lunedì 29 giugno 2015

29 giugno 1721: nel Palio fa ingresso la “tratta”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 29 giugno 1721 vengono assegnati per la prima volta i cavalli, nella mattina, fuori Porta Camollia, nell’attuale Piazza d’Armi. Il Palio di luglio del 1721 sarà il primo davvero vicino alle corse moderne, dato che il regolamento emanato il 7 maggio contiene 16 articoli che, in gran parte, sono attuati ancora oggi, a partire dalla Carriera che poteva essere disputata solo con dieci Contrade estratte a sorte. 


Nello stesso bando si stabiliva che i fantini “dovessero comparire a provare li cavalli per la piazza un'ora la mattina dalle ore 11 alle 12 e la sera dalle ore 23 alle 24”, cioè al mattino dalle 7 alle 8 e la sera dalle 19 alle 20, e che “dovessero fare tre girate per non strapazzare li cavalli con pena a chi trasgredisse”. Secondo alcune cronache del tempo è dal Palio del 1761 che la “tratta” si "sposta" in Piazza del Campo e viene effettuata davanti alla porta della Biccherna, nell’Entrone, alla presenza dei soli capitani e barbareschi. 


Il palco dal quale si effettua l'assegnazione ancora oggi, invece, è in uso dal palio del 2 luglio 1936, quando l’assegnazione diviene pubblica. Da questo Palio (la Delibera del comune è del 22 giugno 1936) si stabilisce, infatti, che “le operazioni di sorteggio dei cavalli alle Contrade che partecipano alla corsa siano compiute, anziché nell’ingresso di Palazzo Comunale, in un apposito palco da erigersi all’esterno del Palazzo stesso”


Con la stessa deliberazione si decide che il giorno della tratta vengano esposte alle finestre del Palazzo le bandiere delle 10 Contrade che prenderanno parte alla Carriera e che sul palco prendano posto i trombetti di palazzo per annunciare l'inizio e la fine delle operazioni di sorteggio. Viene stabilito, infine, che ai piedi del palco si dispongano i dieci barbareschi “anch’essi vestiti nell’antico costume”, pronti per ricevere in sorte il cavallo (prima di allora vigeva il regolamento del 1906 il quale stabiliva che i barbareschi dovevano essere “contraddistinti, per essere riconosciuti, da una rosetta dai colori della rispettiva Contrada”).


L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

domenica 28 giugno 2015

28 giugno 1799: il “Viva Maria” entra a Siena

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


La sera del 28 giugno 1799 entrano a Siena le bande armate del “Viva Maria”, il movimento popolare antifrancese che si era formato ad Arezzo, soprattutto in area clericale. Il Capitano Giovanni Natti, con una ventina di cavalieri, dirige le operazioni, coadiuvato da don Antonio Massi e dal Capitano don Giuseppe Romanelli. Giunti inaspettatamente nei pressi delle mura cittadine si dividono in due drappelli e attaccano Porta Romana e Porta Tufi. I custodi si affrettarono a chiudere le porte, ma, si dice, alcuni popolani con i soldati della Truppa Nazionale che erano di guardia, le riaprono. 


Da qui la storia diventa cruenta. I fatti ci raccontano che oltre a dare la caccia ai francesi, asserragliati nella Fortezza Medicea, viene assaltato con ferocia il ghetto degli Ebrei, considerati amici delle truppe d’Oltralpe, e la sinagoga saccheggiata. 
Tredici, tra uomini e donne, vengono prelevati e uccisi. Tre di loro, addirittura, condotti in Piazza del Campo e arsi insieme all’albero della libertà, simbolo della Rivoluzione francese. Le cronache dell’epoca riportano l’atrocità dell’azione, attestando di un uomo a cui furono “troncate braccia e gambe” prima di essere bruciato. 


I francesi caduti negli scontri furono una trentina, altri ebrei furono trucidati sul sagrato di Provenzano e nelle scale di San Martino. A massacro finito, fu portata in processione la Madonna del Conforto, protettrice di Arezzo, e sul rogo ormai spento fu innalzata una croce. Negli anni le ricerche storiografiche sono andate in due direzioni opposte dato che i revisionisti, soprattutto gli storici aretini, hanno cercato di dimostrare come questa tragedia antisemita, che di fatto offuscò la rivolta civile toscana, non sia da imputare alle truppe di Arezzo (viste solo come liberatrici di Siena dal francese oppressore), ma sia stata attuata dagli stessi senesi. 
Certo è che di esempi di episodi antiebraici a carico delle bande del “Viva Maria” ce ne sono altri oltre a quello senese: a Monte San Savino, ad esempio, viene bruciata la sinagoga, mentre a Pitigliano la guardia cittadina, allertata dai notabili locali, blocca sul nascere il sacco della parte ebraica della città. Ad Arezzo stessa, una piazza intitolata all’insurrezione del “Viva Maria”, dopo molte polemiche, ha cambiato intitolazione e oggi si chiama “Piazza Madonna del Conforto”, che è comunque l’immagine che il “Viva Maria” aveva issato sulle proprie bandiere, ma la dedicazione non è più diretta al movimento che ha dato adito a tante ombre sul suo operato. 


Crediti fotografici
1.  Stampa aretina che raffigura l'ingresso delle truppe del "Viva Maria" da Porta Romana. Dal sito informarezzo.com
2. La lapide apposta accanto alla Sinagoga di Siena voluta dal Comune il 28 giugno 1999 per ricordare i duecento anni trascorsi dai fatti tragici dell'eccidio. Dal sito commons.wikimedia.org

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sabato 27 giugno 2015

27 giugno 1936: nasce Antonio Trinetti, detto “Canapetta”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 27 giugno 1936 nasce ad Allumiere, in provincia di Roma, Antonio Trinetti. Esordisce nel Palio del luglio 1959 nell’Onda e il priore Lelio Barbarulli sceglie per lui il soprannome di Canapetta. 

 Canapetta

Una carriera lunga, quella di Canapetta in Piazza, dato che correrà 32 Palii, l’ultimo nell’agosto del 1975, ma decisamente sfortunata, fatta di corse e rivalità epiche che raramente volsero a suo favore. Si lega inizialmente alla Lupa e, in particolare, alla Tartuca, ma vince per la prima volta il 16 agosto 1962 nel Drago con Beatrice, portando in Camporegio il drappellone dopo diciassette anni di attesa. Fino al 1966 la fortuna non lo accompagna: nel 1963, ad esempio, per una brutta caduta su Elena si infortuna e la mattina della Carriera non si presenteranno nemmeno al canape. Si mette in mostra in Piazza, ma c’è sempre chi riesce a tagliare il bandierino prima di lui. 
Proprio nell’agosto del 1966 il passaggio alla Chiocciola corrisponde, finalmente, ad un nuovo trionfo, sempre con Beatrice. E’ questa una di quelle corse che fanno la storia: il 16 a causa di scontri (tra Onda e Oca che romperanno l’alleanza, poiché l’Onda aveva montato il Gentili, proscritto dall’Oca dopo il Palio del 1961), di cadute e di mosse annullate (si apriranno ben due buste) il Palio non si corre. Si va al 17 ma la situazione non cambia: si estrae un nuovo ordine di ingresso ai canapi, continuano gli incidenti e le mosse invalidate. 

L'arrivo vittorioso di Canapetta nella Carriera del 17 agosto 1966

Le tensioni culminano in uno dei duelli a nerbate più clamorosi della storia paliesca, quello tra Ciancone nell’Onda su Sambrina e Canapetta che alzerà il nerbo per primo. Vincerà solo un’altra volta, nel luglio del 1968, sempre per i colori della Chiocciola, su Selvaggia. Poi la sfortuna prevale, monta anche cavalli fortissimi, ma non trionferà più e sarà superato da rivali storici come Aceto (insieme danno vita ad altre entusiasmanti Carriere negli anni in cui Canapetta monta per i colori della Torre) e Canapino, che, però, si rivelerà anche un amico solidale. 
Il declino degli anni Settanta lo costringe ad allontanarsi dal tufo. Muore nel 1992.


Documentazione e crediti fotografici
Dal sito ilpalio.org

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venerdì 26 giugno 2015

L'Istrice festeggia in Piazza Paparoni (1913)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


L'Istrice festeggia la conquista del Palio del 2 luglio 1913. Il drappellone sul quale si scorge la riproduzione della “pace” di Ambrogio Lorenzetti, dovrebbe avere un preciso significato. Un anno dopo scoppierà la prima guerra mondiale, le acque sono agitate per il secondo conflitto balcanico che terminerà solo nell'agosto con gli accordi di Bucarest. La “pace” rappresenta quasi un atto propiziatorio, un appello al buonsenso e all'intelligenza umana che si trasmette anche attraverso il Palio. Inutilmente, purtroppo.


26 giugno 1787: è soppresso il convento di Santa Caterina al Paradiso

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 26 giugno 1787, per decreto del Granduca Pietro Leopoldo, venne soppresso il convento di Santa Caterina al Paradiso e le religiose trasferite nel nuovo convento di Santa Maria ai Tufi. 
Il convento era stato fondato, nella seconda metà del Quattrocento, su poggio Malavolti da alcune terziarie domenicane: spinte dal predicatore Simone d’Angiolo e guidate dalla priora Caterina Piccolomini vedova Guglielmi, si trasferirono in un palazzo della famiglia Malavolti, lasciato in eredità alle suore che si riunivano nella cappella sotto le volte di San Domenico, che venne destinato a “collegio di donne ritirate dal mondo” detto “Casa Paradiso”


Il collegio ebbe vita breve per mancanza di fondi, ma le suore guidate da Caterina Lenzi, alla fine del Quattrocento, eressero un complesso religioso più ampio che si estendeva verso Camporegio. Alla fine del Cinquecento le religiose del Paradiso avvertirono la necessità di costruirne una chiesa che si affacciasse all'esterno (fino a quel momento si trovava all'interno del convento) e sotto il priorato di suor Caterina Sansedoni, nel 1623, cominciarono i lavori. 


Saputo del decreto di soppressione del convento del Paradiso, la Contrada del Drago, da quasi 50 anni priva di una sede, supplicò allora il Granduca di concedergli la chiesa per “destinarla ad oratorio”. Così il 29 ottobre dello stesso 1787, nel momento in cui gli edifici vennero evacuati completamente, la chiesa con tutti i suoi arredi venne affidata al Drago mentre il vasto fabbricato del convento passò in mano a privati. La scala di accesso dell’oratorio del Drago testimonia la diversa altezza del terreno su cui si estendeva l’antico prato antistante. 
Il “Poggio Malavolti”, poi piazza Pianigiani, prima dell’odierna denominazione di piazza Matteotti, fu più volte sbassato: la sistemazione attuale risale al 1903. 
Legata al convento di Santa Caterina del Paradiso a Siena è ormai famosa la leggenda del fantasma di una delle suore, suor Monica, che sembra aleggi ancora nei locali della società di Camporegio. Si racconta che in certi momenti particolari una bandiera si arrotoli improvvisamente e quella si dice essere suor Monica che fa sentire la sua presenza, essendo costretta a vagare per l’eternità a causa di una terribile colpa carnale.


Crediti fotografici
1. Oratorio della Contrada del Drago, intitolato a Santa Caterina da Siena. La foto è tratta dal volume "Oratori di Contrada", a cura di G. Campanini e A. Muzzi, Edizioni Tipografia senese, 1995
2. Foto di Sergio Visone su Panoramio

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giovedì 25 giugno 2015

25 giugno 2008: muore Lazzero Beligni, detto “Giove”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 25 giugno del 2008 muore Lazzero Beligni detto "Giove". Era nato a Siena, in Fontebranda, il 20 febbraio del 1927. Fu registrato con il nome di battaglia di Giove (soprannome datogli dal capitano del Drago, al primo Palio, per come Lazzero appariva determinato e sicuro di sé, come il re degli Dei). Fu conosciuto anche come "Freccia" o "il Macellaio", ma quest'ultimi erano soprannomi "accessori" che non furono mai omologati. E del resto anche il soprannome ufficiale - Giove - non attecchì mai, perché per tutti e per sempre fu solo Lazzero (forse anche per il fatto di avere un nome così inusuale e particolare da sembrare esso stesso un soprannome). 


Corse ben 40 Palii senza mai vincere. Eppure ebbe un ruolo determinante in molte carriere e ammise, in varie interviste, di aver guadagnato forse più così che puntando alla vittoria. Racconta lui stesso: "Una volta Tristezza vinse il Palio e prese un milione. Io arrivati ottavo e presi il doppio". Lazzero capì, forse come pochi fantini, il Palio in tutte le sue sfaccettature fatte di intrighi e strategie e per questo fu l'ago della bilancia che in più di un'occasione determinò, comunque, sconfitte e vittorie di fantini e contrade. 
Indossò il giubbetto di 14 Contrade: non corse mai nella Giraffa, nella Torre e nel Valdimontone. Amico fraterno di Vittorino, forse proprio per la sua conoscenza profonda di ogni dinamica paliesca, è stato il solo ad aver ricoperto - dopo il ritiro dalla Piazza - il ruolo di mangino di una Contrada. Logicamente la sua: l’Oca. 

Giove e Vittorino

Aveva esordito nel 1954 nel palio d'agosto, correndo nel Drago su Saturnia. La sua ultima carriera fu quella del 17 agosto del 1975 con il giubbetto del Leocorno su Solange quando aveva ormai poco meno di cinquant'anni. Nell'agosto del 1959 era stato contattato dalla Torre (proprio su indicazione di Vittorino) per indossare il giubbetto di Salicotto: raccontò lui stesso in un'intervista che la capitana, la marchesa Zondadari, gli si presentò con un assegno in bianco chiedendogli "quanto ci devo scrivere?", ma lui rifiutò perché, come sosteneva, non se l'era sentita di correre e impegnarsi per la rivale della sua contrada di nascita. 
Nella sua Oca corse tre volte (in realtà dovevano essere quattro ma nel luglio del 1963 la cavalla Elena si infortunò e venne ritirata) e tutte e tre con cavalli poco favoriti o difficoltosi: il 2 luglio del 1966 sulla sconosciuta Durinda; il 17 agosto dello steso anno su Ercole, cavallo forte e veloce ma macchinoso e scorretto. Tornò a indossare il giubbetto di Fontebranda il 2 luglio 1972 quando all'Oca toccò Panezio che, in quel Palio, era all'esordio: Aceto non volle montarlo perché sostenne che era un cavallo che non andava nemmeno a "pintàllo", come si dice a Siena. 


Lazzero, al contrario, ne aveva intuito le doti, ma, raccontava ancora lui stesso, non era riuscito a convincere di questo i dirigenti della sua contrada che preferirono fargli fare una corsa strategicamente non puntata a vincere ad ogni costo. Per la cronaca, Panezio si portò dietro la taccia di "ciuco" anche nelle due successive carriere di quell'anno, nell'agosto nel Nicchio con Rondone e a settembre nel Bruco con Canapino. Poi, l'anno dopo, Panezio tornò sul tufo trasformato (o forse in mano a chi ne aveva davvero capito le potenzialità): toccò alla Lupa e all'Aquila e vinse tutt'e due le volte incominciando una storia di otto vittorie che lo avrebbero consegnato alla storia dei grandi cavalli del Palio.


Documentazione
Alessandro Falassi, Gaia Tancredi, Laura Valdesi, "40 palii vinti. Lazzero Beligni fantino del Palio di Siena", Betti Editrice Siena, 2008

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mercoledì 24 giugno 2015

24 giugno 1781: nasce Quirina Mocenni

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 24 giugno 1781 nasce a Siena Quirina Mocenni, nobildonna che si avvicina giovanissima al miglior mondo della cultura, certamente aiutata dall'avere come madre Teresa Regoli Mocenni, famosa per aver dato vita, nel suo Palazzo di via dei Rossi, ad un vivacissimo salotto, crocevia di letterati e personalità del calibro di Vittorio Alfieri. 

Anonimo, Ritratto di Quirina Mocenni
Firenze, Museo del Risorgimento

Quirina è la seconda figlia di Teresa e Ansano Mocenni. Compie i suoi studi presso il conservatorio di Santa Maria Maddalena a Siena e il 20 agosto 1802 viene data in sposa a Ferdinando Magiotti di Montevarchi, uomo fragile di salute e di cultura modesta, che le offre una vita di agi ma di infelicità.  Nell’epistolario con la sua più grande amica, la contessa Luisa d’Albany, Quirina viene descritta come “una giovane donna triste e sgraziata, poco avvenente, alla perpetua ricerca di quella felicità che il matrimonio non poteva offrirle”
Quirina vive tra Siena, San Leonino e Firenze, dove apre il suo salotto, come aveva fatto la madre, alle più spiccate menti delle lettere, delle arti, della politica quali Silvio Pellico e Giuseppe Mazzini. Ma è proprio a Firenze, nell’ottobre del 1812, che Quirina conosce l’uomo che plasmerà tutta la sua vita: Ugo Foscolo. Tra loro nasce subito un rapporto amoroso che dura fino all'autunno del 1813 (si dice il più lungo che il celebre poeta abbia intrattenuto nel corso della sua vita). Il legame d’amicizia tra i due proseguirà invece fino alla morte del poeta, come documentato da un ricchissimo carteggio. 

Andrea Appiani, Ritratto di Ugo Foscolo (1801-1802)
Milano, Pinacoteca di Brera 

Quirina, che di fatto amò l’affascinate poeta per sempre, in silenzio, in disparte, accontentandosi dell’affetto amicale che lui le riservava, rappresenta comunque un costante punto di riferimento per Foscolo, che supporta anche finanziariamente durante i giorni dell’esilio, prima in Svizzera e poi in Inghilterra. 
Ma i due amici sono destinati a non incontrarsi mai più. Lei, Quirina, la sola che Foscolo definì la sua “donna gentile”, è stata custode e paladina in difesa della sua fama e la sua memoria, promotrice dei suoi scritti e attiva per raccogliere i testi inediti del poeta (ad esempio, con l’aiuto di Silvio Pellico, acquista, sotto anonimato e per 1462 lire italiane, i 444 volumi che Foscolo aveva lasciato a Milano, salvandoli, così dalla dispersione). 

La lapide in via dei Rossi 104, il palazzo dove è nata Quirina Mocenni

Contribuisce in prima persona all'edizione di molti testi del e sul poeta come le “Scelte opere di Ugo Foscolo in gran parte inedite sì in prosa che in verso con nuovi cenni biografici e note del professore Giuseppe Caleffi” (Fiesole 1835) e le “Prose e poesie edite ed inedite di Ugo Foscolo” curate da Luigi Carrer (1842). 
Collabora poi con Mazzini quando l’esule italiano, a Londra, si appresta, dopo aver recuperato le carte di Foscolo, a stampare gli “Scritti politici inediti raccolti a documentarne la vita e i tempi” (Lugano 1844). Quirina muore a Firenze il 3 luglio 1847 e viene sepolta nel chiostro di Santa Maria Novella. La sua corrispondenza con questi grandi dell'Ottocento e la sua biblioteca foscoliana sono conservate alla Biblioteca Marucelliana di Firenze. 


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martedì 23 giugno 2015

23 giugno 1536: la fonte dei Pispini

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 23 giugno del 1536 la “congregatione et contrada della Abbadia Nuova” dichiara al Comune di Siena di voler realizzare una nuova fonte, che non risponda solo alle esigenze idriche del quartiere ma che possa anche “onorare la dicta contrada”


I nicchiaioli presentano, infatti, già un disegno di quella che, nelle loro intenzioni, doveva essere “un raro et bellissimo fonte” un’opera che diventerà un vanto per l’intera città, introducendo per la prima volta a Siena il concetto di fontana monumentale. La nuova fonte richiede undici anni di lavoro e viene terminata nel 1545. 
Il progetto, che alcuni non hanno esitato ad attribuire a Baldassarre Peruzzi, prevede che l'acqua scenda da una tazza superiore ad una inferiore attraverso delle cannelle nascoste all'interno della bocca di alcuni mascheroni. 


A Siena lo zampillo d'acqua viene chiamato popolarmente “pispino” o, ancora più frequentemente, “pispinello”, termine probabilmente derivato da “pispolo”, con il quale ancora oggi si denomina la cannella di una fontana. Lo spettacolo offerto da questi “pispinelli” si dimostra talmente inedito, rispetto alla tradizionale tipologia delle fonti senesi, che il nome finisce per identificare l’intero rione, la sua strada principale e la porta aperta nelle mura urbane. 


La fonte, posta all’incrocio tra via dei Pispini e via Santa Chiara, nel corso dei secoli viene più volte restaurata e rimaneggiata a causa, spesso, della scarsità di acqua che vi affluisce. 
Le sorti della fonte cambiano radicalmente negli anni Settanta dell’800 quando il complesso di Santa Chiara viene concesso all'esercito e trasformato in Distretto Militare, dato che i lavatoi, situati lungo la via d'accesso al complesso, vengono spostati nell'ultimo tratto della via dei Pispini, nei pressi della Porta (dove sono ancora oggi). 


Nel 1937 la caserma di Santa Chiara, per favorire l’entrata e l’uscita degli automezzi dal distretto, chiede e ottiene di spostare la fontana, che viene collocata in piazza Santo Spirito. Solo il 22 giugno 2001 la fonte è stata restaurata è riposizionata nel luogo in cui era stata costruita in origine. 


Crediti fotografici
1. e 3. Foto tratte dal sito ilpalio.org
2. La fonte dei Pispini in un disegno conservato presso la Biblioteca Classenze di Ravenna (pubblicato da Lucia Monaci Moran in "Biblioteca", 1996, p. 204)
4. La fonte dei Pispini in piazza Santo Spirito. Foto tratta dal sito it.wikipedia.org

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lunedì 22 giugno 2015

Perché “Piazza di Siena”

Spigolature senesi
a cura del Tesoro di Siena


Innanzitutto, a scanso di equivoci, è bene precisare, a chi è poco pratico delle cose senesi, che ci troviamo a Roma, all’interno della splendida Villa Borghese. La domanda sorge spontanea. Perché un lembo di terra romana, appartenente ad una delle famiglia del passato più potenti a Roma, richiama la nostra città? 


La famiglia Borghese è in realtà originaria di Siena. Il capostipite fu un mercante senese di lana, tal Tiezzo da Monticiano (XIII sec.), che ebbe due figli: Bencivenne e Benincasa. Da Bencivenne e da suo figlio Borghese (da cui il nome del casato) discesero i Borghesi di Siena, Firenze e Roma. Dall'altro figlio di Tiezzo, Benincasa, pare sia discesa invece l'omonima famiglia senese, alla quale sarebbe appartenuta la stessa Santa Caterina da Siena.

Raimondo d'Inzeo a Piazza di Siena in una foto d'epoca

Chiarite le origini dei Borghese veniamo al dunque: il principe Marcantonio IV, verso la fine del XVIII secolo, commissionò agli architetti Mario e Antonio Asprucci uno spazio all’interno di Villa Borghese, capace di rievocare a Roma i luoghi e le atmosfere senesi, fatte soprattutto di feste popolari e di Palio. Marcantonio non vide l’opera completata ma il nome resta, a memoria dei suoi desiderata.
Piazza di Siena da tempo è il “luogo sacro” dell'equitazione italiana, anche se va progressivamente affermandosi come vero e proprio spazio polivalente.


Crediti fotografici
1. Foto di Paolo dell'Angelo su Flickr
2. Foto tratta dal sito ufficiale di Piazza di Siena 2015


22 giugno 1762: nasce Luigi Menghetti, detto “Piaccina”

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 22 giugno 1762 (alcune fonti parlano del 24 giugno, data anche del suo battesimo) nasce a Empoli Luigi Menghetti detto “Piaccina” (o "Piaggina"). I dati della sua carriera sono impressionanti: Luigi esordisce in Piazza da adulto, a 25 anni, ma continua a correre fino a 69 anni. In circa 44 anni disputa 66 Palii vincendo sette Carriere. Il Piaccina trionfa per l’ultima volta nel luglio del 1831 nel Bruco all'età ragguardevole di 64 anni. Luigi Menghetti continua a vivere ad Empoli con la sua numerosa famiglia fino alla morte, avvenuta prima del 1845. 

Ex voto donato dal Menghetti alla Nobile Contrada del Bruco
dopo il rocambolesco Palio del 2 luglio 1826

Sia il fratello di Luigi conosciuto come "Biancalana", sia il figlio Geremia (conosciuto in Piazza come “Figlio di Piaccina”), oltre a varie generazioni di nipoti furono fantini di professione. Addirittura ben otto appartenenti alla famiglia Menghetti, in varie epoche, saranno protagonisti sul tufo. 
Il suo carattere non doveva essere dei più mansueti e abbiamo notizie di risse e liti sia in Piazza (soprattutto con Filippo Rossi detto “Vecchia”, suo nemico storico) che fuori. 
Anche se le cronache lo dipingono come "egoista" (il Cancelliere del Comune nella cronaca del Palio di agosto 1813 scrive che “tutti i fantini erano contro Piaggina, perché il due luglio ultimo aveva vinto il Palio e non aveva voluto dar niente ad alcuno”), era un uomo di grande ingegno. Nella Carriera del 2 luglio 1826 corre nel Bruco e al momento della mossa cade al canape, perdendo le briglie. Piaccina non si dà per vinto: dopo aver sostituito le briglie con un trecciolo delle sue scarpe, si rende protagonista di una storica rimonta e arriva primo al bandierino portando in Palio in via del Comune.


Documentazione e crediti fotografici
Dal sito ilpalio.org.

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domenica 21 giugno 2015

Dietisalvi di Speme: la Madonna del Voto (ca. 1267)

I tesori dell'arte senese
a cura del Tesoro di Siena


Dietisalvi di Speme (XIII secolo)
Madonna col Bambino detta “Madonna del Voto” (ca. 1267)
Oro e tempera su tavola (112 x 82 cm) - Duomo di Siena


Ci troviamo di fronte ad una delle opere maggiormente significative della pittura senese, dal punto di vista non solo artistico, ma anche storico e devozionale. Basti solo pensare che l’opera venne commissionata a seguito della vittoriosa battaglia di Montaperti (1260) e per commemorarne l’evento.

21 giugno 1727: l’Accademia dei Rozzi delibera di cambiare sede

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 21 giugno 1727 i componenti dell’Accademia dei Rozzi (che, il 28 dicembre 1690, grazie a Francesco de’ Medici governatore di Siena, aveva cambiato la denominazione originaria di “Congrega” in “Accademia” e che, come sottolinea il Pecci, dal 1717 erano stati privilegiati dalla concessione fatta da Violante Beatrice di Baviera di poter svolgere anche il gioco delle carte), ritenendo poco decorosa per le loro attività la stanza, in via di Beccheria, che serviva per le loro adunanze decisero di dotarsi di “una nobile e maestosa sala”


Acquistano, così, alcune case e botteghe poste di fronte all’antica chiesa parrocchiale di San Pellegrino, nell’attuale piazza dell’Indipendenza, di proprietà del Capitolo della Metropolitana senese e tenute a pigione “per uso di lana” da un tal Sugarelli e da un tal Giovan Battista Alberti. 


Il progetto prevede di allestire una grande sala per poter svolgere un'attività finalmente consona al prestigio raggiunto dalla Accademia, ben oltre l'esigua stanza ubicata in Beccheria. Viene incaricato dell'opera il maestro Giuseppe Fondi, mentre alcuni membri dell’Accademia s’impegnano a seguire personalmente il buon andamento dei lavori, “che meditano in breve tempo tirare a porto”.


In realtà la nuova sede verrà inaugurata solo l’11 giugno 1731 anche perché, durante le opere di ristrutturazione, avvenne un grave incidente nel cantiere nel quale morirono sedici persone.


Documentazione
Sito web dell'Accademia dei Rozzi

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sabato 20 giugno 2015

La Lupa festeggia in Fontenova (1912)

C'era una volta il Palio - Le Contrade
Supplemento a La Nazione - Siena (1992)
testo di Daniele Magrini e 
Giulio Pepi


Si stenta quasi a crederci. Eppure quel signore robusto fin troppo, con la paglietta in testa e il bimbo in collo che campeggia al centro della foto, è proprio Alfonso Menichetti detto Nappa, il fantino che il 16 agosto 1912 portò alla vittoria per i colori della Lupa il cavallo Sauro di Benvenuto Fineschi. La casacca a fiamme orizzontali e soprattutto la didascalia dell’epoca lo testimoniano.


20 giugno 1665: la prima fusione (fallita) di Sunto

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 20 giugno 1665 viene eseguita la prima fusione della nuova “campana grossa” della Torre del Mangia. L’intervento di sostituzione della campana che stava sulla Torre dal 1348 si era reso indispensabile perché già da molto tempo i senesi si lamentavano che il suo suono era diventato tanto “sgradevole e noioso” da meritarsi il soprannome di “campanaccio”


Già nel 1663 la Balia aveva deliberato la fusione di una nuova campana dando l’incarico a maestro Antonio da Novara. Questa, però, si guastò solo dopo un anno dalla posa sulla Torre e nel 1664, dopo anni di silenzio, si decise finalmente di fonderne una nuova. Si dice che vennero cercati i campanari più bravi d’Italia: l’incarico venne commissionato a Giovanni Santoni da Fano e Giovan Battista Salvini, senese, anche se lavorava a Cagli. 
Per contratto avrebbero dovuto realizzare una campana di quasi 20 mila libbre (6 tonnellate), che avrebbe dovuto suonare per almeno tre anni e ai maestri sarebbe stato corrisposto un compenso di 250 ducati. 


La fornace venne allestita presso il convento di San Francesco e per ottenere il metallo occorrente venne fusa la vecchia campana della Torre, alcune campane di Vignano, Campagnano e Seggiano, oltre a pezzi di artiglieria difettosi presi in Fortezza. Questa prima colata, però, non funzionò dal momento che il metallo fuoriuscì dalla forma per cui si dovette iniziare nuovamente tutto da capo e aspettare il 17 settembre, giorno in cui il nuovo Campanone, che prenderà il nome popolare di “Sunto”, verrà formato.


Documentazione
Letizia Galli "Sottile più che snella. La Torre del Mangia del Palazzo Pubblico di Siena", Sillabe 2005

Crediti fotografici
1. Foto di Sergio Visone su sergiovisone.wix.com
2. Immagine tratta da Letizia Galli, cit.

L'elenco completo delle "Pillole quotidiane di storia senese" si trova alla pagina http://goo.gl/2PJxzF. Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Sienaalle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questa "pillola" sul nostro blog.

venerdì 19 giugno 2015

19 giugno 1786: benedetta la cappella del nuovo Cimitero del Laterino

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 19 giugno 1786 fu benedetta la cappella del nuovo camposanto del Laterino e vi fu officiata la prima messa dal canonico, il reverendo Periccioli. I lavori per la realizzazione del nuovo cimitero, erano iniziati il 16 ottobre 1784 in località detta Poggio del Cardinale, nel podere dell’arciprete Luti. 


La creazione di un cimitero fuori delle mura cittadine si era reso necessario perché le sepolture nelle chiese e, soprattutto, quelle fatte nel Santa Maria della Scala, erano ormai incompatibili con una nuova e più avanzata idea di salubrità dell'ambiente urbano. 
Le opere terminarono nel 1786, ed il 1 giugno, come racconta scandalizzato Pietro Pecci, arrivò da Firenze un “beccamorto reale per interrare tutte le sepolture e farci sopra la volta”, visto che dal 1 luglio i morti dovevano essere seppelliti nel nuovo cimitero. Al Pecci non piacque il metodo usato dal becchino: “fu il più barbaro e il più indecente”, scrive, entrando nelle chiese cittadine (nelle quali, appunto, si effettuavano le sepolture) seguito da una “turba di muratori senesi” e scoperchiando i sepolcri, spesso distruggendoli insieme alle lapidi, per estrarre i resti mortali. 


“La prima chiesa che soffrì il sacco militare”, continua l’annotazione irata di Pietro Pecci, “fu la chiesa di S. Caterina in S. Domenico, oggi uffiziata (…) dai monaci neri che prima stavano a Munistero, nelle lapide che furono fracassate si sono perdute moltissime memorie di famiglie antiche e spente”. Le lapidi delle famiglie ancora esistenti, invece, una volta tolti i resti mortali delle salme, vennero rimesse nelle chiese e nei chiostri come quella della stessa famiglia del cronista che dice “in Sant’Agostino se ne vedono molte (…) e fra queste quella della mia famiglia Pecci, che era nel primo chiostro a mano manca per entrare in chiesa dalla porta di fianco, adesso si vede murata nella muraglia”
Il nuovo camposanto creò gravi problemi anche alla Contrada della Pantera che il 4 luglio dovette abbandonare la cappella di San Giovanni Decollato (nella quale officiava dalla metà del XVII secolo) che venne adibita all'esposizione delle salme prima della sepoltura.


Crediti fotografici
1. Ingresso del cimitero comunale del Laterino (fine '800). Foto tratta dall'Archivio fotografico Malandrini della Fondazione Monte dei Paschi di Siena
2. La chiesa di San Giovanni Decollato al Laterino disegnata da Girolamo Macchi

L'elenco completo delle "Pillole" è alla pagina goo.gl/2PJxzF.
Tutti i giorni sono trasmesse anche dai microfoni di Antennaradioesse Siena, alle ore 8.45, all'interno dell'almanacco. Ringrazio Maura Martellucci per aver cortesemente autorizzato la pubblicazione di questo articolo sul nostro blog.

giovedì 18 giugno 2015

18 giugno 1691: la Strada Nuova di Provenzano

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 18 giugno 1691 il Collegio di Balia autorizza la realizzazione di una nuova strada, la Strada Nuova di Provenzano (e degli edifici laterali di completamento), per creare un accesso diretto e più prestigioso alla Basilica e darle così maggiore decoro sia per i senesi, sia, si specifica nella richiesta inoltrata dal Rettore Alcibiade Lucarini (o Lucherini) Bellanti e dai Savii dell’Opera di Provenzano, per rendere giusto onore alle “gite dell'eccelsa Signoria, e de Principi e personaggi, particolarmente forestieri, che vengano a visitare questa miracolosissima imagine”


Questo intervento di trasformazione urbana ed edilizia (che si rivelerà più complessa del previsto) porterà ad un vero e proprio “sventramento” del tessuto preesistente che farà spazio, appunto, alla nuova strada, che dovrà essere di ampiezza adeguata e con caratteri tali da essere di “ornamento” alla città e da conferire “decoro” al luogo e alle attività di culto ad esso legate. 


La Strada Nuova di Provenzano, dunque, fin dalle prime fasi progettuali viene pensata e studiata come una risposta alle esigenze di un centro di culto importante, quasi “un allestimento processionale e un percorso devozionale permanente, materializzazione dei molteplici allestimenti effimeri che si sarebbero potuti ideare”


L’idea del Rettore Lucherini, che dedicò tutta la vita ad esaltare e potenziare il culto della Madonna di Provenzano, viene perfettamente colta nel giudizio dei valutatori del progetto incaricati dalla Balia che scrivono: “Non si puote che riverire come nobilissimo il pensiero del Signore Rettore Lucarini, di aprire il nuovo accesso al Santissimo Tempio della Beatissima Vergine in Provenzano, poiché messo in pratica, riusciva molto più leggiadro, che non dimostra l'istesso disegno, e contribuirà mirabilmente all'ornamento pubblico della Città ed al particolare di quella devotissima Chiesa, restando più particolarmente invitate le pie persone a portarvisi mediante il maggior commodo delle carrozze, e si vedrà, con bellissima prospettiva, dalla parte di sopra della strada, che da Gesuiti conduce a S. Francesco, una vaga, e larga apertura che risponderà poco o meno, che a fronte del Tempio di Provenzano facendo godere quella nobilissima facciata con prospetto troppo più nobile, che da qualunque altro luogo oggi non si scorge; e la povera gente, che con defalco del proprio vitto, con tanta edificazione, ha fatto le sue oblazioni in tante diverse rappresentazioni a quella miracolosissima immagine, ricaverebbe in qualche parte la temporale remunerazione delle sue offerte, non potendo godere più universalmente gli operarij di emolumento ugualmente distribuito, che nell'occasione dele fabriche”


La Strada Nuova di Provenzano nello stradario del 1871 assunse la denominazione attuale di via Lucherini, in onore di colui che tanto si prodigò (anche economicamente) per la sua realizzazione.



Documentazione
Maria Antonietta Rovida, "La strada nuova di Provenzano: spazio urbano e architettura nella Siena di età barocca", Bullettino Senese di Storia Patria, a. CXVI, 2009, pp.149-211

Crediti fotografici
1. Schizzi relativi alla strada nuova di Provenzano e agli edifici che la affiancano (Biblioteca Comunale degli Intronati)
2. Processione del 1611, con l'immagine della Madonna, verso la nuova chiesa di Provenzano. Si accede alla piazza discendendo da via Sallustio Bandini lungo l'attuale via del Moro: particolare del dipinto di A. Gregori, Traslazione della Madonna di Provenzano nella chiesa a lei dedicata (primo quarto XVII secolo)
3. Planimetrie di progetto per la apertura della Strada Nuova di Provenzano e la edificazione degli edifici laterali (Biblioteca Comunale degli Intronati)

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mercoledì 17 giugno 2015

17 giugno 1515: nasce Orlando Malavolti, uomo politico e storico

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 17 giugno 1515 nasce a Siena Orlando Malavolti. Appartiene ad una delle famiglie senesi più in vista e ricopre, nel corso della sua vita, numerose cariche pubbliche: nel 1538 fa parte del Concistoro, nel 1552 segue, come segretario, Girolamo Tolomei in una ambasceria presso l'imperatore Carlo V, nel 1554 è uno degli Otto Signori della guerra. 


Caduta la Repubblica diviene, sotto il principato Mediceo, Gonfaloniere maestro per il Terzo di Camolia (1563) e quindi Capitano del popolo, sia nel 1569, sia nel 1589. 
Non solo uomo politico, ma anche uomo di cultura e storico, Orlando Malavolti, negli ultimi anni dalla sua vita si dedica alla stesura della storia di Siena dalle origini della città alla conquista medicea. 


La prima parte viene data alle stampe nel 1574, mentre l’opera completa tarda ad uscire e viene pubblicata postuma (Orlando Malavolti muore nel 1596) a Venezia, nel 1599 con il titolo "Historia de’ fatti e delle guerre de’ Sanesi". Al libro sono allegate una veduta prospettica della città di Siena ed una carta del Senese che circolò, a quanto pare, anche isolatamente. Per la sicurezza delle informazioni, per l'obiettiva analisi degli eventi e per l'imparzialità dei giudizi riportati, Malavolti è tra le fonti più stimate della storia senese.


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martedì 16 giugno 2015

16 giugno 1773: la Civetta stipula l’accordo per l’uso di San Pietro alle Scale

Pillole quotidiane di storia senese
di Maura Martellucci e Roberto Cresti


Il 16 giugno 1773 venne firmato l’accordo tra il parroco Giuseppe Ciolfi e la Contrada della Civetta per l’uso della chiesa di San Pietro alle Scale (conosciuta anche come San Pietro in Banchi o San Pietro Buio, si trovava in Banchi di Sotto, a lato di Via di Calzoleria). La Civetta avrebbe corrisposto ogni anno 2 libbre di cera oltre a 5 fiorini per ogni Palio vinto a luglio e 3 ad agosto. 


La Civetta, in realtà, celebrava le proprie funzioni in San Pietro fin dal 1692 quando le venne concessa dall'allora parroco don Antonio Perpignani, appassionato contradaiolo. In San Pietro i civettini avevano a disposizione un altare dedicato a Sant’Antonio da Padova ornato con quattro statue di santi in cartapesta argentata e un quadro appositamente dipinto dal celebre pittore Galgano Pepignani, nipote del sacerdote. 
Nel 1770, lo stesso Galgano Perpignani, aveva lasciato alla Civetta per testamento alcuni diritti sulla parrocchia beneficiaria di parte dei suoi beni: il parroco di San Pietro in Banchi ogni anno doveva consegnare la dote ad una fanciulla della Contrada e una somma al capitano, variabile a seconda se correva o meno il Palio. In cambio la Contrada era tenuta ad esporre la bandiera con lo stemma del testatore sempre a lato dell’altare e ogni 29 giugno doveva fare l’alzata di fronte alla sua casa natale alla Croce del Travaglio. 


Alla chiesa di San Pietro buio si accedeva da un omonimo vicolo del quale oggi resta, quasi in fondo a via di Calzoleria, sulla destra, un cortiletto appartato e senza sfondo. Forse la scarsa illuminazione (se ne parlava già quando si ipotizzava un'origine pagana dell’edificio) le portò la denominazione popolare di “buio”, come si legge in una relazione stilata nel 1730 da don Antonio Perpignani: “nei tempi del Gentilismo chiamavasi ‘l Tempio di Giove alle Tre Vie, adorandosi in esso il Simulacro di questa falsa Deità, e non vi entrava Lume, se non per alcune piccole aperture, dalle quali trasse il nome di Buio, conservato anche oggi fra il Vulgo”. Invece il fatto che il pavimento della chiesa fosse leggermente sopraelevato rispetto al piano stradale, tanto che vi si accedeva tramite alcuni gradini le derivò l’altro nome di San Pietro alle Scale “in Banchi”, come si specificava per distinguerla dall’omonima chiesa parrocchiale di San Pietro alle Scale in Castelvecchio. 
La chiesa venne chiusa al culto nel 1786 con la ristrutturazione delle parrocchie senesi voluta dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena (in seguito fu completamente distrutta) e il suo titolo venne trasferito all'oratorio di San Giovannino della Staffa, mentre la Civetta ottenne un altare nella chiesa di San Cristoforo.


Crediti fotografici
1. La chiesa di San Pietro in Banchi in un disegno di Girolamo Macchi
2. San Pietro in Banchi, di autore ignoto, seconda metà del secolo XVIII, disegno acquarellato di grigio, Archivio della Contrada Priora della Civetta

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