto anche dalla scuola fiorentina. Fu comunque soprattutto da una attenta osservazione dell'arte classica, romana ed etrusca, che Jacopo trasse lo spunto per uno stile gagliardo e personalissimo, dando alla forma la massima efficienza mediante l'incisività della linea; suo grande merito fu quello di fondere magnificamente il linearismo gotico con l'armonia rinascimentale.
Egli realizzò numerose opere nelle Chiese e negli edifici di Siena, ma anche in molte altre città. La sua attività iniziò negli ultimi anni del sec. XIV. La più antica opera accertata sembra una «Madonna col Bambino» posta attualmente nella nicchia sopra l'Altare Piccolomini nel Duomo di Siena [ndr: la critica più recente ha attribuito l'opera, preesistente all'altare Piccolomini, a Giovanni di Cecco]. 


La sommità dell'Altare Piccolomini del Duomo con l'opera
attribuita fino a tempi recenti a Jacopo della Quercia

15 ottobre 2016

Corrado Meloni detto “Meloncino” e Arturo Bocci detto “Rancanino”

C'era una volta il Palio - I fantini
Supplemento a La Nazione - Siena (1993)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Corrado Meloni detto “Meloncino” figlio del grande Angelo, che nella fotografia è ritratto nell'Oca il 16 agosto 1934 in occasione della sua seconda vittoria, debuttò il 16 agosto 1932 nell'Onda.
Erano tempi che, giustamente ci sembra, ubbidivano al regolamento per il Palio secondo cui non potevano correre fantini legati da vincoli di parentela fino al terzo grado incluso. Pertanto, in quella data, babbo Meloni restò a piedi. Il “Meloncino”, bravo cavallerizzo, non aveva tuttavia il carattere del padre in quanto a malizia, forse anche a coraggio e a un minimo di cinismo che occorre per giostrare in piazza del Campo, come in tutte le corse pericolose fin dagli antichissimi tornei. Era un bravo ragazzo insomma, scrupoloso, magari timido. Tuttavia non mancò di spirito agonistico e il 2 luglio 1934, dopo 41 anni di digiuno, portò il drappellone alla Civetta.
Corrado Meloni, il 16 agosto dello stesso anno, difese i colori dell'Oca, la contrada nella quale suo padre aveva riportato quattro vittorie delle tredici complessive che conquistò in piazza del Campo. Fu un Palio piuttosto combattuto fra Aquila (Vieri Luschi detto “Cittino”), Nicchio (Pietro De Angeli detto “Pietrino”) e, appunto, L'Oca con “Wally” che era una cavallina di tutto rispetto e che aveva giostrato l'anno precedente con Angelo Meloni detto “Picino” nella Lupa, andando vicino a vincere. Fu al terzo giro al Casato che il “Meloncino” si aggiudicò il Palio facendo un personale cappotto.

da sinistra: Meloncino e Rancanino

30 giugno 2016

Giovanni Pisano: Un Crocifisso per il Duomo di Siena

I tesori dell'arte senese
Scultori di Siena

Giovanni Pisano (documentato dal 1265 al 1314)
Crocifisso (1285-90)
legno policromato e marmo
Siena, Museo dell'Opera del Duomo


Nella lunga iscrizione, intorno alla cornice inferiore del pergamo per il Duomo di Pisa, Giovanni Pisano si proclama «sculpens in petra, ligno, auro splendida». Di sue sculture in legno ci resta una serie di Crocifissi che sono le uniche opere a noi note che egli eseguì in questa materia; e pare significativo che a questo augusto e dolente tema si sia più volte dedicato il più grande scultore nato a Pisa, dove la pittura dalla fine del XII secolo e nel XIII fu essenzialmente una «pittura di Crocifissi». Senza per altro alcun rapporto con quelli dipinti che appartengono ad altra area cronologica e stilistica, di Crocifissi lignei ormai sicuramente riconoscibili a Giovanni se ne conservano almeno sei, mentre altri gli sono stati attribuiti da riferire piuttosto alla sua bottega o a seguaci. Si deve infatti a Giovanni la creazione di una nuova iconografia del Cristo scolpito che ebbe larga diffusione nel Trecento. Questi Crocifissi non erano destinati a stare sugli altari, ma ad essere portati nelle processioni penitenziali ed a ciò si deve il carattere intensamente patetico di essi, mirante a edificare i fedeli con la contemplazione dei patimenti di Cristo morto o spirante sulla Croce.

8 giugno 2016

Ettore Bastianini, il Baritono di Siena (1922-1967)

Senesi da ricordare
di Marco Falorni

Ettore Bastianini 
nato a Siena il 24 settembre 1922
morto a Sirmione il 25 gennaio 1967


Autentica gloria di Siena, il Bastianini dedicò tutta la sua non lunga esistenza alla lirica, imponendosi presto come uno dei più affermati baritoni a livello internazionale. Proveniente da modesta famiglia, il Nostro ebbe un bel carattere gioviale di senese purosangue; assai presto avviato alla lirica, fu dapprima impostato come basso, per poi scoprire la sua vera vocazione di baritono.


Dopo aver compiuto, con grande sacrificio, i primi studi a Siena, ed essersi poi ulteriormente perfezionato, negli anni '50 si impose prepotentemente all'attenzione della critica internazionale con una serie di magistrali interpretazioni. Unanimi ed entusiastici consensi, per esempio, riscosse al Teatro della Scala di Milano, affiancando cantanti del calibro di Mario Del Monaco, Di Stefano, Maria Callas, Renata Tebaldi, Leyla Gencer, la Stignani, ecc. Cantò naturalmente anche a Vienna, Londra, Parigi, New York, Tokyo, e in tutti gli altri principali teatri del mondo.